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Articoli di aggiornamento. Questa sezione raccoglie articoli in materia economico-finanziaria di ogni tipo, derivanti da studi personali, da risposte a quesiti di natura tecnica e finanziaria posti da amici, lettori e collaboratori del sito. Non mancheranno, seppure con bassa frequenza, articoli inerenti riportati da altri siti o blog e opinioni altrui, nei contenuti essenziali e ritenuti interessanti. Potranno essere pubblicati articoli di coloro che ne faranno richiesta via mail; tutti gli articoli di terze persone saranno soggetti a verifiche della forma ma nei contenuti non subiranno alcuna restrizione, sempre che siano rispettosi e nei termini della legalità.

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Perché votare NO al Referendum (By Maurizio Lopetrone, analista nella City)

16 novembre 2016.Li capisco, poverini. In effetti con il NO la fine dell’euro sarebbe molto vicina e Deutsche Bank come rappresentante sistemico del paese che trae più benefici dalla moneta unica è tenuto a spaventarci, per sua stessa sopravvivenza. Il problema è che oggi la situazione è diversa da 6 mesi fa, oggi abbiamo Londra con quasi due piedi fuori dall’EU e Trump che è ugualmente contrario a tutto quello che è Europa franco-tedesca, che per inciso vuole sia sostituirsi agli USA nel vecchio Continente oltre a diventarne a termine un competitor geostrategico su scala internazionale. Non si dimentichi infatti che la Germania è già compresa nella lista dei paesi che manipolano il cambio (ossia l’euro) a danno dell’economia USA. In termini di interessi tedeschi in questo contesto l’Italia contesto va abbattuta senza se e senza ma, troppo legata agli USA, troppo forti i legami con Washington, mica si vuole rischiare una seconda invasione in Sicilia per il tramite dei nostri oriundi…. E, si noti, detti legami sono talmente forti da farci dipingere come il miglior alleato non anglosassone della potenza americana. Eppoi essendo il Belpaese anche il maggior competitor manifatturiero continentale di Berlino, beh, una ragione in più per neutralizzarla. Abbiamo dunque inquadrato la ratio del supporto tedesco per  l’approvazione del referendum contro gli interessi italiani Non dobbiamo scomporci, abbiamo le nostre carte da giocare. Magari se saremo fortunati avremo anche Giuliani Segretario di Stato USA, ossia uno con papà e mamma italiani…. Or dunque, per favore capite i poveracci di Deutsche Bank che per altro stanno quasi fallendo come banca, anche loro tengono famiglia! Ma al di fuori del fatto che ancora ricordo con disgusto come la crisi del 2011 sia stata scatenata dalla vendita di BTP da parte di quella banca, quello che dobbiamo discutere è il perchè bisogna votare NO al referendum, il motivo tecnico che giustifica il supporto della banca tedesca e fin anche di Angela Merkel. Il motivo è che, semplicemente, votare altrimenti sarebbe un danno mortale per il nostro paese. Il perchè è presto detto: l’unica cosa buona del referendum è l’abrogazione del CNEL. Invece di elementi maligni ce ne sono a iosa, prima di tutto la difficile gestione del potere con il nuovo assetto istituzionale, ingarbugliato. O l’inutilità formale del Senato composto da membri a sembra quasi si debba trovare un posto, il nuovo Senato sembra quasi essere a una forma pensionistica complementare per boiardi trombati. Ma il punto veramente critico è che approvando il referendum di fatto si impone all’Italia di accettare ogni legge Europea inserendola automaticamente a livello costituzionale. Anzi, la nostra stessa Costituzione verrebbe subordinata al diritto Europeo in forza della modifica degli art. 55 e 70: immaginate cosa succerebbe ad esempio se passassero a Bruxelles leggi EU contrarie agli interessi nazionali, non se ne potrebbe negare l’applicazione! Follia. Praticamente si vorrebbe legare mani e piedi all’Italia, proprio mentre Trump si appresta si invece a spingere affinché  si disintegri. Per quanto riguarda lo scrivente meglio sarebbe diventare la cinquantunesima stella nella bandiera USA (che il prossimo anno sarà obbligata a svalutare, idealmente facendo rivalutare non l’euro ma il marco tedesco, ndr) piuttosto che restare in questo gioco al massacro/ruota truccata in cui a perderci – è già scritto – saranno solo i periferici. Naturalmente a favore di Germania e – per adesso – Francia.

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Errori di valutazione?

11 luglio 2016. MPS probabilmente è messa peggio di quando andò vicino al fallimento e Monti pensò di salvarla intervenendo a suon di miliardi (quei miliardi presi dalla gente e che, invece di tornare alla gente sotto forma di lavoro, servizi sociali e sanitari andò nelle mani di banchieri incapaci, senza scrupoli e mangiasoldi), ma il presidente della repubblica, a fine anno, disse che l’italietta era salva e si era salvata senza l’aiuto dell’europeetta (non accennò al fatto che, grazie alle sue scelte e a quelle di Monti, i poveri nel nostro paese si incamminarono verso il raddoppio, numericamente parlando). Continuerà, dunque, la politica di salvataggio di coloro che, per incapacità in alcuni casi, per ruberie in altri, per entrambe le cose in molte altre hanno portato la nostra economia e le nostre finanze sull’orlo del baratro; se fino ad ora non ci siamo ancora caduti dentro il motivo è dovuto al fatto che ancora un buon numero di italiani può sopportare il continuo incremento della tassazione e l’elargizione senza ritegno di denaro agli incapaci e approfittatori, alla faccia del cambiamento radicale proposto da renzi, renzine e renziani: più che rottamazione sembra che il giullare fiorentino abbia dato il via al rinascimento del medioevo politico dove i privilegi delle caste (politici, finanzieri, religiosi ecc.) non solo vengono mantenuti tali ma, addirittura, vergognosamente rivalutati!

Si susseguono continuamente voci su Unicredit che, tuttavia, non sarebbe l’unica ad avere gravi problemi di liquidità a causa delle eccessive sofferenze sui crediti. Per “fortuna” che Deutsche Bank sembra essere messa anche peggio delle nostre e, essendo una banca a livello mondiale ma, soprattutto, tetesca-ti-Cermania, non ci saranno esitazioni a confermare questa nuova elargizione di denaro sottratto ai cittadini e a consegnarlo nelle mani dei brucia-risparmi a tradimento. Il tutto, ovviamente verrà fatto passare come l’ennesimo salvataggio necessario a porre rimedio al solito italian job, facendo passare in secondo piano il reale piano di ristrutturazione delle banche tedesche pagato, come al solito, con i risparmi dei cittadini.

