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L'arte di investire

 

Nuovi orizzonti

 

Crisi economica: un giro per il mondo "in spiccioli"

Siemens. Il gruppo tedesco di ingegneria ha registrato un balzo dei profitti negli ultimi tre mesi dello scorso anno, performance in gran parte dovuta ad una decisa riduzione dei costi. L'utile netto del trimestre si è infatti attestato a 1.53bn euro ($ 2.16bn; £ 1.33bn), con un incremento del 24% sui 1.23bn di euro registrato nello stesso periodo dell'anno precedente. Tuttavia, i ricavi complessivi sono diminuiti del 12%, passando da 19.6bn euro a 17.4bn euro, situazione causata in particolare dalla performance deludente nel settore industriale, dove le entrate sono diminuite di oltre il 13%. Inoltre, le entrate provenienti da prodotti energetici sono diminuiti del 10%. Nonostante un discreto ottimismo, la società è stata cauta nelle sue prospettive per il prossimo anno: "Siemens prevede che le condizioni del settore manifatturiero e dei mercati finanziari mondiali rimarranno difficili nel 2010 fiscale", hanno fatto sapere dalla Siemens.

Philips ha registrato un utile netto di 251m di euro nel corso degli ultimi tre mesi del 2009. Il profitto inverte una situazione critica precedente e che aveva visto un risultato negativo pari ad una perdita di 1,2 miliardi di euro nello stesso periodo di un anno fa. Anche in questo caso il miglioramento è dovuto in gran parte dal taglio di posti di lavoro hanno contribuito a raggiungere questo risultato operativo: 5.474 posti di lavoro nel corso dell'anno passato. Negativo, invece, il livello delle vendite, sceso del 3,4% a 7,3 miliardi di euro.

3 febbraio 2010

 

Sfida cinese nei cieli  

Si sta facendo largo nel panorama dei produttori di velivoli la cinese Singapore Air Show, azienda che, alla luce degli ultimi sviluppi, creerà sicuramente una grande minaccia ai produttori occidentali..

E’ dunque questa la risposta della Cina alla Boeing e alla Airbus: per la prima volta sta pubblicizzando fuori dai confini nazionali  un nuovo modello di velivolo, il C919 Comac. Il velivolo, progettato e costruito interamente in Cina, sarà in concorrenza diretta con l’ A320 ed il Boeing 737, ed è parte importante dell’ obiettivo dichiarato dalla Cina di sviluppare un settore aerospaziale home-made, che possa un giorno sfidare Airbus e Boeing su tutti i fronti. L’intento è quello di riuscire quindi a costruire oltre 2000 velivoli C919s nei prossimi due decenni ed acquisire almeno una quota del 10% del mercato mondiale degli aerei di questa categoria.

L’ascesa economica e professionale dell’azienda è 'stata fulminea, dal momento che l’inizio dell’attività risale appena ad un anno e mezzo fa circa. Con sede a Shanghai, la società è interamente sostenuta sia da parte del governo centrale che da parte del governo locale oltre che da un certo numero di imprese di proprietà statale, come Chinalco e Baosteel.

Comac ha già venduto più di 240 dei suoi ARJ-21 jet bimotore per le compagnie aeree cinesi, oltre che ad un vettore laotiano e ad una unità della General Electric. Gli esperti del settore ritengono che ci vorranno circa dai 10 ai 20 anni affinchè l’azienda e la Cina in generale possano affermarsi nel settore dell'aviazione commerciale. E’ questa, quindi, una prospettiva che sta attirando molti fornitori occidentali come Rockwell Collins, General Electric e Honeywell. Proprio quest’ultima ambisce alla vendita dei suoi sistemi meccanici ed elettronici per l’utilizzo nell’assemblaggio del C919. Primo passo importante: il produttore americano si è già assicurato i contratti per i suoi comandi di volo e sistemi di navigazione inerziale. Ma l’obbiettivo è ben più imponente: .

guardando al futuro l'azienda spera di fornire pezzi per l'unità aeromobili del Aviation Industry Corporation of China, o Avic. Il gruppo è in fase di sviluppo del MA700, un aereo di linea quattro motori turboelica regionali (Ma l'obiettivo della Cina di diventare un gigante aerospaziale potrebbe essere limitato da un eventuale embargo degli Stati Uniti sul trasferimento di tecnologia militare) La Cina fa sempre più paura, questo è chiaro, ed  i motivi ci sono e sono evidenti a tutti. E’ pur vero che un ventennio fa, circa, anche il Giappone preoccupava, e non poco!.

Qui sotto una fotografie dei velivoli COMAC.

3 febbraio 2010

 

Crisi economica: un giro per il mondo "in spiccioli"

Fiat ringrazia l’aiuto del governo: netto l'impatto positivo conseguente al provvedimento per gli incentivi sulla rottamazione di autoveicoli vecchi e non più conformi alla normativa antinquinamento attuale.  L'azienda italiana ha confermato vendite globali del gruppo Fiat, Lancia e Alfa Romeo per 1,84 milioni di automobili nel 2009, con un incremento del 5,7%. Ha specificato che il regime di rottamazione in Germania ha permesso addirittura un raddoppio delle vendite, mentre nel Regno Unito sono aumentate di quasi il 18%. Nonostante il brillante risultato commerciale, la capogruppo ha registrato una perdita netta annuale dovuta principalmente, secondo i vertici, dall’ assunzione della partecipazione del 20% in Chrysler.

Anche se il gruppo Fiat non ha pagato per rilevare il pacchetto azionario dal costruttore statunitense lo scorso giugno, "il riallineamento strategico con Chrysler", si informa tramite il comunicato, “ha causato notevoli costi di ristrutturazione e svalutazioni”. Ciò ha creato, quale risultato operativo. una perdita annua di 800 milioni di euro ($ 1,1 miliardi circa), che a fronte invece di un utile di 1,7 miliardi di euro dell’anno precedente. Fiat Group ha detto che prevede di tornare all'utile nel 2010 se i vari regimi di rottamazione dovessero continuare. 

Ericsson, il colosso svedese delle telecomunicazioni, ha dichiarato che si sta avviando a tagliare ulteriori 1.500 posti di lavoro, a causa di un nuovo calo (di oltre il 90%) nei profitti trimestrali. Colpito dal costo per ingenti lavori di ristrutturazione, e affossato da un calo considerevole quanto costante degli ordini, l’ utile netto per il periodo ottobre-dicembre è stato nettamente inferiore a quello del precedente periodo economico-finanziario di riferimento (trimestre anno prima). Questo ulteriore taglio di posti di lavoro si aggiunge ai 5.000 licenziamenti che la società ha operato lo scorso anno. Le spese di ristrutturazione ed una diminuzione degli ordini del 13%,  a causa principalmente della concorrenza cinese, hanno causato nuovi problemi alla struttura economico-finanziaria dell’azienda, tale da rendere necessaria questa nuova manovra. Peggioramento su tutti i fronti, dunque: mancato rispetto degli obbiettivi annuali, perdita consistente dell’utile netto trimestrale e annuale, mancato raggiungimento dei target di vendita minimi. E la riduzione dei costi operando sul settore del lavoro non può, a lungo termine, sistemare in via definitiva la situazione aziendale; da rivedere, dunque, nel corso del 2010, obbiettivi finanziari e politica economica aziendale.  

Il gigante americano Wal-Mart conferma di essere in procinto di tagliare ben 11.200 posti di lavoro presso la sua catena di magazzini commerciali Sam's Club negli Stati Uniti. Prima della fine dello scorso anno, infatti, l’amministratore delegato Mike Duke aveva già dichiarato che la situazione nell’ambito commerciale per tutto il gruppo era estremamente difficile. Il Sam's Club occupa circa 110.000 dipendenti in 600 negozi, quindi il taglio riguarderebbe oltre il 10% degli stessi, dopo i 1500 posti già tagliati appena pochissimo tempo fa.  Anche in questo caso il mancato rispetto degli obbiettivi causa crisi economica e concorrenza spietata hanno impedito il conseguimento dei targets minimi previsti, motivo per cui l’azienda ha deciso di ricorrere nuovamente ai ripari con l’unica (ahimè) arma che ha ora a disposizione.

Provvedimenti, questi, che la dicono lunga sulla situazione attuale delle grandi aziende a livello mondiale. La crisi sarà realmente finita o si è presa solo una pausa??

 25 gennaio 2010

 

Finanza etica – Parte 2°

MAG

I primi segnali dell’arrivo sul mercato di operatori specializzati risale alla fine degli anni ’70 - inizio anni ’80 con le Mag (Mutua Auto Gestione), cooperative finanziarie nate per promuovere l’economia solidale e il lavoro autogestito. Obbiettivo principale quello di valorizzare le risorse del territorio, in tutte le sue sfaccettature, per sostenere un’economia moralmente ed economicamente responsabile, permettendo lo sviluppo del mercato locale e far circolare denaro e servizi.

A partire dall’inizio degli anni ’90 le Mag (inizialmente 9 in tutto, distribuite prevalentemente nel Norditalia) si sono dovute adeguare a nuove leggi in materia di antiriciclaggio e raccolta del risparmio, leggi che hanno di fatto favorito in tutto e per tutto le banche a scapito di altre organizzazioni finanziarie come queste. Ciò ha modificato struttura e numero delle cooperative che si sono in parte trasformate in cooperative di servizi ed in parte “fuse” facendo confluire i capitali in un numero inferiore delle stesse, in modo da raggiungere l’ammontare richiesto per legge (600.000 euro). Ad oggi, per poter continuare ad operare come soggetti finanziatori, possono raccogliere risparmio attraverso quote di capitale sociale o di partecipazione al rischio per cui possono finanziare solo i propri soci e non soggetti terzi. Esse, dunque, operano come intermediari finanziari e sono attive unicamente nel proprio territorio.

Le Mag conservano tuttora, comunque, lo spirito di autogestione del risparmio; coincidono quindi con organizzazioni create a beneficio della comunità che si organizzano per creare i presupposti ad una valida risposta alle aspettative della collettività centro del loro interesse. Nascono e si sviluppano sul territorio grazie a una rete di relazioni sociali e di fiducia molto forti perciò utilizzano il denaro a fini di utilità collettiva per arrivare ad aiutare il singolo, attraverso molteplici canali, finanziari e sociali.

Banca Eticaspace

Di più recente fondazione, invece, è Banca Etica, nata per volere di ben 22 organizzazioni non profit insieme ad altre finanziarie nel 1999. Risponde, chiaramente, ai canoni di una banca innovativa le cui attività, principali e secondarie, sono tutte ispirate ai principi della finanza etica, così come già discussi nel precedente articolo (Parte 1°), quindi il “diritto” di accesso al credito, la trasparenza, gli interessi della comunità e dell’ambiente come ideali naturali, correttezza e morale negli investimenti ecc. (investe solo in particolari settori ritenuti rispettosi della dignità umana e della natura e sostiene solo progetti etici). La stessa garantisce anche i servizi di base come le altre banche: gestione del risparmio e raccolta tramite conti correnti, carte di credito e bancomat.

I dati di Banca Etica, con riferimento all’anno 2009, sono questi:

-capitale sociale di 22.828 milioni di euro;

-13 filiali in Italia;

-più di 25 mila soci (tra persone fisiche e persone giuridiche, tra cui nove regioni, 40 province e oltre 300 comuni italiani)

-quasi 500 milioni di euro di depositi;

-più di 2.300 progetti di economia solidale finanziati per un valore di circa 360 milioni di euro.

-attività esterna di promotori finanziari;

Le destinazioni dei finanziamenti vengono scelte e confermate solo se realmente portano a benefici e sviluppo della persona e delle attività, sempre che abbiano risvolti positivi anche a livello di impatto sociale ed ambientale. Principali, dunque:

- cooperazione sociale;

- cooperazione internazionale;

- cultura e società civile;

- ambiente;

Vedremo se in futuro questa Banca manterrà i ritmi ed il livello di crescita raggiunti a 10 anni (nel 2009) dalla sua costituzione; qualora la conferma continuasse a manifestarsi tale anche in futuro ci si potrebbe (e dovrebbe) aspettare la nascita di altre realtà simili e la conversione (probabilmente solo parziale) di qualche istituto da banca tradizionale a banca etica (difficile a breve, certamente).

InvestiEticospace

E’ il primo fondo etico chiuso,  nato nel marzo del 2002 e gestito da AEDES BPM R.E. SGR; è quotato in Borsa dall’inizio del 2004 e la sua struttura (fondo chiuso) fa sì che i rimborsi delle quote possano avvenire solo in momenti prestabiliti, ma, in caso di disinvestimento, possono essere effettuati dei rimborsi parziali. Il fondo ha una durata di 10 anni e gli investimenti sono approvati dopo un’esame da parte di un Comitato Etico che collabora con il Consiglio di Amministrazione per verificare l’attinenza delle scelte di investimento ai principi etici cui si ispira il fondo. Il patrimonio viene investito principalmente su immobili e diritti reali di godimento su beni immobili utilizzati per attività ad alto contenuto sociale nelle aree operative di Milano e, solo una piccola parte, di Torino e a Roma.

Alcuni dati salienti:

il patrimonio netto pari a  177,5 milioni di euro;

Investimento ripartito su 13 immobili per un totale di 123.586 m2;

Valore (ultimo recente) pari a circa 240 milioni di euro;

Scadenza: 12 dicembre 2012;

valore iniziale della singola quota pari a 2.500 euro;

valore attuale (al 30/06/2009) pari a 2.885,981 euro (extra proventi distribuiti).

Come ormai dovrebbe essere chiaro a tutti ogni singolo investimento deve e dovrà, anche in futuro, rispondere ai principi propri della finanza etica.

Banca Monte dei Paschi di Siena

spaceMPS potrebbe rappresentare una sorta di anello di congiunzione, sin da ora così come in futuro, tra la banca tradizionale e la banca etica. Nata nel 1472 come Monte di Pietà per dare aiuto alle classi meno abbienti locali è divenuta S.p.A. solo nel 1995, con conseguente e successiva quotazione alla Borsa Valori di Milano. E’ attiva, oltre che nelle attività bancarie tradizionali, anche nell’attività relativa al credito speciale, bancassicurazione e investment banking. La banca si propone di fare del l’integrazione nel territorio, la qualità dei servizi ai clienti, la trasparenza e correttezza nei rapporti i suoi punti di forza; sono quindi stati creati investimenti con orientamento sociale come fondi pensione, fondi etici, fondazioni, per creare valore ma in modo sostenibile.

L’impegno di MPS è stato riconosciuto dalle più importanti agenzie di rating etico (Dow Jones Sustainabilty Index, Ethibel, Ftse4good Environmental leaders Europe) , che l’hanno inclusa tra le imprese maggiormente performanti, in termini di responsabilità d’impresa.

12 gennaio 2010

 

L’economia cinese corre sulle quattro ruote?

Dati ufficiali resi noti proprio oggi indicano che lo scorso anno il mercato delle automobili cinesi ha avuto un’impennata con una rivalutazione incredibilmente elevata in termini percentuali rispetto all’anno precedente (già in pieno sviluppo), realizzando un incremento a due cifre delle vendite (indicazioni ufficiali mostrano un aumento, sul periodo di riferimento precedente, pari ad oltre 40 punti percentuali); niente male se si considera la situazione economica mondiale nel periodo in oggetto.  Il rappresentante  dell'Associazione dell'industria automobilistica cinese ha affermato che la dimensione della produzione e vendita di auto ha quindi superato quella statunitense, permettendo al Paese di diventare il primo al mondo nel settore. L’influenza di questi successi, in termini di PIL nazionale, è stimato in diversi punti percentuali.

Pur considerando la realtà dei fatti e la veridicità dei dati è necessario ricordare come, tuttavia, qualche precisazione in merito possa, almeno in parte, ridimensionare in qualche modo questo incredibile successo della nuova potenza economica in forte espansione ormai da anni. Infatti, è assolutamente vero che in Cina, proprio nel 2009, sono state vendute 13,5  milioni di auto circa  contro appena i 10,5 milioni negli Usa; occorre però non nascondere due elementi che cambiano parzialmente il significato di questo incredibile successo: per prima cosa, infatti, ad un più elevato numero di autovetture non corrispondono necessariamente introiti più elevati (le automobili negli USA costano mediamente  più che in Cina e ciò fa ancora di quello americano il mercato più ricco del mondo, in soldoni); secondo, gli Stati Uniti sono stati superati (praticamente quasi surclassati, ragionando sui numeri assoluti) in uno dei peggiori anni, per l’economia nazionale, dell’ultimo secolo e, soprattutto, dopo il record assoluto realizzati nel 2000, anno in cui vennero firmati 17,4 milioni di contratti di compravendita.  Sorpasso, dunque, aiutato dalla frenata della locomotiva d’oltreoceano.

A sostegno, invece, dei risultati dell’industria automobilistica cinese nei confronti di quella americana, c’è indubbiamente il fatto che il risultato è stato conseguito in una anno in cui l’Amministrazione Obama non ha lesinato sforzi ed “elargizioni” per sostenere il settore  automobilistico nazionale in parte sull’orlo del baratro: salvataggi, miliardi di dollari pubblici concessi in varia forma alle imprese e il programma di incentivi alla rottamazione da circa tre miliardi di dollari ai compratori, grazie al quale sono state vendute quasi 700 mila nuove vetture. Nonostante gli interventi, tuttavia, nel corso del 2009 oltre 1.500 concessionari americani si sono trovati nelle condizioni di dover chiudere. In aggiunta occorre anche mettere in conto situazioni tragicamente negative come la liquidazione da parte di General Motor dei marchi Buick e Pontiac e la cessione della divisione produttrice di Hummer alla cinese Sichuan Tengzhong.

Chiaramente non ciò ha consentito a molte altre industrie del settore nell’ambito dell’economia asiatica di far bene e seguire a ruota, più o meno, quella cinese (Hyundai e Kia per la Corea e Subaru in Giappone, tanto per citare qualche situazione). E’ chiaro che non è oro quello che luccica:  Toyota, leader indiscusso nel settore,  quest’anno ha perso 5 miliardi di dollari (e ha dovuto richiamare 3,8 milioni di auto) e Honda, pur diventando la quarta casa automobilistica in USA, ha subito un certo calo nelle vendite (avanzamento qindi più per demeriti altrui che per successi propri). Suzuki non molto bene e, una volta tanto, “salvata” non nel vero senso della parola, almeno per ora) dalla Volkswagen, che a dicembre ha rilevato una quota pari al 19% del capitale. A parte meriterebbe una citazione la situazione indiana che, eventualmente, affronterò più avanti e, comunque, grande artefice di questo processo di avanzamento economico.

Qualche dato da record: A breve la presentazione del primo modello di auto progettata appositamente per i mercati occidentali. La Geely Automotive Holdings (l'azienda che ha acquistato Volvo da Ford ) in un solo anno ha guadagnato oltre il 573% alla Borsa di Hong Kong e presenterà appunto la Emgrand, una compatta 4 porte che in Cina sarà venduta a partire da poco più di 8.000 Euro. Un prezzo che, qualora fosse applicato anche sul nostro mercato, creerebbe problemi non indifferenti alle nostre case automobilistiche, al momento certamente preoccupate di un’eventuale evoluzione in tal senso. Ottimo successo anche per la BYD, la casa che ha messo in vendita la prima auto ibrida al mondo, con un piccolo motore a benzina di supporto: lo scorso anno il valore delle sue azioni è aumentato in modo spettacolare come sopra. Situazioni, queste, che inevitabilmente permette di assumere una posizione predominante sul mercato degli investitori, facendone incetta sia in campo industriale che in ambito finanziario.  

Duplice sviluppo della situazione appena descritta in ambito europeo: 

- da un lato una vera e propria inondazione (potenzialmente destinata ad aumentare vistosamente in futuro) di auto prodotte dai cinesi, i quali, furbescamente, in molti casi altro non hanno fatto che scopiazzare modelli di punta già in commercio e prodotti dalle case automobilistiche del vecchio continente (abbastanza evidenti modelli ben conosciuti di Bmw, Daimler, Volkswagen e altri; Bmw e Daimler, per esempio, stanno sostenendo azioni legali, in particolare per la Ceo della Shuanghuan, decisamente simile alla Bmw X3, e per la Noble, vettura quasi identica alla Smart di Daimler). Al momento, tuttavia, nulla sembra poterne fermare l’avanzata.

- Il mercato europeo risente della crisi e di questa avanzata che, oltre all’invasione di mezzi materiali mette sul piatto della bilancia anche quella fatta con mezzi finanziari, situazione che induce anche grandi marchi, ultimamente in evidente difficoltà, a cedere alle lusinghe dei nuovi signori dell’economia. Saab e Volvo sono tra le ultime prede, situazione che fa seguito alle già ben note operazioni di acquisizione degli ultimi due anni e che precede, quasi sicuramente, altre certamente interessanti e clamorose nei prossimi anni (salvo risvolti legali, più che economici, negativi per i cinesi).

11 gennaio 2010

 

Finanza etica - Parte 1°

La finanza etica è un nuovo modo di fare finanza e che tiene conto di tutto ciò che si è dimostrato e si dimostra assolutamente rispettoso dell’uomo e dell’ambiente che lo circonda, ritenendo soggetti meritori e quindi finanziabili tutti coloro che non hanno a che fare con settori quali, per esempio, tabacco, alcol, gioco d’azzardo, produzione di armi ed energia nucleare; produzione pornografica e settori che basano l’attività sulla divulgazione di fatti o immagini violente;  sfruttamento degli animali; collaborazione con regimi dittatoriali oppressivi; mancanza nella tutela dei diritti umani.

Investire in modo etico, in sostanza, significa quindi considerare attentamente tutti i principi etici nella scelta degli investimenti senza dare importanza (principalmente) al rendimento assoluto dell’operazione, valutando, invece, molto attentamente l’impiego che dei finanziamenti erogati verrà fatto. In questo modo il ritorno di interesse sul capitale finanziato resta un fattore importante, ma non a tal punto da permettere di prevaricare l’etica dell’utilizzo dei fondi stessi erogati: finanziare una operazione che produrrà, nel breve o nel lungo periodo, danni sociali o ambientali, inevitabilmente produrrà un maggior costo sotto diversi aspetti a noi o alla società in generale; e questo è proprio ciò che la finanza etica mira ad eliminare.

Evidente anche l’interazione tra intermediario finanziario ed il cliente dell’istituto che fornisce i fondi tramite conti e depositi. Infatti, l'intermediario finanziario etico pur avendo l’obbligo di riservatezza sulle informazioni relative ai risparmiatori, per garantire un rapporto trasparente con il cliente, impone la nominatività dei risparmi. Il cliente ha quindi la possibilità ed anche il diritto di venire a conoscenza in merito a quali sono e saranno le decisioni di utilizzo dei fondi stessi e gli investimenti che vengono fatti dall’istituzione finanziaria, indicando eventualmente delle preferenze nella loro destinazione.

Vengono dunque favorite tutte quelle iniziative rivolte a:

- attività ambientali e per controllo dell’inquinamento;

- qualità dei prodotti e dei servizi per l’uomo e l’ambiente;

- impegno sociale e pari opportunità;

- gestione qualitativa dell’informazione.

Gli strumenti che vengono utilizzati sono diversi:

1) il microcredito, cioè il finanziamento a piccole e piccolissime imprese e quindi spesso a quei soggetti che non possono fornire garanzie reali (pegni o ipoteche altro)

2) il finanziamento alle attività non profit;

3) finanza etica tradizionale, dove l’investitore rinuncia di sua volontà ad una parte degli utili per destinarla a scopi sociali;

4) socially responsible investing (SRI), ovvero strumenti di finanza tradizionale che però selezionano gli investimenti da fare in base a principi etici.

Evidenti e chiare, quindi, risultano essere le possibilità che la finanza etica offre e tanto ancora ha da offrire a tutte quelle attività che, nell’interesse sociale ed ambientale, decidono di investire nel futuro; ciò potrebbe permettere, speriamo presto, di creare una nuova categoria di imprenditori per i quali i frutti della loro attività potrebbe essere molteplici e, in parte, essere rivolti al miglioramento delle condizioni economico-sociali della comunità stessa, oltre che delle personali.

Occorre, tuttavia, con confondere il concetto di finanza etica con “beneficienza finanziaria”. Stiamo parlando, infatti, di attività finanziarie e di investimento capitali a carattere remunerativo; infatti, lo strumento finanziario etico è, secondo convenzione, l’offerta al risparmiatore della garanzia di un uso moralmente valido del suo denaro in qualità di investimento con un ritorno, oltre che economico, anche di utilità socio-ambientale. Ma, per quanto riguarda le caratteristiche tecniche degli strumenti finanziari etici, le analogie con quelli degli strumenti finanziari tradizionali sono molte ed evidenti. E’ altresì chiaro a tutti gli addetti ai lavori che fare investimenti nelle Corporate Social Responsibility richiede l’assunzione di un maggior costo iniziale, ma nel lungo periodo gli investimenti vengono premiati con ritorni maggiori (soprattutto se consideriamo la poliedricità di tali ritorni) e questo vale sia per la microimpresa che per aziende di grandi dimensioni e quotate sui mercati nazionali e internazionali.

Quale presente e quale futuro per questa tipologia di attività finanziaria?

Attualmente negli Usa gli investimenti in imprese che rispondono ai requisiti in oggetto riguardano oltre 2.000 miliardi di dollari, mentre in Europa si limitano a circa 500 miliardi di euro, di cui solo poco più di 3 in Italia; in continuo aumento, a dimostrazione del grande interesse che stanno suscitando tra gli operatori e intermediari, tra l’altro, in Europa anche i fondi etici che ormai si avvicinano al considerevole numero di 500. Il tutto, secondo fonti ufficiali, a scapito del risparmio gestito di tipo tradizionale; tutto ciò alimentato anche dal fatto che i rendimenti, negli ultimi anni, si sono rivelati uguali, per non dire migliori in molte fasi difficili dei mercati, rispetto agli strumenti tradizionali. Il tutto trova anche giustificazione nel fatto che le recenti vicissitudini di listini e aziende, con il fallimento Parmalat, Enron, Worldcom, Cirio, Argentina, Lehmann e molti altri ancora appaiano ormai come frutto della cattiva educazione finanziaria di una generazione che la comunità degli investitori sembra decisa a spazzare via, regolamentazione dedicata o meno. Ci vorrà sicuramente qualche decennio ma, alla fine, è possibile che gli impieghi altamente speculativi e, talvolta, al limite della legalità (quando non lo si oltrepassa!) lascino spazio (presumibilmente non tutto lo spazio e non in tutti i settori, chiaramente) all’investimento in capitale umano, sociale e ambientale e andando oltre il conflitto d’interesse che fin troppo spesso ha alzato e continua ad alzare le barricate tra investitore e utilizzatore o beneficiario dello stesso.

8 gennaio 2010

 

Cicli della borsa americana

Una interessante classificazione ciclica di Ed Easterling, relativa all’andamento del mercato principale americano, con riferimento alle principali fasi di rialzo e ribasso dell’indice DJ ed alla loro durata:

1901-1920: bear market segnato dalla instabilità e dal continuo alternarsi di anni positivi (9) e anni negativi (11), che finirono per annullarsi reciprocamente. Alla fine del ventennio, l’indice Dow Jones, in termini nominali, era appena del 2% sopra il suo livello di partenza.

1921-1928: bull market che coincise con la nuova società dei consumi, basata sulla diffusione dell’auto, della radio, del cinema. In 7 anni su 8 il DJ chiuse con ritorni positivi realizzando un guadagno complessivo superiore al 300%.

1929-1933: bear market che caratterizzò il periodo dell’ormai ben noto crollo che sprofondò l’America nella Grande Depressione e che rovinò la vita di migliaia di persone (e ne causò la morte per suicidio di parecchie ancora). Il DJ scese per quattro anni di fila, facendo segnare una perdita dell’80%.

1933-1936: bull market durante il quale i livelli estremamente depressi toccati nel ’32 e l’avvio delle politiche espansive introdotte dalla nuova amministrazione Roosevelt consentirono DJ di riprendersi per quattro anni consecutivi, realizzando un progresso di poco superiore al 200%, pur restando ben lontano dai massimi raggiunti durante l’espansione degli anni ‘20.

1937-1941: bear market causato anche dalle inadatte manovre di restrizione monetaria e fiscale e l’aggravarsi della crisi internazionale precipitarono di nuovo l’America in un nuovo periodo di recessione economica. Il DJ finì in rosso quattro anni su cinque e al termine del quinquennio si trovava sotto di quasi il 40% rispetto all’inizio.

1942-1965: bull market che seguì dopo aver toccato il fondo nel momento peggiore della Seconda Guerra Mondiale. Il DJ si riprese dapprima cautamente e poi in modo sempre più deciso, accompagnando con i suoi rialzi gli anni della ricostruzione e del boom che caratterizzò il dopoguerra. In 18 anni su 24 l’indice chiuse in positivo e il guadagno complessivo fu del 774%.

1966-1981: bear market durante il quale la grave crisi dovuta al debito (finanziario e di sangue) dovuto alla scellerata guerra in Vietnam, insieme a due crisi petrolifere, imposero anni di austerità e generarono alta inflazione. Il DJ registrò 9 anni su 16 in positivo ed alla fine del periodo di lateralità, tra alti e bassi, l’indice si trovava il 10% sotto il livello iniziale.

1982-1999: bull market che caratterizzò la più straordinaria fase di rialzi della storia e che accompagnò due decenni di trionfi per l’economia e la finanza a stelle e strisce. Inflazione sotto controllo, il sistema produttivo in netta ripresa dopo le crisi degli anni, nuove scoperte scientifiche e susseguenti innovazioni tecnologiche: dalla diffusione di massa del computer a Internet e alle telecomunicazioni, dalla biotecnologia alla genetica. In ben 16 dei 18 anni compresi in questo ciclo il Dow Jones aumentò il proprio valore, realizzando uno generoso incremento del 1200% circa.

2000-2009: bear market ultimo, ai giorni nostri, caratterizzato da alcune tra le più grandi bolle speculative della storia economica mondiale ed i risultati, ancora forse da verificare in pieno, sono ora sotto gli occhi di tutti noi.  Su 10 anni, il Dow Jones ha chiuso in negativo per 5 volte ed ora resterà da verificare, nei prossimi anni, l’evoluzione di questa crisi ancora non definitivamente sconfitta.

8 gennaio 2010

 

Banche USA: meglio o peggio di prima?

La crisi attuale ha lasciato (è da vedere se non lascerà ancora, in futuro) gravi segni del suo passaggio in tutti i settori economico-finanziari dell’economia, con particolare riferimento a quella USA, dal momento che da lì è partita e proprio lì sta giocando la sua partita più dura (e lunga). Colossi industriali e dell’auto a parte, le conseguenze negative più eclatanti e maggiormente recepite dalla popolazione mondiale, grazie soprattutto allo spropositato impatto mediatico ed al fatto che hanno lasciato anche in Europa una coda negativa, sono ascrivibili al settore bancario che, tra interventi massicci governativi, incorporazioni varie e fallimenti (controllati o meno) ha bruciato centinai a centinaia di miliardi di dollari.

Il bilancio delle banche americane vittime della crisi, infatti, è stato incredibilmente elevato (tra colossi bancari a livello mondiale e banche medie e minori), nonostante i segnali di stabilizzazione e ripresa dell’economia che già nella seconda parte dello scorso anno avrebbero dovuto rasserenare, in parte almeno, gli animi di soci e investitori. Nel 2009 sono stati ben 106 gli istituti di credito dichiarati falliti negli Usa: non era mai successo, dal 1992 ad oggi, che si superasse la fatidica quota di 100 fallimenti in un solo anno. E’ chiaro che si tratta per lo più di istituti regionali di medie e piccole dimensioni, ma il crescente numero di fallimenti continua a testimoniare le difficoltà tuttora da considerare a livello finanziario in particolare per quanto riguarda il tessuto socio-economico della comunità americana. Molto spesso (Florida insegna) questi fallimenti si sono verificati nelle zone in cui la crisi immobiliare si è fatta maggiormente sentire, creando un circolo vizioso dal quale uscirne, per chiunque, è sempre più difficile (in taluni casi, anche, impossibile). C’è quindi da chiedersi, ora, cosa succederà se il settore immobiliare non dovesse riprendersi, almeno in parte, a breve o se, addirittura, dovesse essere interessato da una seconda ondata di negatività figlia della mancata risoluzione dei problemi della prima crisi stessa. O, peggio, se qualche altro cataclisma finanziario (per esempio insolvenza oltre i limiti sopportabili dal sistema, in entrambi i sensi di marcia, delle carte di credito) dovesse mettere nuovamente a dura prova la struttura del sistema stesso!

Intanto, ciò crea una situazione che potrebbe perfino sembrare paradossale: negli ultimi tempi l’ammontare delle riserve detenute dal sistema bancario statunitense supera il minimo obbligatorio, richiesto dalla Federal Reserve, di circa 1.000 miliardi di dollari!! Il dato è eclatante se confrontato con quanto si poteva rilevare nel settembre 2008, prima della fase più critica della crisi in atto: a quei tempi, infatti, le riserve in eccesso si limitavano a, circa, un paio di miliardi di Dollari. Ciò significa, inevitabilmente, che in una situazione come quella attuale le banche mantengono una necessariamente bassa propensione a concedere prestiti, condizione che da una parte impedisce una migliore spinta dei consumi e quindi un rallentamento della già debole ripresa economica, dall’altra crea non poche preoccupazioni per il potenziale inflazionistico di una liquidità latente di tale entità. 

In effetti, le banche potrebbero cominciare prima o poi ad attivare questi fondi per concedere nuovi prestiti, per sostenere il tessuto economico  e per stimolare la domanda finale, e l’economia in generale, provocando, però, un ritorno delle pressioni inflazionistiche. D’altro canto, finché permane questo eccesso di riserve, non si può non pensare che le banche restino ancora molto caute e poco propense a fare nuovi prestiti, preferendo attendere e mantenere inutilizzata l’abbondante liquidità disponibile, peraltro remunerata a tassi pressoché nulli.  

Già all’inizio dell’ultimo trimestre dello scorso anno, un premio Nobel per l’economia, indicò le sue perplessità sul sistema bancario americano. Secondo Joseph Stiglitz, infatti, gli Stati uniti hanno di fatto fallito nel tentativo di superare i gravi problemi degli istituti di credito. Anzi, dopo il collasso di Lehman Brothers le condizioni di questi ultimi sono perfino peggiorate. In un passaggio:

 «Negli Usa e in molti altri paesi, le banche ‘troppo grandi per fallire’ sono diventate ancora più grandi – ha spiegato l’economista in un’intervista rilasciata a Parigi – e i loro problemi sono perfino più grandi di quelli precedenti alla crisi».

I dati mostrano come ad un anno dal crack di Lehman, e dopo che il Tesoro Usa ha dovuto immettere ingenti quantità di capitali per sostenere il sistema finanziario, gli asset di Bank of America sono aumentati, mentre quelli di un altro colosso come Citigroup sono rimasti gli stessi. USA a parte, giusto per fare una piccola disserzione nel Vecchio Continente, anche in Gran Bretagna Lloyds Bank (quasi metà in mano al governo ora) ha acquisito le attività di HBOS Plc, mentre in Francia il gruppo BNP Paribas controlla la belga-lussemburghese Fortis. Stiglitz ha, inoltre, aggiunto che il governo americano si trova in difficoltà non potendo «sfidare l’industria finanziaria» per ragioni prevalentemente politiche.

Personalmente ritengo che occorra fare molta attenzione più che al sistema in generale alle singole banche (intendendo quelle di una certa consistenza patrimoniale) come segnale premonitore per un eventuale nuovo dissesto incombente. Per fare questo scinderei le banche commerciali, tradizionalmente attivate sui prestiti, mutui, carte di credito, raccolta di liquidità dai canali tradizionali e impieghi nei confronti di aziende e privati, da quelle tipicamente definite “banche di investimento”. Queste ultime, infatti, molte delle quali a rischio fallimento anche meno di un anno fa, girano ora a mille (non tutte ma in buona parte). Il tutto grazie alle rivalutazioni delle quote capitali e azionarie, al trading, agli HFT , ai derivati e alla finanza creativa e speculativa in generale. Ne sono esempio Goldman Sachs e Merril Lynch che stanno facendo utili a iosa; il problema è che fino a che il sistema bancario lavorerà con queste due velocità e scorporando i sue settori in oggetto come se fossero due settori distinti il problema del default generalizzato potrebbe ripresentarsi ancora e più grave di prima. Basti guardare cosa sta succedendo a Bank of America: la neo-assorbita (grazie all’intervento statale) Merril L. produce utili trimestrali elevati, mentre la ben più tradizionale BoA arranca con i suoi debi ti ed i suoi pensieri. 

In pratica: una gamba è zoppa e l’altra è sana. Fino a quando quella sana riuscirà a sostenere il tronco? E, qualora non ci riuscisse, c’è ancora la possibilità di un sostegno ad oltranza da parte di FED e istituzioni in generale per fronteggiare un eventuale nuovo attacco al sistema? Forse si ma, almeno in queste condizioni, auguriamoci di non doverli mettere alla prova nuovamente.

8 gennaio 2010

 

I dati sul lavoro preoccupano gli USA

Le ultime notizie derivanti dai dati macro di questo inizio 2010 per quanto riguarda l’economia USA dicono questo, in poche parole (in attesa di altri indicatori nelle prossime settimane):

 

“L´economia degli Stati Uniti continua, tra alti e bassi, a far registrare miglioramenti, ma la ripresa economica sarà, presumibilmente, più lenta di quanto ottimismo e le notizie stesse lascino pensare attualmente. E ciò, almeno per quanto è dato di capire su questi primi dati indicativi, principalmente a causa delle difficoltà sul mercato del lavoro che frenano i consumi.

 

Almeno questo è ciò che emerge dalle Minute pubblicate dalla Federal Reserve relative all'ultimo meeting del Federal Open Market Committee che ha confermato il tasso di interesse Usa ai minimi storici nell´intervallo tra lo 0 e lo 0,25 per cento. La Banca centrale Usa ha poi lasciato intendere che non modificherà nel breve termine il proprio indirizzo di politica monetaria.

 

Del resto, queste nuove indicazioni non fanno altro che confermare quanto già rilevato nei mesi precedenti; già a ottobre 2009, infatti, la situazione generale per il mercato del lavoro Usa non era certo delle più rassicuranti. Il tasso di disoccupazione era volato sopra il 10%, picco massimo dall’inizio del 1983; dopo il miglioramento precedente (a settembre era al 9,8%) gli analisti si erano aspettati un aumento più contenuto (non oltre il 9,9%), condizione dunque disattesa. Sempre ad ottobre gli Stati Uniti avevano perso altri 190 mila posti, meno dei 219 mila persi a settembre (dato rivisto dagli iniziale 263 mila posti in meno), ma più degli attesi -175 mila posti. In novembre e dicembre la situazione, sempre tra alti e bassi, si era in parte confermata e ciò porta a pensare, alla luce quindi anche degli ultimi aggiornamenti, che la strada da percorrere sia ancora abbastanza lunga.

Del resto dall'inizio della crisi (praticamente dal dicembre 2007) i posti di lavoro persi sono finora stati ben oltre i 7 milioni. Anche negli ultimi mesi le difficoltà hanno interessato (e interessano) un po' tutti i settori: quello manifatturiero, edilizia, servizi alla produzione, il comparto dei beni produttivi (tra i peggiori), mentre solo nel settore della pubblica amministrazione (escludendo quelli minori) si registra un discreto aumento di posti.

Se il peggio veramente è passato, come molti tendono a far credere per rassicurare la popolazione, il meglio ancora sembra troppo lontano per brindare allo “scampato secondo pericolo”.

7 gennaio 2010

 

Previsioni per il 2010 secondo il metodo Bradley

Come di consueto pubblico le indicazioni temporali che nascono dallo studio del siderografo di Bradley e che dovrebbero identificare i cambiamenti, principali e secondari, nella tendenza del mercato per l'anno in corso. Ricordo che, per chi volesse approfondire il discorso in merito al funzionamento e all'attendibilità dello studio, esiste un'ampia documentazione facilmente consultabile in rete. Anticipando le eventuali domande in merito al suo utilizzo da parte mia (diverse e pervenute dopo la precedente pubblicazione) ribadisco che il sottoscritto lavora su altri elementi, come più volte detto in queste pagine, motivo per cui non tengo conto delle indicazioni qui pubblicate, nè come strategia nè come conferma, non negando tuttavia la possibilità che le stesse possano avere una qualche efficacia operativa.

 

Come sempre ricordo che il siderografo non ha come scopo quello di definire la direzione del mercato bensì indicare la possibilità che, alle date indicate, si verifichino dei cambiamenti più o meno sostanziali nel trend di fondo. Ciò significa che se il mercato è, in quel momento, rialzista, indica la possibilità che alla prima data utile si verifichi un cambiamento della tendenza con conseguente nuovo movimento ribassista. D fianco sono evidenziate numerose date: quelle inquadrate in rosso sono ritenute più importanti e, pertanto, potenzialmente in grado di identificare cambiamenti strutturali di una certa consistenza nell'andamento del mercato azionario, mentre le altre potrebbero rappresentare cambiamenti di minore importanza.

Ricordo, infine, che lo studio viene effettuato avendo come punto di riferimento, al fine di un suo potenziale utilizzo, il mercato azionario USA.