È facile sostenere questo tipo di politica: se non salvano le banche quanti lavoratori si ritroveranno in mezzo a una strada, considerando il numero di dipendenti bancari? E quanti risparmiatori ci rimetteranno i loro risparmi? Forse molti, certo, ma altrettanti ci hanno rimesso con il disastro delle banche appena fallite, appena controllate da BANKITALIA, appena controllate da Consob, appena gestite dal gruppo politico-finanziario “Boschi & figli (non solo maschi, evidentemente)”. E non mi sembra ci sia la stessa attenzione ai lavoratori delle aziende che falliscono perché lo stato non paga loro quanto dovuto per lavori fatti per la pubblica amministrazione, per i lavoratori della aziende fallite a  causa del mancato pagamento della fatture per i lavori fatti per expo (il sindaco di Milano ne è stato l’organizzatore e, nonostante si sia rivelata un costo esorbitante e un fallimento finanziario clamoroso per la società e causa di nuovi disoccupati, invece di pagarne le conseguenze è premiato con la direzione della città più rappresentativa, economicamente e finanziariamente parlando, dell’Italia … la famosa meritocrazia sbandierata da renzi!); nessuna pietà per chi fallisce a causa delle ingiustizie di equitalietta maledetta, non c’è la stessa attenzione per chi, a causa di sciagurate decisioni prese da incompetenti (come la legge Fornero), da anni si trova in un limbo senza stipendio e senza pensione; e  pensionati che muoiono di fame a 400/500 euro al mese mentre il governo stanzia 1000 euro e passa per ogni extracomunitario?

Il parlamento europeo è un insieme di salotti di benestanti che hanno sostituito gli antichi aristocratici latifondisti e che vivono alle spalle dei cittadini europei che li mantengono per essere ridotti alla fame o quasi; il governo italiano, più parlamento e senato e, soprattutto, politici locali sono un’accozzaglia di giovinetti incompetenti o di cariatidi fino troppo “competenti” i cui stipendi e rimborsi spese gravano sulle spalle degli italiani da decenni e che hanno portato questo paese, un tempo il belpaese, allo sfascio quasi totale, sostenuto di volta in volta da faraoniche elargizioni ai finanziari e industriali amici dei governati (che poi, presi i soldi, hanno cassintegrato in Italia e aperto all’estero) e da mancette infami e propagandistiche a favore di cittadini sempre più confusi e tartassati (molti dei quali ora devono restituire in un sol colpo i soldi!) dal braccio armato del governo: (dis)equitalia e agenzia delle entrate(forzose e spesso indebite).

Il nostro paese è da sempre abituato a essere schiavo degli invasori di turno; essere sottomessi è una nostra peculiarità, ormai è pratica stabile che si tramanda di padre in figlio, probabilmente è entrata a far parte del nostro dna. Non più un’invasione militare ormai ma, peggio, un cancro che si insinua capillarmente in tutte le famiglie italiane; ogni anno aumenta il numero dei disperati e coloro che oggi poco si interessano delle problematiche che affliggono milioni di italiani fanno male perché potrebbero essere i prossimi a doversi inchinare alle nuove forme di dittatura che risucchiano le energie della società: una volta si prendevano il sudore e il sangue della gente, oggi si prendono i loro risparmi prima, i loro stipendi dopo, la loro dignità infine … i senzatetto di oggi erano poveri pochi anni fa, i poveri di oggi erano la classe media di ieri, la nuova classe media erano i benestanti di un paio di generazioni fa e così via, fino a che il ras e gli oligarchi si riprenderanno il loro ruolo senza più bisogno di nascondersi dietro le parole governo, democrazia, cittadini.

Milioni di italiani gioivano al rigore segnato, altrettanti si disperavano ai rigori sbagliati … L’Italia eliminata, dispiace ma non è un dramma sociale come in Brasile dove, a dire il vero, non è più un vero dramma come lo era in passato. Come mai? Perché anche loro hanno capito, a loro spese, che c’è molto peggio che perdere un campionato del mondo o continentale. Si può sopportare tutto o quasi, ma difficile sopportare il fatto che spesso si deve rinunciare a una famiglia numerosa perché lo stato si prende il tuo sangue ma anche quello dei tuoi figli, che quei pochi, pochissimi eredi che metterai al mondo erediteranno quasi solo debiti e miseria, che se vorranno vivere con la dignità degli uomini e non con la paura continua degli animali braccati dovranno crescere in questo paese, studiare in un altro e poi disconoscere le proprie origini per ritrovare libertà e dignità… Fa male ma è un male necessario e l’unica consolazione è che i falsi eroi di oggi saranno finalmente smascherati e le statue erette in loro onore verranno abbattute e usate come materiale di recupero per vespasiani, fognature e macerie da riempimento; che il loro nome sostituirà il nome delle divinità nelle bestemmie e che i genitori insegneranno ai figli come NON comportarsi, per essere veri uomini, usandoli come esempio e riferimento.

Ogni giorno ci massacrano e ogni giorno ci ingannano. Pensiamo alla Brexit: tutti, io per primo, abbiamo pensato che finalmente un popolo si fosse riappropriato della democrazia e della libertà di scegliere da che parte stare, riprendendosi la propria libertà e la propria dignità. Io per primo … Ma ne siamo sicuri? Tutti, nei giorni precedenti, professorucoli, finanzieri, economisti e politici rassicuravano sul remain, minacciavano sugli effetti in caso di uscita e così le borse salivano e, anzi, volavano, minacciavano sugli effetti in caso di uscita. Poi, come in un incubo, il disastro, centinaia di miliardi bruciati, risparmiatori bastonati che vendevano a piene mani sul -10/-15% delle borse europee! I fondi obbligati dai loro benchmark a liquidare posizioni creando perdite ai sottoscrittori. Quindi, come per magia, la brexit non fa più paura e le borse si riprendono: due-tre giorni e quanto perso è recuperato. Ma da chi? Dai piccoli risparmiatori? Difficile, difficilissimo! A breve, quando i soliti noti si saranno ben rifinanziati, si tornerà a parlare di conseguenze disastrose della brexit e, allora, nuovo tracollo e rogo di altri miliardi dei poveri piccoli investitori.

Ma, soprattutto, come avrebbero potuto giustificare altre centinaia di miliardi di euro di denaro pubblico regalato ai banchieri con così tanti poveri in Europa, se non con la minaccia di una crisi a causa proprio della brexit?? E, in ogni caso, se le cose andassero male anche dopo l’ennesima trasfusione, il bail-in sistemerà tutto e tutti! Meditate, gente, meditate

Cosa si può fare? La risposta la sanno tutti, ma a noi italiani (e non solo a noi) manca il coraggio delle azioni.

 

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Brusco risveglio?

24 giugno 2016. La Gran Bretagna ha scelto l’uscita dall’area euro, a dispetto di tutti i moniti e le minacce dell’establishment politico e finanziario di tutta Europa e non solo … Non a caso,  Soros negli ultimi giorni scriveva:

“Per iniziare, la sterlina quasi certamente scenderà in modo più sostenuto e veloce se si voterà per il ‘Leave’ (…) La svalutazione si confermerebbe più grande e caotica del -15% che si verificò nel settembre del 1992, quando fui abbastanza fortunato dall’assicurare agli investitori del mio hedge fund un profitto notevole, a spese della Bank of England e del governo britannico. E’ ragionevole assumere, viste le aspettative dei mercati che, a seguito di un voto Brexit, la sterlina crollerebbe di almeno -15% e forse più del 20%, rispetto ai livelli attuali di $1,46, scendendo al di sotto di $1,15 (valore che sarebbe inferiore tra il 25% e il 30% rispetto al trading range precedente il periodo del referendum, tra $1,50 e $1,60). Se la sterlina scendesse a tale livello, ironicamente finirebbe con l’avere lo stesso valore dell’euro – un metodo di ‘far parte dell’euro’ che nessuno, nel Regno Unito, vorrebbe”.

 

Oltreoceano Obama si esprimeva così:

"La Gran Bretagna non potrà concordare nessun accordo con gli Stati Uniti più velocemente che con l'Unione Europea… Probabilmente ci vorranno 5 o 10 anni prima di ottenere qualcosa", — ha detto in un'intervista con la BBC.

 

Il potente ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble, considerato un intransigente ma anche uno dei più europeisti in Germania:

“… se sarà Brexit, Londra non avrà più accesso al mercato unico europeo, contrariamente a Norvegia, Lichtenstein, Islanda e anche Svizzera, che sono fuori dalla Ue”.

 

La BMW ha spedito una lettera minacciando licenziamenti in caso di brexit; qui in lingua originale (Più minaccia di questa!):

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Considerando che una svalutazione permetterebbe di produrre auto di lusso a prezzi nettamente inferiori, direi che la falsità delle lobby che ci governa ormai non ha limiti e si serve di qualsiasi braccio armato possibile.

 

Citi avvertiva:

… la decisione sull'adesione del Regno Unito all'Ue sta ai singoli elettori ma una Brexit potrebbe portare il gruppo a lasciare la nazione un tempo scelta per quartier generale nella Regione per via del suo centro finanziario e dell'accesso al mercato … “

 

E si potrebbe andare avanti all’infinito. Peccato, però, che nessuno dica come sono andate le cose negli ultimi anni in GB, da quando l’area euro la fa da padrona: solo nel settore del petrolio si è verificato un vero e proprio scempio (ed è solo un esempio):

“ … A causa del calo dei prezzi del petrolio le imprese del settore nel Regno Unito tagliano altre decine di migliaia di posti di lavoro. Si stima che saranno 40.000 i licenziamenti entro fine anno, che si aggiungeranno agli 84.000 del 2015, secondo dati dell’associazione di categoria Oil&Gas UK.”

 

Stiamo assistendo, a mio avviso, a un cambiamento lento ma radicale nella mentalità dei popoli che, nonostante siano assoggettati inevitabilmente ai voleri della classe dirigenziale per nulla intenzionata a farne l’interesse, cercano di far valere quel poco di volontà e diritti che gli sono rimasti. Non valgono più le minacce dirette o indirette, palesi o velate e, anzi, sortiscono l’effetto contrario. Lo si è visto anche in Italia: le minacce della incompetente ministra Boschi, figlia di uno dei massimi dirigenti della banca dell’Etruria che, fallendo, ha lasciato sul lastrico migliaia di piccoli e piccolissimi risparmiatori, non hanno fatto altro che invertire la rotta e portare una sconfitta per nulla messa in conto,  visto  che Fassino aveva 12 punti di vantaggio sulla sua avversaria stellata.

E ora? Mi auguro che l’ennesima uscita porti la già verificata sfortuna a chi la pronuncia:

Schulz: "Nessun effetto a catena". La decisione della Gran Bretagna di lasciare l'Ue non innescherà decisioni simili in altri Stati membri, secondo il presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz. "Non ci sarà alcuna reazione a catena - ha detto Schulz alla tv pubblica tedesca Zdf - non credo che altri Paesi saranno incoraggiati a percorrere questa strada pericolosa".

 

Auguri!

 

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Fallimento QE

21 maggio 2016. E’ tempo dir fare un bilancio dei risultati che ha portato il QE dal suo inizio ed è innegabile, per chiunque, che ormai gli effetti positivi tanto attesi si sarebbero dovuti vedere e, soprattutto, sentire. Il bilancio, tuttavia, non è esaltante e il clamoroso fallimento è sotto gli occhi di tutti: mentre la stessa manovra negli USA è servita, oltre che a drogare i mercati, a riportare la disoccupazione su livelli più sostenibili e il PIL a percentuali adeguate a una fase di recessione ampiamente superata, nell’area-euro la situazione generale è rimasta più o meno la stessa: i paesi più ricchi sono sempre ricchi e quelli più poveri e senza crescita, Italia e Grecia in primis, sono rimasti al palo, facendosi beffe delle tanto sbandierate riforme scaccia crisi e della patologica annuncite del nostro premier sempre più nel panico, tanto da arrivare, in pochi giorni e visto l’avvicinarsi del voto degli italiani beffati, a promettere soldi a tutti (partite iva, aziende, nuovi genitori ecc.) e a illudere gli italiani che l’associazione a delinquere legalizzata costituita dal binomio agenzia delle entrate-equitalia sia destinata a scomparire in tempi brevi (qualora accadesse,  dalle ceneri nascerà qualcosa di ben peggiore, considerando che l’inasprimento delle sanzioni e la stretta sul redditometro sono opera del suo governo). Tornando al QE, ormai la banca centrale le ha provate tutte: cifre maggiori delle attese sin dall’inizio, aumento delle stesse in un secondo momento, allungamento della manovra, promesse di continuare all’infinito o quasi a sostenere l’economia, eppure le uniche economie sostenute sono quelle che già andavano bene, mentre le economie da sostenere realmente risultano sempre più affossate. L’Europa non ha né capo che coda, non ha una costituzione, una fiscalità, una giustizia, una politica comunitaria, ha solo una moneta unica forgiata sul marco tedesco e una struttura piramidale di cui noi, ahimè, ne siamo la base (stipendi medio-bassi, costo della vita elevato, aziende e privati vessati dalla fiscalità e dai suoi diabolici tutori, pensioni ormai ridotte all’ombra di quel che erano tranne che per le caste) e la reazione dei mercati al QE la dice lunga: sull’onda della maggior fiducia dei cittadini (a prescindere dalla realtà dei fatti) l’indice americano è triplicato nel periodo di riferimento,  i mercati europei … vedeteli voi! Evidentemente, la percezione per la gente “normale” degli effetti di tutta questa liquidità artefatta sulla vita reale non è ininfluente.

Eppure, la cosa peggiore non è il risultato desolante del QE sui mercati finanziari, quanto la sua inutilità nella vita reale, nell’economia reale, nella società reale: denaro stampato finito nelle mani dei soliti noti e asservito alla politica non comunitaria ma totalitaria di un solo padrone. E siccome non potrà continuare all’infinito questa politica monetaria, il giorno che tutto cesserà il sud-europa sarà in vendita, anzi in Svendita e mi sembra superfluo identificare gli acquirenti. Purtroppo, però, l’uomo ha sempre questa incapacità di confrontarsi con la storia che lo rende stupido: statisti, capi di governo e uomini di spicco del mondo economico, politico e finanziario (in sostituzione del militare, fino al secolo scorso) credono ancora che sia possibile una dominazione assoluta e definitiva, dimenticandosi che, dagli egizi in poi (fa eccezione Roma imperiale, ma non eterna in ogni caso), ogni popolo conquistatore ha avuto via via sempre più vita breve ma, soprattutto, che la fine riservata al conquistatore ha avuto inevitabilmente conseguenze sempre più tragiche. Ma, senza andare al passato ormai “remoto” e abbietto, sarebbe sufficiente guardare al passato “da poco”, per esempio il caso del Giappone, che dopo aver stampato montagne di denaro si ritrova in deflazione e recessione.