7 gennaio 2010

 

Ripresa o recessione? La parola agli esperti

La possibilità che l’economia degli USA possa incorrere in una seconda ondata critica che crei i presupposti per una seconda e ravvicinata recessione già a partire dalla seconda metà del 2010 è reale e realistica, almeno secondo quanto afferma il Nobel per l'economia Paul Krugman. L'analista la prevede, infatti, proprio per la seconda metà del 2010, quando le misure adottate come stimolo monetarie e fiscale si esauriranno naturalmente o saranno ritirate. Krugman, per questo motivo, invita governo e istituzioni a non ripetere gli errori che furono commessi nel 1937, durante la Grande Depressione del ventesimo secolo, quando la Fed ed il Presidente Roosvelt decisero che la crisi fosse ormai definitivamente superata e che fosse tempo, quindi, di ritirare sostegni alla crescita. Ciò lascerebbe un vuoto inaspettato ed incolmabile e creerebbe una soluzione di continuità nel sostentamento finanziario all’economia dagli effetti potenzialmente devastanti. 

Questa uscita fa eco, ma in senso peggiorativo e decisamente con una risoluzione più drasticamente negativa, a quanto accennato dal famoso e attendibile Nouriel Roubini già l’estate scorsa, verso la fine di agosto. Affermò, infatti, che probabilmente l'economia aveva toccato il fondo ed era destinata a risalire la china nella seconda metà del 2009, con modalità e velocità diverse a seconda dei Paesi. In alcune realtà come Francia, Germania, Cina, Giappone e Brasile, la ripresa era già in corso dall’inizio dell’estate, più o meno, mentre in altre tra cui Stati Uniti ed Italia, la fase recessiva si si sarebbe conclusa solo con la fine dell’anno (2009). Nonostante ciò le aspettative dell’economista erano per una crescita mondiale “anemica”, minata in particolare dalla debolezza del mercato del lavoro, dal momento che le aspettative sulla disoccupazione costituivano (e costituiscono) una soluzione ancora troppo negativa per la domanda. Roubini ha indicato come debito pubblico e pressione fiscale, in particolare, avrebbero potuto rappresentare un dilemma di non facile soluzione per i Governi nazionali: una scelta sbagliata, infatti, potrebbe costare cara alle possibilità di una ripresa in un futuro non troppo lontano, rimandandone gli effetti positivi di parecchio. Un altro fattore di rischio, sempre per l’economista, sarebbe rappresentato da un eventuale nuovo aumento significativo dei prezzi del petrolio e dei prodotti alimentari, oltre i limiti rispetto a quanto potrebbe essere giustificato dai fondamentali. Per Roubini difficilmente l'economia mondiale sarà in grado di fronteggiare un altro shock nel caso in cui la speculazione dovesse riportare le quotazioni del petrolio al di sopra dei 100 dollari al barile. Insomma, ripresa possibile e potenzialmente già in atto, ma rischi di una seconda recessione tutt’altro che scongiurati, almeno per ora.

L’articolo originale del più pessimista (tra i due) Paul Krugman, per chi fosse interessato, è stato pubblicato sul NY Times in data 3 gennaio ed è il seguente: 

“”Here’s what’s coming in economic news: The next employment report could show the economy adding jobs for the first time in two years. The next G.D.P. report is likely to show solid growth in late 2009. There will be lots of bullish commentary — and the calls we’re already hearing for an end to stimulus, for reversing the steps the government and the Federal Reserve took to prop up the economy, will grow even louder. But if those calls are heeded, we’ll be repeating the great mistake of 1937, when the Fed and the Roosevelt administration decided that the Great Depression was over, that it was time for the economy to throw away its crutches. Spending was cut back, monetary policy was tightened — and the economy promptly plunged back into the depths. This shouldn’t be happening. Both Ben Bernanke, the Fed chairman, and Christina Romer, who heads President Obama’s Council of Economic Advisers, are scholars of the Great Depression. Ms. Romer has warned explicitly against re-enacting the events of 1937. But those who remember the past sometimes repeat it anyway. As you read the economic news, it will be important to remember, first of all, that blips — occasional good numbers, signifying nothing — are common even when the economy is, in fact, mired in a prolonged slump. In early 2002, for example, initial reports showed the economy growing at a 5.8 percent annual rate. But the unemployment rate kept rising for another year. And in early 1996 preliminary reports showed the Japanese economy growing at an annual rate of more than 12 percent, leading to triumphant proclamations that “the economy has finally entered a phase of self-propelled recovery.” In fact, Japan was only halfway through its lost decade. Such blips are often, in part, statistical illusions. But even more important, they’re usually caused by an “inventory bounce.” When the economy slumps, companies typically find themselves with large stocks of unsold goods. To work off their excess inventories, they slash production; once the excess has been disposed of, they raise production again, which shows up as a burst of growth in G.D.P. Unfortunately, growth caused by an inventory bounce is a one-shot affair unless underlying sources of demand, such as consumer spending and long-term investment, pick up. Which brings us to the still grim fundamentals of the economic situation. During the good years of the last decade, such as they were, growth was driven by a housing boom and a consumer spending surge. Neither is coming back. There can’t be a new housing boom while the nation is still strewn with vacant houses and apartments left behind by the previous boom, and consumers — who are $11 trillion poorer than they were before the housing bust — are in no position to return to the buy-now-save-never habits of yore. What’s left? A boom in business investment would be really helpful right now. But it’s hard to see where such a boom would come from: industry is awash in excess capacity, and commercial rents are plunging in the face of a huge oversupply of office space. Can exports come to the rescue? For a while, a falling U.S. trade deficit helped cushion the economic slump. But the deficit is widening again, in part because China and other surplus countries are refusing to let their currencies adjust. So the odds are that any good economic news you hear in the near future will be a blip, not an indication that we’re on our way to sustained recovery. But will policy makers misinterpret the news and repeat the mistakes of 1937? Actually, they already are. The Obama fiscal stimulus plan is expected to have its peak effect on G.D.P. and jobs around the middle of this year, then start fading out. That’s far too early: why withdraw support in the face of continuing mass unemployment? Congress should have enacted a second round of stimulus months ago, when it became clear that the slump was going to be deeper and longer than originally expected. But nothing was done — and the illusory good numbers we’re about to see will probably head off any further possibility of action. Meanwhile, all the talk at the Fed is about the need for an “exit strategy” from its efforts to support the economy. One of those efforts, purchases of long-term U.S. government debt, has already come to an end. It’s widely expected that another, purchases of mortgage-backed securities, will end in a few months. This amounts to a monetary tightening, even if the Fed doesn’t raise interest rates directly — and there’s a lot of pressure on Mr. Bernanke to do that too. Will the Fed realize, before it’s too late, that the job of fighting the slump isn’t finished? Will Congress do the same? If they don’t, 2010 will be a year that began in false economic hope and ended in grief.””

By PAUL KRUGMAN - Published: January 3, 2010

7 gennaio 2010

 

2009 da dimenticare per Buffet?

Dopo un 2008 dal risultato non certo positivo (ma mitigato dal fatto di aver fatto meglio dell’indice generale), anche il 2009 si chiude con poche soddisfazioni per il miliardario americano considerato uno dei più grandi investitori di tutti i tempi (risultati alla mano).

Nel 2008, infatti, i ricavi si erano assestati a quota 107,786 miliardi di dollari, a fronte dei 118,245 del 2007 e i 98,539 del 2006, attestandosi dunque nel mezzo. Ne aveva invece risentito in modo deciso (negativamente parlando) l’utile per azione, che nel 2008 Buffett era sceso a  3,224 dollari dal ben più consistente di 8,548 dollari del 2007 e di 7,144 realizzato nel 2006. 

Lo scorso anno, invece, qualche nuovo investimento (principalmente nel settore ferroviario) e diminuzione del valore globale di portafoglio hanno fatto registrare alla società la peggiore prova degli ultimi dieci anni (sempre in confronto all'andamento generale del mercato USA).

Berkshire Hathaway, l'azienda di Buffett, ha infatti guadagnato un misero 2.7% nel 2009, performance decisamente inferiore rispetto al +23% realizzato invece dall'indice Standard & Poor’s 500; è, dunque e come appena citato sopra, la peggiore prova annuale dal “crollo” di circa il 20% realizzato nel 1999, quando i listini avevano invece fatto un balzo del 20%. Nonostante ciò la valutazione di Berkshire e' riuscita a battere l'indice in ben 15 occasioni negli ultimi 22 anni, situazione che, almeno per ora, gioca ancora e nettamente a favore del grande investitore americano.

Questo il portafoglio

TITOLO INVEST. IN MIL. DI $ % DI PORTAFOGLIO

Coca-Cola (KO)

200.0

18.99%

Wells Fargo (WFC)

313.4

15.62%

Burlington N. S. Fe (BNI)

76.8

10.84%

Procter & Gamble (PG)

96.3

9.87%

American Express (AXP)

151.6

9.09%

Kraft Foods Inc. (KFT)

138.3

6.42%

ConocoPhillips (COP)

57.4

4.59%

Johnson & Johnson (JNJ)

36.9

3.98%

Wal-Mart (WMT)

37.8

3.28%

Wesco F. Corp. (WSC)

5.7

3.28%

US Bancorp (USB)

69.0

2.67%

Washington P. Co. (WPO)

1.7

1.43%

Moody's Corp. (MCO)

39.2

1.42%

Union Pacific Corp. (UNP)

9.6

0.99%

Nike Inc. (NKE)

7.6

0.87%

M&T Bank Corp. (MTB)

6.7

0.74%

Costco (COST)

5.3

0.52%

USG Corp. (USG)

17.1

0.52%

Ingersoll-Rand (IR)

7.8

0.42%

Comcast (CMCSK)

12.0

0.34%

CarMax Inc. (KMX)

9.0

0.33%

Nalco Holding Co. (NLC)

9.0

0.33%

NRG Energy, Inc. (NRG)

6.0

0.30%

WellPoint Inc. (WLP)

3.4

0.28%

Nestle S.A. (NSRGY.PK)

3.4

0.26%

Sanofi-Aventis (SNY)

3.9

0.26%

Lowe's (LOW)

6.5

0.24%

General Electric (GE)

7.8

0.23%

Torchmark Corp. (TMK)

2.8

0.22%

Republic S. Inc. (RSG)

3.6

0.17%

Iron Mountain Inc. (IRM)

3.4

0.16%

Exxon Mobil (XOM)

1.3

0.15%

Unitedhealth Group(UNH)

3.4

0.15%

Bank of America (BAC)

5.0

0.15%

Becton D. & Co. (BDX)

1.2

0.15%

Norfolk S. Corp. (NSC)

1.9

0.15%

United P.S. Inc. (UPS)

1.4

0.14%

Home D. (HD)

2.8

0.13%

SunTrust B. Inc. (STI)

3.1

0.12%

GlaxoSmithKline (GSK)

1.5

0.11%

Gannett Co. Inc. (GCI)

3.4

0.08%

Comdisco H.Co. Inc. (CDCO.OB)

1.5

0.02%

Travelers I. (TRV)

0.00027

0.001%

Qui l'andamento della società a 1 e a 5 anni.

Grafico daily                 Grafico weekly

7 gennaio 2010

 

Il mercato azionario

Il 2009 si è concluso positivamente dopo un avvio all’insegna del panico; i mercati azionari erano, infatti, sprofondati tra la fine del 2008 e l’inizio del mese di marzo del 2009, toccando livelli minimi critici con perdite, a seconda dell’indice azionario considerato, comprese tra il 50 ed il 75% rispetto ai massimi del 2007. In parte a causa di questo possibile eccesso di ribasso (se considerati i tempi di raggiungimento dei minimi in questione) ed in parte per le misure attuate da Fed e dalle altre Banche Centrali (immissione di liquidità sui mercati) insieme alle politiche fiscali fortemente espansive dei principali governi mondiali hanno consentito l’avvio di un valido recupero, tra marzo e la fine dell’anno, con percentuali che vanno, dai minimi di marzo, dal +63% del Dow Jones Industrial al +81% del Nasdaq Composite per quanto riguarda i mercati americani, altrettanto bene per gli altri mercati internazionali.

Ne consegue che, anche su base annuale, i listini hanno beneficiato di questo lungo e deciso rally, chiudendo il 2009 con rialzi diffusi dell’ordine del 20-30% a seconda del mercato considerato. Vista così, la situazione generale, potrebbe dunque sembrare particolarmente positiva e far credere che il peggio sia passato e la crisi sia, ormai, solo un brutto ricordo. In realtà, qualora anche fosse così, è possibile che per uscire in modo definitivo da questa crisi economico-finanziaria serva più tempo e migliori interventi, strutturali e, per questo, duraturi, mentre quelli attuati negli ultimi mesi appaiono, più che altro, come importanti e validi ma solo per arginare gli effetti negativi di una situazione a tratti drammatica. E’ possibile, proprio per questa ragione, che nei prossimi 12-18 mesi i mercati possano vivere di alti e bassi, anche se, almeno nel medio periodo, si potrebbe assistere ad una tendenza generalmente rialzista proprio sull’onda di buone notizie e positività generale degli investitori, generatasi in buona parte dagli ultimi rialzi sui listini mondiali; ma, nel lungo periodo, meglio navigare ancora in acque più tranquille o, in alternativa, limitarsi ad una operatività di durata temporale non eccessiva.

Da notare un paio di cose interessanti.

L’ampiezza dei rialzi, pur consistente, deve tuttavia essere vista alla luce di una realtà dei fatti che coinvolge gli avvenimenti più o meno recenti: nonostante il +60-70% dai minimi e il +20-30% su base annua, il valore dei listini è tornato niente più che sui livelli del settembre 2008 e precedenti il fallimento della Lehman Brothers, evento che aveva dato inizio al grande ribasso sviluppatosi nelle due ondate successive di panic-selling di fine 2008 e di inizio 2009, culminato, appunto, nella prima parte del mese di marzo.

Osservando i grafici dei mercati azionari mondiali negli ultimi 10/15 anni, con particolare riferimento a sia USA ed Europa, si nota come, in ambito dell’analisi di lungo periodo, tali mercati mostrino una tendenza abbastanza laterale, restando però abbondantemente negativi se si considerano i massimi di inizio 2000. Insomma, inizio di una nuova fase toro o semplicemente rally in un mercato orso di ampia durata temporale, la cosa sicura è che di strada da fare per permettere ai listini di tornare agli “antichi” splendori ce n’è ancora molta da fare.

Per specifiche sul tema si possono guardare precedenti articoli in questa sezione, alcuni dei quali correlati al mercato azionario giapponese.

5 gennaio 2009

 

La Black List per il nostro mercato

La “black list” è una lista di società indicate dalla CONSOB come aziende a rischio (in un conclamato stato di crisi economico finanziario per le quali è contemplato il rischio di continuità operativa della struttura aziendale). Tutti gli anni, nel primo numero di gennaio della newsletter pubblicata dall’organo di controllo, oltre alle indicazioni dell’attività svolta nel precedente anno di attività, vengono dunque indicate le situazioni maggiormente a rischio sul nostro mercato azionario.

Attualmente sono 19 le società (quotate sul mercato, ovviamente) in conclamata crisi aziendale che risultano dunque inserite nella lista; su richiesta della CONSOB dovranno quindi fornire informazioni finanziaria contabili periodiche (mensili) mediante la diffusione di comunicati stampa mensili relativi ad una serie prefissata di informazioni standard, tra cui la posizione finanziaria netta, le posizioni debitorie scadute, i rapporti verso parti correlate.

Le società in questione sono:

Antichi Pellettieri - Arena -  Bee Team - Eurofly - Eutelia - Everel Group – Finarte - FCD.MI -  Fullsix - Giovanni Crespi - I Viaggi Del Ventaglio- K.R.Energy - Mariella Burani - Montefibre - Omnia Network - Snia - Socotherm - Tas - Tiscali - Trevisan Cometal.

L’informazione può chiaramente tornare utile a tutti coloro che si apprestano ad investire sui mercati azionari nostrani: lo speculatore potrebbe tentare sortite a rischio elevato che, al contempo, potrebbero riservare interessanti ritorni in caso di esito positivo di una o più operazioni societarie presenti o future; l’investitore cassettista dovrebbe, invece, tenere ben presente il maggior rischio operativo legato alla situazione aziendale dell’azienda quotata.

5 gennaio 2010

 

Crisi economica: tassi e dollaro nell'ottica FED

La FED sta avviando una politica destinata, a detta del suo più importante rappresentante, a fare da guida alle nuove regolamentazioni atte ad evitare, in futuro, il ripetersi di bolle speculative e conseguenti crisi economiche come quella che stiamo vivendo e generata, appunto, dal crollo del sistema che teneva in piedi il settore immobiliare USA. E proprio Bernanke, nell’ultima delle sue audizioni, ha respinto le accuse mosse alla FED secondo le quali i tassi di interessi troppo bassi e per così tanto tempo abbiano potuto generare un eccesso di fiducia e creato i presupposti per il boom delle speculazioni immobiliari; accuse infondate, secondo lo stesso Presidente, dal momento che le interconnessioni tra basso costo del denaro ed estrema espansione del mercato immobiliare sono, secondo lui, troppo poche e solo marginali (mah!). Questo un suo passaggio:

"Bisogna compiere ogni sforzo per rafforzare le nostre regole, prevenire una nuova crisi ed ammortizzarne gli effetti. Se non saranno varate riforme adeguate, o le stesse si dimostreranno insufficienti a impedire l'accumulo di rischi finanziari, dovremo essere consapevoli della possibilità di usare la politica monetaria come strumento".

Il che significa che la legislazione, in materia finanziaria e per tutti quei settori che, fuoriusciti dal controllo negli ultimi anni, hanno causato una delle peggiori crisi economiche della storia, è destinata a cambiare e, in taluni casi, anche drasticamente (non che non fosse cambiata nelle precedenti crisi; ma, si sa, in caso di bisogno le leggi si possono abrogare, modificare, ridefinire ecc., cosa che è successa anche negli ultimi anni e, speriamo, a cose fatte non succeda anche in futuro!). Ma anche, sempre interpretando le parole di Bernanke, si potrebbe assistere ad un rialzo dei tassi nei prossimi mesi. Sempre, ovviamente, con un occhio ai prossimi ed imminenti dati macroeconomici: dopo quattro trimestri in perdita l'economia americana, nel 2009, è tornata in crescita nel terzo trimestre. E’ però evidente come, in gran parte, la ripresa sia legata agli incentivi governativi per l'acquisto di immobili e auto; il miglior test giungerà dunque quest'anno, una volta che gli incentivi saranno terminati.

Tale situazione potrebbe correlarsi, direttamente e indirettamente, alla questione “Dollaro USA”: la Fed, mantenendo i tassi d'interesse a questi livelli da dicembre 2008, dopo averli diminuiti progressivamente dal 3,5% del gennaio dello stesso anno, ha contribuito alla discesa inevitabile e ineluttabile del dollaro, storicamente connesso, almeno in parte delle sue componenti di valore, ai bassi tassi d'interesse, che a loro volta sono legati all'enorme espansione fiscale Usa, cioè all'enorme immissione di liquidità da parte dello Stato e della Fed, in uno sforzo per mantenere in piedi il sistema finanziario.

Ora, però, le agenzie predisposte a gestire la crisi si trovano in evidente difficoltà: il valore dei titoli del debito pubblico sfiora i 12 mila miliardi di dollari mentre il deficit ha superato l'11% del Pil ed il denaro assegnato a queste agenzie per far fronte ai problemi economico-finanziari nazionali tramite l’immissione di liquidità nel sistema si è decisamente ridotto di oltre l’80%, situazione che indica la quasi impossibilità a far fronte ad eventuali nuove ondate di negatività.

Si aggiungano queste situazioni: nuovo aumento di valore delle materie prime quotate in dollari ed il petrolio che ha toccato, di recente, i 70 dollari al barile; l'oro si è nuovamente rivalutato riacutizzando il suo ruolo di bene rifugio ai danni del sempre più debole dollaro, mentre l’inversione dei flussi di investimento finanziari derivanti dalle aree con surplus della bilancia dei pagamenti sta creando nuove preoccupazioni per un pronto recupero dell’economia USA.

In definitiva: penso che gli sforzi ci siano ma, a mio parere, verranno profusi nella loro massima espressione non tanto a breve ma solo dopo che sarà evidente e più chiara la portata degli effetti di questa depressione economica. E’ una mia sensazione quella che mi induce a pensare che le istituzioni non si sentano molto sicure sulla fine realistica di questa crisi, nonostante i segnali da più direzioni mirino a tranquillizzare mercato nazionale ed internazionale. Per questo, qualora fosse realmente tale la situazione generale, sarebbe plausibile che ogni risorsa destinata a permettere il recupero del sistema economico USA fosse risparmiata per entrare a far parte di un “pacchetto” imponente e necessario da sviluppare, progressivamente, da ora e fino al momento, più in là nel tempo, in cui la macchina istituzionale americana sarà in piene forze per ripristinare un sistema efficiente in un mercato nuovamente competitivo.

4 gennaio 2010

 

Il Brasile scalpita

Il Brasile è stato uno degli ultimi dei Paesi, se non proprio l’ultimo, a subire la crisi finanziaria globale che ha caratterizzato l’andamento delle economie mondiali negli ultimi due anni e oltre. Dai dati macroeconomici resi pubblici, inoltre, sembra che lo stesso sia già in procinto non solo di uscirne, dunque in anticipo rispetto agli altri Paesi che ben prima ne erano entrati, ma addirittura in modo molto più convincente.  Mentre solo un decennio fa o poco più una crisi del genere avrebbe fatto crollare la fragile struttura economica nazionale, oggi la stessa è stata molto ben sopportata dal sistema economico e finanziario brasiliano, a tal punto che, dopo questo periodo e se le cose continueranno su questa strada, il Brasile potrebbe riuscire a collocarsi nel gruppo delle superpotenze economiche mondiali, con margini di crescita, tra l’altro, decisamente più interessanti di molti altri di questi Paesi, ponendosi dunque anche un ambizioso obiettivo di crescita economica così come rilevabile, per esempio, in nazioni quali l'India ed alla rincorsa della Cina (per ora, comunque, sempre ben distante e difficilmente raggiungibile).


Meriti e cause di questa ripresa sono molteplici e, alla luce dei fatti, ben congeniate. Il lungimirante, anche se faticoso, percorso messo in atto da più di dieci anni, a partire dall'introduzione del programma Real sta cominciando finalmente a dare i suoi buoni risultati; il risanamento del debito pubblico così come l'azzeramento dei debiti esteri, la durissima lotta per il mantenimento del controllo dell'inflazione perseguita con tassi di interesse altissimi, hanno infine permesso al Brasile di indirizzare ogni sforzo nella giusta direzione, avendo come risultato il riconoscimento delle condizioni più o meno ideali per raggiungere finalmente una buona condizione di stabilità economica grazie ad una ottimale crescita sostenibile. Le critiche rivolte al governo brasiliano in tutti questi anni di voler soffocare la crescita economica con una politica di tassi di interesse troppo elevati si sono rivelate assolutamente sbagliate e completamente fuori luogo.
 

Sintomatico di questa nuova situazione decisamente positiva è il fatto che, ultimamente, è il Brasile a prestare i soldi al FMI, così come a farsi sentire, a livello mondiale, sui nuovi, presunti o effettivi, equilibri geopolitici. A differenza dei flop, o quasi, a seconda dei casi, delle economie in rapidissima quanto instabile ascesa (Ucraina e Ungheria, per esempio), il Brasile ha saputo riorganizzare nei tempi dovuti e con piani programmatici interessanti e costruttivi la propria economia, rendendola molto interessante ed espansiva e creando le basi per lavorare da ora in avanti per renderla altrettanto solida. A differenza di quanto succede oggi nel mondo ad altre economie considerate emergenti e promettenti, non ultima Dubai, il Brasile, spesso eccessivamente sottovalutato e poco conosciuto anche per la sua distanza dalla zona Euro, ha risposto a questa crisi con i fatti e con la solidità tipica di un paese che ha costruito tale solidità negli anni. Il che potrebbe farne uno delle principali economie dei prossimi 20/30 anni; certo è che il difficile potrebbe arrivare ora nel dover non solo mantenere tale solidità acquisita ma anche, inevitabilmente, continuare a sostenere coi fatti le prospettive di crescita economica in futuro.

Un dato a sostegno di quanto detto sopra: 

nonostante il rallentamento dell'economia brasiliana, dovuto in particolare alla diminuzione delle esportazioni ed al crollo dei prezzi nelle materie prime, il Brasile, secondo le stime governative, riuscirà a produrre oltre 700.000 nuovi posti di lavoro nel corso del 2009; e, in una situazione critica  livello mondiale per il mercato del lavoro, è lecito parlare di ottimo risultato. Questo perché. In particolare, iI consumi interni hanno compensato la caduta delle esportazione, ed ora che le materie prime stanno tornando a valorizzarsi ci si dovrebbe attendere un nuovo ciclo di forte crescita economica. Il Real, svalutatosi fino a qualche mese fa, si sta ora riportando rapidamente sui livelli precedenti la crisi, lasciando intravedere la sua forza ed il suo potenziale di valorizzazione nei prossimi anni.

Un vantaggio nel medio periodo: 

le analisi prospettiche dell’impatto della Coppa del mondo del 2014 portano alla previsione di creazione di nuova ricchezza, tra diretta e indotto, oltre 200 miliardi di dollari, certamente un ottimo “aperitivo” in attesa delle Olimpiadi del 2016 .

Qui sotto il grafico del mercato azionario principale che riassume bene la ripresa degli indici di pari passo a quello dell'economia, ripresa che, su entrambi i fronti, si sta dimostrando assai più forte della media mondiale.

7 dicembre 2009

 

 

La scelta degli investimenti ad opera di W. Buffet

Da sempre il metodo di investimento di W. Buffet, ritenuto uno dei più grandi investitori di tutti i tempi, si avvale di parametri oggettivi da verificare per tutte le aziende sulle quali vuole investire; solo dopo aver superato l’”esame” il titolo entra a far parte della lista di investimento del suo fondo. 

In pratica:

1) La dirigenza deve aver dato prova di saper gestire, nel tempo e razionalmente, il denaro degli azionisti

Trattenere gli utili o distribuirli agli azionisti, secondo Buffett, è un fattore di valutazione molto interessante: nel caso in cui i manager avessero le possibilità di far rendere i soldi meglio di quanto la media dei rendimenti di mercato riuscisse a fare per gli investitori, allora potrebbero decidere di trattenere gli utili. Nel caso in cui non abbiano questa possibilità dovrebbero distribuirli agli azionisti sotto forma di dividendi  o sotto forma di nuove azioni. La classe dirigente di un’azienda è uno dei fattori chiave per la bontà dell’azienda stessa ed il loro comportamento ne è una discriminante assoluta, secondo Buffet.

2) L’azienda deve aver incrementato, più o meno costantemente nel tempo, i guadagni dei suoi azionisti permettendo sempre una buona distribuzione di utili

Il cash flow di un’azienda viene calcolato a WS come guadagni operativi (1) più spese di deperimento (2) . Secondo Buffett è un indicatore incompleto, al quale bisogna aggiungere i reinvestimenti di capitale richiesti dal business (3), definito da Buffett come “l’ammontare medio delle spese per impianti ed equipaggiamenti che il business richiede per il mantenimento di una posizione competitiva di lungo periodo”. Il nuovo indicatore usato al posto del cash flow, che Buffet chiama “owner earnings” sarà quindi (1)+(2)-(3). Quando (2) e (2) sono diversi, anche il calcolo tra cash flow e owner earnings sarà diverso, cosa che succede per la maggior parte delle attività economiche. Quando (3) è superiore a (2) l’analisi del cash flow sovrastima il reale valore dell’azienda. Quindi occorrerà fare attenzione a tutte quelle aziende che richiedono grosse spese ricorrenti per il rinnovo degli impianti per mantenersi competitive sul mercato.

3) Al momento dell’investimento la quotazione dell’azienda sul mercato dovrebbe essere almeno il 25% inferiore al valore reale dell’impresa.

Buffet parte dal presupposto che un errore nelle stime di valutazione economico-finanziaria di un’azienda sia possibile, situazione che, qualora si verificasse,  rischierebbe di vanificare il risultato dell’investimento stesso (almeno per un certo periodo di tempo). Buffett usa il suo “margine di sicurezza” del 25% per ridurre questo rischio. Se ad esempio la stima sarà sbagliata del 10% in eccesso, Buffett manterrà un ritorno comunque adeguato, se la stima sarà corretta, o sbagliata per difetto, il ritorno sarà comunque interessante.

4) La dirigenza deve aver dato prova di saper contenere i costi, oltre a saper far fare profitti all’azienda.

Ogni volta che un’azienda annuncia un piano di ristrutturazione per tagliare i costi, per Buffett è segno che l’azienda fino a quel momento ha avuto degli sprechi e ha speso i soldi degli azionisti non razionalmente. Motivo per cui potrebbe non essere adatta ad un investimento a lungo termine.

5) L’azienda non deve essere eccessivamente gravata di debiti.

E’ un parametro importante e quasi scontato ma, a differenza di quanto dovrebbe succedere, non così frequentemente rispettato tra le società quotate. Le imprese possono aumentare il loro ritorno sui mezzi propri aumentando il rapporto tra il debito di lungo periodo e i mezzi propri. Però, secondo il grande investitore americano, un buon business deve essere in grado di guadagnare un buon ritorno senza l’aiuto della leva dei debiti, i quali devono rimanere ridotti entro limiti di sicurezza in rapporto al cash flow generato. Le imprese da considerare sono quelle in grado di avere un buon ritorno senza eccessivo indebitamento.

6. L’azienda deve aver mantenuto, nel tempo, una buona performance sul capitale proprio.

Il rapporto utili per azione di per sé non è considerato da Buffett un valido indicatore. Siccome ogni anno le aziende distribuiscono agli azionisti solo una parte degli utili, non c’è niente di particolarmente esaltante in un aumento del 10% dell’utile per azione se nel frattempo la base di capitale è aumentata del 10%. Buffett preferisce considerare quelle aziende che hanno nel tempo mantenuto un ottimo return on equity, cioè il ritorno sul capitale investito.

7)  La dirigenza deve riuscire nell’intento principale di creare realmente valore a favore degli azionisti

Le aziende ogni anno decidono quanta parte dell’utile netto, qualora ci fosse, debba essere distribuito come dividendo agli azionisti. Il non distribuito viene trattenuto dall’azienda. Se la parte trattenuta è impiegata bene, il mercato nel lungo periodo lo evidenzierà ed il valore del titolo aumenterà di conseguenza. Viene valutato quindi il buon uso del dividendo trattenuto dall’azienda stessa: secondo Buffett sono da considerare quelle aziende che per ogni dollaro trattenuto abbiano creato almeno un dollaro di maggiore capitalizzazione di mercato del titolo.

24 novembre 2009

 

Fonti rinnovabili: l'energia solare

L’ energia solare riguarda forme di energia, termica o elettrica, ottenuta direttamente dal calore emanato dai raggi solari. Lo sfruttamento di questo tipo di energia avviene, quindi, attraverso tre metodi principali: termico, fotovoltaico e termodinamico.  

Il primo (termico) è quello ormai più comunemente conosciuto ed utilizzato da anni e funziona attraverso il riscaldamento a mezzo pannello di un fluido (ad opera appunto dei raggi solari); il fluido trasferisce quindi il calore accumulato all’acqua in un boiler ed il gioco è fatto.

Il solare fotovoltaico utilizza, appunto, le cosiddette “celle fotovoltaiche” e, attraverso le stesse, genera direttamente energia elettrica.

Il termodinamico utilizza specchi parabolici che concentrano il calore solare su un tubo posto nel fuoco ed attraversato da un fluido che si riscalda e viene in un secondo momento raccolto in un serbatoio di accumulo. Tramite uno scambiatore viene generato vapore che permette di azionare una turbina, la quale, tramite un alternatore, produce energia elettrica. 

La produzione di energia elettrica e di calore, tramite gli impianti preposti a farlo, in Europa è in costante aumento da anni, facendo notare anche una decisa accelerazione negli ultimi tempi. Le motivazioni che hanno portato (e continuano a farlo) a considerare attentamente questa opportunità, nonché ad agire in modo concreto e deciso come in effetti si sta facendo, sono sicuramente molteplici. Vediamone qualcuno. 

Negli ultimi due anni si è assistito ad un progressivo quanto smisurato aumento dei prezzi petroliferi, culminati, almeno per ora, con i massimi realizzati poco sotto 150 $ al barile e che, attualmente, si muovono verso i 70 $.

Le continue tensioni che si manifestano sia in Medio Oriente che, come di recente, tra Russia e Georgia e che minano la sicurezza dei trasferimenti di materiale energetico, creano consueti e giustificati allarmismi che richiedono, ormai da tempo, una o più soluzioni alternativi o, almeno complementari e supplementari.

L’inevitabile  riduzione delle materie prime attualmente usate che, se non proprio dietro l’angolo, appare però cosa inevitabile, seppure fra parecchi decenni, presumibilmente.  

L’effetto serra e le sue complicazioni sul nostro clima, uno dei problemi che, da qualche anno a questa parte, sta preoccupando ormai non solo gli scienziati ma anche I governi.  

In Europa lo sviluppo sta dunque assumendo proporzioni molto interessanti: chiaramente non in merito all’attuale concentrazione di impianti ma, piuttosto, alla rapidità della creazione e della distribuzione degli stessi, condizione che porta ad aumenti percentuali nel settore che superano il 100% su base annuale, segnale che, sin da oggi, il problema energetico, oltre ad essere molto sentito, sta finalmente proponendo alternative valide ed interessanti allo storico (e che forse non tramonterà mai, almeno fino alla fine della materia prima nel sottosuolo) fattore petrolio. 

L’Italia non è tra i paesi comunitari all’avanguardia nel settore dell’energia solare, nonostante lo sviluppo dell’impiantistica stia mostrando una buona accelerazione. Questo potrebbe però cambiare, almeno si spera, considerando anche il fatto che, tra i Paesi europei, siamo quello che, per posizione geografica, può vantare una delle migliori insolazioni medie. Da noi, al momento, solo il solare fotovoltaico, grazie alle incentivazioni statali del conto energia durante gli ultimi anni, ha avuto un buon incremento ed una buona diffusione (+150% circa nel corso dell’ anno precedente). Al primo posto, nel vecchio continente, vi è indubbiamente la Germania, la quale ha fatto (e sta continuando anche attualmente) ingenti investimenti nel settore, a dimostrazione che, tanto le aziende quanto I governi, credono che direzione intrapresa anni orsono possa portare ad una rivoluzione con risvolti interessanti e vantaggiosi sotto I molteplici profili esaminati sopra. La Spagna è uno di quei Paesi che, nonostante ancora si trovi a diverse lunghezze dalla capofila, da almeno un paio d’anni sta aumentando progressivamente gli investimenti e favorendo la diffusione degli impianti ad energia solare. 

Negli altri Paesi oltreoceano? 

Negli USA, a parte una certa diffusione più o meno in linea con lo sviluppo europeo, già a metà dello scorso anno si è discusso di un imponente piano pluriennale con investimenti molto elevati nel settore, al fine di portare, entro 30/40 anni almeno, la maggior parte della creazione di energia termica ed elettrica sulle spalle dello sfruttamento solare. Il piano è ambizioso ma necessario, quanto veramente attuale ormai, ai giorni nostri, più per necessità che per esigenze di mercato.

Dando un’occhiata al maggiore degli emergenti, come ormai di consueto è d’obbligo fare quando si parla di sviluppo economico, risulta che, attualmente, la Cina è il più grande produttore nel mercato mondiale di impianti per la produzione di energia solare, oltre ad essere il più grande centro manufatturiero di pannelli solari. La sua struttura, nel settore, è adesso la più avanzata al mondo relativamente a dimensioni, condivisione della fascia del mercato per la tecnologia e per le aziende produttive. L’impiego di energia solare in Cina è ormai un esempio dello sviluppo dell’energia rinnovabile.


Stiamo inoltre parlando del secondo maggior paese produttore di energia al mondo, con un consumo pro-capite, invece, inferiore alla media internazionale.

 La dipendenza dalle fonte di energia tradizionali non sono tuttavia in grado di soddisfare la domanda dell’economia in continua, costante e rapida crescita del Paese, motivo per cui lo sviluppo di nuove fonti di energia è ritenuto l’atteggiamento migliore possibile per risolvere la crescente domanda di energia e per evitare danni irreparabili all’ambiente. Si auspica (cosa possibile visto l’impegno attuale) che l’uso dell’energia solare in Cina possa raggiungere un terzo del consumo nazionale totale di energia. 
Il settore dell’energia solare in Cina ha visto la sua espansione e innovazione nel giro di dieci anni ed è adesso il più avanzato al mondo relativamente a dimensioni, condivisione della fascia del mercato tecnologia base e aziende produttive.

 

Secondo gli scienziati studiosi della materia, la positiva evoluzione è alla nostra portata, a livello mondiale ed in tempi ragionevoli, considerando l’urgenza a anche e soprattutto di difendere il nostro pianeta. Ritengono, tuttavia, che l’ostacolo maggiore (e realistico) per la realizzazione di questo piano a livello mondiale, possa essere la mancanza di una reale volontà politica nonché dell’apporto necessario a fare pressioni proprio sulla politica stessa da parte dell’opinione pubblica; pubblico che non è ancora pienamente consapevole che questa operazione così come le altre fonti rinnovabili possano davvero sostituire definitivamente i combustibili fossili

 

18 novembre 2009

 

Il signoraggio, questo sconosciuto

Qualche richiesta di spiegazioni su come la penso in merito al signoraggio mi è giunta da tempo, motivo per cui ho buttato giù due righe in merito. Preciso, però, che questo non corrisponde a "quello che penso io", ma a quello che i fatti ed i documenti, che chiunque può verificare, dimostrano. Infatti, i dubbi sollevati, sono proprio relativi a letture che indicherebbero il signoraggio (bancario) come un vero e proprio complotto per mettere la società ai piedi dei "potenti". Se poi un giorno spiegassero chi sono, dove sono e cosa fanno tutto il giorno questi potenti il cui intento principale sarebbe quello di sottometterci... non sarebbe male. Intanto, da quello che ho capito, invece di godersi la vita passano il tempo a pensare a noi! Contenti loro!! Ma non vado oltre, questo è un sito economico-finanziario e dunque lascerò ad altri queste diatribe.

La Banca d'Italia definisce il signoraggio in questo modo:

“l'insieme dei redditi derivanti dall'emissione di moneta. Con riferimento all'euro il reddito da signoraggio generato dall'emissione della moneta è definito come reddito originato dagli attivi detenuti in contropartita delle banconote in circolazione e viene ricompreso nel calcolo del reddito monetario che, secondo l'articolo 32.1 dello Statuto del SEBC, è Il reddito ottenuto dalle Banche Centrali Nazionali nell'esercizio delle funzioni di politica monetaria del Sistema Europeo delle Banche Centrali.”

Prima di entrare nell’argomento direi di fare una premessa che sarebbe bene considerare sempre per evitare di cadere in grossolani errori che portano quasi sempre a considerazioni erratiche o a conclusioni che, troppo spesso, rischiano di allontanare dal vero nocciolo della questione. L’argomento è la funzione della moneta nel bilancio di una banca centrale (da ora BC).

La BC emette moneta incamerando titoli di debito che, in buona parte dei casi, riguardano titoli di stato e, meno frequentemente ma comunque possibile, consistono di titoli emessi da banche o da altre aziende private. Qualora ci si riferisca ai titoli di stato, gli stessi vengono “ri-acquistati” dalla BC dai precedenti acquirenti che, per fare cassa e rifinanziare le proprie attività, li cedono per realizzare.  Questo significa che quando la BC acquista titoli da una banca ordinaria che li possiede (direttamente o per conto terzi), l’acquisto viene registrato in dare di una voce che appartiene allo stato patrimoniale della banca centrale, mentre in avere di una voce allo stato patrimoniale si registra il debito nei confronti della banca ordinaria. Questa, quindi, registrerà un’opposta scrittura contabile. Il regolamento della transazione può avvenire tramite versamento di banconote oppure a mezzo apertura di credito in conto a suo favore. Ai giorni nostri la buona parte di tali contrattazioni avviene esattamente con contropartita in apertura di credito, appunto, quindi con limitata circolazione reale di banconote.

La BC rientra in possesso della moneta o al momento della scadenza dei titoli in possesso o all’atto della vendita anticipata degli stessi; tale rientro di moneta, generalmente, viene utilizzata per acquistare nuovamente titoli, perpetuando il processo appena descritto. Fa eccezione la situazione in cui la BC ritenesse opportuno ridurre la quantità di moneta in circolazione; essendo, la stessa, strumento oggi indispensabile al funzionamento della struttura economica della società, spetta alla BC la decisione di aumentare, diminuire o lasciarne invariato il quantitativo in circolazione.

Fine della premessa.

In origine il metallo prezioso costituiva il reale fondamento delle monete coniate e distribuite; qualora si disponesse di tale metallo era dunque possibile ottenerne la trasformazione in monete presso la zecca di stato, la quale sottraeva una percentuale del metallo stesso a titolo di compenso a favore del sovrano in carica. Il signoraggio consisteva dunque in questa differenza a titolo di imposta sulla coniazione delle monete; tale imposta, depurata dei costi per l’operazione in sé, veniva dunque utilizzata per la spesa pubblica.

Tale sistema fu progressivamente abbandonato con la crescita degli scambi economici e commerciali, talmente elevata che richiese, da un certo momento in poi, lo svincolo dell’emissione di moneta dalle riserve auree e la possibilità delle banche centrali di regolarne il flusso in base alle esigenze finanziarie ed economiche dei vari Paesi. 

Attualmente, in Europa, il reddito da signoraggio viene incassato dai paesi membri per il conio delle monete, e dalla (BCE) che emette le banconote in condizioni di monopolio. Tali redditi sono poi ridistribuiti dalla BCE alle banche centrali nazionali in ragione della rispettiva quota partecipazione (per la nostra è circa il 15%). I singoli stati, tra i quali la Stato Italiano, incassano reddito derivante dal diritto di emettere monete metalliche, dal quale devono sottrarre i costi per produrle (nel nostro caso il reddito è estremamente modesto).