L’obiettivo del QE sarebbe ridare vigore all’economia mantenendo ampia e costante l’offerta di denaro destinata al sistema bancario, in modo da evitare la contrazione del credito che in passato ha distrutto economie floride; in realtà, oggi, tutta questa liquidità sta facendo lievitare gli asset di riferimento per le banche, come l’azionario e l’immobiliare (eccezion fatta per l’Italia che sta ormai morendo) e i veri beneficiari sono praticamente quasi esclusivamente i banchieri. In realtà il QE ha portato a una parziale rivalutazione dell’azionario, a una disastrosa redistribuzione del denaro e a una vera e propria bolla speculativa sull’obbligazionario che, quando scoppierà, farà tremare mezzo mondo finanziario e, anche allora, per rimettere le cose a posto si rigenererà nello stesso QE (già ora mercati ed economie, nonostante il chiaro fallimento della manovra, ne sono quasi totalmente dipendenti), favorendo ulteriormente i ricchi a danno dei più poveri e ciò continuerà ma non all’infinito ma solo fino all’autodistruzione …

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Potenziali turning point per l’S&P500

8 febbraio 2016. Di seguito le possili date sensibili per il 2016; la maggior parte sono le date delineate dal siderografo, altre sono la combinazione di date di medio e lungo termine rinforzate da scadenze allineate al siderografo stesso e considerate di medio o basso interesse, se giudicate singolarmente. Valutando il grafico ricordo che sono importanti i punti di svolta, nello studio, ma molto meno la direzione indicata; fanno eccezione, pur non essendo determinanti in assolto, le situazioni in cui il rispetto della data da parte del mercato si accompagna a una direzione opposta a quella del siderografo: in tal caso statisticamente è più forte il movimento che ne consegue.

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Bund: boom o bolla?

21 gennaio 2016. Nell’ultimo trimestre del 2013 il mercato ha chiuso la fase di ritracciamento di medio termine destinata a smaltire l’ipercomprato di lungo termine accumulato soprattutto tra la metà del 2012 e la metà del 2013, con massimi di periodo non molto distanti dai 150 punti. Tale fase di ritracciamento si è verificata con due movimenti principali, il primo semplice e veloce e il secondo più complesso e più lento ma, alla fine, il ritorno in area 136 punti circa ha consentito agli operatori di lungo termine di riposizionarsi e riprendere il controllo della situazione con ripartenza verso nuovi valori massimi. L’attuale rialzo, a partire dal minimi di cui sopra, è frutto di un movimento ben più esteso e duraturo del movimento ribassista di cui sopra e sta portando le quotazioni a costruire una potenziale divergenza ribassista così come accadde nel 2013, anche se, al momento, manca ancora la necessaria conferma. Tuttavia, le possibilità che il mercato prosegua senza soste e senza un’altra fase di ritracciamento sono ora in diminuzione rispetto alle probabilità che, entro un termine ragionevole, lo stesso possa iniziare un nuovo movimento ribassista; nello specifico, credo che l’area compresa tra 161,8 e 162,5 (validità principalmente in close mensile) possa essere un valore da considerare attentamente nell’immediato futuro. In aggiunta, il QE della BCE sostiene ormai da un anno le quotazioni del Bund ma ulteriori rialzi del mercato ne abbatterebbe ulteriormente il rendimento e, dunque, metterebbe a rischio anche la politica stessa della banca. Operativamente: per lo speculatore più incallito il livello di potenziale resistenza citato sopra potrebbe essere valutato per vendite sulla forza, altrimenti occorrerà, cautelativamente, attendere la chiusura della divergenza ribassista e la sua successiva conferma per prendere posizione sul probabile ritracciamento di medio termine.

Grafico mensile grafico

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BCE

4 dicembre 2015. La seduta di ieri della BCE è servita a Draghi per comunicare un parziale rafforzamento del Qe; parziale perché è stato, in prospettiva, ampliato nella sua durata (potenzialmente altri sei mesi, fino a marzo 2017) ma non nell’importo. Questo prolungamento avverrà se non si sarà raggiunto l’obiettivo minimo del 2% di inflazione (le previsioni dei tecnici parlano al massimo dell’1,6%). Il livello degli acquisti, dunque, resterà di 60 miliardi al mese ma potranno essere acquistati anche bond emessi dagli enti locali.  E’ stato invece tagliato ulteriormente il tasso di remunerazione sui capitali parcheggiati dalle banche commerciali, passando da -0,2% a -0,3% (i continui tentativi di invogliare le banche a finanziare l’economia hanno per ora dato ben pochi risvolti positivi, considerato che i piccoli progressi degli ultimi mesi sono dovuti al QE stesso e al crollo dei prezzi petroliferi). Le aspettative degli operatori finanziari erano ben altre e legate a un incremento dell’importo e i mercati hanno subito una forte pressione ribassista che ha fatto scendere gli indici principali nell’ordine del 4-5% un po’ in tutta Europa. Dal punto di vista finanziario degli investimenti, dunque, risulta che presumibilmente anche a dicembre i listini tenderanno a muoversi al ribasso o al ribasso con strappi decisi in base alle decisioni dei governatori delle banche centrali, con riferimento, ovviamente, a Draghi e Yellen. Dopo la riunione di ieri, il prossimo appuntamento sarà con la FED il 16 dicembre e, dunque, è probabile che il mini-rally o il mini-crollo di Natale possa essere deciso da questo appuntamento importante. La Yellen alzerà finalmente i tassi? E’ quello che si aspettano in molti che sperano di non essere nuovamente delusi; se le aspettative dovessero essere disattese per la seconda volta in così poco tempo e nei due appuntamenti cruciali sulla politica monetaria mondiale, potrebbero esserci ripercussioni negative sui mercati finanziari almeno fino a metà gennaio. Intanto l’euro continua a perdere terreno e, salvo il rimbalzo della seduta di ieri in area 1,09, da tempo si avvicina sempre di più alla parità con il dollaro. La condizione economico-fianziaria dell’area euro è disastrosa, nonostante le dichiarazioni surreali dei nostri politicanti incompetenti che vorrebbero propinarci una ripresa più solida delle attese: nel nostro Paese la disoccupazione rimane sopra il 12% (alle stelle quella giovanile), si spera (la speranza è l’unica arma quando la base di lavoro è inconsistente) in una crescita dello 0,7% che, con l’andamento del petrolio e l’enorme flusso di liquidità della BCE degli ultimi mesi, dovrebbe invece essere l’aspettativa minima assoluta. Gli investimenti interni e dall’estero sono crollati e gli imprenditori seri e dotati di liquidità si guardano bene dall’aumentarli. In generale, dall’introduzione dell’euro come moneta unica europea la crescita è scesa da quasi il 3% di inizio secolo all’attuale 1,3/1,4% e una differenza abissale con la produttività USA, punto di riferimento ovvio. Anche nel resto d’Europa gli investimenti latitano e la disoccupazione rimane a livelli insostenibili, seppure Germania, Lussemburgo e Austria concorrano ad abbassarne la media generale fino al 10,5%. E proprio la Germania chiede a gran voce che siano i governi a occuparsi della disoccupazione e non la BCE che ha unicamente un ruolo di regolatore della politica monetaria europea; ma questo contrasta totalmente con gli intenti della FED che annovera tra i suoi compiti principali quello di ricercare la piena occupazione come arma fondamentale di crescita. In ogni caso, la decisione della BCE lascia un po’ tutti perplessi e non solo in Europa; viste le condizioni attuali dell’economia anche un semplice aumento del QE potrebbe non essere sufficiente ma, in prospettiva futura, potrebbe rivelarsi opportuno un raddoppio dello stesso e un ampliamento degli interessi della banca centrale anche in direzione del mercato del lavoro. In caso contrario la distanza tra poveri e ricchi e tra occupati e disoccupati, soprattutto per le nuove generazioni, rischierà di diventare intollerabile a livello sociale ed il primo segnale di una crisi che potrebbe andare ben oltre il discorso economico sarà inevitabilmente la disfatta della nostra moneta unica.

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Apple

16 novembre 2015. AppleTV continua la sua ascesa commerciale superando il milione di esemplari venduti; la recente messa sul mercato del nuovissimo modello, non sostitutivo del primo ma certamente innovativo sotto ogni aspetto, potrebbe far fare un ulteriore passo verso una vera rivoluzione del settore, grazie infatti alla presenza di uno store simile a quello che ha contribuito in maniera determinante al successo dell’iPhone. Si potranno scaricare nuove app dalla tv con una maggiore ed entusiasmante facilità: l’installazione avverrà semplicemente collegandolo alla tv tramite un cavetto Hdmi e alla rete domestica attraverso un cavo Ethernet o, addirittura, anche solo tramite Wi-Fi (ancora più diretto se si possiede un iPhone!). I contenuti (film, musica, videogiochi e altro) potranno essere acquistati utilizzando la carta di credito collegata grazie alle stesse credenziali Apple.Potrebbe dunque essere l’ennesimo prodotto di successo strepitoso per Apple (di parziale successo lo è già, certamente, nella precedente versione) e, in tal modo, continuare ad alimentare il fuoco che da sempre spinge al rialzo le quotazioni del colosso statunitense. I grafici allegati riguardano i movimenti di medio e lungo termine, soprattutto di lungo termine, e mettono in evidenza come la tendenza sia da sempre rialzista. Vista nel lungo termine e su grafico mensile si può notare come a cavallo di area 80 dollari ci sia un buon supporto che, qualora raggiunto nell’eventualità di una crisi delle quotazioni entro tempi ragionevoli, potrebbe essere un discreto valore sul quale attuare degli acquisti con un orizzonte temporale medio-lungo (da uno a tre anni circa) in attesa di nuovi massimi storici. Il medio termine (grafico settimanale), invece, evidenzia una fase a rischio rottura ribassista, seppure sempre in un ambito generale rialzista; tuttavia, qualora si dovessero verificare ulteriori prese di profitto sui mercati in generale, un break risolutivo sotto i supporti di medio termine potrebbe innescare una fase di vendite e assecondare la potenziale strategia di lungo termine descritta sopra. Tra 123 e 125 dollari si rileva il primo livello di resistenza, sempre riferito al medio termine e che, al momento, potrebbe consentire qualche profitto su eventuali vendite sulla forza e con validità nel breve-medio termine.    

Grafico mensile  apple        Grafico settimanale  apple

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Mondadori

7 ottobre 2015. Ieri è stato raggiunto l'accordo tra Mondadori (acquirente) e Rcs Libri, per un corrispettivo pari a 127,5 milioni di euro. La partita, tuttavia, potrebbe ancora non essere definitivamente chiusa: con questa acquisizione, infatti,  Mondadori sale al 38% del mercato dei libri e ciò potrebbe non ottenere il parere favorevole da parte dell’Antitrust che, legittimamente, potrebbe anche imporre la cessione di qualche asset da parte di Mondadori al fine di ridurre parzialmente la propria quota di mercato.

L’operazione darà la possibilità a Rcs di abbattere l’indebitamento globale di quasi un quarto, passando da 520/530 milioni a 430/440 milioni (stima per la fine dell’anno in corso). Ciò permetterà quasi sicuramente di non dover ricorrere all’aumento di capitale palesato anche di recente per far fronte ai debiti di cui sopra, situazione che potrebbe anche favorire il ritorno all’utile, seppure moderato, per il prossimo anno.

Dall’altra parte Mondadori ha venduto, di recente, l’80% di Radio R101 e il 50% di Harmony, introitando in totale oltre 45 milioni di euro; inoltre, il rinnovo delle linee di credito per 550 milioni ha permesso sia di coprire il debito esistente (circa 400 milioni) sia di trovare le restanti risorse per Rcs. Quest’ultima ha fatturato nel 2014 oltre 180 milioni con un utile industriale di 15, situazione che dovrebbe portare a un miglioramento per i conti di Mondadori con una previsione finale di incremento cospicuo dell’utile per azione che, salvo imprevisti, “rischia” il raddoppio.

Alla luce di quanto rilevato sopra, la condizione attuale e futura delle due azioni farebbe propendere, dovendo decidere, per un mantenimento o un leggero incremento delle posizioni su Mondadori a scapito di quelle su Rcs che, invece, potrebbe essere cautelativamente diminuito.

Tecnicamente: di recente il movimento di breve termine dei due titoli è stato contrastante, con Mondadori in evidente recupero e Rcs in affanno, a dimostrazione ancora una volta, semmai ce ne fosse bisogno, che al giungere delle notizie i diretti interessati e “congiunti” vari hanno già ampiamente posizionato i portafogli, mentre gli investitori comuni devono accontentarsi. Attualmente, dunque, una sempre discreta possibilità è attendere prezzi migliori: Mondadori dovrebbe a breve ritracciare nell’ottica di far rientrare in tutto o in parte l’ipercomprato (attenzione: se dopo un’accelerazione di questo tipo dovuta a operazioni di acquisizione/cessione etc. l’ipercomprato rientra in toto probabilmente non è più sensato acquistare, meglio attendere ulteriori sviluppi), mentre Rcs si trova su un doppio minimo da quale sta cercando di rientrare con una certa fatica, mostrando anche segni di divergenza in atto, seppure non confermata.

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Pericolo Cina?

27 luglio 2015. Dopo il precedente crollo di circa trenta punti percentuali a cavallo tra giugno e luglio, la piazza finanziaria di Shanghai è crollata nuovamente a inizio settimana dopo il dato ufficiale sui profitti industriali cinesi a giugno; la flessione dello 0,3% mostrata dai dati dopo la crescita dei mesi precedenti (a maggio gli utili delle industrie erano aumentati dello 0,6%, ad aprile addirittura del 2,6 per cento) alimenta i timori di un rallentamento dell'economia del gigante asiatico, rallentamento (per ora fisiologico) peraltro già in atto da tempo, facendo scattare uno dei peggiori sell-off della storia recente, con un ribasso di circa 8,5 punti percentuali a 3.725 punti. I dati dell’ultimo periodo, oltre a questo sull’industria cinese, riguardano il PIL (previsto 7%, in rialzo marginale rispetto alle stime degli analisti) e il PMI manifatturiero, registrato a 48,2 punti e ai livelli minimi degli ultimi 14/15 mesi.
 