Occorre dunque distinguere il reddito derivante dall’emissione in esclusiva di moneta in due categorie: il reddito derivante dall'emissione di monete metalliche e quello derivante dall'emissione di altre forme di moneta. Mentre questo ultimo viene incassato dalla BC, quello derivante dall’emissione di monete metalliche è appannaggio dello Stato.

E, inoltre, mentre nel caso delle monete metalliche il reddito consiste nella differenza tra il valore nominale delle monete metalliche emesse e il costo per produrle, nel caso dell'emissione di banconote (o trasformato semplicemente e direttamente in aperture di credito) il reddito consiste negli interessi maturati sui titoli acquistati a fronte dell'emissione di moneta. Tali redditi, incamerati dalla banca centrale, servono a pagarne i costi e le imposte sull'emissione di moneta. Il reddito da signoraggio viene in parte incamerato dallo Stato che ha concesso alla banca centrale il diritto di emettere base monetaria in condizioni di monopolio.

Una parentesi di poche righe da spendere su un fenomeno che si potrebbe considerare anomalo. Quando un paese adotta una moneta straniera come valuta ufficiale al posto della propria rinuncia inevitabilmente al diritto di signoraggio. La sostituzione della moneta locale con un’altra, infatti, comporta la perdita da parte delle autorità monetarie dei guadagni relativi al signoraggio nel futuro per l’emissione di nuova moneta.

Un esempio riguarda, chiaramente, il dollaro: in molti Paesi, nel mondo, è in atto da tempo il cosiddetto fenomeno della dollarizzazione, il che fa sì che siano gli USA ad incassare i diritti di signoraggio a scapito dei Paesi stessi, anche se con alcuni di questi (per esempio il Sudafrica) esistono accordi particolari per il rimborso, in parte o in toto, dei suddetti diritti.

Errate concezioni sul signoraggio

La considerazione più errata, per non dire stravagante e che, comunque, rientra nella media delle enunciazioni dei soliti complottasti incalliti che infarciscono le pagine del web, riguarda il fatto che la banca che emette moneta (in senso lato) lucrerebbe sulla differenza tra il costo di stampa ed emissione e il valore nominale. Per esempio, per una banconota da 500 euro che costa una manciata di centesimi, la quasi totalità della cifra stampigliata sulla banconota sarebbe il guadagno dell’emittente, e la stessa cosa per tutte le banconote emesse. Altro esempio: Se prendiamo una banconota da 50 euro, vi raccontano, abbiamo in mano un pezzo di carta che costa 30 centesimi; venduta a 50 euro la banconota farebbe guadagnare 49 euro e 70 centesimi alla Banca Centrale e ai suoi azionisti. Soldi che finirebbero nelle tasche dei banchieri centrali, invece di pagare i costi dello Stato o di essere distribuiti alla popolazione. In realtà questa è una bufala più che colossale: questo tipo di considerazione, infatti, si addice alla condizione di produzione ed emissione della moneta (moneta nel vero senso della parola, come per esempio 1 o 2 euro) ma certamente non per quanto riguarda le banconote.

Infatti, la BC non vende banconote, le emette (banconote per oltre 10 miliardi di euro l'anno). Se le vendesse, nel conto economico troveremmo la voce “ricavi da vendita di banconote” per oltre 10 miliardi di euro l'anno. Invece non succede e lo si può tranquillamente verificare, se non ci si fida! Semplicemente la BC non vende moneta, come detto sopra, non stiamo parlando di pere o pane o sigarette, ma di uno strumento che va nelle mani dei cittadini che la usa per scambi commerciali ecc., direi di non dilungarci oltre.

Se invece, come vogliono far credere, la BC vendesse le banconote, paradossalmente non potrebbe aumentare la quantità di moneta in circolazione. Infatti se la Banca “vendesse” una banconota da 50 euro, incassando 50 euro o quasi dalla vendita, da una parte immetterebbe monete e dall'altro la ritirerebbe dal mercato; sarebbe un’operazione assolutamente sterile e che quindi non modificherebbe, se non per cifre irrisorie (i famosi 30 cts su 50 euro di nominale) la quantità di moneta che circola nell'economia e dunque la BC nemmeno avrebbe motivo d'esistere.

Qualcuno, allora, obietta che la BC incasserebbe le banconote distribuendole come utili ai propri azionisti; a parte il fatto che i dati di bilancio evidenziano il contrario (ma sicuramente obietterebbero, nuovamente, che si possono falsificare i dati, soprattutto da parte di un’istituzione di quel calibro!!) e indicano chiaramente che la moneta viene utilizzata, prevalentemente, per comprare titoli di Stato. Quindi, è evidente a cosa serve la moneta e, se ne creasse più di quanto dichiarato, si verificherebbe un aumento costante e sproporzionato del credito bancario e dell'inflazione. Perciò se fosse vera la frottola secondo cui le Banche Centrali creano moneta in modo occulto ci accorgeremmo di ciò attraverso gli effetti: un aumento non giustificabile del credito, della domanda, e quindi dell'inflazione.

Perché alla fine, comunque la si veda, se le cose stessero come i sostenitori del cospirazionismo mondiale, ci sarebbe ormai in circolazione tanta di quella moneta da rendere la stessa inutilizzabile, senza valore, senza più nessuna ragione di utilizzo. E perché, la mettano come vogliono, indipendentemente dall’utilizzo che se ne possa fare, di tutti questi guadagni incamerati, in giro o su un conto o su qualche investimento dovrebbero pure andare, non potrebbero sparire; e se, invece, sparissero, allora di cosa si sta parlando??

In ultimo una precisazione sempre a beneficio di coloro che intendono seguire le “orme” dei signoraggisti incalliti. Il chiarimento è sulla dichiarata e palesemente, verificabile da chiuque, partecipazione alla BC (nella fattispecie la nostra BCE), giusto per evidenziare che non è proprio come si vorrebbe far credere, ossia che questo/i organismo/i possano fare un po’ quello che gli pare!

La BCE è un’azienda privata compartecipata, in percentuali variabili, dalle BC “locali” dei singoli stati. La nostra Banca d’Italia, per esempio, possiede circa il 15% della BCE. Quindi qualunque profitto la BCE ricavi (compreso quelli del signoraggio), il 15% verrebbe girato alle casse di Bankitalia s.p.a.


A sua volta Bankitalia è suddivisa, per azionariato (ben conosciuto) ad altre società (banche e società di assicurazioni italiane, poi per esempio l’Inps) ed ognuna di esse ha diritto ad una parte dei profitti  (compreso il signoraggio). Inoltre, il 94% degli incassi di Bankitalia vengono girati allo stato italiano, cosa che succede a livello generale anche negli altri Paesi. L’altro 6 % è il guadagno delle singole banche che in pratica realizzano l’attività nel vero senso della parola.  E su questo 6% le banche devono pagare le tasse sugli utili allo stato italiano.

Dove starebbero tutti questi giri strani ancorati al presunto signoraggio bancario che determinerebbe il predominio assoluto del sistema in oggetto sul mondo intero proprio non saprei. Che il denaro faccia girare il mondo lo si sa; che la politica gestisca il denaro pure; e quindi che denaro e potere siano la testa dell'organigramma socio-politico mondiale è evidente a tutti, perchè trovare scuse o banali argomentazioni per incalzare un potere che, di fatto, abbiamo permesso e sosteniamo perchè, tutto sommato, comodo o scomodo che sia, permette alle società di mantenere un equilibrio (talvolta apparentemente precario)? Le argomentazioni riportate da questo tipo di persone sono poco significative e per nulla esplicative di un fenomeno che, a loro modo di vedere, farebbe pendere il sistema socio-economico mondiale da una parte sola e indicano molte condizioni generate o imposte dell'era moderna (post-moderna per qualcuno) come cause principali di questa situazione; in realtà è l'evoluzione stessa che non solo lo permette ma addirittura lo richiede e, a ben vedere, il passato, sotto molti punti di vista, in poco o nulla diverge dai nostri tempi. Ma, si sa, se non si hanno argomenti..  si inventano!

29 ottobre 2009

 

Federal Reserve Bank - genesi

Premessa 

La seconda metà dell’ 800 negli USA la società si trasformò, rapidamente e radicalmente, in una moderna società industriale, favorito anche dalla guerra di secessione del 1860 (le esigenze belliche resero necessario l’incremento della produzione, incoraggiando l’uso di nuove tecnologie, offrendo interessantissime opportunità agli imprenditori attraverso un sistema bancario e creditizio più efficiente): a differenza delle rivoluzioni industriali svoltesi in Europa dove, per esempio in Inghilterra, durarono quasi un secolo, negli USA l’evoluzione raggiunse il suo apice in 40 anni scarsi. Divennero dunque in un breve lasso di tempo la prima nazione industrializzata al mondo, strappando la leadership proprio alla Gran Bretagna. Acciaierie e altiforni, fatti funzionare da operai ed immigrati provenienti da ogni parte del mondo, divennero il simbolo di questa nuova realtà economica, portando ad un grande cambiamenti nella struttura sociale ed economica del Paese e dando origine all’ era delle macchine, dell’elettricità, dell’acciaio e dei grandi gruppi industriali, oltre che dei monopoli.

 Necessità 

I cambiamenti radicali, insieme all’inesperienza gestionale di una società che fino a pochi decenni prima non aveva nemmeno sfiorato la mente degli americani, creò inevitabili problemi che sfociarono in chiare situazioni di instabilità e squilibri sociali: conflitti sociali e all’interno del mondo del lavoro, concorrenza spietata e una evidentemente errata distribuzione della ricchezza crearono in fretta disuguaglianze sociale e favorirono la formazione di una classe borghese che sin da subito tentò di prevaricare ogni diritto sulla classe lavoratrice. Infatti, si svilupparono nuove forme di concentrazione economica ed industriale come, per esempio, il pool: si trattava di un accordo informale per limitare la produzione o suddividersi i mercati. L’inesperienza lasciò però molti buchi nelle poco solide basi legali di queste formazioni, favorendone la morte e la sostituzione con i trust, un’intesa che realizzava l’integrazione di diverse imprese sotto un’unica direzione. Già prima della fine del secolo, comunque, l’opinione pubblica americana cominciò a dimostrarsi scettica nei confronti dei trust, a causa in particolare di un piccolo gruppo di giornalisti scandalistici, i cosiddetti “muckrakers” (Theodore Roosevelt, 1906) intesi tali in tono spregiativo. Il timore era che una tale  concentrazione di poteri nelle mani di pochi potesse creare un danno irreparabile alle istituzioni democratiche del paese e che la limitazione alla concorrenza impedisse il miglioramento generale della condizione economica e sociale del Paese. I primi tentativi del governo di cambiare i trust fallirono miseramente a causa del fatto che si rivelarono talmente blandi che in nessun caso riuscirono a creare seri problemi alle organizzazioni; solo successivamente, all’inizio dell’ultimo decennio del secolo, venne approvato lo Sherman Antitrust Act che dichiarava illegale ogni forma di monopolio. Anche in questo caso la situazione non migliorò granché, mentre significativi cambiamenti si avvertirono con il presidente Roosvelt ed i due successivi: Il governo di Roosevelt  e quelli di Taft e di Wilson  portarono in tribunale i grandi finanzieri non per distruggere totalmente le concentrazioni di capitali e poteri economici, ma al solo scopo di meglio regolamentarli e inglobarli in una struttura che servisse alla prosperità del paese e non esclusivamente all’arricchimento personale di pochi a danno delle masse. 

La FED 

Il presidente Wilson decise che era necessario un intervento qualitativo nel sistema bancario-monetario che si era creato negli ultimi 20/30 anni:  ogni banca operava autonomamente e senza alcun controllo da parte di una autorità superiore e preposta a farlo. Inoltre le banche nazionali emettevano banconote in misura superiore alla quantità di titoli di stato in loro possesso. Fu così che nacque il Federal Reserve Act del 1913; con esso il paese veniva diviso in dodici distretti, ognuno dei quali aveva una Federal Reserve Bank che svolgeva la funzione di agente fiscale per le banche della zona. Inoltre,  tutte le operazioni venivano a loro volta controllate da un Federal Reserve Board formato dal ministro del tesoro, dal controllore della circolazione monetaria e da cinque membri eletti dal presidente. Ogni banca doveva versare il 6% del capitale in un fondo comune della Federal Bank che serviva poi, in caso di crisi, per aiutare gli istituti in difficoltà. Il Board operava aggiustamenti sui tassi di interesse per combattere l’inflazione o per stimolare gli affari. Il problema che si creò però sin da subito fu legato al fatto che obbligo di iscrizione al Board era ristretto alle sole banche nazionali; quelle statali e locali, invece, continuarono ad operare liberamente, almeno per il momento.

E questo fu il motivo reale che portò alla necessità di creare la FED che da un secolo, quasi, si occupa della gestione monetaria del sistema americano.

22 ottobre 2009

 

Dollaro debole: conseguenza inevitabile o scelta consapevole (o tutte e due??)


All’inizio degli anni Sessanta sia l’economia del vecchio continente che quella giapponese mostrarono la loro forza, in particolare nel comparto industriale, correndo su ritmi di crescita ben sostenuti e anche superiori a quelli statunitensi. A metà degli anni ’60, negli USA, l’aumento della spesa pubblica, dovuto in buona parte al conflitto con il Vietnam, e soddisfatto con un massiccio incremento dell’offerta di moneta, creò le basi per un nuovo processo inflazionistico che, data l’impossibilità di svalutazione del dollaro, portò ad un aggravamento della situazione generale corrente, con il peggioramento dell’indice di competitività internazionale dei prodotti americani (e conseguente pressione sulle partite correnti). L’esportazione di moneta nazionale all’estero, sotto forma di prestiti in dollari e depositi bancari impedì una attenta e realistica opera di controllo ella spinta inflazionistica da parte delle autorità competenti in materia (in particolare delle FED) e l’idea del dollaro sempre e comunque forte a oltranza cominciò  vacillare. Causa speculazioni sul mercato dell’ora, alla fine degli anni ’60 si rese necessaria la creazione di un doppio mercato dell’oro, uno “effettivo”, per così dire, ed uno (canonicamente) ufficiale. Questa situazione portò ad un cambiamento storico: il prezzo ufficiale dell’oro in dollari, perno sul quale si era basato tutto il sistema di Bretton Woods, da quel momento assunse il ruolo di mera operazione (falsa) contabile per regolare le transazioni tra Banche centrali.

L’impossibilità di controllo, come sempre era avvenuto, della situazione inflazione – partite correnti negli USA portò ad una decisione drastica e unilaterale: decretare la fine della convertibilità del dollaro in oro e svalutare in modo necessariamente pesante la moneta nazionale (estate del 1971). Si cerò quindi, in tal modo, di recuperare  competitività nel settore industriale nei confronti, soprattutto, di Germania e Giappone, che, fino a quel momento, si erano rifiutate di rivalutare le proprie monete. La situazione crollò definitivamente all’inizio del 1973, causa ulteriore speculazione sul dollaro e, da allora, il sistema dei cambi fissi divenne utopia. 

Il motivo per cui gli USA riuscirono a fare ciò è da ricercarsi nel fatto che l’alternativa al dollaro, sia come scambio di capitali sia come moneta commerciale internazionale, non esisteva; l’oro, infatti, sarebbe stato una sorta di passo indietro nel sistema (alla luce anche della creazione di due diversi mercati dell’oro, come visto sopra, uno privato, con prezzi molto fluttuanti, ed uno ufficiale, con prezzi fissi, ne aveva ulteriormente limitato la funzione monetaria), mentre le altre valute non avevano i requisiti necessari (sia dal punto di vista del sostegno politico che, inequivocabilmente, economico, oltre alla paura evidente di incorrere in problemi inflazionistici come gli USA stessi) a sostituirlo. Situazione che permise agli USA, in modo direi quasi spudorato, di mantenere la posizione di predominanza economica internazionale. La situazione si protrasse dunque in tal senso per tutti gli anni ’70 e, causa anche le due crisi petrolifere del 1973 e di fine decennio, il sistema monetario internazionale si consolidò in una sorta di “sistema mono-valuta”, in cui il dollaro, svalutato più volte e moneta di un’economia indebolita (nella prima fase), non solo restò il riferimento ufficiale a livello mondiale ma rafforzò la sua leadership in modo inequivocabile. 

Le tre svalutazioni degli anni ’70 (1971 per tentare di risollevare la situazione economica americana; 1973 e 1978 per controbilanciare le due crisi petrolifere pesanti) riuscirono a ridare competitività al sistema produttivo industriale americano (complice anche la situazione dell’economia internazionale che venne a trovarsi in una situazione di evidente instabilità, in totale assenza,chiaramente, di coesione tra le varie economie più o meno aggressive maturate negli anni precedenti, nonché dalla introduzione di misure protezionistiche sui mercati internazionali, un’elevata inflazione per nulla sotto controllo e con tassi di cambio soggetti a continue e repentine fluttuazioni.) ed a permettere agli USA di affrontare le difficili condizioni generate dallo shock petrolifero.

Proprio in queste condizioni, sul finire del decennio, come anticipato sopra, si verificò la seconda crisi petrolifera mondiale con un aumento di quasi 3 volte i prezzi del greggio; la reazione delle autorità monetarie statunitensi fu molto diversa da quella precedente: invece di adottare un comportamento adattativo nei confronti della spinta inflazionistica, la FED attuò una decisa stretta monetaria che fece balzare i tassi di interesse e causò una eccezionale rivalutazione del dollaro. Situazione che si rafforzò nei primi anni ’80 con la politica fiscale (e non solo) di Reagan.

Vediamo gli effetti della politica monetaria USA di questo decennio, apparentemente sintomo di un generale indebolimento generale ma, come si potrà vedere, abile manovra (quanto fortunata non saprei, ma dubito non ponderata da chi dovere con effetti studiati a tavolino ed esito ineccepibile):

Dollaro moneta universalmente valida per tutti gli scambi internazionali; l’unica valuta in grado di contrastarlo appare, chiaramente da qualche anno, esclusivamente l’euro che, essendo di giovani natali, ancora soffrirà l’inesperienza delle politiche locali più che l’inefficienza delle economie che lo sostengono.

A partire dalla prima metà degli anni Ottanta l’economia statunitense si è trasformata in un’economia strutturalmente e permanentemente deficitaria nei conti con l’estero (la bilancia commerciale USA ha incredibilmente raggiunto livelli catastroficamente debitori da anni, ormai, e dal 1975 non è più riuscita a trovare l’attivo), con il risultato che attualmente gli USA sono il Paese in assoluto più indebitato del mondo. Qualunque altro Paese, molto prima di raggiungere questo grado di indebitamento estero, sarebbe crollato sotto il peso di una disastrosa bancarotta (America Latina insegna); La strategia attuata sul dollaro ha permesso questo, invece.


La condizione attuata dalle autorità USA ha consentito la crescita record dell’economia america-na negli anni Novanta, così come la facile disponibilità di liquidità attraverso il signoraggio applicato senza grossi limiti. Ciò ha condizionato positivamente la situazione per le imprese, le quali hanno potuto reperire facilmente le risorse per la rivoluzione tecnologica in atto e i consumatori hanno trovato il credito necessario per mantenere a livelli eccezionali la domanda interna.


Grazie alla supremazia finanziaria e monetaria, gli USA hanno ormai pienamente recuperato la leadership nei settori produttivi tecnologicamente più avanzati e innovativi, che negli anni Settanta e Ottanta, di fronte alla sfida tedesca e soprattutto giapponese, pareva destinata ad un irreversibile tramonto, e all’inizio del nuovo secolo si sono ampiamente dimostrati, ancora, all’apice (o quasi) della loro potenza.


In conclusione due cose. La prima: 

la politica economica-finanziaria USA ha, da una parte, coinvolto negativamente i Paesi del sud del mondo, impegolati da decenni in continui tentativi di ripresa e shock fallimentari conseguenti che, inevitabilmente, ne causano l’impoverimento graduale. Tutto ciò ha però favorito la stragrande maggioranza degli altri Paesi che, già economicamente “evoluti” (Europa e Giappone) o in espansione con basi “apparentemente” solide (Cina in particolare e India) si sono sostentati ed hanno incrementato le loro economie grazie alla politica economica d’oltreoceano. 

La seconda, invece, è una domanda:


l’attività di svalutazione decisa e concreta attuata dagli USA 30/40 anni fa ha permesso alla prima potenza mondiale di mantenere ed anzi rafforzare la propria leadership sotto tutti i punti di vista: valutario, economico, politico e militare (a mio parere, ciascuna diretta conseguente delle altre e, in testa “alla comitiva”, proprio l’aspetto valutario). Per questo motivo quanto è veritiera questa perdita di valore del dollaro nei confronti, per esempio, dell’euro? Quanto dipende dalle reali condizioni politico-economiche internazionali e dalle reali forze in campo? Ma, soprattutto, la prossima svalutazione del dollaro, che sembra ormai imminente, sarà a causa dell’imposizione di una valuta più forte e specchio di una nuova economia planetaria oppure una nuova e pura speculazione dei più scaltri gestori dell’economia mondiale che da sempre vivono e gestiscono l'ordine dal suolo americano? 


Sarà pur vero che le grandissime trasformazioni subite dall’economia mondiale nel corso di questi ultimi 20 anni (che oggi noi chiamiamo “globalizzazione”) hanno rivoluzionato il capitalismo, modificando radicalmente le precedenti strutture di classe, indebolendo i tradizionali assets politici degli Stati singoli, ecc. ecc. Ma non si deve sottovalutare il fatto che, tutto ciò, ancora una volta e in modo che con il passare del tempo diventa più chiaro e limpido, è avvenuto e continua ad avvenire sotto la guida e l’ordinamento generale degli USA che, attuando sempre e inevitabilmente la difesa dei propri interessi nazionali, funge da levatrice e da tutore dell’ordine economico e sociale mondiale. Quindi, secondo me a ragion veduta, la Bibbia ha sempre avuto e sempre avrà ragione (almeno su questo, e scusate se è poco!): 

Ciò che è stato sarà
e ciò che si è fatto si rifarà;
non c`è niente di nuovo sotto il sole
.
..

 22 ottobre 2009

 

 

 

Immobiliare dagli occhi a mandorla

Da qualche anno il mercato immobiliare cinese rappresenta un vero e proprio punto di riferimento per molti investitori occidentali; grazie infatti alle enormi potenzialità del settore, privati e società del vecchio continente (e non solo) si sono dedicati alla speculazione edilizia con ingenti somme di capitale, supportati dalla crescita esponenziale del valore degli immobili in territorio cinese. Si è quindi reso necessario, per le autorità cinesi, il varo di misure restrittive orientate a bloccare sul nascere eventuali iniziative “eccessivamente speculative” da parte degli stranieri.

Nonostante queste norme, è ancora conveniente  (attualmente, forse, più per il valore assoluto degli immobili, prevalentemente di tipo commerciale e di lusso, che non per la rivalutazione selvaggia degli stessi, comunque ancora parzialmente in atto) entrare sul  mercato sia da parte dei piccoli investitori che da parte delle grandi compagnie. Negli scorsi anni, infatti, si è registrato un aumento del capitale investito nel settore edile superiore al 40% (nel 2007, per esempio, del 41% circa rispetto all’anno precedente). E, come detto prima, la maggior parte (quasi totalità)  di questo enorme quantitativo di denaro è destinato a investimenti in complessi residenziali di lusso e immobili commerciali, mentre solo una piccolissima parte del capitale si utilizza per la costruzione di appartamenti o complessi popolari ed economici. Proprio una di queste modifiche legislative cerca di reindirizzare tali investimenti anche in altre direzioni: sono stati approvati, infatti, speciali incentivi per sviluppare investimenti anche in complessi residenziali più modesti, imponendo alcune nuove leggi per l’edilizia, restrittive per le percentuali di terreni utilizzabili in complessi extra lusso (viene imposto ai costruttori di destinare un 70% del territorio edificabile ad impianti popolari che saranno poi ceduti ai meno abbienti).

Cenni sulla proprietà privata in Cina.

Fino a qualche anno fa, acquistare un’abitazione in Cina era praticamente impossibile. La proprietà privata è stata ufficialmente riconosciuta come diritto inalienabile del cittadino solo all’inizio del 2004; a marzo di quell'anno il Parlamento cinese cancellò uno dei pilastri del comunismo, sancendo così l'inizio di una nuova epoca sotto tutti i punti di vista. La Cina riuscì infatti ad abrogare la costituzione del 1982, aprendo la via che porta al riconoscimento della proprietà privata: la legge sulla tutela della proprietà privata acquistò dunque maggior valore, portando ad affermare il principio seguente:"la proprietà dello Stato, della collettività, dell'individuo o di altre istituzioni è protetta dalla legge e nessuna unità o individuo può attaccarla"  (proprietà privata = proprietà dello Stato). Ciò diede inizio ufficialmente all’era capitalista, e gli anni in particolare tra il 2004 ed il 2006 hanno rappresentato un'epoca d'oro per gli investimenti immobiliari, in virtù del fatto, soprattutto, che non vi erano praticamente leggi che regolavano gli acquisti (a parte degli stranieri).

Conclusioni

L'apertura economica da parte della Cina verso l'estero ha ottenuto un successo così inaspettato quanto incontrollato da evocare per la prima volta lo spettro della speculazione edilizia. Ed infatti, ad oggi, La Cina rischia di vedere gonfiarsi una bolla sul settore immobiliare che già in moltissime altre parti del mondo ha causato veri e propri disastri finanziari ed economici.

Al momento l’economia cinese, in generale, viaggia ancora su ritmi sostenuti, motivo per cui si può immaginare come un settore, seppure importante come quello immobiliare, possa comunque essere mantenuto-trascinato nonostante livelli eventualmente critici raggiunti; certo è, comunque, che la situazione speculativa pregressa ed attuale, quando, come in questi casi, è particolarmente determinata da investimenti stranieri, rischia di diventare una doppia bolla e, pertanto, qualora dovesse mai decidersi ad esplodere senza sgonfiarsi, il botto potrebbe essere più forte che in altre situazioni.

Secondo le più recenti statistiche rilasciate dal governo, il settore immobiliare in Cina continua a crescere, almeno in termini di flussi di capitale, nonostante le recenti politiche monetarie limitative. Dopo il boom del 2005-2007, anche il 2008 è stato un anno molto buono e nel 2009, seppure a tassi inferiori, la crescita è continuata. A settembre 2009 i prezzi delle abitazioni sono aumentati del 2,8% rispetto al mese precedente che, comunque, aveva già segnato un +1,5%. E' il ritmo più sostenuto registrato nei dodici mesi. Inoltre, da inizio anno le vendite di case sono aumentate del 73,4%: un boom di richieste e compravendite che hanno spinto i prezzi a raggiungere incrementi nell’ordine del 10-15% a seconda dell’area considerata. Tra gennaio e settembre gli investimenti nel settore immobiliare sono cresciuti di quasi 18 punti percentuali su base annua. Alla luce di questi dati, gli esperti di settore prevedono per la Cina una conseguente continuazione sostenuta dell'espansione settoriale ma, come chiara conseguenza, anche dell’economia in generale.

Questo passaggio finale, a mio parere, dovrebbe essere il primo campanello d'allarme: probabilmente, anche per le argomentazioni espresse sopra, difficilmente la speculazione si arresterà di botto causando uno scoppio fragoroso in tempi brevissimi, ma, probabilmente e potenzialmente, il campo su cui si lavora tenderà, in futuro, ad essere sempre più minato.

21 ottobre 2009

 

Immobiliare USA nella confusione generale: dati positivi, negativi o cosa?

Alla luce di quanto già espresso nell'articolo precedente, pubblico qui sotto alcune notizie relative ai dati sul setore immobiliare per il solo mese di ottobre (l'ultima ieri 20 ottobre) e relative, ovviamente, agli ultimi mesi (in prevalenza agosto). Se talvolta i dati sembrano rassicurare, in altri casi, invece, la situazione generale sembra meno esaltante di quanto si possa pensare. Inoltre, occorre pur sempre essere ottimisti e pensare che tali dati corrispondano alla realtà e non siano, invece, un pò "manipolati"!

Notizie inerenti il settore immobiliare USA rese pubbliche durante il mese di ottobre

Forte ascesa delle vendite di abitazioni in corso

Le compravendite di abitazioni nel mese di agosto, per i quali sono stati firmati i contratti preliminari, hanno registrato un incremento del 6,4%, nettamente superiore alle attese di mercato. Il consensus, infatti, si attendeva un incremento inferiore e pari allo 0,9%. (In luglio la variazione era stata positiva del 3,2%).

Il mattone torna a correre in vista delle scadenze degli incentivi

L’indice delle vendite immobiliari in attesa di conclusione definitiva, elaborato dalla NAR, è salito, nel mese di agosto, del 6,4% toccando i massimi dal mese di marzo 2007. E’ questo il settimo mese consecutivo di recuperi per l’indice, una sequenza mai realizzata dall’inizio della storia dell’indice stesso nel 2001.

Possibile una estensione degli aiuti al settore immobiliare

La Mortgage Bankers Association ( associazione statunitense che riunisce gli emittenti di mutui immobiliari) sarebbe vicina a ottenere l’estensione del credito fiscale di 8 mila dollari garantito negli Usa a coloro che acquistano la prima casa (Fonte Marketwatch.com), provvedimento in scadenza alla fine di novembre. Possibile, ma ancora da verificare, oltre all’ampliamento dei termini anche un incremento del credito concesso, visto che al Congresso sono state già presentate una ventina di disegni di legge al riguardo ciascuno contenente differenti ipotesi in merito

Richieste Mutui -1,8%, Rifinanziamenti -0,1%

(Fonte ASCA) - Roma, 14 ott - Nella settimana conclusa lo scorso 9 ottobre segnali di stabilizzazione vengono dal mercato immobiliare Usa. Le richieste di nuovi mutui sono scese dell'1,8%, i rifinanziamenti di quelli in essere dello 0,1%. Lo comunica la Mortgage Bankers Association.

Wall Street riflette sui dati macro del settore immobiliare

(Fonte BlueTG.it). A contribuire al calo di Wall Street sono oggi (20 ottobre) anche i dati macro relativi al mercato immobiliare. I nuovi cantieri sono rimasti stabili a settembre a 590:000 unità, contro un’attesa di consensus per una crescita a quota 610:000. Si tratta del quarto mese di sostanziale stabilità per il mercato immobiliare Usa, ma con un rialzo medio del 20% da inizio anno per i titoli del settore a Wall Street la notizia non fa piacere agli investitori. A loro volta i nuovi permessi edilizi, indicatore attendibile del futuro sviluppo dell’attività immobiliare, sono risultati pari a 573 mila unità, contro attese medie per 600 mila, in calo rispetto ai 580 mila permessi di agosto.

Farsi un'idea della situazione in modo realistico non è sicuramente facile. Nell'ottica della relazione tra settore immobiliare e mercato azionario ciò spiega, almeno da parte mia, il motivo per cui credo sia molto più plausibile l'utilizzo dell'analisi tecnica anziché quella fondamentale nelle decisioni operative.

21 ottobre 2009

 

Caution!!

Una situazione preoccupante che forse potrebbe falsare alcuni dei dati inerenti le reali possibilità della ripresa economica (forse). Traggo semplicemente qualche semplice e velocissimo spunto da un articolo che, qualora vogliare approfondire, potrete visualizzare qui sotto:

http://www.daytondailynews.com/news/dayton-news/drop-in-foreclosures-called-very-scary-352689.html

Alcuni dati riportati dalle agenzie di stampa nelle ultime due settimane evidenziavano una diminuzione delle persone che, impossibilitati a continuare il pagamento delle rate del mutuo, erano costrette ad abbandonare l’immobile in questione ritrovandosi… per strada (o dai parenti o, potendo, in un motel). Ciò corrisponde a dati realmente attendibili? Dal punto di vista essenziale si, dal momento che tale diminuzione è veramente ufficiale, tuttavia il vero motivo per cui sta succedendo è, a dir poco, ancora più preoccupante, se possibile, che se non fosse vero! Infatti, mentre continua il default delle risorse famigliari per molte persone che, di conseguenza, non riescono più a pagare il mutuo, gli istituti di credito, da tempo, rinunciano a “prendere possesso” degli immobili stessi, dal momento che i costi di mantenimento e le tasse di proprietà creano solo danni ed esborsi finanziari che, di questi tempi, le banche certamente preferiscono evitare. In questo modo succede che le banche lascino gli appartamenti nelle mani del vecchio proprietario, spesso se ne è già andato e nemmeno è a conoscenza del fatto di avere la sua ex-casa ancora a disposizione. Nota di un ispettore:"Gli espropri stanno diminuendo ma solo in apparenza, perché in realtà le banche nemmeno avviano più le pratiche. Così, non ci sono più numeri attendibili."

Questo mi fa pensare che, forse, la situazione non stia migliorando come ci vogliono far credere!

20 ottobre 2009

 

FMI (negativo) chiama e Trichet (positivo) risponde!

Poco prima della fine del mese di settembre, l'Ocse ha mostrato qualche allarmismo sulle condizioni delle banche europee. Nel rapporto pubblicato il giorno 21 settembre, infatti, sull'economia Ue, l'Ocse ha evidenziato come l'incertezza ancora, purtroppo, attuale nel settore bancario renderebbe necessari ulteriori interventi: stress test sistematici e a cadenze regolari per meglio controllare la situazione attuale ma anche l’evoluzione della stessa, il più rigorosi e trasparenti possibili, al fine di chiarire le reali esignze di capitali e liquidità di tutte le banche europee. Questo perché in molti paesi dell'Unione (aggiungerei in quasi tutti, Italia compresa!) rimangono incertezze sulla portata dei problemi collegati alla svalutazione degli assets nei bilanci delle banche (temporaneamente congelati grazie a interventi provvisori in un passato recente) e preoccupazioni sulla possibilità che le banche stesse non siano sufficientemente capitalizzate per fronteggiare un ulteriore peggioramento delle condizioni economiche. 

Tuttavia, esattamente pochi giorni dopo, all’inizio del mese corrente, Jean Claude Trichet ha affermato che i dubbi sulla sicurezza del sistema sono infondati e che le condizioni delle banche del Vecchio Continente appaiono rassicuranti. Gli stress test effettuati su 22 istituti finanziari Ue  hanno infatti considerato l'ipotesi peggiore possibile che prevede un calo del pil europeo del 5,2% per il 2009 e del 2,7% nel 2010, situazione che porta le valutazioni degli analisti ad indicare una perdita per le stesse banche prese in esame di 400 miliardi di euro nei due anni. Le stime diffuse dalla stessa Commissione  Europea il mese scorso prospettano però una contrazione del Pil del 4% e una crescita dello 0,4% l'anno prossimo.  

Sarà anche vero, ma ricordo che pochi mesi fa la situazione, a dire del FMI, era un po’ diversa. Il FMI infatti aveva rivisto le sue stime sulle perdite delle banche e sulla necessità di iniezioni di capitali freschi; ritiene in effetti che, nel periodo 2007-2010, le banche europee (compresa la Gran Bretagna) subiranno perdite per 1.200 miliardi di dollari dei loro attivi, contro i poco più di 1000 degli USA. Inoltre, le banche europee hanno accertato a oggi perdite per poco più di 250 miliardi di dollari (quasi un quinto del totale) contro gli oltre miliardi degli Stati Uniti. Le banche europee, dunque, dovrebbero ricapitalizzare per 500 miliardi di dollari, quelle statunitensi per “soli” 275 miliardi. Da ciò la considerazione che le banche europee appaiono in ritardo e con ancora due terzi del cammino di fronte a loro, mentre quelle americane sono già a metà strada (scongiurando altri default nel sistema!). Le contestazioni dei vari Ministeri del tesoro, al momento, sono cadute nel vuoto, dal momento che gli stessi non riescono ancora a fornire dati diversie/o contrastanti. 

Staremo a vedere chi dice la verità

20 ottobre 2009

 

Europa sulla strada giusta.. o no?

L’attenzione dei media, in questi ultimi due anni, è stata sicuramente puntata sulla crisi finanziaria globale e mondiale ma, a differenza di quanto si possa pensare, si è pensato più a enfatizzare la situazione critica o disastrosa, a seconda dei settori, negli USA piuttosto che verificare cause ed effetti contingenti ed in prospettiva nel vecchio continente. E’ vero e sotto gli occhi di tutti che la scintilla si è accesa negli USA così come è vero che il principio di incendio ha trovato terreno adatto proprio nel sistema finanziario americano, ma siamo sicuri che ora, a “cose fatte” il peggio sia realmente passato e l’ Europa possa sentirsi parzialmente al sicuro o, in ogni caso, si possa permettere di vedere la fine del tunnel in anticipo sugli americani?

 Analizzando più da vicino la situazione attuale, problemi, progressi e interventi ci si rende conto che, forse, le risposte europee alla crisi ancora in atto non siano state poi così importanti, quasi che si facesse fatica a prendere coscienza delle possibilità, ancora realistiche, di un nuovo e possibile disastro economico-finanziario. Mentre infatti gli USA hanno intrapreso un programma di rilancio dell’economia su vasta scala (non è detto che sia sufficiente ma, certamente, non si può incolpare Obama e soci di aver lesinato interventi finanziari e legislativi);. la Fed ha azzerato i tassi di interesse e si è lanciata in un programma d’acquisto di attivi finanziari pubblici e privati. In Europa, invece, ci si muove con maggiore cautela e in maniera poco decisa, sia da parte degli Stati, sia da parte della Bce, che ha abbassato i suoi tassi in maniera molto meno determinata (il che potrebbe anche non essere eccessivamente negativo alla lunga, ma solo a fronte di una immediata stabilizzazione dell’economia) ed è solo in parte impegnata nelle operazioni di sfoltimento quantitativo e qualitativo degli assets societari di una certa levatura. Evidente disparità anche nel trattamento degli istituti di credito all’atto della sollecitazione di una migliore e maggiore trasparenza societaria: mentre in USA il Presidente Obama ha creato un sistema equivalente di valutazione della situazione economico-finanziaria del sistema bancario, in Europa ogni paese si affanna a dichiarare che le proprie banche sono in condizioni migliori di quelle degli Stati vicini. E’ pur vero che, politicamente, la situazione federale USA è avanti anni luce dalla nostra, ma è indiscutibilmente necessaria una evoluzione in tal senso e, se non si adottano situazioni come queste per attivare i necessari cambiamenti, è presumibile che anche più avanti tali difficoltà ci continueranno a mettere in soggezione di fronte al colosso d’oltre oceano.
Difficile dunque spiegare questa differenza di atteggiamento. Alla luce del fatto che, inoltre, non solo in Europa la congiuntura è più negativa e il bisogno di capitali da parte delle banche più forte, ma l’economia è assai più dipendente dal settore bancario: per ogni dieci euro di indebitamento delle aziende economiche nove euro sono rappresentati da prestiti bancari nella zona euro (solo sette, invece, del Regno Unito e sei degli Stati Uniti). In altri termini, molte aziende americane riescono ad aggirare un sistema bancario deficitario, emettendo titoli di debito sul mercato dei capitali (anche a costo che sia la Fed stessa ad acquistare quei titoli), mentre in Europa, soprattutto nella zona euro, ciò è permesso solo alle grandi aziende.

 Alla luce di queste considerazioni potrebbero sembrare forse tropo ottimistiche le stime delle BCE per quanto riguarda le possibilità di uscire dalla crisi alle condizioni attuali: si correrà il rischio, probabilmente, di creare una sorta di fuoriuscita temporanea che illuderà e creerà eccesso di ottimismo ed un inevitabile quanto sciagurato abbassamento della guardia troppo precoce? Vedremo, al momenti qualche preoccupazione resta, a mio parere.

20 ottobre 2009

 

Armi in borsa

(ANSA) - NEW YORK, 20 OTT - Cerberus Capital Management dopo aver scommesso su auto e mutui si appresta ora a scommettere sulle armi. Il gruppo e' in fase avanzata per far sbarcare in borsa Freedom Group, societa' divenuta attore di primo piano nel settore di armi e munizioni. Lo riporta il Wall Street Journal. Negli ultimi tre anni Cerberus ha acquisito sette produttori di armi, consolidati poi in Freedom Group. L'azienda si prepara a chiudere il 2009 con vendite per 1 mld dlr.

 Cerberus Capital Management, L.P. è uno dei più grandi fondi di investimento (private equity) degli USA. L'azienda ha una cinquantina d’anni di vita (1960) ed è stata fondata dal finanziere Steve Feinberg.

Le ultime vicende (e le più interessanti) che hanno interessato il fondo riguardano il settore auto:

Vicenda Chryler.

Nel 2007, Cerberus con altri 100 investitori ha acquistato l'80% di Chrysler per 5,520 miliardi di euro, promettendo di rafforzare il mercato dell'auto, ma nel 2008 il piano è fallito a causa della grave crisi finanziaria rallentamento senza precedenti dell'industria automobilistica USA.

A marzo 2009 ha annunciato la rinuncia alla propria quota di capitale e alla proprietà di Chrysler imposta come condizione obbligatoria dal Ministero del Tesoro degli Stati Uniti a fronte del salvataggio dell'azienda automobilistica. Cerberus ha mantenuto una partecipazione in Chrysler con Chrysler Financial.

Il 30 aprile 2009 il marchio e le attività di Chrysler vengono rilevate per il 20% dal Gruppo FIAT con l'opzione di raggiungere in futuro il 51%. Successivamente la situazione ha avuto l’evoluzione che sappiamo con la bancarotta pilotata attraverso la protezione dai creditori.

Vicenda GMAC

Nel 2006 Cerberus ha acquisito il 51% di GMAC, il settore finanziario della General Motors. Già a ottobre 2008 la società ha evidenziato gravi problemi con una situazione debitoria per quasi 130 miliardi di euro contro un attivo di po superiore ai 100 miliardi di euro. Nel dicembre del 2008, gli obbligazionisti di Cerberus GMAC viene fatta richiesta di un piano di rientro, senza il quale la società è destinata a fallire.