Durante la precedente e recente fase di forte ribasso, iniziata il 12 giugno, l’indice ha perso parecchio ma, considerando il rialzo dei primi sei mesi dell’anno (rialzo che ha sfiorato la tripla cifra percentuale) e da un anno a questa parte, fino ad ora la situazione potrebbe essere considerata semplicemente un rientro del fortissimo ipercomprato di medio termine. Il rimbalzo successivo ha recuperato oltre metà delle perdite e, ora, potremmo essere vicini ad uno spartiacque per il medio e lungo termine. Se l’ultima volta la Banca centrale di Pechino e le autorità governative sono intervenute con una serie di misure volte a placare l’ondata di vendite, oggi la situazione potrebbe essere complicata. Già un anno fa circa le autorità cinesi si erano rese conto che la crescita del paese non sarebbe potuta durare a lungo nei termini a cui ci aveva abituato; gli utili delle aziende, vera benzina per l’economia reale e per gli indici azionari, sono indubbiamente stati sopravvalutati pensando a una corsa senza fine in grado di portare dividendi e plusvalenze in una fase di rialzo infinita ma, purtroppo, la realtà si mostra spesso ben diversa dalle attese. Tutti i mercati finanziari mondiali, e non solo quelli azionari, ci hanno sempre mostrato come una fase di rialzo, soprattutto se iniziata da valori molto convenienti, possa durare ben oltre le aspettative, andare avanti per inerzia anche quando i dati dell’economia reale non coincidono più con le aspettative finanziarie; la storia illustra molti casi, ricorrenti, nei quali a rialzi prolungati e spesso ingiustificati sono seguire fasi di pura speculazione che hanno coinvolto intere generazioni di nuovi investitori ad acquistare titoli, talvolta nell’illusione di poter sostituire il faticoso lavoro con un guadagno veloce, facile e duraturo, oltre che immenso. Alla fine di queste fasi, inevitabilmente, si sono create le famose bolle, vero e proprio incubo degli investitori dell’ultima ora, coloro i quali hanno comprato quasi sempre negli ultimi mesi spinti dalla disperazione per gli “enormi mancati guadagni”, dopo che, per anni, avevano negato l’utilità di “giocare in borsa” considerandolo troppo rischioso; gli stessi che, in queste fasi, irrazionalmente non considerano più lo stesso mercato rischioso, nonostante sia nel frattempo salito ben oltre le attese e tale rialzo sia diventato ormai pericolosamente insostenibile.

Non fanno eccezione i cinesi che, di recente, si sono sempre più indebitati per comprare azioni; la stessa cosa che accadde negli anni ’20 negli USA. E sappiamo che, in quegli anni, la borsa americana era probabilmente più “matura” di quanto lo sia oggi la borsa cinese; inoltre, la speculazione oggi è una pratica chiaramente più semplice da attuare a causa degli strumenti più immediati e più diretti per qualsiasi investitore. Non solo, gli sbocchi finanziari per i grandi investitori sono certamente più numerosi e più attuabili di quanto non lo fossero a quei tempi per gli operatori americani: più valute, più mercati, più strumenti permettono, infatti, di abbandonare un mercato eccessivamente rischioso senza necessariamente dover “parcheggiare” la liquidità che, invece, può essere agevolmente convogliata verso altri investimenti e altre piazze finanziarie.

Un anno fa le autorità cinesi tolsero i vincoli di investimento incoraggiando le masse ad investire in Borsa, trasformando operai e impiegati in fantomatici traders attivi; inevitabilmente, si inizia con i soldi “che avanzano” e con le azioni “più sicure”, più capitalizzate e tutto sale ma, a un certo punto, questo non basta più e, dunque, si passa alle azioni più speculative, poi alla spazzatura e, infine, ci si indebita per investire sempre di più. L’indice di Borsa sale dai 2.000 punti di un anno fa ai 3.000 di fine anno, continuando imperterrito nel 2015 senza soste, anzi si rafforza, quindi ad aprile siamo a 4.000 punti e, sui massimi annuali di giugno, si superano i 5.000 punti (l’indice SSE della Borsa di Shanghai ha toccato quota 5.166,35 punti prima della metà di giugno). E ora? C’è da augurarsi che l’aspetto tecnico venga ancora una volta superato dalle aspettative di recupero, altrimenti i risvolti potrebbero essere pesanti: l’economia americana, oltre naturalmente a tutte quelle asiatiche, soffrirà parecchio e già in questo periodo, anche in Europa, le aziende del lusso hanno cominciato a risentire della negatività cinese. E sappiamo tutti che non c’è come assistere al ribasso di un mercato o di un settore a causa di un altro per dare il via a una concatenazione senza fine, o quasi!

E’ possibile che in questa fase la situazione possa non trovare ancora gli spazi necessari per un vero e proprio tracollo; tuttavia, non si devono sottovalutare gli effetti potenzialmente disastrosi dei una bolla speculativa quando la massa di investitori di recente nascita si trova a dover fare i conti con la perdita di gran parte dei risparmi investiti e, soprattutto, quando la perdita intacca il capitale preso in prestito per l’investimento stesso. Segue grafico del più conosciuto Hang Seng Index 

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Tragedia Greca? No, dramma Europa

13 luglio 2015. L'Eurogruppo accoglie l’impegno delle autorità greche a legiferare entro il 15 luglio un primo gruppo di riforme prese col pieno accordo preliminare delle istituzioni (la Troika, Commissione europea, Bce e Fmi) che includeranno, tra l'altro, l'adozione del codice di procedura civile, che costituisce una importante revisione delle procedure e del sistema della giustizia civile e potrebbe accelerare significativamente gli iter giudiziari e ridurne i costi (utopia come si è rivelata in Italia, annuncite renziana a parte?). Le altre riforme da votare immediatamente sono quelle relative alla razionalizzazione del sistema di raccolta dell'iva, alcune misure per migliorare la sostenibilità di lungo termine del sistema pensionistico (come parte della più generale riforma di tutto il sistema), una normativa che garantisca la piena indipendenza dell'istituto di statistica nazionale (Elstat) e la trasposizione della nuova direttiva Ue per il salvataggio e la risoluzione bancarie. Inoltre, come suggerito da Berlino, l'Eurogruppo propone ai leader dell’Area Euro di chiedere alla Grecia un piano di privatizzazioni dettagliato oppure il conferimento di attività da alienare per 50 miliardi di euro ad un fondo indipendente e già esistente, allo scopo di garantire e poi ridurre il debito pubblico. Queste le richieste più immediate ma alla Grecia si chiede anche di sottoscrivere impegni su un vasto elenco di misure da attuare celermente e come base per l'avvio delle negoziazioni sul terzo piano di salvataggio. Tra questi, una liberalizzazione nel settore dei beni e dei servizi, nel settore dell'energia e nel mercato del lavoro, con la reintroduzione dei licenziamenti collettivi. "Sul mercato del lavoro, occorre intraprendere revisioni rigorose su contrattazioni collettive, azione industriale e licenziamenti collettivi, in linea con il calendario e l'approccio concordato con le istituzioni … “ Documento ufficiale all’indirizzo: http://blogs.ft.com/brusselsblog/files/2015/07/draft-eurogroup-4pm-Copy.pdf
 