A gennaio 2009 Merkin si è dimesso dalla presidenza, su precisa richiesta da parte del governo degli Stati Uniti, dopo che, pochi giorni prima, la Federal Reserve aveva concesso credito attraverso la Banca GMAC (la banca della holding) al fine di poter ottenere un'apertura di credito ulteriore.

Attualmente il fondo Cerberus ha investimenti in Chrysler e GMAC, circa il 7% del proprio patrimonio.

20 ottobre 2009

 

Incontro dei ministri finanziari UE

Ieri sera (19 ottobre) si è tenuta la riunione dei ministri finanziari Uem. Trichet, il primo a prendere la parola sul discorso valuta, ha dichiarato:

"Il punto chiave della nostra discussione è stata un'indicazione chiara: l'eccesso di volatilità e i movimenti disordinati sul mercato dei cambi hanno avuto implicazioni negative sulla stabilità economica e finanziaria".

Fa tuttavia notare come, da parte dell’Europa, si possa dare una valutazione soddisfacente dell’operato delle autorità finanziarie USA per cercare di attuare una politica di dollaro forte. Aggiunge infatti:

 "Condividiamo profondamente la posizione espressa dal segretario al Tesoro e dal mio collega Ben Bernanke [...] Non mettiamo in dubbio la serietà del segretario al Tesoro: ci fidiamo di quello che dice".

In realtà non mancano malumori legati al fatto che, a dispetto delle dichiarazioni degli USA, i mercati finanziari non sembrano particolarmente attenti a queste valutazioni da parte di Washington e dello stesso TrichetTant’è, comunque, che il nostro Presidente BCE ripone assoluta fiducia.

Del tasso di cambio, intanto, il presidente Eurogruppo ribadisce intanto che il problema "preoccupa" non poco le autorità europee. La valuta unica quota infatti, ai livelli attuali, in area 1,4950 dollari, molto vicino quindi massimo dell’ultimo anno e passa (ralizzato proprio di recente. Dall'inizio dell'anno l'apprezzamento dell'euro sul dollaro USA è nell'ordine del 20% e di simile portata è il rialzo della valuta unica contro quella cinese, virtualmente agganciata ancora a quella Usa.

Su questo secondo problema, in realtà, ci sono state alcune discordanze, dal momento che i più ancora non ritengono questo un problema: il cambio su dollaro e yuan cinese va tenuto sotto controllo nei prossimi mesi, ma non sarebbe comunque stato l'argomento principale della riunione dei ministri finanziari: “E' chiaro che in futuro, nei prossimi mesi, dovremo guardare al livello dell'euro nei confronti del dollaro e della valuta cinese, ma non è questo il punto principale", precisa, tra gli altri, il ministro austriaco.

A chi gli chiede se l'euro sia sopravvalutato, l'olandese Wouter Bos risponde osservando che l'apprezzamento della valuta unica è uno specchio della forza dell'economia della zona euro:"Diciamo sempre che crediamo la forza di una valuta rifletta quella dell'economia, dunque un euro forte riflette la forza dell'economia europea" dice.

20 ottobre 2009

 

Le porcate dei ricchi (sempre più avidi di ricchedzza)

Il miliardario Raj Rajaratnam, fondatore dell’hedge fund Galleon, insieme a personaggi di spicco della Bear Stearns, IBM, Intel e McKinsey sono ufficialmente accusati dai giudici americani: i manager avrebbero architettato un sistema fraudolento che evidenzia un chiaro ricorso alle pratiche di insider trading. Tecnicamente potrebbe essere il più grande caso di questo genere che coinvolga degli hedge funds. E questo potrebbe essere il male minore per il ricco uomo d'affari: attraverso il suo portavoce Udaya Nanayakkara, infatti, il ministero della difesa dello Sri Lanka ha accusato Rajaratnam di aver finanziato per anni il movimento terrorista delle Tigri Tamil, operazione che potrebbe essere stata realizzata attraverso elargizioni a un ente assistenziale conosciuto come Tamil Rehabilitation Organisation e legato ai ribelli cingalesi (Financial Times). Portando avanti quella che, sempre secondo il Financial Times, potrebbe essere interpretata come un’escalation da parte dello Stato americano nella lotta alla criminalità dei “colletti bianchi”, Bharara, magistrato di NY, ha spiegato che le indagini proseguiranno in tal senso: «speriamo costituisca un monito anche per gli altri manager di fondi speculativi, così come per tutti i trader di Wall Street, e per i dirigenti delle aziende. È bene che si sappia a cosa si va incontro» ha tuonato il giudice.

Dunque, come detto sopra, il magistrato ha accusato il finanziere Rajaratnam, fondatore dell’hedge fund Galleon e alcuni “informatori” di aver adottato pratiche di insider trading a partire dal 2006; tali pratiche avrebbero generato (tramite operazioni che hanno coinvolto aziende con nomi eclatanti quali Google, IBM, Sun Microsystem e Hilton) profitti per oltre 20 milioni di dollari, la maggior parte dei quali, secondo i giudici, finiti proprio nelle tasche di Rajaratnam. Insieme a lui le accuse formulate dai magistrati riguardano anche Danielle Chiesi e Mark Kurland, rispettivamente dipendente e dirigente dell’hedge fund New Castle (creato in precedenza da Bear Stearns), Robert Moffat, vice presidente di IBM; Rajiv Goel, dirigente di Intel, e Anil Kumar, manager di McKinsley.

19 ottobre 2009

 

Banche: nuovo fallimento in Europa

La Dirk Scheringa Beheer (DSB) è un istituto bancario-assicurativo nato nel 1975 e di proprietà di Dirk Scheringa. Negli ultimi tempi, da inizio ottobre, si erano moltiplicate indiscrezioni sul reale stato di salute della banca, situazione che aveva portato le prime difficoltà per i clienti a chiudere i conti e ritirare la liquidità depositata. Per questo la presidenza aveva predisposto una trattativa di acquisizione da parte di un consorzio di cinque grandi istituti formato da Ing, Abn Amro, Rabobank, Fortis, e Sns Reaal, sostituita quindi in un secondo momento e successivamente al fallimento della stessa, con un ultimo tentativo con un istituto di credito statunitense. Nessuna di esse è andata in porto e la banca centrale olandese si è vista costretta a prendere sotto il suo diretto controllo Dsb Bank: con un comunicato, infatti, la Nederlandsche Bank ha riferito di aver chiesto alla Corte distrettuale di Amsterdam di poter assumere il controllo dell’istituzione «a causa di ampi deflussi di liquidità che hanno messo a repentaglio il futuro di Dsb sul breve termine.

I tentativi per il salvataggio della banca, fondata nel 1975 da Dirk Scheringa che è anche proprietario della squadra di calcio olandese AZ Alkmaar, sono falliti a causa dei timori sulle perdite legate ai prestiti. Il governatore della Banca d'Olanda, Nout Wellink, ha precisato che Dsb ha attualmente depositi per 3,5 miliardi di euro e che la solvibilità della banca è sotto "forte pressione", smentendo le affermazioni di inizio ottobre con le quali aveva assicurato che l'istituto manteneva i requisiti di liquidità e solvibilità. I clienti della banca hanno ora i conti bloccati e dovranno aspettare tre mesi quando si attiverà il programma statale di garanzia sui depositi fino a 100.000 euro.

19 ottobre 2009

 

Situazione USA sotto un altro aspetto

Della situazione debitoria degli USA siamo già tutti al corrente. Sappiamo che una parte consistente del debito pubblico (intendendo quella parte messa sul mercato, da non confondere con quella in possesso degli istituzionali, fondi di investimento e società collegate al sistema statale) è nelle mani degli stranieri, con particolare riferimento a Paesi come Giappone e Cina, quindi altri asiatici e non ultima la “vecchia” Europa.

Mentre questa condizione viene spesso presa come appunto negativo che porterà, prima o poi, al collasso dell’economia americana a causa dell’attacco diretto di uno o più di questi Paesi, personalmente ritengo che sia più una sorta di “garanzia” in mano al governo USA (già sento l’accusa di un pensiero paradossalmente assolutamente non condivisibile!). Faccio presente che un tale attacco potrebbe essere portato, per esempio, dalla Cina o al Giappone (gli altri possessori di quote obbligazionarie del debito USA, da soli, sarebbero poco influenti) con la vendita sul mercato degli ingenti quantitativi di titoli in loro possesso (circa 800 miliardi solo in mano alla Cina); una situazione del genere comporterebbe un crollo delle quotazioni delle obbligazioni stesse ed una inevitabile svalutazione della moneta statunitense. Questo causerebbe il crollo (secondo, ravvicinato e, pertanto, catastroficamente pericoloso) del sistema economico-finanziario USA? E’ possibile, ma anche no. La quota in mano alla Cina, qualora operasse da sola nel tentativo, è pari a circa il 6% del debito totale, quindi sicuramente in grado di creare scossone e svalutazioni ma, forse, non sufficiente a destabilizzare totalmente il sistema Paese. Eventuali conseguenze per la Cina stessa? Una consistente perdita sia in termini di corso delle obbligazioni messe in vendita necessariamente a prezzi sempre più bassi, sia una drastica svalutazione delle riserve finanziarie in dollari accumulate fino ad oggi, il che comporterebbe un danno finanziario incredibilmente elevato. Un’altra conseguenza: la svalutazione del dollaro renderebbe molto meno appetibili i prodotti cinesi che, per la maggiore, vengono acquistati per la loro convenienza e non per la loro maggiore qualità rispetto ad altri. In più, qualora la Cina tentasse un attacco diretto all’economia americana, va da sé che Pechino dovrebbe sin da subito rimodellare la struttura import-export del Paese, dal momento che difficilmente gli USA accetterebbero di continuare ad assisterli con la domanda massiccia di molti beni di  grande distribuzione. E, si sa, la Cina, al contrario degli USA, ha molto più bisogno di esportare che non di importare. Inoltre, il danno iniziale, certamente abbastanza ingente per via della svalutazione ma non solo, potrebbe, seppure a fatica e con tempi non eccezionalmente rapidi, costituire comunque un punto di partenza per la rinascita, dal momento che la situazione creerebbe ripercussioni negative anche in Europa che, pertanto, potrebbe di riflesso fare netto ostruzionismo alla Cina e aumentare, invece, l’esposizione negli Stati Uniti per via del cambio ancora più favorevole e della crescente (per evidente spostamento) domanda di beni di consumo.

E’ chiaro, però, che non si possono sottovalutare gli altri problemi che ho già citato anche in altre occasioni e che, a mio avviso, rischiano di diventare assai più pericolosi che non il problema del debito pubblico “esterno”

Uno di questi è legato al tipo di produzione: negli Stati Uniti la produzione immateriale, come servizi immobiliari, finanziari ed assicurativi, ha superato da tempo ormai quella reale dei beni materiali. Questo ha portato e porta, inevitabilmente, l’America ad aver bisogno delle merci di Paesi stranieri, considerando, come già detto sopra, che la propensione al consumo degli americani rispetto agli altri paesi è elevatissima.

Il problema mutui e quello relativo alle carte di credito (di debito!) sono ancora lì, non propriamente risolti o risolvibili in tempi brevissimi, sempre sul “chi va là” e dunque spauracchio per tutta l’economia.

Questo significa che al momento si continua, così come succede da almeno una decina d’anni (abbondanti) su un equilibrio precario: Finché gli americani consumano troppo e vi è un flusso finanziario costantemente in crescita dall'estero che lo controbilancia, l'equilibrio reggerà. Tuttavia se questo flusso dovesse interrompersi a causa di uno shock o di una perdita di fiducia degli investitori, l'economia americana entrerà in una profonda crisi con effetti globali.

 

 19 ottobre 2009

 

Analisi tecnica: metodo di lavoro o bufala?

Posto qui sotto una parte di articolo pubblicato su Wallstreetitalia: BORSA & ANALISI TECNICA: CHI E' D'ACCORDO CHE SIA TUTTA UNA BUFALA? di Luigi Testa. Procederò a commentare concetto per concetto, secondo il mio pensiero in merito, restando in attesa di qualsiasi segnalazione riteniate opportuno inviarmi in merito.

E' davvero un'inondazione di AT su tutti gli organi di informazione finanziaria. Ho dubbi da sempre sul metodo. Per non parlare dell'assoluta mancanza di scientificità.”

Questa è la premessa che racchiude il concetto principale del discorso.

Il fatto che abbia dei dubbi è lecito; c’è chi li ha sulla buona fede delle persone, chi sull’esistenza di Dio, chi sul fatto che la libertà sociale sia reale ecc., quindi fino a qui niente di strano. Del resto, l’analisi tecnica non è l’unico metodo per lavorare sui mercati finanziari, così come la “borsa” non è l’unica opportunità professionale a questo mondo. In merito alla mancanza di scientificità direi che fa un po’ di confusione: il metodo scientifico è la strada attraverso la quale la scienza arriva a rendere certa la conoscenza della realtà oggettiva, proprio perché verifica e rende verificabile la situazione o la condizione altrimenti non verificabile e quindi inaffidabile. Consiste appunto nella raccolta dati da utilizzare per l'osservazione e l'esperimento; quindi, nella formulazione di ipotesi e teorie da sottoporre nuovamente all’esperimento che porterà ad una definizione presumibilmente definitiva. E un analista tecnico serio la fa non una tantum ma semplicemente ogni giorno o per ogni studio e/o strategia di trading. Inoltre, giusto per gradire, il metodo scientifico può essere utilizzato anche per sbugiardare o per controbattere una teoria, quindi perchè il signor Luigi Testa non lo fa, prendendo per esempio alcune di queste presunte false tecniche, cosicché si potrebbe dibattere su qualcosa di concreto?

I vari analisti battezzano dei livelli, supporti e resistenze (neanche univoci) e poi predicono: se supera qui, l'indice andrà là, se rompe lì invece andrà qua. Bella forza. Dopo lo sapranno tutti!

Personalmente qui noto una bella (enorme) cazzata. Semplicemente penso che nessuno (o pochi) credano che la rottura di un livello o, viceversa, l’incapacità di romperlo siano fenomeni a sé stanti dominati da chissà quale mistero o entità superiore! Semplicemente si cerca di tradurre un fenomeno psicologicamente naturale in numeri o, meglio, in opportunità di trading, al fine di sfruttare una presumibilmente buona indicazione per guadagnare dal’investimento. Se, statisticamente, sono a conoscenza del fatto che la salita oltre un certo livello, se accompagnata da determinati parametri, comporta il più delle volte una continuazione direzionale di una certa entità, perché non sfruttarla? E dunque, perché non fare una semplicissima previsione che risponda a quando di matematicamente accertato nel corso degli anni?? E’ qui che subentra l’analisi del tipo “se rompe …” o “se tiene…”, cosa c’è di tanto strano o di fasullo? E poi cosa significa: “Bella forza. Dopo lo sapranno tutti!”? Cosa sapranno tutti? Che se rompe quel livello sale o meno? E dove arriverà? E dove si entrerà e quindi dove si prenderà profitto, così anche dove occorrerà chiudere l’operazione in perdita per cautelarsi contro l’errore dell’entrata? Perché non specifica esattamente come e cosa “sapranno tutti”??

Ho letto altri analisti che propongono cicli secolari, con tanto di dati, grafici, analisi. Altri fanno paralleli fra la situazione attuale e quella del '29; qualcuno è arrivato alla crisi dei tulipani in Olanda, qualche secolo fa! Tutto questo senza tener in alcun conto i cambiamenti intervenuti nell'economia moderna e il cambiamento radicale dei mercati che oggi sono completamente informatizzati e lavorano in tempo reale. Come paragonare il mondo prima dell'elettricità o dell'invenzione della ruota a oggi.”

Qui lo capisco ancora meno: alcuni analisti, ma anche fior fiore di economisti (se non se ne fosse accorto), ha parlato e continuerà a parlare di queste similitudini, questo è chiaro a tutti e, del resto, come si dovrebbe agire altrimenti? Facendo un discorso “ad minchiam” sul fatto che ogni situazione è nuova, dunque a sé stante e dunque irrisolvibile prendendo spunto da situazioni passate perché diverse? Strano, la storia è piena di ripetizioni, a livello economico, sociale, politico e militare. Ci vuole tanto ad accorgersene? Oppure si dovrebbe tirare a campare e attendere che la situazione evolva al meglio da sola, così per inerzia? E’ così difficile capire che le decisioni prese per dare una soluzione, per esempio, a questa ultima crisi prendono spunto, anche solo parziale, da situazione passate? Inoltre, si contano sulle dita di una mano coloro i quali, riferendosi al passato, non fanno notare le evidenti differenze con la società economico-finanziaria attuale!. Ma la mia domanda è un’altra: cosa c’entra lo studio di una situazione attuale confrontata con quella del 1929 o della situazione economica olandese con l’analisi tecnica??? Sarà mica, invece, che questi studi, in realtà, li identificano meglio l’analisi fondamentale, quantitativa ed economica? Mah, de gustibus….!!

Mi chiedo anche, visto che lavorano, producono, propongono, se, o meglio, chi li paga. Ha una valore questo tipo di lavoro sul mercato, o non è invece un grande specchio per le allodole e serve solo a tenere i polli controllati e manipolabili? Già, perchè su soglie e resistenze tutti si comportano allo stesso modo, ed è facile, per mani sapienti, provocare l'uno o l'altro risultato desiderato”.

Allora: se la disquisizione verte sulla bontà e capacità degli analisti che lavorano direttamente per le grosse società e gli istituzionali o piuttosto sulla loro malafede provata o meno lo deve chiarire l’autore dell’articolo. Ma come, prima mi dice che l’analisi tecnica non ha validità ed è solo una bufala e poi che in realtà è uno strumento con il quale alcuni personaggi traggono in inganno la massa di investitori? Ma quindi l’AT è una bufala o una mera invenzione delle cosiddette maniforti? O entrambe? Se così fosse allora qualsiasi stupido reagirebbe e farebbe un pacco di soldi: l’AT dice di comprare? Allora io vendo, guadagno assicurato! Mah, anche qui faccio difficoltà a seguire il discorso. Se le mani forti hanno intenzione di manipolare il mercato lo fanno in altri modi, più sicuri, meno sbugiardabili e soprattutto che spazino ad ampio raggio tra tutti gli investitori del mercato, non solo tra chi segue l’AT.

C'è una controprova. Non risulta che nessuno di questi analisti abbia un metodo, non dico infallibile, ma con buone probabilità di successo. Come un buon artigiano che, senza inventare l'acqua calda, riesce a produrre sedie bellissime e le vende in tutto il mondo guadagnando benissimo”.

Qui, anche, mi piacerebbe vederla questa controprova, almeno per giudicare su quali dati si basa. Ma il signor testa non menziona alcuna metodologia o fonte particolare.

Se così fosse, se lo terrebbero ben stretti, il loro metodo, e li vedremmo tutti alle Bahamas o al Billionaire (magari ci vanno già con quello che guadagnano tracciando linee, curve e triangoli che a loro non costano nulla). Invece, se operano, i nostri bravi analisti tecnici hanno anche loro le perdite di tutti, e se non operano, fanno perdere bei soldi agli altri. Perchè quando i mercati vanno bene, per le loro ragioni, mi risulta che siano in grado di guadagnare tutti, proprio tutti, anche la famosa scimmietta che punta il dito su titoli a caso del listino. E quando i mercati iniziano ad andare male, nessuno, proprio nessuno, lo prevede con ragionevole certezza”.

Qui non dico che si raggiunga il top ma quasi. Ma santo cielo!! Se così fosse e se quindi si tenessero il loro metodo ben stretto, caro Signor Testa, come potremmo sapere se sono o no alle Bahamas a godersi i guadagni o meno, visto che non avremmo modo di conoscerli. Quindi, alla luce di questo, secondo lei sono andati a spassarsela o no? Perché se non si sa chi sono come facciamo a trovarli? Devo dunque dedurre che lei si riferisce a coloro che conosce e si dimostrano inaffidabili semplicemente avendo dato una visione superficiale all’argomento in questione e ora lo spacci come un dato di fatto? E mi spiegherebbe, cortesemente, quando dovrei stabilire che i mercati vanno bene e dunque io dovrei essere in grado di guadagnare senza problemi e senza rischio alcuno (magari mettendo a puntare il dito un gattino visto che la scimmietta, oltre a costare molto di più, potrebbe essere illegale e magari protetta??). Queste affermazioni sono veramente il massimo e le sento da una vita: quando il mercato sale tutti riescono a guadagnare senza bisogno di indicazioni o altro..! E allora guadagnate tutti e quanti e non rompete le palle su chi lavora seriamente e faticosamente con l’AT o meno, così potrete andare voi alle Bahamas, altro che analisti tecnici!

Sospetto poi che pagati lo siano, i nostri analisti, e bene! Non riesco a capirne la ragione per i risparmiatori, ma capisco la loro. Così va il mondo dei mercati finanziari che sono alla base del benessere globale: sono anche essi, come tutte le cose importanti del vivere umano, contaminati dalla stregoneria. Posso permettermi il lusso di non capire e, ridendo forte, di adeguarmi!!”

Eccolo il top! Se c’è una cosa che mira ad eliminare l’AT è proprio la “stregoneria”, come la chiama il signor Testa, io direi meglio l’esoterismo. Livelli, numeri, indicazioni operative al verificarsi di determinate condizioni o meno mi sembra che non abbiano a che fare con maghi e fattucchiere.

Per finire: sarebbe meglio, quando si parla negativamente dell’ analisi tecnica (e di altro) capire bene a cosa ci si sta riferendo. Se si parla di paragoni con l’economia di 100 anni fa, di stregoneria e altro allora occorre registrare un po’ il ragionamento o meglio, fare un bel tagliando generale e poi riprendere il discorso.

12 settembre 2009

 

A rischio San Marino? 

Il giro di vite in arrivo potrebbe mettere a serio rischio la tranquillità finanziaria della piccola repubblica? In sostanza la nuova normativa: niente più libretti al portatore, basta assegni con girate illeggibili, regole severe sullo scambio di informazioni con l'estero, registrazione entro dicembre dei soci di tutte le srl e spa residenti a San Marino. Così potrebbe rischiare la fine del segreto bancario vecchio stampo che negli ultimi 50 anni ha fatto incrementato le casse delle banche di SM, paradiso fiscale che ora trema all’idea di essere lasciato nella lista grigia Moneyval, organismo europeo che valuta le norme antiriciclaggio.

Aggiungendo quindi l’incombente ombra dello scudo fiscale, che potrebbe drenare fino a 5 miliardi dei 14/15 di raccolta su cui prosperano le 12 banche presenti, la situazione potrebbe veramente evolversi in una vera e propria catastrofe finanziaria.

 Le tre questioni principali da sistemare (“il più velocemente possibile, o niente firma della convenzione bilaterale”, ha detto a brutto muso il governo italiano a quello sammarinese dopo le ferie) sono le "truffe carosello" (le centinaia di società- scatole vuote antifisco basate a San Marino), le troppe finte residenze di italiani che fingono di vivere sul Monte, le “comode” intestazioni di automobili di lusso favorite da una quarantina di società di autonoleggio operanti appena oltreconfine.

 Le possibili dimensioni della “perdita”, oltre il 30% della raccolta totale, creano grande apprensione e la Banca centrale ha per questo istituito un gruppo di monitoraggio per conoscere in tempo reale le richieste di scudo e prevenire eventuali crisi di liquidità, specie degli istituti più piccoli. A quanto pare, per le quattro banche storiche (Cassa di risparmio, Banca agricola commerciale, Banca di S.M. e Credito industriale sammarinese), la raccolta proviene al 50% da italiani e al 50% da residenti, così come pure per gli altri istituti la situazione sarebbe decisamente critica: a quanto pare quasi il 90% del denaro raccolto è italiano,  quindi l'impatto degli smobilizzi potrebbe essere gravissimo. Ci si attende ora qualche soluzione da parte degli organi competenti per arginare la possibile fuoriuscita di capitali

Comunque, al di là di tutto questo, continua a resistere un fenomeno assolutamente incredibile: l'attività delle "cartiere" produttrici di false fatture da utilizzare per attestare uscite inesistenti. Quantità incredibili di ricevute continuano ad alleggerire i bilanci di migliaia di aziende e partite Iva. Ne derivano arricchimenti spettacolari e nel giro di pochi anni gli stampatori acquistano attività immobiliari e finanziarie di primo livello.

 29 settembre 2009

 

Crisi finita? II parte (in risposta ad una mail di richiesta chiarimenti alla precedente pubblicazione)

Le probabilità di una ricaduta sono tutt’altro che remote; la mia è un’opinione personalissima e basata principalmente su quanto descritto nell’articolo che precede questo. Come il lettore mi fa notare, è vero che le situazioni di cui sotto sono già note al sistema e, presumibilmente se si è lavorato bene, nel momento dell’azione anticrisi pregressa si sarebbe già dovuto tenere conto del residuale che inevitabilmente si sarebbe (e di fatto si è) generato sul sistema. Il problema è che di fronte a situazioni critiche e disastrose come quelle appena accadute in particolare negli USA è molto difficile fare calcoli di questo tipo e, nei momenti più difficili, si combatte la battaglia “coi soldati che si hanno a disposizione, non con quelli che si vorrebbe avere”. In buona sostanza, si cerca di individuare qual è il minore dei mali e, alla fine se non ci sono altre soluzioni, lo si lascia vivere concentrandosi sui guai peggiori. Qualora, però, questo male minore non dovesse beneficiare successivamente della nuova situazione o di altre e successive revisioni-soluzioni, ecco che la situazione generale potrebbe nuovamente peggiorare e ricreare le condizioni precedenti con conseguente ritorno della crisi la quale, questa volta, troverebbe una opposizione molto meno potente in un sistema già stremato a sufficienza dalla prima ondata. Questo mi porta a pensare che se infatti la più grande economia mondiale, già alle prese con una domanda al consumo ridotta ai minimi termini, dovesse venire scossa da un altro shock economico-finanziario, rischierebbe di ripiombare in una fase di depressione ma stavolta più profonda e, di conseguenza, più duratura.

Non voglio assolutamente essere catastrofista, anche perché non mi compete; vorrei solo che pensaste che non sono sono (si fa per dire) i nuovi disoccupati a soffrire questa situazione economica, ma anche le famiglie americane che, pur mantenendo il posto di lavoro e dunque la capacità di reddito, si sono visti dimezzare o peggio i loro risparmi per via del ribasso dei corsi azionari o dei fallimenti a Wall Street, condizione da non sottovalutare in ottica di ripresa dei consumi. Senza contare che molti proprietari di case al momento riescono a pagare le rate dei mutui arrivando al limite delle proprie possibilità, motivo per cui ci si sta muovendo su un terreno ancora, per ora, minato. Si aggiunga qualcosa che ho letto proprio in questi ultimi giorni, poco dopo aver scritto l’articolo precedente e relativo ad alcune dichiarazioni di Joseph Stiglitz, il premio Nobel per l'Economia e che ritiene che gli Stati Uniti non siano riusciti a risolvere veramente i problemi del sistema bancario dopo il "credit crunch" e il fallimento di Lehman Brothers. In particolare le sue parole a Bloomberg:
"Negli Stati Uniti e in moltri altri Paesi, le banche 'troppo grandi per essere lasciate fallire' sono diventate ancora più imponenti. I problemi sono più gravi di quelli del 2007, prima dello scoppio della crisi". L'economia mondiale, ha proseguito Stiglitz, "e' ancora molto lontana" dal mettere la parola fine ai suoi problemi, anche se va segnalato che si e' allontanata dal precipizio dove si trovava nei giorni successivi al collasso di Lehman. Un anno dopo il crac della banca, che ha costretto il Dipartimento del Tesoro a iniettare miliardi di dollari nel sistema finanziario, gli asset di Bank of America sono aumentati, mentre quelli di Citigroup rimangono intatti. Se da un lato Obama ha intenzione di fare i nomi di quelle banche che vengono giudicate "sistematicamente importanti" e che saranno soggette a controlli più severi, e' anche vero che i piani di Washington non prevedono l'obbligo di ridurre le dimensioni o semplificare la loro struttura

16 settembre 2009

 

Crisi finita?

Da più parti giungono buone notizie in merito ai dati macroeconomici, situazione che crea ulteriori positive aspettative per il prossimo futuro, indicando quindi come l’inizio del 2009 sia probabilmente coinciso con la fine della crisi economica mondiale e la ripresa, seppure lenta, che dovrebbe avere un’accelerazione decisa nel prossimo anno. Siccome non esiste diavolo che si rispetti che non abbia un avvocato, eccomi qua! Vorrei analizzare, molto superficialmente e per quanto riesca dato le mie limitate conoscenze in campo economico, la situazione così come si presenta oggi, e verificare se e in che misura i miglioramenti possano far pensare che il peggio sia alle spalle.

Prima di tutto, considerando che problemi e scandali finanziari da una parte e profonda crisi immobiliare dall’altra sono stati i due maggiori problemi dell’economia statunitense, direi che al momento il sistema bancario non sia stato completamente rimesso in sesto e che, probabilmente, gli strascichi dei recenti fallimenti (o quasi-fallimenti) si sentiranno anche in futuro, come è inevitabile che sia. La crisi immobiliare invece non sembra nemmeno aver avuto un principio di risoluzione, semplicemente e in alcune aree la situazione, pur essendo rimasta drammatica, è almeno tendenzialmente stabile. I mutui degli americani continuano a destare grosse preoccupazioni: basti pensare che 1 mutuo su 4 è "underwater", il che significa che supera (talvolta anche nettamente) il valore massimo commerciale dell’immobile stesso (1 su 4!!).

Si è parlato di una ripresa della produzione industriale: il problema è che non ci si è curati di dire che in realtà ciò è servito (e serve in questo periodo, ancora) a ripristinare le scorte utilizzate in passato, motivo per cui ancora non si vede la ripresa dei consumi (scusate se è poco).

La disoccupazione ufficiale è al 9/10% circa ma, se dovessimo considerare i precari (non funziona come da noi) e coloro che a breve termineranno il sussidio di disoccupazione spettante e, probabilmente, non troveranno un nuovo impiego, la situazione potrebbe essere più chiaramente descritta in modo peggiorativo, con un livello che potrebbe andare da un minimo del 14/15% ad un massimo anche del 18/19% nel prossimo semestre.

A questo aggiungiamo il dollaro sempre più instabile e a rischio default o, quantomeno, di ulteriore peggioramento nei confronti di Cina e Europa, situazione che certamente non favorirà l’apparato economico americano.

A fronte di questo, ci si ritrova con un imbarazzante quanto incredibile cifra che il governo americano ha stanziato per far risorgere il paese e con un bel pacchetto di spazzatura che, per contro e solo in parte, ha acquisito; a che condizione porterà in futuro?  E se dovessero servire altre risorse in futuro per uno dei problemi di cui sopra (speriamo non tutti insieme) ci sarebbero altri fondi disponibili?.

Ho l’impressione (tale è e tale resta al momento) che l’immissione di una tale liquidità da parte dei governi e delle banche centrali sia servita a nascondere la spazzatura sotto il tappeto, anziché gettarla pulendo per bene tutto intorno; se questo pensiero si rivelerà corretto allora è possibile andare incontro ad una situazione di crisi e successiva stagnazione che potrebbe durare diversi anni (Giappone insegna!).

Ci sentiremo più avanti sul tema, sperando che quanto sopra riportato siano solo elucubrazioni di un incallito pessimista.

10 settembre 2009

 

Cambiamenti socio-economico mondiali e Cina

Cosa riserverà il futuro non ci è dato saperlo; si possono fare previsioni, creare simulazioni prospettiche o predire catastrofi imminenti ma, in realtà, l’evoluzione della situazione nostra e del nostro pianeta è, attualmente, talmente veloce rispetto a quanto fosse un millennio fa (o anche solo a 100 anni fa) che ormai le possibilità di azzeccare quello che succederà anche solo fra qualche decennio diventano remote. Basti pensare alo sviluppo elettronico, frenato dai colossi che producono e, soprattutto, commercializzano i nuovi ritrovati della scienza col contagocce (certo, a noi sembra che il progresso nel settore proceda a passo spedito!) al fine di vendere con regolarità e certezza ed evitando quindi magazzini stracolmi di invenduti causa innovative e più performanti uscite (due piccioni con una fava: maggiori entrate e, soprattutto, minori costi). Un’ idea, tuttavia, comincia a farsi largo negli ultimi anni: tutto il progresso va a vantaggio della popolazione della terra? Ma, soprattutto, quanto incidono le innovazioni (in tutti i settori) sulla salute delle persone? L’utilizzo sempre più massiccio di materiali inquinanti, di additivi e conservanti, la propagazione capillare di onde radio ed elettromagnetiche, lo spargimento incontrollato di insetticidi e diserbanti nonché l’abuso, sempre più frequente, di mangimi sofisticati e poco salutare per l’allevamento degli animali da carne e da latte hanno creato, creano ed in particolare creeranno sempre più problemi al nostro fisico. Le malattie aumentano da anni come numero e come intensità e, per quelle ricorrenti, è ormai conosciuto il livello di sempre maggiore e crescente resistenza agli antibiotici e/o antivirali in circolazione; inoltre, nonostante la stragrande quantità di malattie per cui solo un secolo fa si moriva in massa siano state debellate o, in alternativa, ne sia stata trovata la cura ideale, ancora troppi sono gli interrogativi e la mancanza di cure necessarie per malattie che da decenni o addirittura da secoli (sconosciute ai tempi) affliggono l’umanità. Infine: la popolazione cresce ad un ritmo elevato, le fonti alimentari tradizionali cominciano a scarseggiare (i mari, per esempio, sono sempre più poveri sia per l’inquinamento che per l’eccessivo prelevamento della fauna marina a scopo alimentare) e l’utilizzo di cibi poco salutari renderà necessario un cambiamento delle abitudini in generale, situazione che obbligherà, nel tempo, governi ed aziende a modificare l’attività produttiva (e, probabilmente, anche il modo di concepire lo sviluppo industriale). Questo fa pensare, quindi, alla possibilità che ci si debba arrendere all’utilizzo, in futuro, di nuovi combustibili più “puliti”, che incidano meno negativamente sulla salute delle persone; a cibi più salutari e meno sofisticati che non contengano, come ormai succede in ogni dove, piccolissime quantità di sostanze tossiche e che, come specificato nelle indicazioni del prodotto, la loro presenza sia autorizzata dalla legge ancorché in quantità modeste perché fino a certi livelli non “fanno male” (ma nessuno dice che combinate, a piccole dosi con sostanze simili in altri cibi ingeriti crea anche grossi problemi e malattie nel tempo!!); che aggeggi come telefonini o altre apparecchiature elettroniche siano costruiti con materiali idonei o provvisti di accessori in grado di schermare le onde nocive al nostro cervello o al nostro cuore. Queste e altre soluzioni si renderanno necessarie in futuro; quando la gente si renderà conto del rischio che da tempo corre, lo farà in massa. Siamo infatti fin troppo abituati all’indifferenza e/o all’ignoranza dei più che accettano di buon grado qualsiasi cosa faciliti la vita o permetta un risparmio economico (non necessariamente insieme, le due cose, ovviamente); e normalmente ciò dura fino a che la situazione non raggiunge certi livelli, momento in cui tutti cominciano a gridare “al lupo, al lupo”, lupo che ormai un bel po’ di pecorelle se le sarà portate via. A questo punto, comunque, la corsa al cambiamento dovrà necessariamente accelerare e, presumibilmente, a livello economico-finanziario si assisterà ad una nuova fase di boom economico. Tutti fanno affidamento, in particolare, sul fatto che la prima necessità sia quella di abbandonare petrolio e suoi derivati e lavorare su alternative valide e meno inquinanti, soprattutto; questo è vero e chiaramente necessario ma occorre sempre considerare che le più grandi aziende al mondo sono proprio quelle che estraggono, lavorano e vendono petrolio e affini e che queste aziende sono sparse un po’ in tutto il mondo e creano un indotto eccezionale. Inoltre, cosa non da poco, hanno introiti incredibilmente elevati, condizione che eleva gli interessi economici e finanziari di mezzo mondo ben al di sopra della salute delle persone. E’ chiaro, invece, che per quanto riguarda lo sviluppo di nuovi metodi per rendere più sani e sicuri gli alimenti, per consentire una maggiore produzione terrestre ed acquatica, per rendere più fertile la terra rimasta e per aumentare la produttività in generale, gli interessi generali potrebbero subire quanto meno un re-indirizzamento graduale in grado di riconvertire molte attività verso altre più consone alle future necessità sociali.

E qui entra in gioco la Cina: tutti pensano che questo Paese stia emergendo e possa tendere ad essere l’economia guida del futuro grazie alla rapidità della sua evoluzione in chiave elettronica ed industriale, nonché alla sua disponibilità di manodopera senza limiti e, da un po’ di tempo, anche grazie ai sempre crescenti capitali che la sua economia attira anche dall’estero. In realtà penso che questo rappresenti solo una parte della realtà: la Cina, infatti, ancora oggi, resta ancora un Paese, nonostante il crescente grado di industrializzazione, molto ben variegato, con un’economia che si basa su diversi settori e non, come in altri casi, su un unico pilastro. E, nonostante le sue incredibili ingiustizie sociali (e quanto ne consegue), potrebbe essere la nazione meglio preparata (per assurdo) al sistema economico del futuro. Vediamo, in sintesi, alcuni aspetti del discorso.

L'agricoltura tradizionale continua ad essere importante per il Paese e ne rappresenta una grande risorsa economica: negli ultimi anni sono state create più di 2000 aziende agricole statali situate nelle località a bassa densità di popolazione e dove, per problemi logistici, le attrezzature moderne non possono essere usate con la consueta efficacia. Il riso è, ovviamente, il prodotto più coltivato ed esportato del Paese, mentre mais ed avena rappresentano le valide alternative.

Allevamento: il più diffuso è quello dei suini visto che in molte zone non vi è sufficiente vegetazione;  la pastorizia è largamente praticata nelle regioni occidentali, dove i pastori allevano principalmente ovini, caprini e cammelli; nelle zone più elevate del Tibet allevano gli yak, che forniscono latte, carne, vestiario, con la pelle, e combustibile, con lo sterco.

Pesca: Nonostante la pesca sia praticata tuttora con metodi quasi primitivi rispetto a quelli utilizzati dagli altri paesi industrializzati, la Cina è uno dei migliori produttori di pesce del mondo. Nel Paese sono presenti principalmente allevamenti di carpe, alimento molto usato dai cinesi.

Risorse minerarie: la Cina possiede una grande varietà di risorse minerarie ed i giacimenti sono distribuiti praticamente su tutto il territorio, anche se le aree più ricche si trovano in Manciuria, nel Liadong (in particolare giacimenti di ferro). Le risorse minerarie occupano un campo vasto ed importante nell’economia del Paese e chiaramente, favoriscono un veloce sviluppo industriale.

Produzione industriale: Un altro ramo dell’ economia è l'industria pesante di rilievo è rappresentata dalla produzione di locomotive, trattori, macchinari per l'industria estrattiva e per la raffinazione del petrolio. L'industria petrolchimica possiede stabilimenti nella maggior parte delle province e delle regioni autonome cinesi, la produzione comprende fibre sintetiche, prodotti farmaceutici e materiale plastico, concime azotato.
Particolarmente fiorente nella Cina è l'industria tessile che impiega più di 4 milioni di lavoratori; si produce anche molta elettricità, condizione che fa della Cina il primo produttore al mondo.

Il commercio riveste un ruolo abbastanza importante oggi; l’evoluzione della legislazione in materia, grazie soprattutto all’abolizione di molti divieti in vigore fino agli anni settanta, ha permesso di sfruttare maggiormente le potenzialità del Paese, anche se, presumibilmente, nuovi sforzi e maggiori concessioni in futuro renderanno ancora più determinante questo settore.

Detto questo lascio la palla a chi vuole approfondire il discorso; ritengo tuttavia che quanto prima ci si renderà conto, in massa, delle necessità del nuovo millennio, a livello sociale in particolare, tanto più si raggiungerà una soluzione positiva alla situazione attuale e, molto meglio, si risponderà alle crescenti aspettative di una popolazione in costante aumento e sempre più esigente.

29 luglio 2009

 

 

A proposito di auto: che fine ha fatto GM con i suoi problemi?

Ultimamente si sente poco parlare di come vanno le cose in casa General Motors, dopo le dichiarazioni di rischio - fallimento ecc; ed in effetti, seppure il fallimento stia assumendo una veste legale diversa, con conseguenze giuridiche chiaramente differenti, la nota società ha gettato la spugna sul serio. Agli inizi di giugno di quest'anno, infatti, General Motors Corp, da tempo immemorabile il principale produttore di autoveicoli al mondo, ha dovuto dichiarare bancarotta presso il tribunale fallimentare di Manhattan, chiudendo in un colpo solo la sua ultracentenaria storia. E, in barba a chi dice chela crisi ormai è passata, questa situazione fa, purtroppo, rilevare che si tratta della seconda più imponente bancarotta nel settore industriale americano dopo quella di WorldCom del 2002: a fronte di asset per poco più di 80 miliardi di dollari GM ultimamente contava nel suo bilancio circa 170 miliardi di passività.

La richiesta di esclusione del titolo GM dalla quotazione a Wall Street rende l'idea, dunque, di che proporzioni, anche psicologicamente parlando, assuma questo ennesimo disastro economico dell'era moderna; l'idea del governo americano, infatti, è quella di limitare i danni, sotto tutti gli aspetti, cercando di chiudere un capitolo ed aprirne immediatamente un altro, all'insegna della chiarezza e della positività.  Si è infatti dato il via ad un presumibilmente rapido processo di ristrutturazione con un contributo, da parte dello stato appunto, di ben 30 miliardi di dollari, con l'intento di uscire da questa condizione entro i prossimi tre mesi. Con ciò, dovrebbe nascere una nuova società, chiaramente ridimensionata rispetto a quella attuale e inizialmente figlia della scorporazione delle GM in due società: la "new GM" e una "old GM". questo, almeno è quello che credono il presidente ed il suo staff, dovrebbe permettere di attutire l'impatto economico e sociale che invece avrebbe inevitabilmente avuto il fallimento della stessa società. La "old GM" comprenderà strutture e attrezzature considerate in esubero e sarà quasi certamente liquidata durante il processo di bancarotta pilotata; la "new GM" sarà invece controllata al 60% dal governo USA, il fondo del sindacato United Auto Workers avrà il 17,5%, agli obbligazionisti andrà il 10% e al governo canadese (che intende uscirne entro il 2018) il restante 12,5%. I

Con questa operazione il governo di Mr Obama spera di contenere i licenziamenti entro le 30 mila unità (su un totale dipendenti, negli USA, pari a circa 92 mila), di cui quasi 8mila tra impiegati, dirigenti e quadri.

Sarà quindi vero che, come dicono alcuni tra i più illustri economisti, giornalisti, capi di stato e ministri dell'economia che la crisi è passata, sta passando oppure, in ogni caso, il peggio è alle spalle; il problema è che tutti loro né prima, né durante né tantomeno dopo questa crisi l'avranno sentita (nella testa e nel portafogli), ma centinaia di migliaia di lavoratori in mezzo mondo ancora non sanno che fine faranno (o forse, e questo spesso è pure peggio, lo sanno!).

 

28 luglio 2009

 

 

Auto in ripresa

Nel nostro paese, nel mese di giugno, si è registrato un buon incremento delle immatricolazioni: 209.315 autovetture, con una crescita del 12,38% rispetto a giugno dell’anno scorso (186.258 autovetture), situazione dunque favorevole dopo il recente calo dell’8,59% registrato a maggio. Sempre a giugno, inoltre, ci sono stati oltre 360.000 trasferimenti di proprietà di auto usate, con un decremento, in questo caso, dell’ 8%  circa rispetto allo stesso mese dell’anno scorso ( 391.459 trasferimenti). Il volume totale delle vendite (570.245 autovetture) riguarda quindi per il 37% circa auto nuove e per il 63% invece quelle usate.

Principale beneficiario di questa ripresa è stato il gruppo Fiat: l’aumento è stato del 17,1% mentre la quota di mercato va al 34% (+1,4%). In particolare, Lancia registra un vero e proprio balzo inaspettato raggiungendo il 5% di quota, il miglior risultato dal 2000. Si evidenzia quindi la conferma del trend di costante crescita degli ultimi mesi, ottenuto anche grazie all’inserimento di una vasta gamma di vetture ecologiche (in particolare a metano) sempre più apprezzate dai clienti. Nel primo semestre, Fiat Group Automobiles ha immatricolato 377 mila vetture, ottenendo così una quota del 33,4 per cento, con un miglioramento rispetto al primo semestre 2008 di 1,4 punti percentuali. Lancia ottiene un mese record per le vendite di Musa; Ypsilon resta la compatta in assoluto più venduta in Italia (praticamente una vettura su quattro di questo segmento è proprio Ypsilon) e Delta vende molto bene mantenendo anche a giugno la leadership (attesi anche i dati futuri dopo l’arrivo recentissimo della sportiva 1.8 turbo da 200 cavalli). Alfa Romeo, infine, aumenta le vendite rispetto allo stesso periodo dello scorso anno e mantiene sostanzialmente invariata la sua quota di mercato.


Ribadisco (vedi altri articoli in merito), alla luce di quanto riportato sopra, l’importanza che un buon manager preparato, risoluto ed attivo possa modificare strategie, strutture e approccio commerciale ad un’azienda anche da solo, risolvendo in parte o in toto una situazione che invece numerosi altri manager hanno portato sull’orlo del disastro. Marchionni arriva, o meglio torna, dall’estero, laddove la preparazione e l’efficienza conta sopra qualsiasi prassi aristocraticamente legata a quelle forme di compiacimento reciproco delle classi dirigenziali, distruttiva e deleteria per ogni sistema economico-sociale, soprattutto alla lunga, e che fa del nepotismo un concetto assai più recente di quanto lo fosse secoli fa; in Italia la maggior parte della classe dirigente deriva dalla stessa classe dirigente precedente (tra scambi e favori vari, oltre alla “ereditarietà” per diritto di sangue!), lasciando poco spazio alla preparazione e alla creatività (in alcuni casi anche e soprattutto quando provengono da una comprovata gavetta, mirando ad escludere dall’ambiente qualsiasi innesto che ne esalterebbe le colpe e le incapacità). Ciò che ne deriva è quindi una sorta di passaggio di consegne continuativo, in cui il famoso detto “saltare dalla padella nella brace” si addice in modo preciso a chi dell’operato di questi “manager” ha dovuto, deve e dovrà farne le spese (una pianta di cachi non farà mai delle ciliegie, così come un dirigente mediocre non istruirà mai un nuovo dirigente capace!). E’ probabile che un riassetto ed una nuova strutturazione della società, alla luce anche delle fusioni o alleanze o acquisizioni in corso e future, possa creare qualche problema a una parte dei lavoratori (spostamenti, conversione dell’attività, cassa integrazione o licenziamenti) ma, tra il decidere di lasciar crollare una società che crea lavoro, tra diretto ed indotto, a oltre 1 milione di persone ed invece salvarne e migliorarne l’attività per la stragrande maggioranza di questi credo la risposta possa essere una sola.

E in ultimo, da ricordare che mentre il gruppo Fiat emerge, e non solo in Italia, Porsche rischia di svendersi ai giapponesi per eccesso di debiti, mentre marchi storici come Land Rover e Jaguar passano di mano e si spostano in India, facendo capo a chi, fino ad oggi e anche in futuro, produce automobili da 1500 $.  

2 luglio 2009

 

Indici azionari alla riscossa

L'indice Dow Jones ha realizzato, negli ultimi tre mesi, uno dei rally più interessanti della sua storia “moderna”, diciamo dagli anni “70 ad oggi; dai minimi realizzati a marzo, infatti, il mercato ha recuperato parte delle perdite del 2008 segnando un +30% circa (minimi di marzo – chiusura di giugno). I casi più eclatanti, sotto questo profilo, si possono verificare nel dicembre 1974, nell’agosto 1982, nel settembre 1998 e infine nel settembre 2001; in tutti questi casi la percentuale di rialzo nei tre mesi successivi, a partire dal minimo intraday segnato, è stato nell’ordine del 25 – 30% (in particolare +30% nei due casi anteriori e +25% negli ultimi due). Giusto per curiosità e per fare un po’ di statistica, anche se su 4 + 1 casi ne deriva un risultato di scarsa affidabilità, in tutti i casi in cui il mese successivo a questo trimestre ha chiuso positivo (“74,”82 e “98) il mercato ha proseguito la sua corsa, mentre nell’unico caso in cui la chiusura è stata negativa il mercato ha realizzato un massimo superiore nell’arco dei due mesi successivi prima di tornare a scendere in modo deciso verso nuovi minimi (2001). Ed il tutto si sta realizzando con un indice di volatilità ormai molto basso e tuttora in calo.

Per chi crede che i dati macroeconomici siano i principali artefici dei movimenti dei mercati finanziari, non solo nel lungo periodo ma anche nel breve periodo, le notizie su una contrazione del rallentamento economico e della ripresa della fiducia dei consumatori sono tra le principali cause di questo rally; per esempio ad aprile e maggio il superdindice calcolato dalla societa' di ricerche statunitense del Conference Board e' consecutivamente aumentato per la prima volta da giugno 2008 e ultimamente gli analisti hanno pensato bene di alzare (speriamo non troppo prematuramente) le stime sui profitti dell'esercizio in corso delle societa' componenti l'S&P 500. L'attenzione maggiore ora, sempre per coloro che analizzano il mercato partendo dai dati finanziari ed economici, si sposta sul mantenimento appunto di queste nuove previsioni al rialzo; in caso contrario la lettura dei dati nei prossimi mesi potrebbe essere stabile o anche leggermente positiva, ma se inferiore alle attese i mercati potrebbero risentirne in qualche modo.

Quanto questo rally durerà ancora è difficile per chiunque a dirsi; la mia opinione personale è che siamo agli sgoccioli e tra la metà e la fine di luglio il mercato potrebbe anche decidersi ad effettuare una nuova discesa di una certa importanza. Se invece dovesse passare relativamente indenne quel periodo, il che potrebbe significare un massimo non superiore a quello realizzato ma una chiusura positiva su base mensile, mantenendo così la fiducia attuale degli investitori, allora forse la situazione potrebbe restare favorevole fino a settembre almeno; eccessi di prezzo proprio in quel periodo mi indurrebbero invece a considerare pericoloso il mercato, nel breve e potenzialmente anche nel medio periodo.

1 luglio 2009

 

La giustizia (anche umana) esiste, solo noi italiani non abbiamo questo privilegio!

Ieri (29/6/2009) Il giudice Chin ha condannato il finanziere B. Madoff, ex presidente del Nasdaq, a 150 anni di carcere per la più grande truffa finanziaria mai vista a Wall Street. La sentenza è stata ovviamente molto bene accolta dai presenti, molti dei quali proprio vittime dell’ex “finanziere”. «Non ho scusanti» ha detto poco prima della sentenza Bernard Madoff rivolgendosi alle vittime del crack e chiedendo loro scusa: «Non ci sono scusanti per il mio comportamento, per aver ingannato gli investitori e i dipendenti». «Ho mentito a mio fratello e ai miei due figli. Vivo in un stato di tormento. Ho commesso un errore di giudizio partiti diversi applausi. Soddisfatte quindi le vittime della truffa. La prima vittima del crack salita sul banco degli imputati ha dichiarato di aver perso la propria casa, mentre la seconda vittima ha accusato anche il governo per le perdite: Madoff «ha compiuto un'opera d'arte nel manipolare il governo». «Ha rubato sia ai ricchi che ai poveri», ha affermato un altro degli investitori caduto nel maxi «schema Ponzi» di Madoff, un meccanismo truffaldino con schema tipo piramidale.

La tecnica prende il nome da Charles Ponzi, un immigrato italiano negli USA che divenne noto per avere applicato una simile truffa su larga scala nei confronti della comunità di immigrati prima e poi in tutta la nazione. Ponzi non fu il primo ad usare questa tecnica, ma ebbe tanto successo da legarvi il suo nome coinvolgendo 40.000 persone e raccogliendo oltre 15 milioni di dollari. Lo schema di Ponzi si è sviluppato nel tempo in varianti più complesse, pur mantenendo la stessa base teorica e continuando a sfruttare l'avidità delle persone; esso permette a chi comincia la catena e ai primi coinvolti di ottenere alti ritorni economici a breve termine, ma richiede continuamente nuove vittime disposte a pagare le quote. I guadagni derivano infatti esclusivamente dalle quote pagate dai nuovi investitori e non da attività produttive o finanziarie. Il sistema è naturalmente destinato a terminare con perdite per la maggior parte dei partecipanti, perché i soldi "investiti" non danno alcuna vera rendita né interesse, essendo semplicemente incamerati dai primi coinvolti nello schema che li useranno inizialmente per rispettare le promesse. La diffusione della truffa spesso diventa di tale portata da renderla palese, portando alla sua interruzione da parte delle autorità.

Le caratteristiche tipiche sono:

Risulta evidente che il rischio di investimento in operazioni che sfruttano questa pratica è molto elevato. Il rischio è crescente al crescere del numero degli iscritti, essendo sempre più difficile trovare nuovi adepti. In Italia, USA e in molti altri Paesi, questa pratica è un reato, essendo a tutti gli effetti una truffa. (Fonte Wikipedia)

Peccato che in Italia più frodi e meno paghi!!!

                                                                                                                                                                                                                            30 giugno 2009

 

 

Anche i ricchi piangono - II puntata -

Il governo tedesco ha rifiutato la richiesta di aiuti di Stato della Arcandor, il colosso tedesco della grande distribuzione, e l’azienda è stata costretta quindi in questi giorni a presentare domanda di insolvenza. La notizia chiaramente ha avuto le sue ripercussioni sul titolo quotato in borsa con ribassi dell’ordine di 50/60 punti percentuali in un solo giorno, situazione che ha portato ormai ad una fortissima perdita, da inizio anno, dell’80/90% dai massimi e senza grosse speranze di recupero.


Per il gruppo, che in queste ultime settimane ha cercato invano di evitare il fallimento chiedendo aiuti pubblici, comincia adesso una corsa contro il tempo per salvare migliaia di posti di lavoro e centinaia di grandi magazzini. La Arcandor ha un totale di 70mila dipendenti, di cui circa 47mila in Germania, dove è conosciuta soprattutto per il 'Kaufhaus des Westens' - o KaDeWe - aperto da Adolf Jandorf nel marzo del 1907 e da sempre uno dei simboli del lusso nella capitale, del resto come Harrod’s lo è per Londra.

Ma l'argomento occupazione non è bastato a convincere la Merkel, che di recente è corsa in aiuto della Opel con la promessa di concedere diversi miliardi di euro fra prestiti ponte e garanzie sul debito per mettere al sicuro il futuro di circa 25mila lavoratori. "La politica può fare solo il possibile", ha detto la cancelliera, sottolineando che "gli impegni dei creditori sono totalmente insufficienti". Già in precedenza, del resto, la Merkel aveva detto che quello della Opel era un "caso speciale", che non si sarebbe ripetuto in futuro. Secondo quanto scrive l'agenzia stampa Reuters, gli immobili affittati al gruppo sono posseduti dal veicolo Highstreet. Questo è controllata al 51% da Goldman Sachs e al 49% dal consorzio Rreef costituito da Generali (22,34%), Pirelli RE (24,66%) e Gruppo Borletti (4%). La richiesta d'insolvenza, secondo un comunicato, riguarda - oltre a KaDeWe - anche i grandi magazzini Karstadt, la divisione di vendite per corrispondenza Primondo e le attività specializzate nei cataloghi Quelle. E' escluso dalla bancarotta, invece, il secondo tour operator europeo, Thomas Cook, di cui la Arcandor detiene la maggioranza. Berlino ha respinto ieri la richiesta di garanzie pubbliche per 650 milioni di euro e crediti d'emergenza per altri 437 milioni di euro. Dopo il 'no' del governo, ha spiegato la Arcandor nella nota, il gruppo non è riuscito a soddisfare ulteriori impegni e "non aveva ulteriori prospettive per accedere a finanziamenti sostenibili". La Arcandor doveva rifinanziare in tempi brevi prestiti per 710 milioni di euro. ( Fonte: swissinfo) 

Alla faccia dei segnali di ripresa che tutti vedono da qualche mese a questa parte!.

17 giugno 2009

 

 

Che cos' è un hedge fund?

Rispondo ad un iscritto al sito in questa sezione in quanto è argomento generale e potrebbe interessare un certo numero di investitori. Quanto sotto rileva solo gli aspetti generali degli hedge funds, oltre a dare qualche indicazione storica; tali informazioni non sono sufficienti per coloro i quali decidessero di investire realmente in uno di questi strumenti.
Gli hedge fund sono veicoli d'investimento sottoposti a una regolamentazione molto blanda, per non dire quasi nulla. Si tratta di patrimoni collettivi, di regola raccolti mediante collocamenti privati presso una limitata area di investitori, dato anche il fatto che generalmente buona parte di essi richiede cifre di ingresso minimo decisamente elevate e spesso anche l'obbligo di attendere un certo periodo per la disdetta e quindi la liquidazione delle quote. Possono effettuare vendite allo scoperto (short selling), assumere crediti (leveraging) e utilizzare strumenti finanziari derivati e prodotti strutturati.

Il primo hedge fund moderno fu costituito nel 1949 da Alfred Winslow Jones (1901–1989), giornalista finanziario del magazine newyorkese Fortune. L'innovazione, per quei tempi, consisteva nell'introduzione delle vendite allo scoperto (short selling) e della leva finanziaria mediante il ricorso al credito (leverage). Le vendite allo scoperto consentirono per la prima volta di speculare dunque sia al rialzo che al ribasso e segnò l'inizio della copertura dei rischi di mercato: non si trattava più di andare solo alla ricerca di azioni sottovalutate per acquistarle e farne un buon affare, ma anche di quelle sopravvalutate per vendere a prezzi alti, nonostante non le si avessero in portafogli, e ricomprarle in ricopertura a prezzi inferiori lucrando sulla differenza di prezzo. Questa strategia di Winslow non trovò inizialmente molto seguito a Wall Street. L'interesse degli operatori si destò solo dopo la pubblicazione di un articolo che riportava le performance di questi strumenti negli anni tra il 1956 ed1965; nei due anni successivi furono lanciati più di 100 hedge fund, di cui tuttavia solo due sopravvissero ai crack che caratterizzarono l'ambiente finanziario americano tra il 1969 ed il 1974: il Quantum Fund di George Soros e lo Steinhardt Partners di Michael Steinhardt. Soros, che speculava principalmente su valute, raggiunse una potenza tale che il suo fondo fu ritenuto corresponsabile sia della marcata correzione della sterlina britannica nel 1992 (–15 per cento circa contro il marco tedesco in pochi giorni) sia del collasso del ringitt malese nel 1997 (crisi asiatica).  Anche in questo caso, come sempre, non è tanto lo strumento miracoloso a produrre utili, bensì la capacità di chi lo utilizza: Soros e Steinhardt mostrarono doti che tutti gli altri evidentemente non avevano e per questo furono gli unici ad uscirne non solo indenni ma addirittura rafforzati.

La storia moderna degli hedge fund è quasi sempre legata alle correzioni di mercato, situazioni nelle quali evidenziano l'obbiettivo di realizzare ottime performance mentre gli investimenti tradizionali si svalutano inevitabilmente; ciò però non sempre si è tradotto in un vantaggio in questi anni. Il caso più noto è sicuramente il quasi collasso del Long Term Capital Management Fund (LTCM), coinvolto inesorabilmente dalla crisi russa del 1998. Questo fondo, costituito nel 1994 da John Meriwether, annoverava nello staff di gestione anche di due premi Nobel, Myron Scholes e Robert Merton; le buone performance dei primi anni e i conseguenti favori di diverse banche internazionali gli aprirono facilmente l'accesso ai crediti: all'inizio del 1998, infatti, l'LTCM controllava un portafoglio di circa 100 miliardi di USD a fronte di un valore reale di soli 4 miliardi, con una leva finanziaria pari a 25 volte il capitale investito. Il fondo si concentrava su tre valori: volatilità degli indici, prestiti su pegno e mercati emergenti. Quando nel 1998 la Russia svalutò il rublo e richiese una moratoria per i suoi debiti, i mercati si spostarono compatti verso investimenti di qualità scatenando una immensa crisi di liquidità; in pochissime settimane il valore reale dell'LTCM scese a 2,3 miliardi di USD ed il fondo fu costretto ad introdurre ulteriori restrizioni sui riscatti. Il 1° settembre 1998 il valore reale si era ridotto a poco più di mezzo miliardo di dollari. Per colmare la voragine creata dall'immenso leverage, la Fed organizzò un salvataggio con 14 banche (naturalmente creditrici), che rilevarono il 90 per cento delle quote versando complessivamente 3,6 miliardi di USD. Nonostante questo disastro negli anni successivi il comparto degli hedge fund ha registrato una crescita senza pari. Infatti all'inizio delgli anni '90 erano circa 400 i fondi di questo tipo, con patrimoni gestiti per circa 80 miliardi di USD (senza considerare la leva), mentre nel 2005 si era già raggiunta la cifra di circa 8000 hedge fund con 1,1 bilioni di USD e 15 000 addetti al loro attivo. Un'espansione che non conosce tregua fino ai giorni nostri, praticamente, favorita dall'alto rendimento che generalmente la maggior parte di essi ha mediamente realizzato nel corso degli anni, grazie proprio all'utilizzo di strumenti alternativi.

Attualmente questi sono gli hedge con maggiore capitalizzazione (aggiornamento metà 2008, in dollari):

1 James Simons Renaissance Technologies Corp. $2.5 billion
2 John Paulson Paulson & Co. $2 billion
3 John Arnold Centaurus Energy $1.5 billion
4 George Soros Soros Fund Management $1.1 billion
5 Raymond Dalio Bridgewater Associates $780 million
6 Bruce Kovner Caxton Associates $640 million

20 maggio 2009

 

 

Terremoto in Abruzzo (ma non solo): ennesimo fallimento della nostra società obsoleta e opulenta. 

Aveva ragione Giampaolo Giuliani tecnico che fa ricerca ai Laboratori nazionali del Gran Sasso, che da anni sostiene di aver elaborato un metodo in grado di prevedere l'arrivo degli eventi sismici nonché la loro intensità. La sua previsione è stata errata solo per qualche giorno (qualche giorno, signori, non mesi!), dal momento che la notizia del terremoto, che nelle previsioni di Giuliani avrebbe dovuto essere «disastroso», ha scatenato tra domenica e lunedì una psicosi collettiva, che ha mandato in tilt alcune aree interessate dall’annuncio, ed era prevista nei giorni a cavallo del 2 aprile.

Ebbene questo allarme aveva provocato le ire dell’”efficientissimo e capace” Bertolaso, il capo della Protezione Civile, che aveva attaccato «quegli imbecilli che si divertono a diffondere notizie false», chiedendo una punizione esemplare. Alla luce di quanto sta succedendo oggi, a distanza di qualche giorno e non diversi anni, forse occorrerà modificare parzialmente il documento di Bertolaso e inserire tra le parole “imbecilli” e “che si divertono” qualcosa di più preciso, non saprei per es. un nome: IL SUO.
Giuliani, che basa le sue previsioni sull'analisi di un gas (il Radon) sprigionato dalla crosta terrestre e che ha costruito enormi cubi in piombo per monitorare il suolo, denunciato per procurato allarme, ora rischia di diventare l'unico in Italia ad aver previsto il disastroso terremoto di poco fa. Insomma i disastri come questi sono vere e proprie catastrofi naturali alle quali l’uomo è soggetto da sempre; qual è la differenza ora rispetto al passato? Che oggi ci sono i metodi per prevederlo e, cosa importante, salvare decine, centinaia o migliaia di vite umane. E ci sono purtroppo, anche i deficienti che, messi in condizioni di decidere per tutti, si prendono la libertà di pensare al proprio ego ignorando o attaccando chiunque mostri, involontariamente, le loro reali incapacità al pubblico, “fottendosene” altamente della vita delle persone.

Permettetemi dunque di dire qualcosa di più, in generale visto che nello specifico oggi e nei prossimi giorni si sentirà e si leggerà di tutto. Quanto successo ora in realtà ormai da troppo tempo succede in ogni settore della nostra vita e, se non solamente, soprattutto nel nostro “bellissimo” paese; quando si soleva dire (oggi non più in modo così convinto!) che l’America era qui, in Italia, si aveva ragione e anche oggi si può reiterare questo concetto: unica differenza è che la cosa vale solo per alcuni, ben pochi, certamente non per i più. Purtroppo.

Si, perché in Italia, nell'oltre 90% dei casi (e gli studi non li ho fatti io, documentatevi pure) la classe dirigenziale e la classe politica risulta formata da persone che, in un modo o nell’altro, hanno avuto a che fare con i loro predecessori o con chi in quel momento è ancora in sella. In buona sostanza la domanda è:

-          vuoi fare il politico o l’alto dirigente di una grande azienda? Ok, presentami il tuo stato di famiglia o un paio di buone referenze; al limite fammi telefonare (oggi meno gradito, visto il boom delle intercettazioni, poveretti!).  

Questa è la domanda; ma quale dovrebbe essere invece la domanda, realmente, come succede in molti paesi “civili” nei quali l’amministrazione pubblica e le società private contribuiscono alla forza del paese, invece di fare da zavorra?

-          Vuoi fare il politico o l’alto dirigente di una grande azienda? Bene, mostrami le tue capacità.  

Fintanto che questo Paese (comincio ad avere ribrezzo a scriverlo con la “p” maiuscola) continuerà ad essere governato, politicamente, economicamente e socialmente, da questa gente che, inevitabilmente, si dimostra incapace o corrotta (sono le due uniche possibilità, e provate a dimostrarmi il contrario se ci riuscite: o sbagli perché sei incompetente, oppure sei competente e allora sbagli di proposito e solo per interesse personale) allora la democrazia resterà un’utopia: se hai il potere comandi e se non ce l’hai devi adeguarti. 

Per essere chiaro, vorrei nessuno avesse dubbi sul fatto che non critico il governo attuale, un governo in particolare o una persona o più persone che fanno parte della classe politica o dirigenziale del Paese; è il sistema che è ormai totalmente deficitario e che, in tali condizioni, non permetterà mai più un’evoluzione politica, economica e sociale sana e vantaggiosa per gli Italiani. Sarà sempre tutto viziato da grossolani errori e assurde tendenza dettate non dal reale interesse per la comunità ma piuttosto per la propria bandiera o per tenersi stretto il proprio, come si dice da noi, “cadreghino” (letteralmente “seggiolino”, per intendere la posizione ottenuta professionalmente, meritata o no!). Fintanto che le decisioni, in tutti gli aspetti della vita, verranno prese da persone che nelle situazioni di tutti i giorni non ci sguazzano ma possono solo (e vogliono) limitarsi a mere considerazioni avulse dalla realtà popolare nessuno di essi potrà giovare alla massa e niente di ciò che faranno (o, aimè come in questo caso specifico, non faranno) riuscirà a migliorare le condizioni di vita generali se non a quei pochi privilegiati che di favori e agevolazioni non ne avrebbero assolutamente bisogno.

E la dimostrazione che è tutta la classe dirigenziale, e non la persona o il governo al potere al momento, ad essere colpevole della situazione lo dimostra il fatto che negli ultimi anni ogni cosa fatta o non fatta si è dimostrata uno sfacelo. Pochi esempi di seguito.

Qualche emerito personaggio, all’alba della decisione di entrare nell’area euro e assumere proprio la nuova moneta come nuovo strumento di intermediazione, aveva ben illustrato i danni e gli svantaggi che sarebbero derivati da un'entrata prematura ed il fatto che alla lunga solo chi aveva il coltello dalla parte del manico (imprenditori e lavoratori autonomi che possono fare i prezzi, in qualsiasi parte della filiera, oltre allo stato per le maggiori entrate) ne avrebbero beneficiato mentre l’80% della popolazione ne sarebbe uscita con le ossa rotte; i ricchi e la globalizzazione sarebbero stati gli unici beneficiari di questa nuova era e così, almeno per ora, si sta dimostrando. Altra sciagura ben più recente: nel 2006 e ancor più nel 2007 personaggi degni di stima, e oltre visti i precedenti a loro favore, avevano pronosticato la grave crisi in arrivo ammonendo governi e grandi imprenditori sulla necessità di interventi immediati e drastici. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, nel nostro Paese: il governo precedente nemmeno se ne è accorto e si limita ora a dare la colpa a questo governo (invece di chiedere scusa agli Italiani per la evidente e assoluta incompetenza nel giudicare la situazione generale) e quello attuale ci vuol far credere di essersene preoccupato seriamente e con largo anticipo quando, solo pochi mesi fa, i suoi componenti più illustri davano del “menagramo” a chiunque descriveva la situazione come estremamente critica (andate a dirglielo alle centinaia di migliaia di lavoratori che sono a piedi senza lavoro causa “crisi da poco” attuale!). Meglio non parlare della social-card: utilissima, e di ciò ne sono convinto, considerando che per i beneficiari costituisce spesso il 10% o anche oltre del loro potere d’acquisto attuale. Quello che mi chiedo è invece questo: mettere 40 euro in pensione agli aventi diritto era cosa troppo difficile? No assolutamente, ma pensate agli svantaggi e ai vantaggi: poca pubblicità e riscontro mediatico per i promotori dell’iniziativa, praticamente nulla da dare da mangiare qualche grosso pesce (gestori del circuito carte di credito per es.), a fronte invece della facilità di fruizione per le persone aventi diritto, buona parte delle quali al momento ancora non è riuscita ad averne la disponibilità e quasi sicuramente non l’avrà mai, dal momento che le difficoltà sono tali per cui solo chi ha vicino persone che possono dare un aiuto consistente andando a destra e a sinistra per uffici (spesso pieni di incompetenti) riusciranno infine ad avere caricata la loro carta. Pensate dunque: vantaggi per i cittadini assenti perché totalmente ignorati, vantaggi per la classe dirigenziale tutti presenti!. Altro esempio la questione Alitalia: l’azienda va male, malissimo da decenni ma tanto paga pantalone, quindi lasciamo correre l’acqua sotto i ponti!. Poi l’acqua finisce, qualcuno se ne accorge e la cosa come finisce?? Scontro politico e mediatico, tutto qui. La sinistra dice che è colpa di Berlusconi quando loro, insieme ai grandi protettori dei lavoratori (CGIL nella fattispecie) se ne sono fottuti altamente dei "loro" lavoratori e hanno buttato letteralmente fuori dalla porta Air France che si comprava il pacchetto per intero, figuriamoci quanto sono interessati alle problematiche dell’Italia; Il nuovo governo, invece, ha si garantito il posto di lavoro alla maggioranza dei dipendenti (per la verità troppo spesso pure a chi non se lo sarebbe meritato ma, si sa, il bene comune deve essere superiore a quello personale), ma indebitando ulteriormente le già povere (almeno così ci dicono) casse del nostro Paese vendendo a chi si è comprato tutto il buono e pochissimo del marcio.

E se tutto ciò non è prova e riprova del fatto che viviamo in una società in cui i pochi privilegiati fanno il bello ed il cattivo tempo senza rispetto alcuno per chi li mantiene, bè allora datemi qualche prova contraria e ritratto tutto e subito.

                                                                                                                                                                                                                             6 aprile 2009

 

Tassi e manovre

La situazione attuale in cui ci troviamo vede un tasso BCE all’1,5%, livello che non si vedeva da parecchio tempo e da altrettanto tempo probabilmente non si prevedeva che potesse scendere a tal modo. Il futuro, imminente direi visto che siamo a pochissimi giorni dal prossimo possibile (praticamente sicuro) intervento di taglio della Banca Centrale, prevede dunque un primo taglio presumibilmente di 25 bp ed uno successivo di altri 25 bp, situazione che porterebbe il tasso quindi all’1%, permettendo un nuovo flusso di liquidità sul mercato (sotto varie forme più volte e a più riprese spiegato). Se questi interventi saranno ritenuti validi e sufficienti dagli organi competenti allora la situazione generale troverebbe una condizione di stallo nella quale verificare gli eventi futuri in attesa di una ripresa più o meno decisa dell’economia in generale.

Qualora invece ciò non fosse sufficiente e si rendessero necessari invece più massicci interventi è chiaro che si dovrebbe procedere ad un taglio più forte sia in questa riunione che, presumibilmente, nella prossima; se ciò sembra essere scongiurato, al momento, come detto dai vertici delle BCE, non si può escludere tuttavia che il mercato, qualora le cose non migliorassero a breve o, addirittura, peggiorassero (la congiuntura europea è disastrata; non si parla più di un calo del Pil, nel 2009, del 2,8 per cento, ma già del 3,3 per cento e per questo, nell´ipotesi che non ci siamo peggioramenti, basta quello che abbiamo già visto nei primi tre mesi. Preoccupa soprattutto la situazione della Germania la cui economia è un terzo dell´area euro: Commerzbank ha appena diffuso uno studio in cui dice che nel 2009 il Pil tedesco crollerà del 7 per cento, mai successo se non nei periodi di conflitti mondiali). la Banca si troverebbe praticamente obbligata a sostenere più decisamente l’economia europea. A questo punto si renderebbero utili solo due tagli (almeno uno, il secondo, ma probabilmente entrambi) più consistenti e che rischierebbero, quindi, di far precipitare il tasso ufficiale allo 0,5% anziché all’1%; e sarebbe a quel punto che l’Europa non avrebbe quasi (si fa per dire) più benzina e che, qualora se ne rendesse necessaria dell’altra, non si potrebbe fare niente altro che cominciare a distribuire soldi a destra e a manca come USA e Inghilterra già fanno da tempo.

Ed ecco che, se ciò si verificasse, saremmo veramente alla frutta e qualsiasi altro intervento sarebbe, quasi, d’obbligo che avvenisse con immissione di denaro sonante sul mercato. Praticamente dovrebbe mettersi a stampare euro con un certo vigore e distribuirli in giro con molta generosità. Quali le possibilità? Visto che gli altri colossi dell’economia mondiale lo fanno da tempo potrebbe sembrare quasi doveroso ma utile in particolare, paradossalmente, all’Europa stessa, certamente in un contesto generale di una evoluzione “alla meno peggio”: infatti, se la Bce si rifiuterà, alla fine l´euro sarà l´unica grande moneta «virtuosa» (non inflazionata) del mondo e quindi si rivaluterà inevitabilmente, e questo finirebbe per rendere ancora più difficili le esportazioni dall´area euro e quindi creerebbe altri guai.

A giorni quindi si dovrebbero avere segnali più precisi in merito: se la Bce scenderà di colpo all´1 per cento con i tassi di interesse, allora i sostenitori del passaggio (a breve) alla politica della distribuzione “dei pani e dei pesci” potrebbero avere ragione. Se invece la Bce continuerà per la propria strada, tagliando i tassi solo di 25 basis point, allora le ipotesi sono due: o fa un clamoroso errore e quindi sarà costretta a correre immediatamente ai ripari, come del resto ha già dovuto fare in passato) oppure la situazione è meno grave del previsto (e alla Bce pensano che le misure già prese siano più che sufficienti a scongiurare il peggio).

                                                                                                                                                                                                                            30 marzo 2009

 

Minimo storico per il nostro derivato

Sembra strano da dire ma il nostro derivato spmib40 future, rimpianto ex fib per i "vecchi" dell' idem ( più facile da pronunciare almeno, sigh!) ha toccato oggi, 6 marzo 2009 alle ore 12,25 circa, un minimo storico a 12835 punti, riportando le quotazioni dunque sui livelli minimi da quando fu quotato nel 1994, raggiunti l'anno successivo nel 1995. Volendo vedere qualche curiosità, soprattutto per gli amanti dei cicli che sostengono che con essi si possa guadagnare palate di soldi ma poi nessuno conferma mai dove comprare e dove vendere con assoluta tranquillità, al momento questo minimo si colloca a circa 10 anni da quello dell'ottobre del 1998 (10 anni e 4 mesi) "rispettando" dunque il ciclo a 10 anni e facendoli felici; altra curiosità sono circa 13 anni (e 4 mesi sempre) dal minimo storico precedente (interessante numero di Fibonacci) e a circa 6 anni dal minimo del 2003 (due volte il ciclo di 3 anni) ed a circa 9 anni dal massimo storico (3 volte il ciclo di 3 anni). Siamo inoltre a 21 mesi (sempre Fibonacci) dall'ultimo massimo relativo di lungo periodo del maggio 2007 e la distanza tra questo minimo e il minimo importante e relativo del 2003 è quindi doppia della distanza tra il massimo storico e lo stesso minimo; per quanto riguarda la numerologia sui prezzi, a livello ben superficiale, il derivato con oggi storna del 75% i massimi storici (1/4) dopo che in passato dai minimi era quindi salito del 400% (4/1) tra minimo storico precedente e massimo del 2000. Il 75% è dunque lo storno attuale dai massimi e il 75% era il ritracciamento rialzista realizzato dopo i minimi del 2003 rispetto proprio ai massimi del 2000; lo storno del 2003 rispetto proprio ai max del 2000 era stato del 60% e questo attuale rispetto ai massimi del 2000 sempre è invece dell'80% e, siccome tra il 60 e l'80 di solito ci va il 70 ecco che per non smentirsi il ribasso attuale è del 70% rispetto ai massimi del 2007. E sicuramente non è finita qui ma tempo e voglia mi fermano, lasciando a tutti voi l'incombenza di trovare mille altre coincidenze (che sicuramente ci saranno). Quello che intendo dire è che tutte queste cose lasciano sempre il tempo che trovano e servono solo a fare casistica (e precedenti storici), in questi casi purtroppo sterile, ma nessuno indica mai con sicurezza e prima dell'evento o degli eventi una buona occasione per entrare o uscire dal mercato sulla base di questi dati. Insomma, chi non riesce a fare trading come si deve si riempie la bocca di parole come cicli temporali, chiusura ciclo, nuovo ciclo, ecc. e molti purtroppo ci cascano seguendoli; nel mio piccolo dimostro quindi, e posso dimostrare quello che volete e quando volete in merito, che ogni max o min del mercato realizza tutta una serie di coincidenze temporali e numerologiche incredibili, ma che le stesse sono note solo dopo che l'evento si è verificato, e spesso anche fin troppo dopo!

Io di borsa capisco poco ma devo dire che proprio per questo farei attenzione, nel corso del 2009, ai prossimi due mesi e successivamente alla seconda parte dell'anno, con particolare riferimento ai mesi di luglio e di settembre-ottobre; penso che queste tre scadenze possano chiarire ragionevolmente la situazione generale del nostro mercato e dare qualche indicazione maggiore di quanto si possa vedere in questo periodo (non essendo mago o preveggente non mi invento nulla ma guardo la statistica, che a volte, proprio in virtù di quello che rappresenta, ovviamente fallisce). Quello che succederà in futuro non è dato sapersi ma intanto c'è poco da godere, salvo per il fatto che, normalmente, ad ogni discesa segue prima o poi una nuova salita e dopo una discesa come questa la prossima ripresa dovrà mettere le ali per ridare fiducia a chiunque. Ma non dimenticate mai una cosa: a farvi guadagnare sui mercati è il prezzo, non il tempo, dal momento che si compra e si vende uno strumento, non un giorno!!!. Buon trading a tutti

                                                                                                                                                                                                                            6 marzo 2009

 

Controlli preventivi da parte del governo USA

Mi viene in mente il vecchio detto che chiudere la stalla dopo che sono scappati i buoi ormai è inutile ma, vista l'attuale situazione in particolare negli USA forse anche salvare un pò di vitelli può essere utile comunque!.

Come da comunicazione ufficiale del dipartimento del tesoro USA relativo al programma creato per sostenere gli istituti di credito in serie difficoltà è noto che attualmente ben 19 grandi banche americane si trovano sottoposte a questo tipo di esame da parte del governo, atto a misurare l’eventuale capacità o meno di sopportare eventuali peggioramenti della crisi finanziaria in atto dal punto dell’adeguatezza patrimoniale e del mantenimento di una certa e sufficiente liquidità finanziaria. La FED ha precisato che il test verrà effettuato su aziende che vantano capitali almeno di 100 miliardi di dollari e che, qualora dovessero subire contraccolpi tali da renderne inevitabile il fallimento o interventi drastici e costosi da parte dello stato, comprometterebbero ulteriormente e pesantemente la già tartassata situazione economico-finanziaria del paese. Nella lista degli istituti sotto osservazione, ad occupare le primissime posizioni sono JP Morgan, con asset per 2.175 miliardi di dollari, Citigroup, con 1.947 miliardi e Bank of America, con 1.822 miliardi. Seguono Wells Fargo (1.310 mld), Goldman Sachs (885 mld), Morgan Stanley (659 mld)). Piu’ in basso troviamo il gruppo assicurativo Metlife (502 mld), mentre all’undicesima posizione c’e’ GMAC, l’ex braccio finanziario della casa automobilistica General Motors che proprio in questi ultimi giorni resta in bilico tra una difficoltosa ripresa e la possibilità reale di un clamoroso fallimento, con assets totali per 189 miliardi di dollari.

Di seguito la lista completa degli istituti e le rispettive quote sugli assets (in miliardi di dollari):

1. JPMorgan Chase 2,175

2. Citigroup 1,947

3. Bank of America (1) 1,822

4. Wells Fargo 1,310

5. Goldman Sachs 885

6. Morgan Stanley 659

7. MetLife 502

8. PNC Financial Services 291

9. U.S. Bancorp 267

10. Bank of New York Mellon 238

 

11. GMAC 189

12. SunTrust 189

13. State Street 177

14. Capital One Financial Corp. 166

15. BB&T 152

16. Regions Financial Corp. 146

17. American Express 126

18. Fifth Third Bancorp 120

19. KeyCorp 105

 

6 marzo 2009

 

Nuove misure: i Tremonti-bond

Via libera al decreto per i Tremonti-bond: le nostre banche sono ora pronte a valutarne l’utilizzo, dopo le varianti proposte ed ottenute rispetto al documento originale, in tempi ragionevolmente brevi, impegnandosi quindi al sostegno alle imprese, alle famiglie e alle categorie in difficoltà. Prevista, da parte del governo nella persona di Giulio Tremonti, un controllo diretto ed una vigilanza assidua che non vi sia una "stretta" ai finanziamenti delle Pmi perché i bond "non sono per le banche ma passano attraverso le banche" per arrivare alle imprese.  Sollecitati dall'esecutivo, dalla Banca d'Italia e dalle associazioni degli industriali e con il beneplacito della Commissione Europea, gli istituti di credito potrebbero esaminarli nelle riunioni dei consigli delle prossime settimane e utilizzarli entro breve tempo. Il presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo (che non a caso ha chiuso in rialzo in Borsa) Giovanni Bazoli ha promesso che verrà presa "una decisione in tempi molto rapidi". Altre candidate al loro utilizzo sono Unicredit (che potrebbe far ricorso a strumenti analoghi in Austria), Mps e il Banco Popolare. Più prudente Ubi mentre Mediobanca e Bpm lo escludono. In cambio dei fondi governativi (remunerati a un tasso compreso fra il 7,5 e l'8,5%) le banche dovranno onorare una serie di impegni "di natura sociale" per sostenere le famiglie, le piccole e medie imprese (cui si anticiperanno le risorse per il pagamento della cassa integrazione) e anche sospendere per un anno la rata del mutuo ai cassaintegrati o a chi percepisce i sussidi di disoccupazione. Gli istituti di credito, come già scritto nel decreto anticrisi di fine 2008 e seguendo l'orientamento di Stati Uniti e Europa, dovranno adottare un codice etico che segua le linee guida di Banca d'Italia in modo da regolamentare e limitare le retribuzioni dei vertici e dei traders, comprensive di stipendio fisso, bonus e buonuscita, legandole a un'ottica di lungo periodo e collegandole ai risultati economici. Con i Tremonti-Bond il governo intende mettere le banche italiane, che pure non si trovano in pancia gli asset tossici, ad armi pari con le concorrenti europee che hanno beneficiato di massicci aiuti di stato, evitando dunque una vera e propria nazionalizzazione degli istituti.