Da mesi, in realtà da anni, il problema del debito greco la fa da padrone nella realtà economico-finanziaria dell’Area Euro ma non tanto per il peso che ha nel sistema quanto per la necessità di una nazione in particolare di ricordare costantemente chi comanda, chi tira le fila della politica e della finanza di buona parte del Vecchio Continente. Il popolo tedesco è unito, quando si tratta di opporre la rigidità teutonica alla spensieratezza sudista, l’efficienza razionale all’arte dell’arrangiarsi, la supremazia germanica alla millenaria pratica della sottomissione ad oltranza del belpaese e limitrofi e i suoi rappresentanti ne sono una consapevole e alquanto pressante espressione diretta. Il ministro delle finanze nemmeno saluta che subito ordina che la Grecia sia sbattuta fuori per cinque anni: lui decide cosa fare, con chi e per quanto tempo … poi si vedrà, anzi, lui vedrà. La Merkel avverte subito: accordo si ma non a tutti i costi … la Germania detta legge, insomma. Dai giornali e in tv sembra sempre che siano i tedeschi a finanziarie la Grecia, prima fu lo stesso per l’Irlanda e poi il Portogallo e la Spagna; con gli italiani, invece, si limitano a ignorare l’inconsistente governo e il suo capo e, anzi, a ogni incontro non si dimenticano di darci i compitini a casa (Renzie potrebbe essere denunciato dalla Merkel per plagio per la sua ridicola esposizione online della riforma della scuola, con tanto di lavagna). Eppure, conti alla mano, il contribuente tedesco versa quanto quello italiano nel buco nero dell’Europa a gestione tedesca, ma questo è un dettaglio, per i germanici … Il governo tedesco approva il taglio di quasi due miliardi al debito di una banca austriaca direttamente collegata al sistema bancario tedesco e meritoria di fiducia, nonostante il buco finanziario pesante, con la stessa facilità con cui massacra gli ellenici, non degni di fiducia proprio perché non in grado di onorare tale debito: due pesi e due misure, efficienza nordica! Le critiche degli ultimi anni, ragionevoli e che hanno trovato riscontro nell’acuirsi dei problemi per due terzi dell’Europa negli ultimi sette/otto anni, vengono ignorate perché è la Germania che lo impone e l’unica politica e strategia economico-finanziaria adottabile risponde a un nome preciso divenuto ormai simbolo della disperazione di decine di milioni di cittadini europei: austerità!

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Speculazione ad arte?

2 giugno 2015. E’ questo un periodo nel quale si concentrano diversi avvenimenti economici, finanziari e politici interessanti e che, inevitabilmente, condizionano o dovrebbero condizionare i mercati azionari, obbligazionari e valutari. Tra questi eventi, ricordo le attese indicazioni della BCE sul QE e sulla necessità, o meno, di continuare ed eventualmente prorogare il programma di acquisto bond, l’importantissima questione della Gran Bretagna che sembra più decisa a “mollare” il carro malmesso dell’Europa che, da anni, trasporta solo austerità dai confini della Germania in avanti, indietro e di lato … E’ un periodo anche di valutazioni molto importanti suo dati macroeconomici degli USA in quanto, dopo la chiusura del QE, c’è moltissima attesa per capire se l’economia americana terrà ugualmente o darà un primo campanello d’allarme anche per l’Europa: dopo anni di immissione di liquidità a sostegno dell’economia, un flop proprio ora sarebbe la disfatta della politica monetaria delle banche centrali più importanti. Non ultimo, il rialzo o meno dei tassi USA, proprio in conseguenza dei dati americani di cui sopra.

Invece, i mercati di tutta Europa sono schiavi (i più usano la parola “ostaggi”; personalmente credo che non c’entri granché perché un ostaggio è a rischio morte mentre in questo caso tale rischio è solo lo strumento di propaganda usato dai grandi speculatori, presumibilmente governi compresi che, in tal modo, sistemano, a botte di qualche miliardo per volta, perfino la “questione greca”) della Grecia che un giorno paga i debiti, il giorno dopo non paga più, poi ripaga, poi ancora non ha i soldi, ma subito dopo ecco che li ha trovati … E poi le riforme: c’è un piano di riforme attendibile e la Germania dice si, poi però il giorno dopo non bastano più e la Germania dice no, poi il FMI è ottimista ma due giorni dopo è titubante! Basta ormai una notiziola sussurrata, anche per sbaglio, un messaggino qualsiasi e azionario, obbligazionario e valutario fanno voli suicidi o, viceversa, scalate memorabili, magari di qualche minuto o, talvolta, per mezza giornata, salvo poi cambiare nuovamente direzione se qualcuno inciampa e si lascia scappare un fugace grido di dolore o un risolino di gioia (che nulla c’entrerebbe) … E tutto senza mai alcuna conferma perché, in caso contrario, significherebbe che cambiamenti totali di giorno in giorno, con tanto di certificazione, relegherebbe qualsiasi fonte, giornalistica, finanziaria o politica al ruolo di demente conclamata (invece, purtroppo per noi, chi gestisce il potere è fin troppo lucido!).

Ancora una volta dovremmo aprire gli occhi: qualora la Grecia fallisse o addirittura uscisse dall’Euro-zona il “buco” finanziario di quanto sarebbe? Quanto inciderebbe per l’Europa, per il suo PIL e per la popolazione? QUANTI AIUTI SONO STATI DATI ALLA GRECIA? Il totale degli aiuti alla Grecia ammonta a circa 320 miliardi di euro: Bce, Fmi e Paesi euro hanno garantito 240 miliardi con due programmi, uno da 110 miliardi nel 2010 e poi da 130 miliardi nel febbraio 2012. Poi ci sono 40 miliardi di fondi europei tra il 2007 e il 2013 e 100 miliardi dal settore privato con la ristrutturazione del debito pubblico di Atene. Non tutti sono stati erogati, ne mancano una sessantina, altrimenti saremmo a una somma di 380 miliardi, ma il governo greco ha mancato di tener fede alle promesse di realizzare una serie di riforme strutturali e di riportare un avanzo primario dal 2013 e, dunque, le trattative tra la troika e Atene per l’aggiornamento e la continuazione del programma furono sospese.

Direi, tutto sommato, una cifra non insignificante ma comunque sostenibile, data la situazione critica debitoria che perdura (e peggiora di anno in anno) ormai da troppo tempo, salvo estrapolarne ogni cifra dal contesto in cui dovrebbe invece rimanere ben inserita o, molto meglio, verificare quanto di questo debito sia sulle spalle di privati e quanto, invece, del sistema politico e finanziario europeo.