 Secondo gli analisti con i fondi dei Tremonti-bond (che sono obbligazioni convertibili senza diritti di voto sottoscritte dal Tesoro) le banche potranno portare i loro indici di patrimonializzazione Core Tier al di sopra delle soglie di sicurezza richieste dal mercato vantando, al contempo, portafogli di attivi più puliti rispetto alle rivali europee. Certo l'aiuto non è illimitato né gratuito anche per motivi di finanza pubblica poiché il Tesoro dovrà ricorrere a nuove emissioni di debito in un un mercato già saturo dalle aste di molti paesi europei. All’inizio forse i controlli saranno serrati, ma in futuro la situazione resterà sotto controllo del governo , di questo o un altro eventualmente?  Ed un pericolo è proprio questo nel nostro paese, e cioè che spesso per ripicca politica in Italia si distrugge anche ciò che di buono è stato fatto in precedenza. Comunque, nel caso in futuri i controlli scompaiano o si allentino toccherà fidarci delle nostre banche e, sigh, la cosa certo non renderà felici i risparmiatori.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                  27 febbraio 2009   

 

Il punto sulla crisi USA a febbraio

Non accennano a diminuire le notizie negative che arrivano dal fronte economico della ex corazzata USA: nel mese di gennaio gli ordini dei beni durevoli degli Stati Uniti sono scesi del 5,2% a 163,8 miliardi di dollari. Il dato è stato nettamente peggiore, ed in modo preoccupante, delle stime degli analisti che invece avevano previsto un calo “solo” del 3 per cento. È stato inoltre rivisto il dato di dicembre quando gli ordini sono diminuiti del 4,6% anziché del 3%. Per quanto riguarda i sussidi di disoccupazione, che fino a ieri non erano mai andati oltre la soglia psicologica dei 5 milioni di unità, si è registrato un nuovo record negativo con ben 5.112.000 disoccupati in aumento di oltre 114.000 rispetto al dato precedente; il dato è il peggiore degli ultimi 25 anni e si colloca comunque “bene” tra i peggiori degli ultimi 100 anni, con la quasi certezza, sulla base dei dati preliminari, che anche il prossimo (e forse “i prossimi” saranno anche peggio). Infine, le vendite di nuove case sono crollate del 10,2% al tasso annuo di 309 mila a gennaio, ai minimi degli ultimi 45 anni, da quando cioè si è cominciato ad effettuare le rilevazioni. Il dato reso noto dal dipartimento del Commercio è peggiore delle attese degli analisti, che avevano pronosticato un tasso annuo di 330mila. Il prezzo medio delle abitazioni è scivolato del 13,5% a 201.100 dollari, minimo dal dicembre 2003. Dato che preoccupa oltre ogni ragionevole considerazione è che ora anche il mercato del lusso immobiliare sta barcollando e, in alcune zone, ormai crollando o quasi. Manhattan, fino a ieri la cassaforte degli immobiliaristi (del lusso e non), ormai non resiste più alle bordate della crisi e si qualifica sempre più come una sorta di “città in vendita”. Tre mesi fa Barron's aveva previsto il tracollo del mercato del lusso della citta', ma non si aspettava che la situazione si facesse cosi' preoccupante, con alcuni che indicano la bancarotta di Lehman Brothers come il punto di svolta della crisi; con il settore finanziario locale in piena crisi e l'industria che si prepara ad altri 40/50 mila tagli di posti di lavoro nei prossimi mesi, gli investitori hanno smesso di comprare case, causa sia la paura che perdite consistenti sugli investimenti azionari. E se la situazione generale non migliorerà a breve, cosa probabilmente un po’ difficile secondo le ultime rilevazioni, forse le condizioni attuali saranno destinate a peggiorare ulteriormente.

                                                                                                                                                                                                                           26 febbraio 2009

 

Investimenti a rischio? Rifugiamoci alle Poste (!!??)

 A quanto pare non solo alcuni banchieri e, a cascata, alcuni bancari sono poco trasparenti (mettiamola così!) anche se, talvolta, in buonafede comunque (l'ultima valida solo per i bancari, i banchieri solitamente sanno bene quello che fanno); in questi giorni un intervento da parte dell’Aduc (associazione di consumatori) richiede al ministro Tremonti di verificare ed eventualmente intervenire se opportuno, possibili perdite per oltre 400 milioni di euro a cui parecchi investitori potrebbero andare incontro in un futuro nemmeno tanto lontano. Si tratta di investimenti fatti da parte di oltre 70 mila consumatori presso Poste italiane tramite la sottoscrizione di polizze index linked (le solite dannate linked, strumento di punta di tutti gli istituti negli ultimi anni, chissà perché??) e che alla scadenza potrebbero rischiare di bruciare una parte consistente del capitale depositato.  I prodotti cui l'Aduc fa riferimento sono quattro:  

Classe 3A Valore Reale, collocata dal 07/01/2002 al 09/02/2002; Ideale, collocata dal 18/03/2002 al 20/04/2002; Raddoppio, collocata dal 03/06/2002 al 10/07/2002; Raddoppio Premium, collocata dal 12/08/2002 al 21/09/2002; Index Cup, collocata dal 21/10/2002 al 16/11/2002.

Già pochi mesi dopo il collocamento di questi titoli (tripla A, beninteso, il dito dietro al quale si nascondono, senza distinzione alcuna,  tutti gli emittenti di tali prodotti) il primo dramma si verificò con il fallimento della WorldCom; seguirono quindi vari declassamenti dei sottostanti ma di tutto ciò i  risparmiatori non venivano informati. Quanto successo nell’ultimo anno ha fatto il resto dando, presumibilmente, il colpo di grazia e l’associazione ritiene che molti di questi prodotti oggi valgano la metà o anche molto meno del loro valore iniziale. Si legge nella nota:” tra poco questi titoli (che avevano una scadenza di 10 anni) andranno in scadenza e le Poste stanno proponendo vergognose ristrutturazioni che hanno lo scopo di cercare di soffocare sul nascere l'enorme scandalo legato a questa vicenda. Chiediamo che il ministro Tremonti intervenga immediatamente affinché le Poste si facciano totalmente carico delle perdite derivanti da questi prodotti". Sentite questo detto di mia nonna, in dialetto: “fa e desfà l’è tutt un laurà” che significa: “fare o disfare è pur sempre lavorare”; in pratica ti do qualcosa di disastroso, poi lo disfo quando non c’è più nulla da fare e te lo rimetto insieme in altro modo (sempre disastroso? Mah, state attenti, una volta va bene ma dalla seconda sareste iscritti nell’albo dei masochisti finanziari).

Cari signori visto i rendimenti attuali sui titoli di stato, se non potete fare da soli con altre tipologie di investimento, causa mancanza di adeguate conoscenze in materia oppure tempo disponibile, lasciate perdere qualsiasi investimento vi venga proposto e tenete i soldini sul conto corrente o, in alternativa, se fossero molti, provate a concentrare i vostri sforzi per cercare buone occasioni sugli immobili che, almeno in teoria, nei prossimi 6/12 mesi potrebbero trovarsi sul mercato. A chi ha pensato solo a risparmiare fino ad oggi e si è messo via un bel gruzzoletto, ha un tetto sulla testa e ormai nessun figlio più da mantenere, consiglierei di godersi un po’ la vita, alla faccia di tutti questi approfittatori della fiducia altrui (troppo spesso malriposta!).

                                                                                                                                                                                                                           30 gennaio 2009

 

Fiat alla conquista dell'impero?

Fiat e  Chrysler hanno annunciato la conclusione di un accordo preliminare atto a stabilire un'alleanza strategica globale che prevede anche, tra le altre cose, che i due gruppi sfruttino le rispettive reti di distribuzione. Fiat riceverà una quota importante del pacchetto azionario di Chrysler del 35% in base ad un accordo  che non contempla per Fiat alcun investimento in contante in Chrysler,  né un impegno a finanziare l’azienda USA in futuro; il vicepresidente della Fiat John Elkann ha poi chiarito che Fiat potrebbe però salire in futuro oltre la quota del 35% in quanto prevede che l'accordo con Chrysler, oltre ad essere molto buono in questa fase di mercato, potrbbe diventare ancora più interessante in futuro alla luce della fine della attuale crisi economica. La Chrysler ovviamente conferma la presenza di questo accordo  non vincolante con Fiat che sarà probabilmente completato  entro aprile. L'accordo prevede che il gruppo torinese abbia accesso alle piattaforme di prodotto e alle fabbriche della Chrysler in Nord America e che la Casa Usa assisterà Fiat nello sbarco della 500 e del marchio Alfa Romeo sul mercato americano. Con questo accordo - fanno sapere fonti interne a Chrysler - la Casa americana avrà inoltre accesso alle piattaforme di prodotto Fiat e sarà supportata dalla casa torinese nella distribuzione in importanti mercati esteri dove Fiat è presente. Inoltre, Fiat darà il proprio supporto a Chrysler nell'ambito del Viability Plan con il ministero del Tesoro americano. Il risparmio di denaro derivante  dall'alleanza si potrebbe aggirare sui 3-4  miliardi di dollari; inoltre l'accordo migliorerà, secondo la stampa economica USA,  l'immagine di Chrysler agli occhi del Governo americano, che ha già acconsentito ad un prestito da 4 miliardi di dollari per il costruttore attualmente in difficoltà.  Essendo i due gruppi potenzialmente complementare, tale accordo diventa, oltre che vantaggioso per il futuro in termini economici e di assetto societario, anche decisamente difensivo nelle condizioni attuali di mercato:  Chrysler opera prevalentemente in Nord America e i tre quarti delle sue vendite sono legati a camion, minivan e sport utility-vehicle, mentre  Fiat è specializzata in auto piccole e medie. Possibile, anzi molto probabile, dunque, che entrambe potrebbero beneficiare di un  importante aumento delle vendite.

Come è possibile che in un momento come questo un’azienda come Fiat, che anche recentemente ha annunciato nuovi cassintegrati date la difficoltà economiche contingenti, decida un’operazione come questa? Per prima cosa, nonostante l'ultimo periodo dell'anno molto negativo per il settore, secondo gli analisti finanziari Fiat dovrebbe essere una delle meno colpite in generale: l'esercizio dovrebbe chiudersi con un risultato della gestione ordinaria di 3,27 miliardi (3,23 nel 2007) e un utile netto di 1,76 miliardi a fronte di 2,05 dell'anno precedente.  Per il 2009 è previsto un risultato della gestione ordinaria del gruppo di 1,37 miliardi con utile netto a 490 milioni. Dovrebbe crescere l'indebitamento netto industriale, negativo per 4,07 miliardi. Per l'auto la previsione è di un risultato della gestione ordinaria 2009 in rosso per 30 milioni, stimato positivo invece sia per Cnh sia per Iveco rispettivamente a 830 e 350 milioni. Nel 2010, infine, gli analisti prevedono per il gruppo Fiat un risultato della gestione ordinaria pari a 1,98 miliardi con un utile netto di 890 milioni e un indebitamento netto industriale in miglioramento anche se negativo per 3,76 miliardi. E’ chiaro che il gruppo fino ad ora si sia comportato nettamente meglio di altri concorrenti; inoltre, a differenza di chi, in vari settori (primo fra tutti quello finanziario) negli ultimi 2-3 anni ha sperperato per fusioni e/o acquisizioni, Marchionni & C. hanno ben deciso di attendere un momento di saldi come questo e, cosa ancora più importante, praticamente si trova una bella fetta di una delle più grosse società al mondo senza esborso reale di denaro.

Cosa dire? In Itali è raro vedere queste cose perché la nostra classe dirigente è chiaramente e inesorabilmente figlia del nepotismo più sfrenato ormai quasi da quando esiste; alti dirigenti che abbiano reali capacità manageriali quasi non esistono nel nostro paese e quasi tutti sono proprio figlio di, nipote di, fratello di, amico di. E’ il motivo principale per cui in genere noi siamo prede, se ambite, ma mai cacciatori e le nostre aziende diventano straniere ma difficilmente le straniere diventano nostre. Marchionni arriva da scuola, gavetta e acculturamento stile USA: certo ora si fa presto a dire che gli Stati Uniti sono la madre della recessione in corso ma, non dimentichiamoci, che chi ha fatto grande l’economia, prima della crisi, e creato molte aziende globali e mondiali (e la maggior parte di esse supereranno alla grande questo momento) in diversi settori sono proprio i manager americani. Insomma, ci voleva un reimportato dagli USA per trovare un dirigente con le “palle” anche in Italia. Se l’accordo sarà perfezionato l’AD si sarà confermato all’altezza della sua fama internazionale.

                                                                                                                                                                                                                           20 gennaio 2009

 

Banche nella nebbia!

I colossi bancari europei UBS e HSBC rischiano di essere ritenuti responsabili di una parte delle perdite, circa $3.2 miliardi, subite da alcuni investitori a causa dello scandalo Madoff. Alle due banche verrebbe contestato un ruolo decisivo, in merito a tali perdite, nella custodia di fondi in Irlanda e Lussemburgo. Essi erano infatti responsabili del controllo sui fondi e sui trasferimenti di denaro diretto e proveniente dagli investitori; la contestazione sarebbe proprio relativa al fatto che le due banche non avrebbero effettuato gli adeguati controlli per verificare dove fossero effettivamente gli asset. Considerando che,a quanto fino ad ora si sa ufficialmente, tre fondi lussemburghesi esposti allo scandalo Madoff per una cifra complessiva compresa tra 5 ($6.6 miliardi) e 7 miliardi di euro siano i principali promotori di tale contestazione alle due banche, è chiaro che se ufficialmente e legalmente venissero ritenute responsabili è evidente che la loro esposizione verso lo scandalo aumenterebbe enormemente: attualmente HSBC ha comunicato un’esposizione di circa 1 miliardo di dollari, cifre di poco conto invece per UBS. Restiamo in attesa.  

Royal Bank of Scotland ha annunciato che il bilancio 2008 si chiuderà con una perdita di 28 miliardi di sterline, la somma più alta mai persa da una banca della GB in un singolo esercizio, a causa soprattutto, ma certamente non solo, della folle spesa dello scorso anno per acquisire ABN AMRO. Senza questa spesa e oneri aggiuntivi resosi necessari durante e post-acquisizione la perdita si sarebbe limitata a soli, si fa per dire, "soli" 7-8 miliardi di sterline; ieri, 19 gennaio, i titoli della banca hanno perso ben oltre la metà del loro già ridotto valore di mercato. Tale situazione ha richiesto l’ennesimo intervento, per il sistema finanziario inglese, del governo di Sua Maestà che prevede uno scambio tra azioni privilegiate e azioni ordinarie della Royal Bank of Scotland per un valore totale di cinque miliardi di sterline. A conti fatti, il governo possiede ora il 70% del pacchetto azionario della banca scozzese.  

Il colosso bancario Usa Citigroup ha annunciato nei giorni scorsi un altro bilancio in perdita di oltre 8 miliardi di dollari nel quarto trimestre, superiore alle attese degli analisti e opta per un drastico piano di ristrutturazione, che prevede lo scorporo dei settori maggiormente esposti alla crisi finanziaria dell’ultimo anno. Il gruppo, che ha inanellato la sua quinta perdita trimestrale consecutiva, nel quarto trimestre sconta 6,1 miliardi di dollari di perdite sui crediti netti e 6 miliardi di dollari di perdite per la costruzione delle riserve, a fronte di entrate per 5,6 miliardi di dollari. Per l’anno 2008 il rosso è di 18,72 miliardi di dollari.  La banca si dividerà dunque in due unità operative: da una parte nasce una nuova compagnia che riprenderà il nome storico di Citicorp - e in cui confluiranno le attività di investment banking e di asset management. Gli asset non core e quelli a rischio invece verranno parcheggiati in una societa' di nuova costituzione che si chiamerà Citi Holding. A questo proposito Citigroup ha inoltre comunicato di aver raggiunto un nuovo accordo con il Tesoro e la Fed, che si impegneranno ad assicurare le sue attività per la enorme cifra di 301 miliardi di dollari.

Come se non bastasse, anche Bank of America ha comunicato una perdita di 1,79 miliardi di dollari mentre la controllata Merrill Lynch, nello stesso periodo, ha registrato un bilancio negativo di oltre 15 miliardi di dollari. Il primo istituto di credito negli Stati Uniti per valore di asset, ha ricevuto un nuovo aiuto dal governo USA: Il Tesoro investirà 20 miliardi di dollari» in Bank of America in cambio di azioni preferenziali con un dividendo dell'8 per cento, ha precisato il comunicato. Il Tesoro garantirà inoltre «una protezione (a BofA) di fronte alla possibilità di perdite insolite per la loro ampiezza nel quadro di proprietà stimate in 118 miliardi legate a prestiti immobiliari, residenziali o commerciali, o altre proprietà dello stesso tipo» ha chiarito il comunicato.  Bank of America aveva già ricevuto 15 miliardi di dollari dal Tesoro americano in autunno nel quadro del piano di ricapitalizzazione delle banche con fondi pubblici, uno dei provvedimenti adottati per salvare il sistema finanziario. La banca ha inoltre ricevuto alcuni giorni fa altri 10 miliardi che erano stati promessi a Merrill Lynch, la banca di affari che ha rilevato e la cui acquisizione sembrerebbe più pesante da ammortizzare di quanto Bank of America aveva inizialmente stimato. In cambio di questo aiuto finanziario, Bank of America dovrà rispettare condizioni molto rigorose in materia di salari e di bonus per i dirigenti, e dovrà anche modificare il suo programma di prestiti immobiliari.
 

                                                                                                                                                                                                                           19 gennaio 2009

 

Banche e stati

Non vorrei dire per l’ennesima volta: “ve l’avevo detto”, ma se andate a vedere l’articolo di inizio ottobre “Italiani ed Europei: siamo al sicuro dalla crisi?” vi renderete conto che prima o poi tutti i nodi vengono al pettine. Per collegarmi a quell’articolo, o almeno una parte specifica dello stesso, riporto qualche passaggio di un comunicato fresco fresco tra le news finanziarie attuali:

Lo Stato tedesco entra in un altro colosso del credito. La Deutsche Postbank, controllata pubblica per il 31%, ha siglato oggi, 14 gennaio, un accordo con Deutsche Bank che sancisce il suo ingresso nel capitale della prima banca tedesca con una quota dell'8 per cento. L'istituto acquisterà in una prima fase il 22,9% di Postbank, che a sua volta rileverà l'8% della più grande banca commerciale tedesca. L'operazione conferma così l'atteso ingresso, sia pure indiretto, dello Stato nella Deutsche Bank. La notizia arriva nel giorno in cui Deutsche Bank, primo gruppo bancario della Germania, ha comunicato al mercato una perdita da 3,9 miliardi per l'insieme del 2008. Il contesto di crisi generale si è fatto sentire in maniera particolarmente accentuata sulle «attività sul mercato del credito, sui prodotti derivati e sull'azionario». In ogni caso Deutsche Bank prevede di versare comunque un dividendo per il 2008, pari a mezzo euro per azione. Inoltre la banca afferma di aver «considerevolmente ridotto» la sua esposizione sui crediti a rischio, che dagli 11,9 miliardi della fine del terzo trimestre sono ora diminuiti a sono un miliardo.

Beninteso: questo potrebbe essere un fatto positivo in ottica futura. Infatti il colosso bancario tedesco getta le basi per la nascita di un polo finanziario di grandi dimensioni sia a livello nazionale (chiaramente) che europeo. In futuro di tale situazione andrà a beneficiarne la banca stessa e, una volta usciti dalla crisi attuale, le potenzialità non solo rinnovate ma anche incrementate torneranno indietro sotto forma di nuove fette di mercato e quindi utili e fatturato. Tutto ciò ovviamente se l’aiuto patrimoniale sarà gestito in modo tale da sopravvivere, tutto o almeno in parte, a questo periodo di crisi che ancora non accenna a ridimensionarsi; in caso contrario infatti potrebbe essere difficile, se non impossibile, in futuro ricorrere a nuove sovvenzioni, partecipazioni o altro. Per questo motivo  direi che la cosa migliore sia guardare con rispetto alla banca ed all’operazione in corso, ma prima di investirci dei soldi farei molta attenzione; quasi 4 miliardi di perdita non sono bazzecole, nemmeno per un colosso bancario come DB, e non dimentichiamoci che sul mercato ci sono titoli più appetibili, storicamente legati ai consumi, e che di qui a pochi mesi potrebbero diventare ancora più appetibili di quanto già non possano sembrare.

 

La fine di Alitalia 

Oggi ultimo giorno ufficiale di operatività per la compagnia aerea di bandiera, per fortuna direi. In ogni caso, anche ieri, 11 gennaio, i voli cancellati sono stati oltre 120 tra Fiumicino e Linate; a questo occorre aggiungere pesanti disagi con attese anche di 2,5/3 ore per i passeggeri. Altri 50 voli, su notizia della stessa Alitalia sarebbero stati cancellati nelle ora successive e quindi tra la serata di ieri e la mattinata di oggi. Trattasi dunque di negative conseguenze dello sciopero, l’ennesimo, senza preavviso del personale Alitalia; una giornata dunque pessima per i passeggeri che ancora una volta si sono ritrovati (e sicuramente si ritroveranno) ostaggi delle continue, insistenti e sempre più incomprensibili proteste dei lavoratori della compagnia di bandiera (aimè, di bandiera italiana stiamo parlando). Lo sciopero spontaneo di un centinaio di lavoratori aderenti ai sindacati di base è terminato ieri alle 18 dopo 24 ore di stop, ma l'operativo voli è andato praticamente in tilt. A questi “stacanovisti” lavoratori si sono aggiunti anche i piloti che, sfruttando in pieno le possibilità offerte dalle procedure di decollo ed atterraggio, hanno contribuito pesantemente a peggiorare la situazione già di per sé precaria (si fa per dire!); e questo ci sembra strano perché fino ad ora i piloti avevano dato prova, in tutti di questi anni, di essere indefessi lavoratori, dediti totalmente all’azienda e onesti sostenitori della correttezza e della lealtà nei confronti della compagnia! (il loro rappresentante potrebbe chiamarsi tranquillamente “GIUDA  ISCARIOTA”). Il governo ha risposto con la precettazione nei confronti degli scioperanti dei Cub e le procure di Roma e Civitavecchia hanno aperto un fascicolo per interruzione di pubblico servizio e inosservanza della precettazione. L'Enac valuta sanzioni e sta procedendo all'identificazione degli equipaggi assenti mentre il ministro del welfare Sacconi stigmatizza il comportamento di "certe minoranze che paralizzano il sistema aeroportuale". E anche dall'opposizione piovono critiche sulle modalità della protesta: "È una forma di lotta dannosa - osserva D'Alema - innanzitutto per i lavoratori che la praticano" (e meno male: ogni tanto anche l’opposizione, o almeno qualcuno di loro, fa funzionare il cervelletto prima di parlare!). Ora direi che non resta che fare due cose: la prima , per la verità si sarebbe dovuta fare a partire da parecchi anni fa, è quella di non servirsi di alitalia ma cercare alternative a tutti i costi, in modo da rendere necessario effettuare altri tagli e possibilmente molto decisi tra il personale dell’azienda; questo perché se a fare casino sono in 500 invece di 3000 allora il caos è minore e così i disagi stessi, considerando poi che in ogni caso tutti quelli che in questi giorni e da anni a questa parte poco o nulla hanno lavorato anche per questi continui scioperi e non solo, direi che il loro licenziamento può solo giovare alla produttività dell’azienda. La seconda cosa da fare è attendere; a breve arriverà il partner straniero e molti si augurano Lufthansa per via sia del discorso Malpensa che del fatto che i tedeschi potrebbero essere più determinanti nel risolvere certe situazioni così pesanti relative al personale lazzarone. Se le cose dovessero dunque prendere la direzione giusta è possibile che finalmente ci si possa liberare di questa zavorra umana che pesa non solo sull’azienda ma da decenni su tutti i lavoratori italiani e l’economia del paese. Il problema reale e che ormai la maggior parte degli italiani hanno capito non è tanto che vengano rispettate le condizioni lavorative di un certo tipo per questi lavoratori, bensì il fatto che ognuno di loro sa benissimo che, una volta che dovessero essere fuori dall’azienda, nessuno sano di mente rischierebbe di assumerli: ma quale imprenditore, nel pieno delle sue facoltà fisiche ma soprattutto mentali, rischierebbe di assumere un ex lavoratore alitalia, di qualsiasi mansione si sia occupato nella vita?? Ed è lo stesso motivo per cui chi ha dovuto accettare la cassa integrazione di 7 anni e ben l’80% di stipendio originario si è lamentato pesantemente: salvo che entro questi 7 anni (o subito dopo) gli sia possibile andare in pensione, difficilmente potrà accettare la c.i,  poiché né in 7 né in 70 anni, visti i precedenti, hanno speranza di essere assunti in qualche altra azienda che non sia statale!. Insomma, tanto per essere chiari: ma chissenegrega della compagnia di bandiera, diamo questo benedetto pacchetto a francesi o tedeschi a questo punto (magari un po’ a entrambi) e non pensiamoci più. E visto che più volte i piloti hanno detto che guadagnano meno dei loro colleghi europei in tali condizioni dovrebbero fare salti di gioia, finalmente; e noi salti mortali, finalmente!!.

 

Tassi a zero negli USA

La FED ha deciso ieri di fissare il target sui fed funds in un range compreso tra lo 0.00% e lo 0.25%. Le condizioni nell’ultimo mese sono peggiorate e gli ultimi dati disponibili indicano che i consumi, gli investimenti delle imprese e la produzione industriale sono diminuiti. I mercati finanziari restano chiaramente sotto pressione e le condizioni del mercato del credito restano difficili (come già detto in qualche articolo precedente se “scoppiasse” anche questa bomba tutto il mondo economico globale rischierebbe il soffocamento). Nel frattempo, la pressione inflazionistica si è notevolmente ridotta; è un’ evidente conseguenza del calo dei prezzi energetici e di altre materie prime non solo dagli eccessi degli ultimi periodi ma anche di una parte del loro valore reale, oltre che delle deboli prospettive per l’attività economica. E la FED si aspetta un ulteriore allentamento anche per il prossimo futuro. Nel comunicato ha inoltre precisato che, manovra attuale a parte, farà uso di tutti gli strumenti disponibili per promuovere il ripristino di una crescita economica sostenibile e garantire la stabilità’ dei prezzi. In particolare, il Comitato anticipa che le deboli condizioni economiche garantiranno probabilmente bassi livelli del costo del denaro per ancora parecchio tempo. L’obiettivo della politica adottata dal Comitato in futuro sara’ quello di supportare il funzionamento dei mercati finanziari e stimolare l’economia attraverso operazioni a mercato aperto ed altre misure che sostengano il bilancio della Fed ad un elevato livello. Come annunciato in precedenza, nei prossimi trimestri la FED acquisterà ingenti quantità di debito ed MBS (Mortgage Debt Securities) per fornire supporto ai mercati dei mutui ed a quello immobiliare; starebbe inoltre valutando i potenziali benefici legati all’acquisto di Treasury di lungo termine. Agli inizi del 2009 la FED attuerà, inoltre, anche nuove misure per facilitare l’estensione del credito alle famiglie e alle aziende e continuerà a considerare diversi modi nell’utilizzo del proprio bilancio per supportare ulteriormente i mercati del credito e l’attività economica.

Purtroppo una tale situazione non solo denota che le condizioni sono peggiorate, come è evidente e come sostiene la stessa FED; il problema è che una manovra di questo tipo, per la verità non del tutto inaspettata, indica abbastanza chiaramente che l’economia non solo non si riprenderà nei prossimi mesi, ma probabilmente per i successivi due trimestri, forse anche tre, peggiorerà ulteriormente. E dico non del tutto inaspettata perché pochi giorni orsono l’asta dei bond USA, nonostante tassi di rendimento vicino allo zero, sono andati a ruba: la richiesta è stata infatti oltre quattro volte l’offerta, situazione che non si verifica certamente molto frequente (chi si ricorda quando è avvenuta deve avere una memoria di ferro, oltre a non essere ormai più un ragazzino!). Le conseguenze, che affronteremo magari più avanti ed in modo meno superficiale, di questa decisione influenzeranno un po’ tutto il sistema, e non necessariamente in modo positivo per ogni aspetto. Per esempio, facendo l’avvocato del diavolo, tutti gli investimenti attualmente concentrati su fondi monetari e altri strumenti di liquidità che fine faranno, considerando che da ora in avanti i tassi prossimi allo zero non permetteranno agli emittenti di coprire nemmeno i costi di gestione degli stessi? E quali alternative si presentano agli investitori in questione, considerando che i titoli di stato praticamente non rendono e ogni altro investimento oggi può risultare a rischio salvo forse qualche bene rifugio per eccellenza come i metalli preziosi (con tutti i problemi che può comportare l’investimento stesso)? Altra considerazione: tassi bassi dovrebbero significare una maggiore propensione all’investimento strutturale nel sistema economico, in sostanza nelle aziende produttive, proprio in virtù del fatto che il costo per l’approvvigionamento del denaro è bassissimo. In realtà, e altre precedenti situazioni similari nel mondo lo confermano, anche chi ha disponibilità per l’accesso al credito, pur essendo favorito dalle condizioni vantaggiose contingenti, spesso è necessariamente restìo a farlo, preferendo mantenere il margine necessario a fronteggiare eventuali peggioramenti delle condizioni di mercato ed evitando l’indebitamente, seppure a tassi favorevoli, in momenti di incertezza sull’evoluzione futura della situazione. Ciò rischia di portare ad uno stallo generale e, senza il supporto di altre manovre specifiche e ingenti, crea le condizioni per una possibile totale immobilità del sistema per diversi mesi, forse anni. Altro problema potrebbe nascere dalla valuta USA: indebitarsi oggi in dollari e investire in altre valute, non ultima l’euro per ora, vuol dire prendere a prestito denaro ad un certo costo e reinvestirlo lucrando un tasso di ritorno migliore, ovviamente con le specifiche operazioni finanziarie; ciò rischia di indebolire ulteriormente il già fin troppo massacrato dollaro con peggioramento della già inevitabilmente pesantissima bilancia commerciale USA, situazione che non vorrei degenerasse fino a far gridare tutti: “abbandonate la nave, si salvi chi può!”.

Mi fermo qui e riprenderò più avanti l’argomento; dico solo di pensare a quello che successe in Giappone diversi anni fa. Le misure furono certamente simili ma loro arrivarono a questi provvedimenti in modo molto più graduale e facendo seguire i tagli tassi ad una reale, costante e uguale riduzione del livello di inflazione; gli USA hanno fatto in un solo anno scarso quello che il Giappone ha impiegato da 5 a 10 anni (per terminare le manovre): c’è da augurarsi che questo significhi anticipare anche la risoluzione del problema perché, in caso contrario, che si farà nei prossimi 9 anni??

 

Bocciato il piano per il settore auto USA 

A pochi giorni dall’approvazione del piano di salvataggio per il sistema finanziario americano assistiamo invece ad una bocciatura dello stesso a favore del settore auto. Lo stanziamento di diverse centinaia di miliardi di dollari era destinato alle tre grandi aziende automobilistiche USA General Motors, Chrysler e Ford. Permettetemi una piccolissima digressione sul tema: qualche anno fa fece amaramente sorridere la rinuncia ad esercitare l’opzione di partecipazione al capitale Fiat da parte di GM; ovviamente, si disse, un’azienda sana si guarderebbe bene dall’investire in una evidentemente molto meno sana e, probabilmente, con prospettive tutt’altro che rosee! Mah, non è passato certo molto tempo da allora e, pur non giudicando Fiat l’azienda top nel suo settore, al momento permette ai suoi dipendenti di dormire sonni più tranquilli rispetto ai dipendenti di GM. Detto questo, chi scrive a destra e sinistra (veramente in ogni dove sto leggendo articoli di questo tipo, anche da parte di economisti che di tutto tranne che di politica dovrebbero occuparsi!) inneggiando a chissà quale scandalo politico per il fatto che banche e istituti finanziari sono stati aiutati mentre il settore auto no (almeno non ancora, vedremo in futuro) probabilmente non sa cosa scrive o fuma roba pesante già di primo mattino; con questo non voglio dire che alcuni personaggi a capo di grandi istituti non abbiano maggiore influenza rispetto ad altri, ma questo, oltre ad essere marginale in situazioni come quelle attuali, fa necessariamente parte, e di diritto, del mondo economico e non solo (sempre che non sia danneggiato da condizionamenti legati ad atti di riconosciuta immoralità come corruzione, ricatto ecc.). E’ evidente che uomini come Kenneth Lewis o Jamie Dimon, rispettivamente AD di Bank of America e JP Morgan, eletti nel 2007 tra i 100 uomini più influenti al mondo, che ricoprono o hanno ricoperto cariche e incarichi sia nell’ambito di importanti istituzioni economiche sia nell’ambiente legato al sociale, all’ambiente o altro (per es. associazioni filantropiche, commissioni di gestione di fondi per l’economia o la società, comitati consultivi federali ecc.) certamente possano sia consapevolmente che inconsciamente condizionare alcune importanti decisioni come quelle relative all’approvazione del sostegno al settore finanziario. In realtà, però, il convincimento principale deriva dal fatto che, come sempre, i numeri decidono per tutti e per tutto e vediamo come.

Se consideriamo i tre colossi dell’auto appena citati possiamo verificare che, ad oggi, coinvolgono insieme un numero di lavoratori impressionante, pari a circa 250.000 unità coinvolte direttamente nelle aziende, più altre 100.000 circa di indotto (fornitori, rappresentanti ecc.). E’ chiaro che una situazione del genere induce chiunque ad auspicare che il piano di salvataggio, ancorché  limitato, migliorato o modificato che sia, venga accettato e approvato al più presto, almeno per evitare che un numero impressionante di famiglie si trovi in mezzo ad una strada dall’oggi al domani (e, considerato i mutui in corso anche le banche ne trarrebbero benefici o quanto meno non vedrebbero peggiorata la situazione già critica di insolvenza attuale). Quello che però impedisce di gridare, come detto prima, allo scandalo politico per la decisione presa dal senato è il successivo pacchetto di dati numerici che vado ad elencare:

paragonando questi tre colossi dell’auto con i tre colossi USA della finanza, Citigrupo, Bank of America e J.P. Chase, balza subito all’occhio che solo Citigroup da sola copre quasi interamente la totalità della forza lavoro impiegata dalle tre aziende automobilistiche (diretto e indotto) con più di 300.000 dipendenti all’attivo; se aggiungiamo anche i dipendenti degli altri due istituti sfioriamo (dati di fine 2007) le 700.000 unità, quindi il doppio di quanto verificato sopra per le altre società. Se sommiamo i conti correnti attualmente attivi nel mondo  delle tre banche ci aggiriamo all’impressionante numero, abbastanza difficile da comprendere essendo abituati al nostro sistema bancario, di oltre 450 milioni di rapporti; inutile calcolare quanto possa essere l’indotto generato da finanziamenti di varia natura e attività correlate, partecipazioni anche ingenti in aziende nazionali e mondiali ecc.

E’ chiaro che questa è una semplificazione della situazione generale, ma non per questo poche righe non possono essere sufficienti a centrare da subito il problema principale che chiunque potrà in seguito approfondire come meglio crede; non pensate dunque che questo articoletto sia una banalizzazione del problema reale, anzi: proprio vedendo almeno l’aspetto più evidente, anche se superficiale, di una questione si può evitare di dire scempiaggini oltre ogni limite, banalizzando si, in questo caso, una discussione invece tutt’altro che semplice.

Qualora questo non fosse sufficiente a chiarire le idee ai più, provate a pensare, in una economia come quella attuale, alle conseguenze di un tracollo totale e generalizzato da una parte del sistema finanziario USA e dall’altra da quello del settore auto; in entrambi i casi la situazione, oltre ad essere difficile da immaginare, creerebbe inevitabilmente conseguenze drammatiche, ma da quali macerie sarebbe meno difficoltoso cominciare a ricostruire? Se avete dubbi sulla risposta allora, presumibilmente e quindi comprensibilmente, non avete chiara la situazione economico-finanziaria generale dei nostri tempi.

 

    Comprare, comprare?

Siamo dunque alla fine di questo anno terribile per i mercati azionari, i cui ribassi a oggi si valutano tra il 50 ed il 60%. Da settembre-ottobre dello scorso anno è stato possibile, fin troppo, leggere articoli che parlavano di una imminente ripresa, inneggiata dai soliti guru provenienti da ogni tempo e da ogni luogo, con minimi che si sarebbero dovuti raggiungere già a ottobre 2007, poi febbraio-marzo 2008 ed infine, top del top, a inizio estate 2008, dove solo un imbecille si sarebbe potuto astenere dal fare la spesa a mani basse e prezzi scontatissimi. Bè, signori, mi presento: sono l' imbecille!. Il problema, per questa gente, è che chi ha comprato alla grande ancora di buoni affari non ne vede e, anzi, sta piangendo lacrime amare; certo anche negli anni della grande depressione alla fine i corsi sono tornati ai vecchi massimi, peccato però che ci hanno impiegato circa 30 anni e in realtà molte aziende sono rimaste sotto le macerie e così i loro titoli!. Ora si sentono altre voci, anzi le stesse più o meno come sempre, che si levano dal coro e che presentano come alle porte, se non già iniziata, la grande ripresa dei mercati che, per alcuni autorevoli vecchie e nuove conoscenze, dovrebbe arrivare ad una performance del 50/60 % nel solo 2009. quello che voglio dire è che certamente continuando, mese per mese, a dire che le borse si stanno preparando a riprendere il rialzo prima o poi la imbrocca anche un demente, considerando che i mercati vivono di rialzi e ribassi; il problema è che chi ha totale confusione in testa non riesce proprio ad astenersi dallo sproloquio, quindi chi ha qualche buona idea viene tacciato o emarginato per "eccesso di sensataggine"; ormai da decenni, in particolare nell'ultimo, si dicono talmente tante scempiaggini che chi casualmente o con cognizione di causa talvolta esprime un giudizio interessante viene allontanato dal circo. Lascio perdere poi quelli che parlano di cicli secolari e non, secondo i cui studi ogni tre per due sarebbe un minimo o un massimo storico incredibile, salvo poi trovarsi a motivare che in realtà l'analisi-spazzatura partorita e ovviamente non centrata era da interpretare diversamente!. Detto questo passo alla mia analisi, che in realtà non c'è; e questo perchè i cicli secolari sono balle e il mercato non è mai abbastanza alto da vendere o troppo basso da comprare, quindi l'unica cosa da fare è affidarsi alla statistica e soprattutto all'analisi tecnica che tende a far individuare i segnali opportuni di fine trend e inizio della tendenza successiva contraria, non necessariamente nello stesso momento. E sulla base di questo posso solo dire che i segnali di potenziale rialzo ancora non si vedono sui grafici e che è meglio entrare in ritardo ma su necessarie conferme piuttosto che scommettere sulla fine o meno del ribasso, motivo per cui direi che una cosa sensata potrebbe semplicemente essere paragonare i mercati fra loro e cercare di capire se ci possano essere delle similitudini, senza sparare sentenze senza senso che poi siamo costretti a rettificare continuamente. Per questo sotto metto affiancati lo S&P500 ed il Nikkei225: dategli uno sguardo e traetene voi qualche considerazione; subito sotto, l'evoluzione successiva dell'indice nipponico: se così fosse anche per gli USA (non c'è da augurarselo) sai che bellezza, altro che prezzi scontati!.

 

 

 

 

Citigroup in affanno 

In questi ultimi giorni in USA si sono viste ampie pagine dei giornali con messaggi pubblicitari di Citigroup che rassicurano i clienti della solidità e della assoluta solvibilità della banca, facendo presente che non esiste alcun problema di liquidità per l’istituto; se per voi è un segnale incoraggiante che una banca debba comprare spazio a pagamento per trasmettere ai suoi clienti un concetto che dovrebbe rappresentare la base necessaria per regolare ogni rapporto di fiducia personale ed economica con chiunque allora io penso che potremmo essere alla frutta e cominciare a preoccuparci seriamente per l’immediato futuro!

Ripensando ai bei giorni quando gli amministratori di Unicredito smentivano qualsiasi problema di liquidità mi viene da ridere (a molti invece purtroppo verrà da piangere!); qualche ora dopo aumento di capitale e approvazione della distribuzione del prossimo dividendo in azioni piuttosto che in denaro come al solito. Il risultato sulla quotazione lo si vede bene dai grafici o dalle quotazioni dei giornali economici, oppure chiedetelo ai possessori di titoli dell’istituto (ma fatelo da lontano e possibilmente ben riparati dal lancio di oggetti contundenti). E’ la stessa cosa che è successa infatti in USA: dopo che i dirigenti della banca hanno passato tutto il week end a smentire ogni cosa la borsa ha travolto il titolo con un’ondata di vendita memorabile, facendogli perdere oltre il 50% del suo valore in qualche seduta (e già non si poteva certo dire che le quotazioni fossero a chissà quali livelli!). E a ragion veduta direi, visto che è giunta la notizia del licenziamento di 52000 persone che costituiscono quasi il 15% del suo organico proprio a causa delle difficoltà finanziarie in essere.
Non è stato nemmeno sufficiente il gesto concreto del suo maggiore azionista, il principe saudita Walid bin Talal, che ha comprato un numero impressionante di azioni portando la sua quota dal 4% al 5% del capitale; io però sono veramente poco incline a vedere del buono nelle persone quando ci sono in ballo interessi di questo tipo e dico che oggi il mondo finanziario offre talmente tanti strumenti a chi ha molto denaro che chiunque potrebbe far vedere una cosa e intanto farne un’altra opposta e su più vasta scala in giro per il mondo (e qui mi fermo perché di pessimismo ce n’è fin troppo in giro senza che mi aggreghi anche io). La cosa peggiore è che non molto tempo fa, quando Lehman falliva e Merryl Linch, Goldman Sachs e Morgan Stanley si barcamenavano tra salvataggi esterni, interventi di stato e riconversioni da Investment bank a banche commerciali, tipicamente e usualmente più solide perché ricche di liquidità dei clienti, proprio Citigroup sembrava il punto di riferimento per il sistema finanziario americano (con JP Morgan e Bank of America), indice di evidente solidità e con una struttura aziendale in grado di subire colpi senza tremare. Oggi, invece, dopo aver assorbito ben 25 miliardi di dollari dal piano di salvataggio governativo continua la vendita di alcune delle attività del gruppo, spezzettato per favorirne l’appetibilità a favore chi ancora mostra segnali incoraggianti di tenuta e stabilità. Il problema è che neppure colossi come quelli appena citati sono in grado di rilevare quote consistenti della banca, sia perché si tratta di enormi esborsi per l’acquirente (la banca ha 2.000 miliardi di dollari di attivi di bilancio), sia perché in ogni caso in questo periodo qualche difficoltà la incontrano tutti; possibile dunque che si ricorra alla nazionalizzazione anche se ciò comporterà un nuovo e pesante salasso per le finanze statali, ma del resto Citigroup è troppo importante nel panorama non solo finanziario ma anche economico USA per essere lasciata al fallimento che porterebbe conseguenze tanto più gravi di quelle del crack Lehman da non potervi nemmeno essere paragonato.
Ora, da una parte questa situazione mostra in modo eclatante l’inefficienza del “Piano Paulson” almeno fino al momento, dal momento che lo stanziamento di 700 miliardi per acquistare spazzatura da ogni dove in realtà non è ancora avvenuto a oltre due mesi dalla sua approvazione e, probabilmente, in questi termini, mai avverrà. Ma se ciò va ancora una volta a danno dell’amministrazione Bush e della sua politica in materia non si può certo dimenticare che queste sono le conseguenze, principalmente, di quanto realizzato in modo sconsiderato dalla precedente amministrazione Clinton, durante la quale si decise che il Glass Steagall Act non era più necessario e dunque si pensò bene di abolirlo; questo atto altro non è che la legge varata dopo la Grande Depressione per ridurre i rischi del sistema bancario distinguendo le investment bank dalle banche di deposito. E che fino ad allora, pur con qualche intoppo, aveva ben funzionato e impedito eccessi in un senso e nell’altro. E sapete come si chiama il genio dell’economia che abolì la legge? Tale Robert Rubin, che guarda caso ora viene di nuovo considerato grande esperto e annoverato nel clan Obama come consigliere economico dal nuovo presidente, alla faccia del nuovo che avanza!! L´abolizione del Glass-Steagall Act appare oggi come un errore clamoroso e fatale agli occhi di tutti ma che già allora sarebbe dovuto essere evidente per gli addetti ai lavori (sigh!); questa nuova condizione ha aperto una nuova fase di enorme sviluppo della cosiddetta “finanza creativa”. Fu quella riforma che facilitò la fusione tra Citicorp e Travelers, da cui nacque l´attuale Citigroup, nel 1998. Come non bastasse, al termine del suo mandato nell´Amministrazione Clinton, Rubin fu nominato presidente proprio della Citigroup, di cui è rimasto uno dei più autorevoli consiglieri fino a un´epoca recente.

Chissà com’è, ma in Italia c’è sempre gente che esulta e  si esalta quando qualcuno che ha dato dimostrazione di assoluta incapacità e di perseveranza negli errori torna al potere, mah! Ah già, però poi non sono stati più eletti, quindi gli italiani poi così ignoranti non sono! Anche se è vero, come dice Liberazione e altri giornali vicini alla sinistra, oltre a diversi esponenti politici di quelle fazioni, che la vittoria all’isola dei famosi dell’ ex trans-parlamentare è una grande vittoria per la sinistra italiana, eheh. Ma a quale sfascio si è mai giunti!!

 

Crisi e borse

Direi che ci sono solo due possibilità (contrastanti), attualmente, riguardo i discorsi che fanno riferimento alla correlazione tra i mercati azionari e le crisi finanziarie:

1)       la perdita di valore dei corsi azionari, pur rivelandosi consistente in tali condizioni, non dà una corretta identità alla situazione economica reale e basa i propri movimenti sulla conseguenza delle considerazioni tecniche degli operatori stessi, i quali valutano più o meno cari o più o meno convenienti i prezzi stessi, intervenendo dunque in acquisto o in vendita sui titoli e sui mercati;

2)       economisti e studiosi dei fondamentali dell’economia reale hanno ragione sulle attuali condizioni di salute dell’economia mondiale e quindi quello che abbiamo visto fino ad ora sui mercati azionari non si può certo definire una corretta conseguenza di tale situazione, motivo per cui ci si dovrà attendere una nuova ondata di vendite. 

Il primo caso farebbe strappare i capelli ai seguaci indefessi dell’analisi fondamentale i quali ovviamente ragionano prendendo in considerazione gli indicatori economici, sia per i mercati che per le singole aziende, al fine di determinarne un corretto rapporto quotazione/valore di mercato. Nel secondo caso invece certamente avrei addosso coloro i quali basano la loro operatività, sia di breve che di lungo periodo, sulle considerazioni tecniche che scaturiscono principalmente dallo studio di resistenze e supporti dei prezzi e dalle trend-line di periodo, strumenti grazie ai quali impostano i loro acquisti e le loro vendite.

Direi che puntare sui fondamentali potrebbe anche essere ragionevole per chi lavora sul medio e lungo termine, sempre che abbini lo studio dei mercati ad uno studio approfondito sulle aziende quotate sulle quali vuole investire, ma soprattutto la cosa principale e molto importante è che le considerazioni che scaturiscono da questi studi siano costantemente e frequentemente rinnovate per evitare si fossilizzarsi su risultati che a distanza anche di tempi brevi non corrispondano più alla realtà dei fatti. In particolare consiglio a chiunque di applicare eventualmente questa tipologia di studio, come base dei propri investimenti, esclusivamente a titolo personale e coi propri mezzi, eventualmente abbandonando l’idea qualora questi mezzi si rivelassero insufficienti. Questo perché in passato, senza andare lontano e ragionando sui nostri mercati o su fatti recenti, raccomandazioni positive che prevedevano Tiscali al doppio o triplo dei prezzi max mai raggiunti (quindi target a 240 o anche 360 euro con prezzi attuali che oscillano non molto sopra 1 euro!!), STM buona da comprare dopo uno storno deciso a 55/60 perché destinata nel breve (“99-2000) ad arrivare almeno a 100 euro ma anche oltre (peggior titolo probabilmente del nostro listino visto che è uno dei pochissimi che non ha per nulla beneficiato della ripresa dei mercati tra il 2003 ed il 2007!!), oppure elucubrazioni più vicine a noi in termini temporali del petrolio che a 120/140 $ veniva dato in imminente ascesa verso i 200 $ (a detta di una delle maggiori società finanziarie mondiali, mentre un poveraccio come me lo pensava, scrivendolo e documentandolo, destinato a tornare sotto i 100 $!) e che poi è miseramente crollato in un attimo a 50 $ circa, ecco tutte queste cose (tre esempi su centinaia di migliaia recuperabili in ogni dove) mostrano con assoluta certezza che la stragrande maggioranza di queste persone o non ne capisce nulla (e dunque ruba oggi lo stipendio e domani la pensione), oppure ne capisce fin troppo ma inganna gli utenti i quali comprano quando i loro “padroni” vendono e viceversa. Per quanto riguarda l’analisi tecnica, che personalmente e di gran lunga preferisco esclusivamente perché mi permette di meglio realizzare le mie analisi operative soprattutto nel breve e brevissimo periodo, direi che non è in grado, il più delle volte, di correlare una situazione economica reale ad una conseguenza diretta sulla svalutazione o rivalutazione dei valori finanziari quotati sui mercati. E’ evidente dunque che la migliore considerazione per capire se siamo giunti a toccare il fondo oppure lo stesso sia ancora sufficientemente lontano per preoccuparci ulteriormente deriva da un più semplice studio delle condizioni nelle quali i mercati si sono trovati durante i periodi analoghi al nostro, con particolare riferimento alle depressioni economiche e alle crisi finanziarie che nella storia hanno colpito le economie mondiali.

Considerando dunque l’attuale storno dei prezzi dopo i max storici realizzati nel 2007 possiamo notare che il mercato principale USA, lo S&P500, ha perso valore né più né meno come aveva già fatto nel 2001 e 2002; l’ultimo max del 2007 e l’ultimo, recente, minimo appena realizzato a novembre infatti sono marginalmente distanti dai valori di max del 2000 e di minimo del 2002, anno da cui è ripreso il rialzo che ha portato appunto su questo doppio massimo di lungo termine. Fin qui dunque è lecito pensare che, dal momento che non esisteva alcuna vera crisi (e tantomeno un pericolo di depressione) nel 2001/2002, il mercato attualmente si stia solo prendendo una pausa prima di riprendere la discesa che, se sarà molto sotto i valori minimi attuali, rischierà di avvicinarsi a valori assolutamente non preventivabili solo un anno fa o anche alcuni mesi fa; oppure (e viceversa) che questa crisi, a dispetto di quello che si è detto in giro fino ad ora, non è poi così correlata alla discesa dei mercati azionari in particolare nella seconda parte del 2008.

A supporto di questa tesi è possibile notare, dopo aver effettuato le necessarie ricerche storiche, come in realtà gli storni di ampia portata verificatisi nei periodi caratterizzati da crisi finanziarie e/o economiche non abbiano vere e proprie similitudini né per la durata del ribasso né per l’entità dello stesso. In particolare, soffermandosi principalmente sui movimenti del mercato (dow joned Ind. storico), essendo questo l’argomento principale di questa discussione, e prendendo in considerazione la storia dell’indice dall’ultima vera crisi economica ritenuta tale e cioè quella del 1929, possiamo notare prima di tutto che discese nell’ordine del 40-50% (punto più, punto meno) si sono verificate in 4 occasioni i cui minimi furono rispettivamente realizzati nel 1938, 1942, 1970, e 2002 (quelli attuali esclusi ancora da verificare ovviamente); i tempi massimi di recupero dal minimo registrarono valori variabili: nel 1938 occorsero ben 101 mesi, nel 1942 solamente 30 mesi circa, nel 1974 invece 69 mesi e nel 2002 poco meno e cioè 57 mesi. Questo la dice lunga sul fatto che dopo ribassi di una certa consistenza i mercati necessitano di parecchio tempo per smaltire la negatività e ritornare sui valori precedenti, ma certamente è difficile in ogni caso preventivare per ogni occasione quanto sarò questo tempo. C’è anche da notare che ognuno di questi storni si è realizzato in tempi non brevissimi (da max precedente a minimo) e, seppur variabili anche in questo caso, mai inferiore ai 12 mesi e con un massimo di circa 2,5 anni, generalmente comunque tra 18 e 24 mesi. Queste considerazioni ci portano a pensare che potenzialmente i mercati potrebbero realizzare il loro minimo proprio tra l’inizio e la metà del 2009, prima di poter pensare ad un buon recupero negli anni successivi. Se invece volessimo adattare il singolo caso del 1929, da tutti gli economisti ed esperti finanziari accostato meglio di ogni altro periodo storico all’attuale, allora la situazione potrebbe essere decisamente più critica e prospettare almeno un altro anno / anno e mezzo di negatività e prezzi potenzialmente decisamente inferiori a quelli attuali, oltre ad una fase di recupero nettamente più lunga in seguito (34 mesi di storno, -86% dai massimi storici e ben 21 anni necessari per recuperarne i valori!).

La verità è che il mercato fa molta paura quando scende vertiginosamente come in questi ultimi mesi e mette invece eccessiva euforia quando sale senza soste e apparentemente senza fine; gestori e fondamentalisti dell’analisi indicano da tempo che a questi prezzi si può e si deve comprare: il problema è che lo dicevano quando i mercati erano del 30/35% superiori ad ora, poi quando erano del 20/25% superiori ai valori attuali, quindi quando erano sopra del 10/15%, motivo per cui non è detto che anche questa volta stiano prendendo un grosso abbaglio. Una cosa è certa: continuando a sostenere, ogni due/tre mesi, che è il momento di comprare a prezzi scontati prima o poi la ragione andrà dalla loro parte: auguratevi solo, nel frattempo, che il vostro portafoglio non si sia ridotto a pochi euro aspettando gli auspicati rialzi.

Da tutto questo si può capire l’unica vera cosa realisticamente valida: nessuno ha la sfera di cristallo, i cicli biologici esistono perché realizzano la vita in tutte le sue forme mentre i cicli di borsa (temporali) sono una pura invenzione per vendere libri, corsi ecc. Ogni storia si esprime con una fase temporale a sé stante e richiede tempi di risoluzione e di ripresa ogni volta diversi, mentre l’unica cosa certa è che, essendo al momento la perfezione un sistema ideale ancora irraggiungibile, certamente continueranno a manifestarsi periodi buoni e periodi meno buoni, alternandosi senza precise regole e creando ogni volta situazioni di causa-effetto diverse tra loro.

Ovviamente chi volesse sfruttare queste situazioni per investire parte del proprio patrimonio ha certamente una buona parte di ragione; occorre però evitare di comprare uno o più titoli solo perché scesi troppo e perché i famosi analisti li ritengono sottovalutati. Pensate piuttosto a quello che potrebbe riservarci il futuro: la popolazione sta continuando ad aumentare in modo vertiginoso e presto saremo 7/8 miliardi a popolare questa terra: l’acqua, già inevitabilmente bene primario oggi, assumerà sempre maggiore importanza (pensate solo alle nuove nazioni molto popolate che sono da qualche anno in via di sviluppo, sia economico che sociale); concimi e pesticidi (sperando in quelli biologico-naturali in futuro, perché al momento sono solo veleni per noi ed i nostri figli) sono e saranno sempre più necessari in un ambiente in cui la terra sta diventando progressivamente sempre più sterile e le colture sempre più indifese da malattie ed insetti dannosi più resistenti; gas ed energia pulita saranno sempre più indispensabili e valida alternativa al petrolio, mentre i servizi a favore di persone sole e in particolare anziane diventeranno probabilmente tra i più richiesti e quindi costosi. Per questi motivi andate alla ricerca di aziende che si occupano di queste attività, studiatene il mercato e i possibili sviluppi, la composizione azionaria per vedere se e chi tra i grandi investitori ha deciso di mettere una propria quota nel capitale; effettuate poi una scrematura anche in base a dimensioni ed anzianità dell’azienda e sicuramente avrete trovato un buon ventaglio di opportunità, mettendo i vostri soldi, diversificati, in aziende più solide della media, con prospettive più interessanti e certamente con dividendi previsti più appetibili di quanto solitamente si trova sul mercato.

Spero, oltre ad essermi attirato gli accidenti di un sacco di gente che opera nel settore, di aver chiarito che studio, buon senso e capacità di cogliere le opportunità quando gli altri non le vedono sono certamente le carte migliori per sopravvivere in un mondo dove, alla lunga, oltre il 94% degli investitori perde soldi operando sui mercati.

 

Modifiche al "piano Paulson"

Non vorrei dire la solita frase “ve l’avevo detto” ma sia in occasione del primo articolo sulla crisi finanziaria in atto che in quello relativo alle reali o presunte difficoltà del colosso General Electric avevo espresso i miei timori che un possibile e grave peggioramento della crisi finanziaria, per quanto difficile da ipotizzare visto i già critici livelli raggiunti ad inizio autunno, potesse realizzarsi a causa dell’eventuale dafault del settore carte di credito. La riprova che questo timore pervade anche i piani alti dell’amministrazione americana sta ora nelle modifiche che Paulson & Co. stanno facendo al piano di salvataggio economico, visto che in una di queste è contemplato esplicitamente il sostegno al settore consumer dell’economia, proprio con ingenti interventi a favore del mercato delle carte di credito. Detto questo va precisato che questo pacchetto di modifiche è stato male accettato dai mercati finanziari la cui reazione è evidente nelle ultimissime sedute, in particolare perché il settore bancario e finanziario in generale sente venire meno, almeno in parte, l’appoggio quasi incondizionato del governo di cui aveva pensato poter godere in futuro.

Infatti il piano da 700 miliardi di dollari per l'acquisto di asset tossici legati ai mutui da parte del Tesoro devierà, almeno parzialmente ma in modo anche sostanziale, dalle sue finalità iniziali. Le risorse saranno destinate all'acquisto diretto di azioni privilegiate delle banche (in misura meno evidente rispetto al precedente), ma anche certamente a sostenere il lato consumer dell'economia, con interventi a favore del mercato delle carte di credito, dei prestiti per l'acquisto di auto e agli studenti. Previsto anche l'intervento finanziario a favore di gruppi non bancari, per quella che inizialmente era stata considerata un'implicita e nettamente più favorevole apertura a favore dei gruppi automobilistici in crisi; ora invece lo stesso Paulson esclude la possibilità che i destinatari del piano possano essere i costruttori di auto, ritenendo le condizioni in cui versa il settore troppo critiche anche per un tentativo di questo tipo (immaginiamoci quale possa essere dunque la situazione!).

La terribile crisi in cui versa General Motors, ormai a un passo dal fallimento se non saranno reperiti in fretta almeno 10 miliardi di dollari cash, ha convinto molti parlamentari a stringere i tempi. A breve una riunione straordinaria del Congresso servirà per la messa a punto di un disegno di legge destinato proprio a tutelare il comparto manifatturiero più in sofferenza. Al momento, infatti, risultano congelati i 25 miliardi stanziati il mese scorso in quanto legati a una normativa, ancora da definire, sulle emissioni nocive. Non è quindi esclusa, come invece vorrebbe Obama, la possibilità di utilizzare subito una parte di quei 700 miliardi che Paulson vorrebbe riservare alla sola cura di un sistema finanziario «più forte e più stabile rispetto ad alcune settimane fa», ma che «resta fragile in un contesto di rallentamento economico». Parole risultate per niente ben accette ai mercati come già detto sopra.

Tali cambiamenti sono stati comunicati in un discorso ufficiale dal segretario al Tesoro Usa, Henry Paulson. Il numero uno del Tesoro ha aggiunto che nonostante alcuni segni di miglioramento dei mercati, il sistema finanziario resta fragile. E questo si era capito ormai!

 

Obama forever

Dunque alla resa dei conti “finalmente” Obama l’ha spuntata: in Italia, probabilmente anche in altre parti del mondo ma io già faccio fatica a capirci qualcosa di questo nostro piccolo e malmesso paese che non mi sembra il caso di spaziare oltre, si parla a ruota libera di come “finalmente” un vento di rinnovamento stia spazzando il suolo degli USA, di come “finalmente” un nuovo presidente, diverso da tutti fino ad ora per idee e visioni futuristiche, accompagnato “finalmente” da nuova gente al suo fianco a sorreggerlo, ricco di nuove idee risolutive possa “finalmente” far cambiare faccia all’America ed al mondo intero. E scusate ma sottolineo ancora una volta questo “finalmente” perché da noi si è vissuto questo anno di elezioni come uno scontro tra il bene (Obama e sua moglie) ed il male (la trinità Bush-Mc Cain-Satanasso), dando spazio su giornali, telegiornali, trasmissioni di intrattenimento culturale ed espressioni politiche (spesso più che altro elucubrazioni di pazzi visionari) esagerate; esagerate non perché non sia giusto parlare della situazione politica in evoluzione della più grande potenza mondiale ma perché il tempo dedicato ad essa è stato veramente eccezionale rispetto alla nostra politica, le cui informazioni ormai si limitano agli incitamenti della sinistra a sollevare tutta Italia per qualsiasi motivo a scendere in piazza (scuola, salari, banche, mutui Alitalia ecc.: probabilmente esauriti questi si passerà a chiedere alla gente di dimostrare perché gli esponenti della destra non sono abbastanza "abbronzati" e quindi rischiano di offendere il comune senso del “loro” pudore!), oppure alle risposte della destra, anch’esse spesso troppo poco eleganti, alle offese che arrivano da ogni direzione di un’opposizione che ormai non sa più che pesci pigliare e la butta in rissa. Insomma, se non ci fosse la politica USA di questi tempi a intrattenerci, gli italiani si renderebbero conto ancora di più della vera “crisi” in atto in ogni senso. In ogni caso è anche giusto ricordare che in questo decennio, nonostante gli sbagli e le situazioni incontrollate che hanno portato all'attuale crisi, molte aziende sia in USA che nel resto del mondo hanno beneficiato di queste condizioni per fiorire e svilupparsi in modo altrimenti impensabile: e quasi tutte queste, cari signori catastrofisti, passata la buriana saranno ancora in piedi e molto attive e daranno il là alla nuova era di boom economico!!

Le elezioni politiche in USA si sono sempre decise  sull'economia e quindi sui programmi che i candidati hanno basato sulle risoluzioni e sulle innovazioni in materia, o almeno questo è quanto economisti e politologi affermano da tempo immemorabile e che la realtà dei fatti spesso, magari non sempre e non pienamente, ha dimostrato: negli ultimi decenni basti pensare all’uscita di scena di Carter nel 1980 (inflazione e disoccupazione esageratamente aumentata) sostituito da Reagan, oppure a quella di Bush senior (recessione economica di inizio anni “90)  a favore di Clinton.  

Per questo motivo, il risultato delle presidenziali di quest'anno, sarebbe dovuto essere una vittoria stratosferica e d’altri tempi per i democratici: ad oggi infatti il potere d’acquisto in termini reali di una famiglia media americana è inferiore rispetto all’inizio del secolo (2000-2001) di circa lo 0,6/0,7%; la crescita dei posti di lavoro, negli ultimi anni, è stata la più mediocre degli ultimi 50 anni circa; milioni di famiglie stanno perdendo o hanno già perso la casa a causa del noto disastro dei mutui, aziende e ancora grandi banche non si può dire che siano al riparo da nuove e negative sorprese. Insomma, mai come oggi il passaggio delle consegne tra i due partiti è giustificabile, almeno in base a quanto detto sopra.

Ma vediamo insieme qualche buon motivo per credere o non credere a quest’aria di rinnovamento del nuovo presidente e come e perché questo dovrebbe migliorare le cose rispetto all’era Bush. La prima cosa da dire infatti è che i democratici hanno fatto, nel corso dell’ultimo anno, una campagna decisamente poco incisiva in materia di economia; le proposte di Obama, così eccezionalmente “innovative” altro non sembrano che una misera rievocazione degli obsoleti (se non altro per la loro età) slogan elettorali clintoniani:

1)   sostenere la classe media oggi in evidente difficoltà;

2)   non lesinare assolutamente concessioni ai sindacati, in particolare con la penalizzazione per quelle aziende che trasferiscono posti di lavoro all'estero;

3)  vere e proprie “chicche” risolutive (incredibile: una tassa sui superprofitti delle compagnie petrolifere, che sia in combutta con il nostro Tremonti??).

-    Non che i repubblicani si siano sforzati molto, anzi: in questi mesi praticamente MC Cain & Co. Hanno ribadito che l’economia USA certamente non è nelle migliori condizioni di tutti i tempi ma che nemmeno sia il caso di drammatizzare (alla faccia, e  che ci vuole, che il continente si  spacchi in due??). Ecco quindi perché, nonostante Obama sia stato molto parco e per nulla innovativo nelle su idee in materia economica e  finanziaria, grazie alla totale assenza di idee del suo concorrente ha goduto comunque di condizioni quasi ideali: inevitabilmente la gente si è chiesta per tutto questo tempo: “ma se MC Cain nemmeno è in grado di riconoscere lo stato attuale della nostra economia, come farà a portarci  fuori dalla crisi?” (praticamente MC Cain ha asfaltato un’autostrada verso la Casa Bianca per Obama e si è anche preoccupato di mantenergliela assolutamente libera e sgombra!!.  

Ed ecco che incomincia a venirmi qualche “piccola” apprensione: come mai Obama, in possesso di una personalità in grado di ispirare le folle parlando di nuova vita e del sacrosanto ritorno immediato del cosiddetto sogno americano nonché della assoluta necessità di riformare la politica, sia così poco prodigo di parole e promesse quando parla di salari, di mutui, di prezzo della benzina, di diritti dei lavoratori, di sicurezza previdenziale ecc.?. Forse che Obama l”innovatore”  possa essere affetto dalla stessa malattia della sinistra europea, così terrorizzata di apparire “statalista” da proporsi come campione delle liberalizzazioni proprio quando il modello della deregulation economico-finanziaria ha fornito proprio ora le prove più convincenti delle sue difficoltà? Bè, se così fosse, e lo vedremo forse non subito ma una volta passato il peggio di questa crisi, Dio (e non solo) ci scampi da queste grandi “innovazioni”!. 

Diamo anche un’occhiata veloce a chi è, a grandi linee, Mr Obama e a chi lo aiuterà in questo lungo e tortuoso percorso. Studi alla facoltà di legge di Chicago e quindi studente per più di 10 anni delle teorie di Milton Friedman; non che questo faccia per forza di lui un incondizionato sostenitore del liberismo economico ma certo è più portato ad abbracciare un’ideologia  di mercato di molti altri suoi colleghi repubblicani. Se poi andiamo a vedere il gruppo di consiglieri economici di cui si è circondato potremmo vedere personaggi quali l’ex ministro del Tesoro di Clinton Larry Summers, l'ex presidente della Federal Reserve Paul Volcker, quindi Jason Furman, un protetto di Robert Rubin, l'ex banchiere di Goldman Sachs anche lui passato all'amministrazione Clinton, più una serie di figure minori anch’esse abbastanza “riciclate”. Insomma, un bellissimo gruppo di Ex che, alla faccia dell’innovazione e del nuovo vento riformista (comunque da valutare in futuro) sembra più che altro un revival della seconda parte degli anni “90 e dell’era Clinton (non basta lasciare fuori i conservatori per rinnovare, bisogna anche avere le persone giuste con le idee giuste, quindi se si vuole costruire qualcosa di nuovo occorre partire dalle basi, altrimenti è tempo perso e soldi buttati, quelli dei contribuenti però!).

Una piccola parentesi: mi piace l’idea che la sinistra italiana osanni il grande innovatore democratico neo presidente USA per le sue idee, tra le quali la sovrattassa sulle aziende petrolifere, mentre non molto tempo fa per uno di questi motivi hanno criticato aspramente il nostro ministro dell’economia; bè, devo dire che dare dell’”abbronzato” ad Obama è un’uscita di cattivo gusto indubbiamente, ma almeno non c’è bisogno di andare in giro nascondendo la faccia di merda che molti altri invece dovrebbero necessariamente fare se solo avessero nel sange una dose anche minimale di onestà intellettuale!

C’è da sperare dunque che Obama, che ormai si è mostrato abbastanza verosimilmente come un democratico centrista molto simile a Clinton, almeno nelle idee, abbandoni almeno parzialmente il “vecchio” e mostri realmente a tutti di quali innovazioni sia capace per risollevare l’economia USA, che al momento non sembra più essere quella corazzata efficiente di un tempo. Il disastro che sta ereditando e che farà suo il prossimo 20 gennaio sarà il peggiore dai tempi di Roosevelt e probabilmente, almeno nei primi tempi, la situazione tenderà  peggiorare, anche se probabilmente non alla stessa velocità e con la medesima gravità; certamente lo aspetta un compito difficile e ingrato, ma a tutti gli effetti, qualora la crisi ci mettesse più tempo a risolversi, chi mai potrebbe fargliene una colpa diretta? Certo se si prolungasse anche oltre i due trimestri prossimi, già dati come scontati in recessione da politici ed economisti, forse lo si potrebbe incolpare di mancanza di idee e attributi, ma parliamoci chiaro: quando mai nella storia si è assistito ad una cosa del genere? Perciò direi che l’innovatore Obama avrà si un compito difficile a cui assolvere ma sicuramente si trova anche nelle condizioni di non dover giustificare una disfatta economico-finanziaria già in atto e consolidata da tempo: praticamente peggio di così è difficile combinarla!

Qui è riportato a grandi linee il suo programma così come reso pubblico nel pre-elezioni.

 

La finanza islamica

E’ un argomento abbastanza dibattuto negli ultimi mesi come contraltare alla gestione del “peccaminoso” sistema finanziario occidentale; due righe di introduzione ricavate da un importante testata francese prima di cominciare a capirne qualcosa:

“Le istituzioni finanziarie islamiche, nate negli anni '70, sono operative in più di settantacinque paesi. Il loro sviluppo, apparentemente paradossale nel contesto di una religione che condanna i guadagni generati dai prestiti, in un primo tempo è avvenuto in parallelo con il risveglio dell'islam politico. Ma è poi sopravvissuto al declino di quest'ultimo, trovando nuovo vigore grazie allo sviluppo della globalizzazione finanziaria. I fondi islamici, basati sulla divisione dei profitti e delle perdite o, più prosaicamente, su investimenti in settori la cui liceità è indiscutibile, coesistono ormai con altri prodotti finanziari "etici". (fonte “Le Monde”).”

I principali fondamenti sui quali si basa da sempre la finanza islamica sono semplici e possono riassumersi in sole 5 regole generali:

1) Qualsiasi pagamento predeterminato oltre e in aggiunta all’importo di denaro prestato è vietato.


2) Colui che presta deve dividere i profitti o le perdite derivanti dall’impresa commerciale nella quale viene investito il denaro.


3) Lucrare denaro dal denaro è contrario agli insegnamenti del Corano.


4) Qualsiasi operazione finanziaria in cui incertezza, rischio o speculazione sono presenti è proibita


5) Gli investimenti devono favorire esclusivamente pratiche e prodotti che non siano contrari agli insegnamenti islamici. Nella civiltà islamica alle attività meramente lucrative viene contrapposta la solidarietà, al tornaconto individuale il benessere sociale.

 In queste condizioni ed in particolare con il rifiuto dell’usura si sono affermate forme di investimento nelle quali l’utile per la banca che presta denaro deriva unicamente dalla partecipazione all’attività d’impresa ed è ripartito tra i soci che dividono correttamente anche il rischio imprenditoriale. E’ una situazione certamente interessante che permette alle parti meno abbienti del tessuto sociale di emergere e creare piccole imprese redditizie attingendo a capitali altrimenti preclusi, come invece avviene in occidente del resto. In questo caso inoltre la banca ha tutto l’interesse a che l’attività si avvii e renda un profitto in tempi ragionevoli.
La finanza islamica presenta certamente dei punti deboli tra cui l’esclusione dal mercato secondario, infatti il divieto di contrattare e concludere investimenti con le banche che praticano tassi di interesse non permette operazioni economiche con il mercato occidentale. Inutile dire che per  gli stessi motivi la finanza islamica si trova ai margini del mercato delle carte di credito. Sul mercato azionario gli  investimenti vengono indirizzati unicamente su società conformi alla  dottrina, in base ad un listino di titoli, comunque decisamente molto ampio, approvato da un comitato di saggi. Non vengono perciò acquistate azioni di aziende che commercializzano carne di maiale o che vogliano produrre bevande alcoliche o costruire una rete di casinò, unitamente a produttrici di armi ecc. A fronte di queste limitazioni alcuni vantaggi sono innegabili come la riduzione dell’inflazione dovuta ad un uso produttivo della moneta ed un attento controllo da parte della banca sugli investimenti. Un approccio al denaro poco noto agli occidentali in effetti!

Negli ultimi anni, in particolare evidenza dal 2000 in poi, lo sviluppo della finanza islamica è stato deciso e abbastanza evidente, complice anche le diverse fasi del boom del petrolio succedutesi, ultima in ordine cronologica quella attuale. Oltre allo sviluppo assoluto, caratterizzato da una crescita globale media del 15% annuo, i prodotti “ islamici” hanno avuto e stanno tuttora avendo un certo sviluppo al di fuori dei loro confini naturali ed in un periodo di crisi globale come questo tali prodotti (che si basano solo su attività patrimoniali) si sono dimostrati sostanzialmente immuni dagli effetti del credit crunch che, con la sua ondata devastante, sembra aver spianato loro la strada verso i sempre più recettivi mercati dell'Occidente. A titolo di esempio in questo momento tra gli istituti in grande ascesa c'è la Dubai Bank, una estensione finanziaria del  gruppo, non quotato in borsa, del Dbg  (Dubai Banking Group) . Voci di corridoio lasciano presupporre che l'istituto starebbe progettando l'emissione, per circa mezzo miliardo di dollari, di obbligazioni cosiddette etiche (quotate a Londra e Dubai) probabilmente già per il 2008 o l’inizio del 2009 e probabilmente rappresenterebbe solo l’inizio di una ben più ampia operazione finanziaria sui bond appunto.

E proprio in Inghilterra, paese tradizionalmente molto aperto alle diverse etnie e ai rifugiati politici, questo sviluppo concentra molti sforzi ed ottiene notevoli favori, situazione che negli ultimi anni mostra un consenso generale ampiamente consolidato; condizione, questa, che sta per gettare le basi per un ampliamento delle attività e della loro base operativa in tutta Europa.

Allora, sulla base dei principi religiosi nonché morali di cui sopra la banca islamica è perfetta e da prendere come esempio? Non credo, vediamo perché almeno secondo il mio parere.

Io credo che la banca islamica, così come viene presentata nella sua veste di benefattrice a titolo gratuito, sia essenzialmente una mezza bufala. Essa infatti basa la propria attività essenzialmente sul principio che il Corano proibisce il prestito ad interesse; in realtà il libro sacro non accetta la “riba”, cioè precisamente l’usura (l’interesse non era certamente noto al tempo del Corano!). Detto questo (scritto nel Corano e pertanto incontestabile, salvo che come al solito si decida di interpretare a proprio piacimento le cose che si vuole e invece rigorosamente le altre)  mi si permetta una veloce digressione: vorrei che qualcuno mi spiegasse dunque qual è la differenza del principio esposto dalla chiesa cristiana che ugualmente vieta l’usura sui prestiti nelle attività finanziarie! Assolutamente nessuna.

Seconda considerazione: i fondatori delle banche islamiche – nate intorno agli anni “60 – erano due personalità fondamentaliste che avevano poca dimestichezza con l’economia reale ed i suoi risvolti finanziari (Abul A’la Mawdudi 1903-1979 e Sayyed Qutb (1906-1966. Non avendo idea dell’economia contemporanea non hanno minimamente considerato l’idea dell’inflazione, commettendo di fatto un enorme sbaglio: un prestito senza interesse oggi è sempre una perdita. I moderni dopo di loro hanno sviluppato la teoria che nella banca islamica non c’è interesse, ma compartecipazione. Così alla fine dell’anno ci si divide gli utili dei guadagni globali delle banche. In realtà, il mondo islamico ha dovuto sempre trovare dei trucchi per ripagare debiti ed interressi. In passato, complici anche queste manovre, vi sono stati anche forti scandali, in particolare in Egitto, coperti poi dall’Arabia saudita, per salvare il principio della banca islamica.

Nel dare queste possibilità di sviluppo alla finanza islamica dobbiamo purtroppo anche tenere ben presente che sicuramente fa parte di un noto progetto di islamizzazione dell’Europa, e non solo ovviamente. L’islam si ripropone di salvare l’occidente dalla decadenza morale in cui è caduto attraverso l’imposizione della legge del Corano. Ma ciò significa l’attuazione di pratiche, nemmeno da potersi ritenere collaterali, quali la lapidazione, l’amputazione della mano a chi ruba, la concessione della poligamia, l’obbligo per la donna di trovare almeno 4 testimoni maschi per difendersi dall’accusa di adulterio! Alla faccia del rispetto e della moralità. Significa anche rispettare gli orari delle cinque preghiere, avere delle mosche ben visibile con i minareti, rispettare le regole del cibo, diffondere “il vestito islamico” cioè il velo, ecc.  L’aspetto finanziario è solo uno dei tanti e nemmeno quello preponderante, nonostante la nostra società attuale spesso lo proponga come tale.

È certo quindi che all’Europa interessi soprattutto, per non dire esclusivamente, l’aspetto economico della questione: i soldi non hanno religione o pretese e quindi ben vengano anche quelli islamici. Il problema però è che troppo spesso o sempre non ci si rende conto che in questo caso l’economia è legata alla politica e alla religione, quindi assolutamente anche alle idee del fondamentalismo e del terrorismo islamico.

La debolezza dell’Europa sta in questo cedere posizioni su tutti i fronti in nome della multiculturalità (e non solo ovviamente); si accetta in questo modo che il mondo islamico calpesti lo stile di vita occidentale. A Londra, per esempio, si accetta che la poliziotta non dia la mano al suo capo solo perché e maschio.. Ma come farà ad arrestare un ladro maschio in futuro? O come aiuterà un uomo in pericolo? A Parigi, in certi ospedali, si esigono dei medici o chirurghi femmine per curare le donne musulmane.

Non ritengo, per ora, sia questo il momento e la sede per approfondire; tuttavia, visto quali e quanti articoli si vedono in giro oggi che identificano il sistema finanziario islamico come il possibile salvatore dell’economia mondiale, direi che prima di intraprendere un viaggio nel futuro occorre sempre studiare il passato dalle fondamenta e quindi preparare nel presente il piano di azione. Per questo direi che per ora il futuro della banca islamica è meno roseo di quello che si possa pensare.

 

General Electric: rischio o occasione?

La GE è una multinazionale statunitense, fondata nel 1892 e attiva nel campo della tecnologia e dei servizi. Negli ultimi anni è considerata (fonte: Forbes Global 2000) la seconda compagnia al mondo per importanza (vendite, profitti, assetti e valore di mercato). Due indicazioni di massima sull’attività secolare dell’azienda sono riportate qui sotto (fonte Wikipedia).

All'inizio del novecento la General Electric era già un'industria affermata, con una produzione che spaziava da ventilatori, a locomotive elettriche, da tostapane, a gigantesche turbine a vapore, da refrigeratori a fornelli elettici. Negli anni trenta l'azienda ormai operava ai massimi livelli nel campo degli elettrodomestici, delle comunicazioni, dell'impiantistica elettrica, dei motori (elettrici e non) e della plastica (avendola studiata in quanto materiale utile all'isolamento, la società ne aveva scoperto le innumerevoli possibilità), e questo solo per citare i campi più importanti. La “Grande Depressione” seguita alla crisi del 1929 non era certo capace di scalfire un colosso del genere, tant'è che furono fondate la GE Capital (oggi GE Consumer Finance) per permettere l'acquisto di prodotti di marca GE anche a coloro che erano stati rovinati dal giovedì nero. Negli anni quaranta sulla spinta bellica data dalla seconda guerra mondiale la General Electric iniziava a produrre i primi motori areonautici a reazione statunutensi (in particolare il primo motore realizzato è il GE I-A, che equipaggiava i prototipi del Bell P-59 Airacomet). Nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale la GE continuava con successo a sviluppare motori areonautici militari e non e ad occuparsi di portare innovazioni in tutti i campi in cui era già affermata negli anni trenta, con un notevole sforzo di ricerca. Dalle turbine a gas aereonautiche son stati derivati modelli per la produzione industriale di energia elettrica, nonché modelli per la propulsione navale. La LM-2500 è la turbina a gas per uso navale più diffusa al mondo, imbarcata su quasi 600 navi militari, comprese quelle della Marina Militare italiana. Tra gli anni cinquanta ad oggi, la GE, ha continuato a mantenere la sua posizione di leader in alcuni tra gli svariati campi di cui si occupa, anzi, ha affermato sempre più in essi la sua predominanza, tanto da farla diventare una delle più grandi e importanti realtà industriali contemporanee.Fra le altre attività degne di nota, è da rilevare che la GE, dopo aver collaborato con l'industria ferroviaria nordamericana Alco, alla fine degli anni cinquanta è entrata direttamente nel campo della produzione dei locomotori diesel, diventando leader mondiale nel settore alla fine degli anni '90. A tutt'oggi la GE Transportation è il principale fornitore di materiale di trazione ferroviario al mondo. Nel 2005 la GE si è lanciata in un'iniziativa chiamata Ecomaginatio nel tentativo di diventare un'azienda il più possibile eco-compatibile: lanciandosi nel campo delle energie alternative, della trazione ibrida e nella riduzione delle emissioni dei gas serra. La General Electric, che ha la sede principale in Fairfield, Connecticut,è oggi la piu' grande societa' diversificata al mondo, leader nei settori della tecnologia, della finanza , del manifatturiero e dei media.

Questa breve digressione storica sull’evoluzione dell’azienda per mettere in risalto il fatto che siamo di fronte ad un colosso anche difficilmente immaginabile come normalmente si fa con un’azienda tradizionale, tali e tante sono le sfaccettature sotto fin troppo numerosi aspetti economico-finanziario-sociali che la caratterizzano, facendole assumere una quasi inedita e irripetibile poliedricità che la rende praticamente unica o quasi al mondo. E se questo può essere di per sé una buona garanzia patrimoniale e di solvibilità è anche vero che, almeno in parte, è sempre opportuno che qualcuno faccia l’avvocato del diavolo e permetta a chiunque abbia investito denaro nella società di decidere in proprio e sulla base di dati reali ed economicamente rilevanti se mantenere l’esposizione o rientrare in momenti ancora di relativa tranquillità.

Gli aspetti da valutare sono diversi e qui non ho certamente la presunzione di elencarli tutti o a sufficienza, limitandomi dunque a identificarne alcuni che, in ogni caso, potrebbero servire a chiarire un po’ le idee in merito. Per prima cosa direi che un dato positivo è il fatto che proprio in questo periodo prima della metà di ottobre l’oracolo di Omaha, l’irriducibile Warren Buffet, ha deciso di investire, anzi di incrementare, una consistente quota di liquidità acquistando azioni di nuova emissione della GE per un controvalore di circa 3 mld di dollari; tutti sanno che il magnate della finanza mondiale è in ottimi rapporti con le alte sfere della società USA, e personalmente ritiene che “la società produce buoni profitti e non ci sono motivi perché ciò non continui ad accadere anche in futuro” e per questo ha acquistato questo importante pacchetto sotto forma di azioni privilegiate.  La mia considerazione è che Buffet è probabilmente uno degli uomini meno sprovveduto a questo mondo ma, sempre per fare l’avvocato del diavolo e rivolgendomi soprattutto a chi crede in Dio (qualsiasi Dio), la fallibilità anche solo una tantum è prerogativa degli uomini, quindi fiducia si, certezza assoluta no. Anche la società stessa nei primi giorni di ottobre ha rassicurato il mercato, dopo il forte calo del titolo in Borsa a New York , sottolineando in un comunicato che "non vediamo la ragione dell' aumento dei timori legati ad un default" del gruppo. GE ha aggiunto che nonostante “le pessime condizioni dei mercati la società non ha problemi nel finanziare la sua attività e c'é una forte richiesta per i titoli emessi dal gruppo. Le linee di credito pari a 62 miliardi di dollari a sostegno delle emissioni del gruppo inoltre non saranno assolutamente superate”. Anche questo è un dato rassicurante però è chiaro che, pur ritenendo personalmente i vertici dell’azienda assolutamente seri e degni della più totale fiducia non posso non far notare che negli ultimi anni non mi è mai capitato di assistere ad un fallimento annunciato dai vertici ragionevolmente in anticipo, anzi semmai proprio il contrario.

Un paio di cose invece da considerare sull’altra sponda. La sezione finanza dell’azienda, operativa in tutto il mondo, si occupa di carte di credito, prestiti e leasing per auto, prestiti personali, carte bancarie, mutui, consolidamento del debito, prestiti per il capitale domestico, carte per acquisti e viaggi aziendali e assicurazione del credito ed altro ancora; in pratica un colosso anche nel settore del credito al consumo. In questo periodo proprio questo ramo dell’azienda risulta particolarmente sotto pressione; la sezione, che da venticinque anni è il motore della crescita del gruppo e oggi porta in dote quasi la metà delle entrate, mostra ultimamente qualche difficoltà legata alla crisi del credito, i cui ostacoli relativi alla insolvenza e alla diminuzione della capacità di spesa e garanzia dei privati si sono moltiplicati. Nel quarto trimestre, appena iniziato, Ge ha previsto una ulteriore flessione degli utili nella divisione compresa tra il 20% e il 30 per cento. L'amministratore delegato Jeff Immelt ha fatto buon viso a cattivo gioco. «Non siamo immuni all'attuale clima – ha detto – ma abbiamo continuato a conoscere performance migliori dei nostri concorrenti nei servizi finanziari». Ha pronosticato che, a conti fatti, Ge alla fine del 2008 avrà incassato profitti annuali per nove miliardi di dollari. Ha tuttavia ammesso che il clima «nel sistema finanziario globale resta difficile» e che Ge «sta cercando di tenere conto nei suoi progetti dell'aumento dei rischi».
Davanti alla crisi, il direttore finanziario Keith Sherin ha aggiunto che l'azienda sta riducendo il suo portafoglio immobiliare, una missione che proseguirà nel corso del 2009.
 

Ora altri due dati prettamente finanziari: prima di tutto l’annuncio che il dividendo trimestrale rimarrà invariato a 1,24 dollari per azione per tutto il 2009; se ciò può sembrare ai più una cosa normale è bene sappiate che da 32 anni la Ge preservava una, si pensava incrollabile, tradizione di incremento delle cedole. Il secondo riguarda un paragone tra le obbligazioni emesse da GE: un bond con garanzia generale della società con scadenze non eccessivamente lunghe valeva circa 101 un anno fa e oggi quota tra 97 e 98 (a seconda della diversa scadenza), registrando dunque una flessione minima tenuto conto della situazione economica attuale; uno garantito dalla GE Capital quotava poco meno dell’altro un anno e, fa mentre a luglio era ancora alto sui 99/99,5, ora si aggira intorno agli 84/85 punti, il che mostra una netta separazione del rischio tra le diverse componenti operative aziendali.  

In conclusione ritengo che l’azienda sia veramente solida e dunque il rischio fallimento è pressoché paragonabile ad un buon film di fantascienza ma, al momento e considerato che più o meno per sentito dire una possibilità su cento mi danno gli extraterrestri circolanti sopra le nostre teste, preferirei avere un titolo di stato o una liquidità certa piuttosto che una obbligazione seppur con un basso rischio sul corso. Tanto per essere chiari: ci sono alcune banche, per la verità poche ma comunque realmente verificabili, le cui obbligazioni, con tutto i putiferio che sta sconvolgendo il sistema finanziario mondiale, nonostante tutto negli ultimi mesi non hanno perso valore (a breve seguirà lista delle obbligazioni con “maglia nera” e con “maglia rosa”) mostrando una certa solidità tramutatasi in fiducia nei confronti di sottoscrittori (privati e non), quindi questo vorrà pur dire qualcosa in merito ai rischi finanziari delle emissioni.

In ultimo, qualora qualcuno avesse la brillante idea che, solvibile o no, la situazione resterà un affare d’oltreoceano, tenga conto di questo: la GE Consumer Finance – Europe è stata appositamente creata per il mercato europeo; il business opera in 21 paesi europei: Austria, Belgio, D.O.M., Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Italia, Lettonia, Norvegia, Polonia, Portogallo, Regno Unito, Repubblica Ceca, Russia, Slovacchia, Spagna, Svezia, Svizzera e Ungheria. In appena 12 anni il giro di affari europeo è cresciuto fino a superare i 20 milioni di clienti e 1 miliardo di USD di utile netto per il 2004, con una crescita delle attività produttrici di reddito netto del 22%.

Io ho appena venduto una GE 07/2009, nonostante la scadenza vicina, a 97,5 circa; al momento non sono né contento né tantomeno pentito, ma solo conscio del fatto che ora il mio margine di rischio è drasticamente diminuito, in modo inversamente proporzionale all’aumento della garanzia sulla liquidità derivante dal disinvestimento.

 

 

 

L’ultimo intervento di Roubini 

Dopo avere previsto con almeno due anni di anticipo la crisi finanziaria attuale e all’inizio dell’anno il fallimento di alcuni grandi gruppi bancari, e per questo spesso accusato di catastrofismo, ora l’economista getta un’ombra anche sul nostro sistema bancario che i nostri governanti, supportati a giornalisti finanziari ed anche in parte dagli economisti, ci indicano come totalmente sicuro e abbondantemente garantito (cosa peraltro possibile se l’impegno dello stato, in caso di collasso generalizzato, sarà all’altezza dei proclami e delle aspettative). “Adesso tocca alle banche italiane” è quanto ha detto alla Conference Call planetaria via Internet riservata agli iscritti di RGE Monitor (la società di cui è presidente). In particolare, Roubini, senza fornire nomi precisi, ha indicato come imminente la crisi di un gruppo italiano che “ha investito troppo in Paesi come Turchia e Ungheria” (sarà Unicredito o forse Intesa San Paolo? In ogni caso e se ciò succederà veramente, di fronte ad una eventuale debacle di uno dei maggiori gruppi italiani la situazione potrebbe complicarsi anche per gli altri). Per l’economista tutti i gruppi bancari europei starebbero per essere colpiti dallo tsunami che si è abbattuto sugli Stati Uniti d'America e che, dopo UK e Irlanda, starebbe per arrivare sull'Europa occidentale, con grande e devastante violenza. "La crisi in Europa sarà peggiore di quella in USA", ha sottolineato Roubini; in Europa, dove già Portogallo e Spagna sono ormai da mesi in una situazione di recessione, la crisi sarà più grave, perché a fronte di un inflazione elevata si è in presenza anche di una pesante stagnazione. La BCE con i tassi cerca di tenere sotto controllo il primo problema, senza alcun controllo politico per cercare di rilanciare l’economia. In Italia, Francia e Spagna, ha sostenuto Roubini, ci sarà per tutto il 2009 recessione e credit crunch, oltre ad una inflazione particolarmente elevata. -

Altra bomba: negli USA e nel mondo, Cina compresa, dove la crescita si è fermata e si prevede che dall'11% si scenda rapidamente verso il 6%, i prossimi a fallire saranno i fondi, a partire dai più piccoli, che spariranno a centinaia, e poi le assicurazioni e i grandi gestori di carte di credito. Resteranno in piedi sono i gruppi più grandi, quelli il cui crollo avrebbe effetti dirompenti sull’intero sistema, che dovranno adattarsi ad una regolamentazione di qualche tipo. Il problema della crisi attuale, ha detto l’economista americano, riguarda la capitalizzazione: “le banche falliscono per insufficiente capitalizzazione e non per la crisi nella gestione del credito”. E ancora: "Il mercato interbancario è completamente congelato", ha detto l'economista "non si fa alcuno scambio e ci sono oltre
3 trilioni di dollari completamente fuori dal mercato bancario". Il problema riguarda soprattutto il settore corporate dove il credito è completamente congelato. "Fra sole due settimane cominceranno a chiudere i battenti le imprese non finanziarie", e se ciò avverrà allora si che saranno problemi veri! E allora, come evitare questo potenziale disastro? Prima di tutto nei prossimi sei mesi, bisognerà fare molto in fretta ed agire sul fronte della policy fiscale delle imprese in modo tradizionale e non tradizionale. Bisogna, inoltre, stendere sopra tutti i depositi una “coperta assicurativa”, che li garantisca. C’è poi un altro problema, soprattutto in Europa e ancora di più in Italia: per Roubini si sta per riversare un vero e proprio “tsunami” di denaro proveniente dalle grande imprese internazionali, che non sanno dove investirlo. In altre parole, la troppa liquidità di alcune imprese a fronte della stretta creditizia per quelle più piccole è un altro grande problema. E’ possibile che alcuni grandi hedge fund si trovino a gestire tutto questo denaro in modo incontrollabile. Da qui l’ immediata necessità di controlli e regole.

E i tassi di mutui e prestiti? Scenderanno pesantemente, secondo Roubini, e anche i prezzi scenderanno. Mentre il credito potrebbe essere sempre più caro soprattutto per le categorie a rischio, senza garanzie. In altre parole tempi durissimi, con un crollo generalizzato dei consumi. A chi domandava: “ma dove investiamo adesso, nell’oro?” Roubini ha risposto:”non nell’oro, ma nel lavoro”.

 

Nouriel Roubini 

(Fonte Wikipedia). Roubini è un professore di economia alla New York University e anche in presidente di RGE Monitor, una società economica specializzata in analisi finanziaria.  Roubini è conosciuto per le sue previsioni di crisi finanziaria mondiale all'IMF nel 2006, dove fu ricevuto in modo scettico, con uno dei commissari che notava la sua mancanza di modelli matematici. Ma nel 2008 molte delle sue previsioni si sono avverate. Ha ricevuto inviti a parlare di fronte ad organismi importanti come Congresso degli Stati Uniti e il Council on Foreign Relations. Fino ad Ottobre 2008, rimane pessimista sul futuro economico degli Stati Uniti. Ha detto che "gli americani hanno un sistema finanziario subprime, non un mercato mutuale". non crede che gli Stati Uniti stiano per entrare nella prossima Grande Depressione, ma ha detto che questa sarà la peggiore recessione della storia dopo quella del 1929.  Ha chiarificato che il suo pessimismo è focalizzato sul breve corso piuttosto che sul medio o lungo corso. Negli anni novanta, Roubini studiò il collasso delle economie emergenti. Basandosi sull'insolito talento già notato da Sachs, egli usò un'intuizione, per un trascorso storico surrogato da una comprensione dei modelli teoretici per analizzare quei paesi e arrivò alla conclusione che il comune denominatore tra gli esempi studiati era il largo deficit [current account] finanziato da prestiti stranieri. Roubini teorizzò che gli Stati Uniti sarebbero stati il prossimo paese a soffrirne, e nel 2004 iniziò a scrivere di un possibile/futuro collasso. Non userà modelli matematici ma centra gli obbiettiv, a differenza del 99% degli economisti che sparano sempre a salve facendo solo rumore ingiustificato sempre e counque!

"Ci sono rischi significativi al ribasso per il mercato e per l'economia", ha detto Roubini, 50 anni, professore di economia alla New York University in un'intervista a Bloomberg Television. "Saremo sorpresi dalla severita' della recessione e dalla severita' delle perdite finanziarie". L'economista ha affermato che la recessione durerà tra i 18 e i 24 mesi, il tasso di disoccupazione salirà al 9%, le perdite sul mercato creditizio supereranno in totale i $3 trilioni (3000 miliardi) mentre i prezzi delle case, già depressi, scenderanno di un ulteriore 15% oltre al 25% già perso dal picco (quindi in totale -40%) e "non sarei sorpreso che i tassi di interesse scendano a zero", ha aggiunto. Il governo degli Stati Uniti dovrà raddoppiare gli acquisti di azioni nelle banche perchè l'attuale piano sarà' insufficiente; il governo sarà costretto a forzare gli istituti di credito a sospendere i dividendi per evitare che troppe banche finiscano in bancarotta, ha concluso Roubini.

Nella prima parte dell’anno espose questa sua teoria, pubblicata su importanti testate finanziarie mondiali e che potete visionare scaricando questo file

 

L’Islanda conta poco? Ditelo ai sottoscrittori italiani!

Quanto esposto in questo articolo serve anche a fornire una risposta abbastanza chiara a numerose email pervenutemi ieri sera dopo l’articolo sul fallimento totale del sistema finanziario islandese; la principale critica fattami è che è estremamente riduttivo portare ad esempio una situazione negativa e certamente critica sviluppatasi però in un Paese le cui dimensioni geografiche e la cui portata economico-finanziaria non può aumentare, se non marginalmente, l’effetto-crisi che attualmente influenza le economie mondiali. Purtroppo,e  lo dico a malincuore, non posso essere completamente in accordo con queste indicazioni che tendono a sminuire una situazione invece tragicamente seria almeno nella sua, per ora possibile e non definitiva fortunatamente, evoluzione finale se non nel suo sviluppo (gli si è dato certamente minor risalto per i motivi generali addotti nella maggior parte delle email e riportati sopra) e certamente sarà meglio compreso alla fine del documento, precisando inoltre che la salubrità del sistema economico islandese, o almeno giudicato tale fino a poco fa, nonché la crescita del Pil nazionale negli ultimi anni a ritmi certamente molto interessanti hanno favorito investimenti di capitale e risorse sia dall’Europa (e Russia) che dal Nordamerica. Un esempio solo: l’Austria, che certamente non è un colosso mondiale a livello  economico e  finanziario, ha un’esposizione di circa 4 mld di euro verso le banche islandesi e, come certamente molti sapranno, Bank of Austria è direttamente collegata a Unicredito che forse in questo momento non avrebbe bisogno di altre preoccupazioni.

L’operazione che ha portato sotto amministrazione controllata le principali banche del Paese da parte del governo inevitabilmente e tragicamente, come già successo di recente, si ripercuoterà ora sugli assicurati italiani che hanno sottoscritto polizze emesse da Carige Vita , Quadrifoglio Vita (gruppo Mps), Sasa Vita (gruppo Fondiaria-Sai), Ubi Vita ed anche di Ergo Previdenza. Al momento ancora nulla, positivo o negativo, è deciso in merito alla solvibilità o meno dei prodotti indicati, ma la sensazione attuale è che l’eventuale evoluzione negativa della faccenda possa riportare molti risparmiatori del nostro Paese nel tunnel imboccato già con il fallimento di Lehman: quotazioni sospese ad oltranza, impossibilità di avere notizie di alcun tipo, attesa per le decisioni delle compagnia nei confronti dei clienti.

Si tratta per esempio di polizze index linked il cui valore delle prestazioni è collegato all'andamento di un paniere o ad un solo titolo che in genere offrono un rendimento minimo oppure la garanzia, spesso parziale, del capitale investito. E’ il caso dell’emissione di Quadrifoglio Vita, per la quale si era scelto Islandinbank (ora Glitnir Banki HF) come emittente dell'obbligazione, su cui poggia un'opzione di Credit Suisse First Boston International per «migliorare la redditività dei prodotti index-linked» di quattro polizze, tra cui «Memory Coupon».

Per quanto riguarda le due polizze di Ubi Vita si tratta invece  di emissioni strutturate nell'ottobre del 2007 da Aviva , che oggi detiene la maggioranza dei Ubi Vita e distribuito per la maggior parte dagli sportelli Bpua circa 4mila sottoscrittori per un totale di parecchie decine di milioni di euro; al momento del lancio della polizza il rating assegnato alla banca islandese Kaupting Bank era Aa3.

Sasa Vita, compagnia del gruppo Fondiaria-Sai, si è appoggiata alla stessa Glitnir di cui sopra come broker della index «Metal & Oil», agganciata ad un paniere di titoli energetici. Sollecitata ora dalla Consob la compagnia assicurativa è stata invitata ad emettere immediatamente un comunicato sulle aspettative riguardanti l’esito dei contratti in essere. Anche in questo caso il contratto è collegato al valore del titolo della banca islandese Glitnir ed è stato strutturato in una fase in cui l'Islanda era considerato tra i Paesi più virtuosi dal punto di visto finanziario. Il contratto originariamente doveva scadere nell'aprile 2012 e portare a scadenza circa 20 milioni di euro. L’unica situazione “positiva” in questa situazione è che, rispetto al caso Lehman, il possibile intervento del  Fmi e la possibile garanzia dello Stato islandese sulle proprie banche e sulle loro obbligazioni potrebbe dare maggiori certezze (forse meglio definirle minori incertezze, in questi caso si guarda al male minore e non al bene migliore) anche all'assicurato italiano.

Per chi ha scelto per i propri investimenti altri titoli o valori in ogni casi collegati agli strumenti penalizzati dalle agenzie di rating  si registrano invece ribassi generalizzati, ad oggi, tra il 60% e l'80%. Tutto alla faccia dell’economia marginale di un piccolo stato nordeuropeo.

 

Va tutto bene, anzi no!

Due giorni di rialzi, per la verità decisamente imponenti, e la crisi sembra passata: tele-giornalisti allegri nell’annunciare i segni + sui mercati, governanti soddisfatti della reazione ai piani di salvataggio e risparmiatori, non tutti fortunatamente, già in fila agli sportelli per comprare a prezzi di saldo o investire in fondi azionari, magari aumentando l’esposizione precedente.  Mi auguro che tutto questo ottimismo si tramuti poi in una reale e vigorosa ripresa, non solo dei mercati azionari chiaramente; si, perché forse ci stiamo dimenticando che questo non è un movimento ribassista che serve a sgonfiare la bolla speculativa sui corsi azionari, bensì un evidente tentativo di recessione da parte delle più grandi economie mondiali, causata principalmente da due fattori: prezzi degli immobili alle stelle e attività finanziaria allo sfascio. E se gli interventi massicci effettuati dai governi nei giorni scorsi non saranno supportati da manovre di modifica strutturale e regolamentare sui settori principali artefici e maggiormente coinvolti in questa crisi allora è possibile che il bello debba ancora venire, indipendentemente dall’andamento delle borse.

A tal proposito vorrei che si spostasse l’attenzione su quello che sta succedendo oggi in Islanda e cioè ' un vero e proprio tracollo, ma non solo per il mercato azionario. Alla riapertura delle contrattazioni, sospese da giovedì scorso, la borsa islandese ha perso oltre metà della sua capitalizzazione nel giro di poche ore con punte di discesa nell’ordine del 75/76%: l'OMX Iceland 15 index ha chiuso la mattinata a circa -47% , nonostante la nazionalizzazione delle tre maggiori banche del Paese decisa dal governo. Una delegazione islandese è attesa in giornata a Mosca per negoziare un prestito (5/6 mld di dollari) con il ministro delle Finanze russo; l 'altra pista per salvare l'Islanda dalla bancarotta è quella del Fondo Monetario Internazionale, chiamato a intervenire a favore di quello che pochi mesi fa era un florido mercato finanziario in grado di attirare investimenti da tutto il mondo.

Infine, per chiarire come non solo siamo sempre all’oscuro della verità, ma che addirittura ci viene propinato di tutto senza ritegno e senza vergogna, vorrei che leggeste questa intervista rilasciata e quindi pubblicata sui quotidiani pochi mesi fa, non certamente anni fa:

2 aprile 2008-10-14

L'economia e le banche dell'Islanda sono in buona salute. Lo ha detto Ingimundur Fridriksson, uno dei tre membri del consiglio direttivo della banca centrale del paese nordico, per rassicurare gli investitori dopo che Standard & Poor's e Fitch Ratings hanno ridotto le prospettive sul rating assegnato al debito sovrano dell'isola.
"L'economia è fondamentalmente solida," ha detto Fridriksson in un'intervista rilasciata a Bloomberg News a Reykjavik, citando un aumento delle esportazioni di alluminio, l'attivo di bilancio e settori della pesca e dei servizi "forti." La corona islandese è la valuta che quest'anno ha registrato la performance peggiore rispetto all'euro e il costo per tutelarsi contro un'eventuale insolvenza delle maggiori banche del paese è ai massimi in Europa, secondo dati compilati da Bloomberg. S&P e Fitch hanno tagliato ieri a negativo i loro outlook sul rating dell'Islanda, sul timore che la stretta creditizia mondiale possa indurre il governo a lanciare una ciambella di salvataggio alle banche commerciali. "Le banche sono fondamentalmente solide," ha dichiarato Fridriksson. "Sono influenzate dalla situazione nei mercati finanziari mondiali come le banche di tutto il mondo," ma "non hanno virtualmente alcuna esposizione nei subprime." Le banche "sono in grado di superare la bufera," ha detto a sua volta Richard Portes, presidente del Centre for Economic Policy Research a Londra, a Bloomberg Television. "I loro finanziamenti sul mercato sono assicurati per il prossimo anno. Non sono alle prese con scorie tossiche. A differenza di virtualmente tutte le altre grandi banche del mondo, le banche islandesi non hanno investito in quella spazzatura. Sono banche ben gestite".”

Ok, ora non resta che sperare che gli altri “potenti” non ci abbiano propinato altrettante balle!

 

Euribor: indice del costo del denaro o tassa sui mutui?

I nostri mutui a tasso variabile sono legati al tasso euribor e ad ogni aumento dello stesso succede una variazione al rialzo della rata. L'Euribor "Euro Interbank Offered Rate" è il tasso medio al quale avvengono le transazioni finanziarie in Euro tra le grandi banche europee. Non è altro che un semplicissimo indice che serve a rilevare la situazione del mercato interbancario in un certo momento e, di riflesso, di quello finanziario in genere: indica in pratica il reale costo del denaro in tempo reale. La rilevazione dell'Euribor avviene tutti i giorni lavorativi così che il suo valore è sempre costantemente e validamente aggiornato. Proprio questa caratteristica dell’indice Euribor ha indotto tutte le banche ad ancorare ad esso l'oscillazione dei mutui a tasso variabile, considerando in particolare che è assai sensibile alle attese sui mercati in materia di politica economica delle banche centrali: sistematicamente o quasi anticipa i tempi riportando le variazioni anche diverso tempo prima che la BCE comunichi una variazione del tasso di sconto e quindi del costo del denaro. Per esempio se si prevede un aumento dei tassi tra tre mesi, gli Euribor a una settimana o a un mese resteranno generalmente invariati, mentre quelli a tre o sei mesi tenderanno subito ad aumentare e viceversa. Lasciando perdere in questa sede le motivazioni che spingono ad alzare o abbassare i tassi (economia rallentata o eccessivamente in crescita, tentativi di influenzare le valute ecc.) direi di soffermarsi sull’indice come strumento per le banche e l’uso di cui ne fanno.
Quanto visto sopra è molto bello e di una precisione assoluta, direte voi, perché rende chiaro l’andamento della nostra spesa, in più o in meno, sui mutui immobiliari. Ma il risultato finale appare un po’ discordante: finalmente ora che la BCE ha abbassato il tasso di mezzo punto noi poveracci che sosteniamo il costo del mutuo a tasso variabile ne dovremmo avere un beneficio immediato e non di poco. Sbagliato, l’euribor è perfino aumentato, dopo essere andato alle stelle in questi ultimi tempi e, sulla base di quanto esposto sopra, senza giustificazione apparente. Eh si perché le banche in questo momento critico nemmeno si prestano tra loro il denaro, al massimo per un giorno tramite il circuito interbancario, ma a tassi elevati rispetto a quanto dovrebbe essere in realtà; in pratica l’aumento dell’euribor è il costo della caduta di fiducia tra banche. Quindi provate a ragionare per esempio sulle nostre banche:  

* lavorano (comprano, vendono, acquisiscono e collocano, ecc.) con i nostri soldi, generosamente erogati dalle nostre tasche sotto forma di commissioni su ogni cosa che in banca ha un nome (e sono tante!): c/c, polizze, fondi, sicav, obbligazioni, dossier titoli, finanziamenti, mutui, carte di debito e di credito e molto altro ancora;

* non rischiano praticamente nulla perché utilizzano soldi di terzi e non si assumono alcuna responsabilità economica in proprio nelle imprese che finanziano;

* investono la liquidità nostra percependo dalle altre banche una remunerazione: oggi l’euribor è superiore al 5%, andate a vedere cosa vi pagano sul conto corrente, poi vedete i tassi dei mutui, fate qualche somma e qualche differenza e poi pensate, staccandovi dal contesto (se ci riuscite!) alla tragica sensazione di essere derubati da una banda di rapinatorii (a loro si può dare dei delinquenti senza essere denunciati di calunnia, perché la legge lo permette);

* se avete un prodotto il cui sottostante è un’azienda che fallisce come Lehman B. (o come per Parmalat l’emittente stesso e la banca ne è collocatrice) voi pagate e la banca è salva: praticamente consigliano di investire in un prodotto in cui loro non investono ma su cui guadagnano abbondantemente facendo pagare un costo di collocamento all’azienda emittente e le commissioni al cliente sottoscrittore.

 Ora faccio una considerazione: in questo momento, fregandosene del tasso di sconto, le banche tengono elevato e aumentano anzi l’euribor perché si regolano sul rischio che il sistema interbancario manifesta. In pratica una banca non si fida dell’altra e noi paghiamo questo maggior rischio; non solo ma è anche noto che proprio in questi ultimissimi periodi si tengono la liquidità proprio per evitare anche questo rischio, e noi continuiamo a pagare  per loro e per noi. La soluzione? Nessuna con questo sistema finanziario che a loro dà tutto e a noi niente, se non un’azione in realtà impossibile da realizzare: smettere di pagare i mutui tutti in un colpo, togliere tutti gli investimenti e la liquidità dalle banche e bloccare di conseguenza anche il pagamento delle carte di credito, lasciando gli istituti senza soldi liquidi né investimenti attivi e nell’impossibilità di percepire interessi e quota capitale sui prestiti. Singolarmente non porta a nulla ma se fatto a livello globale vedrebbe le banche pignorare tutti gli immobili (anche commerciali) e i beni di consumo acquistati con carta di credito, cause su cause singole e costose per gli istituti (e sappiamo quanto lunghe siano in Italia) con conseguente crollo del settore immobiliare (nessuna vendita e milioni di case all’asta) e degli altri settori (aziende fallite e lavoratori a casa e quindi nessuno che può permettersi  di acquistare nemmeno all’asta) e le banche fallite per mancanza di entrate e liquidità persa in un colpo solo (soluzione ottimale perché non avendo a quel punto nessun appeal non verrebbero neppure assorbite o acquistate da altre banche internazionali) . Conseguenze finali solo due possibili: sistema economico e sociale a zero e ripartenza per tutti nelle medesime condizioni, oppure, finalmente e giustamente, le banche comincerebbero a “bussare alla nostra porta” proponendoci qualcosa di più onesto. Si, perché noi dobbiamo bussare alle banche per avere finanziamenti per la casa o la nostra attività e per questo paghiamo; e sempre noi dobbiamo bussare alle banche per consegnargli la liquidità e per questo, ancora, paghiamo!!

Conclusione: ma in un paese in cui un "governo ombra" sbandiera ai 4 venti che il conflitto di interessi è un male da estirpare e in un Europa che condanna pubblicamente il lassismo finanziario d'oltre oceano, come mai si sopporta, tacitamente e consensualmente, che a decidere il tasso sulla base del quale si calcolano gli interessi ai quali le banche fanno pagare il denaro finanziato siano le banche stesse? E' chiaro a tutti che si tratta di uno scandalo oltre ad un evidente e clamoroso conflitto di interessi; ma, ovviamente, essendone danneggiati i cittadini ed i loro risparmi e non la politica o i grandi condottieri della finanza nessuno si sogna di intervenire, nemmeno marginalmente. E i rappresentanti delle associazioni dei consumatori, per favore, smettano di prenderci per i fondelli: portano a casa qualche causa favorevole sul crac Argentina o Parmalat per qualche migliaio di euro e non fiatano di fronte a miliardi che passano dalle nostre mani a quelle dei potenti signori del mercato! Sarà mica tutto un gioco??
 

 

Italiani ed Europei: siamo al sicuro dalla crisi?

La crisi è chiaramente molto grave e ormai anche un bambino si rende conto degli effetti devastanti che sta avendo sul settore finanziario e, a cascata (si vedrà meglio certamente più avanti) anche su altri settori. In USA si sa quanto sia critica mentre in Europa, fino a qualche giorno fa, siamo stati rassicurati sulla solidità e minore esposizione delle nostre banche, rassicurazioni che giungono mentre il governo britannico privatizza l’ottava banca privata da pochi mesi a questa parte e mentre nella “nostra” Europa qualche banca ancora ben messa (almeno speriamo) ingoia in un sol boccone chi sta peggio e rischia, o lo è già, di diventare un malato terminale senza una cura valida. In Germania (solo uno degli esempi) Hypo Real Estate, la banca tedesca specializzata nel credito immobiliare travolta dalla crisi americana dei mutui, ha annunciato il fallimento del piano da 35 miliardi di euro che avrebbe dovuto salvarla (il giorno 5 ottobre); le banche che sarebbero dovute intervenire assieme al Governo tedesco, accollandosi, tuttavia e tutte insieme, perdite per solo una parte (8,5 miliardi di euro del totale), si sono chiamate fuori perché Deutsche Bank (da ora DB), il maggiore tra gli istituti chiamati al salvataggio, ha fatto sapere che le difficoltà di Hypo sono state eccessivamente sottostimate: la crisi di liquidità è più grave di quanto immaginato e difficile da quantificare. La seconda puntata della telenovela è servita subito dopo: il Governo tedesco decide comunque di salvare la banca specializzata nei mutui immobiliari, in gravissima crisi di liquidità, grazie all’erogazione di una linea di credito di 50 miliardi di euro (15 miliardi in più rispetto a quanto prospettato in precedenza).

Ora la prima domanda che faccio a me stesso è questa: da che mondo e mondo le crisi servono a eliminare (pur brutto da dire ma corrisponde alla realtà dei fatti storicamente provati) le mele marce inevitabilmente esistenti nel sistema (e figlie del sistema stesso) ma, in effetti, anche a indebolire a tal punto aziende non gravemente malate ma impossibilitate a far fronte alla crisi stessa coi propri mezzi. La soluzione è sempre la stessa: chi è più grosso e soprattutto, almeno in parte, più solido, acquisisce in toto o in parte (alcuni assets convenienti o strategici) le aziende in sofferenza e, alla fine di tutto, ne esce provato ma con una base ancora più solida su cui lavorare in futuro. In effetti questo si sta vedendo sia in USA che in Europa, anche se ancora non si assiste al 4X2 come al supermercato, ma certamente qualcuno si è già mosso. DB invece non si muove e per ora molla la prima occasione, acquisisce una partecipazione in Deutsche Post per circa 2,5 miliardi di euro che però paga con un aumento di capitale da 2,2 miliardi di euro emettendo 40 milioni di azioni e facendole sottoscrivere ad istituzionali, assicurando però nessun altro aumento di capitale (Profumo bis? Vedremo).

(Il Sole 24 Ore Radiocor) - Francoforte, 07 ott - Avvio
particolarmente pesante in Borsa per i titoli Deutsche Bank che cedono oltre l'8% a 10,9 euro su voci di un possibile aumento di capitale. 
La societa', interpellata, ha definito le voci di mercato "un completo nonsenso".

(RADIOCOR) 07-10-08 10:04:24 - Deutsche Bank sfida la crisi e in una sola giornata raccoglie 2,2 miliardi di euro per finanziare l’acquisto del 30% della connazionale Postbank. L’aumento di capitale lampo permetterà alla prima banca tedesca di mantenere salda la propria struttura patrimoniale. In una sola giornata, Deutsche Bank ha emesso fino 40 milioni di nuove azioni al prezzo di 55 euro l’una, interamente sottoscritte da investitori istituzionali.”

Ora comunica di essere interessata a nuove acquisizioni in Europa che però ancora restano sulla carta ed in particolare in Italia un numero elevato di sportelli di MPS che da tempo ha già annunciato di voler vendere: 

“(AGI) Milano, 9 ott. - Il gruppo Deutsche Bank aprira’ 400 nuove filiali in tutta Europa entro il 2012, di cui 150 nella sola Germania. Un’espansione della rete in particolare e’ prevista anche in Italia e in Polonia. Secondo quanto annunciato oggi, Deutsche Bank intende creare 2500 nuovi posti di lavoro per la consulenza a privati e imprese in Germania e negli altri mercati europei ‘core’, sempre nell’arco di quattro anni, mentre e’ previsto il taglio di circa 1100 dipendenti amministrativi. L’obiettivo e’ quello di arrivare a 18 milioni di clienti nel settore ‘Private & business clients’ al 2012 e di aumentare gli utili ante imposte da 1,1 miliardi nel 2007 a 2 miliardi.” 

E mi viene in mente che Unicredit, che è una banca certamente di valore mondiale ma non a livello di DB, ha ricapitalizzato per 6,6 mld di euro (il triplo di quanto fatto da DB ultimamente); forse DB attende di trovare occasioni migliori o di vedere meglio in questa situazione critica ed assai nebulosa e ciò l’aiuterà eventualmente se il peggio dovesse ancora venire, perché in caso contrario si ritroverà con le briciole e un po’ di liquidità in più. Lasciando ai lettori ed al futuro (chi vivrà vedrà!) considerazioni ed evoluzione generale della questione posterei un’altra notizia di quest’estate che forse (forse) spiegherebbe la politica attendista della banca: 

31 luglio 2008 alle 12:21 — Fonte: repubblica.it - Calo dell’utile ante imposte nel secondo trimestre per Deutsche Bank a seguito delle elevate svalutazioni (3,6 miliardi). L’utile lordo si è attestato a 642 milioni di euro (un miliardo di dollari), rispetto ai 2,7 miliardi dell’anno precedente”.

 Ultime indicazioni generali. Il Credit default swap (Cds) a 5 anni sul debito senior di Unicredit, ossia il costo per proteggersi dall’ipotesi di un eventuale default dell’istituto milanese, è ultimamente letteralmente volato a 154,8 punti base (assicurare un debito da 10 milioni di euro di UniCredit da ogni ipotesi di fallimento costa 154.800 euro l’anno). A fine settembre il Cds era pari a 90 punti base, quindi salito del 60% in pochissimi giorni dopo i primi ribassi in borsa e le varie voci ormai ben conosciute. Per arricchire la rassegna e collocare Unicredit in buona compagnia: il Cds del Banco Popolare è arrivato a 152,5 punti base, seguito da Banca Popolare di Milano (125) e Ubi Banca (125), mentre solo Mps (101) e Intesa Sanpaolo (83,3) sembrano per ora sostanzialmente immuni alla crisi di fiducia globale. E proprio a questo proposito si può far presente che in Europa non si sta meglio, anzi: Ubs (290), Barclays (262) e Rci Banque (229) sono ormai nettamente superiori al 2%, mentre anche quelli di Lloyds Tbs (193 punti base), Abn Amro (182,7), ING Bank (172,7) e Deutsche Bank (163,1) restano a livelli superiori a quelli dell’istituto guidato da Alessandro Profumo. 

Infine una brevissima affermazione che interessa il discorso su  DB: la grave crisi a cui stiamo assistendo dipende principalmente dal livello di leverage utilizzato impropriamente della maggiori banche USA ed anche europee, livelli che giungono fino all’impressionante e assolutamente demenziale 50 ad 1 che caratterizzerebbe, per es.e tra le altre, proprio DB. Bisogna ragionare anche e soprattutto su questo dato perché è bene ricordare che il disastro toccato poco tempo fa alla B. Stearns è stato caratterizzato da un livello di leverage ratio di 33, quindi poco superiore alla metà di quello di DB. Livelli come questo sarebbero pericolosi anche per un Hedge Fund che fa della leva finanziaria indiscriminata la sua principale ragione di esistenza, figuriamoci per una banca!!

Auguriamoci dunque in futuro di non dover rivedere in onda una famosa soap opera nata nel lontano 1979,  considerata universalmente la telenovela piu' famosa di tutti i tempi: “Anche i ricchi piangono”.

 

Riconoscere l’arrivo di una crisi finanziaria

 

Rispondo, senza alcuna pretesa culturale e di preparazione specifica sull’argomento, ad una mail interessante che chiede se, ed eventualmente come, sarebbe possibile riconoscere la possibilità che arrivi una crisi finanziaria e quando invece dalla stessa se ne stia uscendo. Questo è quello che posso vedere in questa e nelle crisi passate a partire dalla fine dell’800.

Più o meno tutte le crisi finanziarie sono precedute da una cosiddetta “bolla speculativa”, un periodo di eccessi che portano uno, ma generalmente più settori economicamente rilevanti, ad incrementare oltre ogni misura il valore delle transazioni senza però l’adeguato supporto dell’aumento dei prodotti coinvolti in queste transazioni e del loro reale valore intrinseco: insomma, senza tanti giri di parole, l’aumento ingiustificato dei prezzi dei beni.  Ogni bolla è generata e ingigantita da evidenti condizioni di eccessivo liberismo monetario, facile concessione di crediti sotto forma di finanziamenti e mutui in genere, e l’assolutamente errata concezione che tale incremento di valori sia destinata a non finire mai, condizione che coinvolge sempre più persone e operatori negli errori del sistema stesso. Ed il sistema è talmente elaborato e sofisticato, nonostante la sua erraticità per essere costruito su basi instabili sin dalla sua evoluzione iniziale, che nonostante tutto ad ogni allarme di eccesso documentato si riesce sempre a trovare la giustificazione a tale incremento, documentando anche la motivazione stessa; ciò in particolare induce a pensare che ogni eccesso in realtà faccia parte di una regola ben precisa e ad ignorare purtroppo che in realtà ci si trova di fronte alla necessaria eccezione alla regola. Questo, almeno secondo me, rappresenta il sintomo più evidente dell’imminenza di una crisi finanziaria e, osservando le precedenti situazioni drammatiche degli ultimi 100/150 anni direi che dovrei essere sulla buona strada.

Un’altra situazione che si ripete, una volta che la crisi è conclamata, è la regolamentazione del settore economico ed in particolare finanziario con una serie di riforme, modifiche a leggi e regolamenti precedenti, nuovi divieti e costituzione di organi di controllo atti a permettere il mantenimento di questi nuovi divieti. Senza entrare nei particolari basta vedere quello che sta avvenendo in questo periodo con la definizione di piani di salvataggio e limitazioni varie ad aziende e manager. 

La terza costante è quella che giunge in ultima istanza a cose fatte, quindi alla fine della crisi e inizio della presunta o reale ripresa economica: appena varate le nuove leggi e regolamentazioni si comincia a “lavorare” per trovare il modo di aggirarle, situazione che pone le basi, a lungo termine, per lo sviluppo della nuova e successiva crisi economica. 

Aggiungerei una quarta e ultima questione, peculiarità di quasi tutte le situazioni che seguono, più o meno distante a livello temporale, la ripresa economica dopo una crisi: la modifica dei regolamenti e delle leggi istruite proprio per uscire dalla crisi. In genere succede quando la crescita economica è ben sostenuta al punto tale da far dimenticare quanto successo in precedenza; i rallentamenti della fase di crescita, naturali e ciclici, hanno bisogno di un sostegno per evitare che la stessa ristagni e porti alla contrazione dei consumi ecc. ecc, quindi si tende a modificare ed in alcuni casi a sostituire le leggi che in precedenza erano state promulgate proprio per evitare il ripetersi della crisi, ponendo le basi per una nuova e futura, quindi praticamente inevitabile, bolla speculativa.  

Altro non saprei cosa aggiungere vista la mia mancanza di preparazione sull’argomento; quanto espresso in questo documento altro non è che una manciata di dati raccolti osservando quanto successo nelle ultime e maggiori crisi economico-finanziarie mondiali, cosa che chiunque può verificare da sé e confrontare con quanto esposto sopra.