Precisazione: la Germania ha un PIL di circa 3300 miliardi, la Francia di 2950 e l’Italia di 2225 miliardi circa. Rispettivamente, dunque, la “perdita” per i tedeschi, rapportata proprio al PIL, sarebbe di circa l’ 1,8%, per la Francia dell’1,5% e per l’Italia dell’1,8% come per la Germania. In totale, sul PIL europeo si aggirerebbe intorno all’1,5% totale. Certo, in un momento quello attuale in cui si è miracolati se si raggiunge un punto percentuale di incremento PIL (e l’Italia non lo raggiunge nemmeno, nonostante il prezzo del petrolio tracollato e l’ingente liquidità del QE, a dimostrazione del fallimento della nostra classe politica attuale e passata) una perdita secca di un punto e mezzo potrebbe sembrare eccessiva, ma siamo sicuri che il problema sia solo questo o che sia il principale?

Infatti:

"Secondo i calcoli di Bloomberg, l'Italia è esposta verso la Grecia per circa 40 miliardi di euro, calcolando i prestiti bilaterali e le quote di partecipazione nel fondo salva-stati Esm, nella Bce e nell'Fmi. Davanti al nostro Paese ci sono solo Germania (60 miliardi) e Francia (46 miliardi): i 322 miliardi di debiti della Grecia, secondo i dati del Ministero delle Finanze greco resi pubblici alla fine del terzo trimestre 2014, sono solo per il 17% in capo a soggetti privati. Il 62% è in capo ai governi dell'Eurozona, il 10% all'Fmi e l'8% alla Bce mentre il restante 3% è custodito nella Banca centrale greca.”

Ecco qual è il vero problema: i privati, cioè il popolo, cioè noi, hanno in mano quasi nulla, il grosso del credito è sulle spalle dei governi, del Fmi, della BCE (meno), della Troika, insomma … Perché qualora fosse stato per il 95% nei dossier titoli degli europei nessuno si sarebbe preoccupato di portare avanti questa commedia che, qualcuno, vuole far apparire una tragedia, qualora non risolta, per giustificare le manovre della politica (e, soprattutto, della finanza) per tutelare sé stessa: come al solito, se c’è da salvare le banche e la politica (e la loro commistione) si sacrifica tutto e tutti all’altare degli dei denaro e potere. Possiamo stare tranquilli, invece, che se il problema fosse delle persone “normali” verrebbe superato in un attimo, con tanto di finto rammarico pubblico delle istituzioni che inviterebbero a stringere i denti in questo “difficile momento per tutti”, e questo nonostante, in tal caso, la perdita secca si trasferirebbe realmente sull’economia con un decremento immediato del PIL!. E noi italiani, tra Cirio, Parmalat e default argentino siamo ormai esperti, non è vero? E poi, con oltre 900 miliardi all’anno di spesa per il carrozzone che trasporta l’apparato pubblico italiano, sinonimo di inefficienza e che è riuscito a dare alla burocrazia un aspetto non negativo ma addirittura mostruoso, i nostri governi si dovrebbero preoccupare di un debito di 40 miliardi da spalmare nel tempo?? Certo, considerando che si arriva perfino a far cassa con l’IMU sui terreni agricoli e beni strumentali, ammazzando i piccoli e piccolissimi imprenditori per racimolare poche centinaia di milioni, forse si può capire come l’incapacità della nostra classe dirigente sia palese e in continua fase di ascesa da almeno 30 anni a questa parte, con picchi eccezionali negli ultimi 4/5 anni.

Quel che veramente fa paura è che l’uscita delle Grecia potrebbe rinvigorire le tendenze scissioniste in tutta Europa e, qualora ciò accadesse, l’ambiguo monarca a due facce (finanza e politica) avrebbe tutto da rimetterci: il denaro che lo rende potente e inattaccabile e il posto di comando che questo fiume di denaro compra ma, soprattutto, mantiene.

Fino a che il governo o i governi non saranno realmente eletti dal popolo e gli stessi governanti non saranno veramente rappresentanti del popolo (e della vita “reale”, soprattutto) sarà impossibile per la maggior parte dei cittadini (italiani, europei e del mondo) vivere dignitosamente e trovare i motivi per rispettare le istituzioni che, da troppo tempo, altro non sono che strumenti di vessazione a favore di pochi e a danno di molti. Utopia? Probabilmente, ma a tirar troppo la corda anche i potenti rischiano; la storia ci insegna che quando la situazione diventa insostenibile è un altro potere a farsi strada, un potere forte ma violento, intransigente e autoritario ma richiesto a gran voce dalle fasce diventate troppo deboli e troppo succubi per poter sopportare ancora e, dunque, sogette ad accettare e sostenere qualsiasi rinnovamento proposto, anche se estremo. Auguriamoci che ciò non accada ma, se accadesse, l'unica soddisfazione sarebbe assistere alla caduta della presuntuosa e arrogante classe dirigenziale attuale …

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Bond crash

13 maggio2015. Il crollo del mercato dei bond europeo degli ultimi giorni è sintomatico di come il mercato non si muova quasi mai seguendo le regole della logica e dell’economia reale. E’ pur vero che la risalita del petrolio sembra aver scongiurato il pericolo deflazione nell’Eurozona, situazione apparsa quasi inevitabile fino a poche settimane fa, ma la situazione rimane critica alla luce dell’attività di QE che sostiene i mercati finanziari a 360°; inoltre, il petrolio sta sicuramente recuperando, così come si comincia a delineare una risalita dei prezzi al consumo, ma è anche vero che un rimbalzo di alcuni dollari dopo un dimezzamento del valore da 100 fin sotto i 50 punti non significa necessariamente la fine dello spauracchio. Aggiungiamo il fatto che la timidissima ripresa, accompagnata da una marginale inflazione, è al momento supportata dal programma delle BCE e, dunque, immaginare scongiurato definitivamente l’eventuale ritorno della recessione è, forse, un po’ troppo ottimistico.

Negli ultimi anni la necessità di acquisto di eurobond a tassi bassissimi è stata spacciata come unica soluzione al rischio finanziario, così come l’investimento azionario è stato pubblicizzato come unica alternativa ai bassi rendimenti dei titoli di stato; la crisi del mercato immobiliare ne ha accelerato l’attuazione e ne è conseguito un riposizionamento graduale dei portafoglio che, in un primo momento, sono usciti dai mercati azionari per trovare sicurezza nei bond e, successivamente, sono ritornati sugli azionari, in parte consistente, sia per monetizzare le plusvalenze obbligazionarie sia per trovare rendimenti positivi. Entrambe le operazioni hanno permesso di incassare interessi spesso a due cifre, negli ultimi anni, senza dover faticare e semplicemente avendo (poca) pazienza: il taglio dei tassi, infatti, lavorava per gli investitori, contestualmente per borse e obbligazioni.

La forte discesa dei corsi dei bond delle ultime sedute, inoltre, è a parer mio, pianificato e strutturale: il QE della BCE non è sostenibile con tassi del bund vicini allo zero (marginalmente sopra) e, dunque, due sono le possibilità: 1) mantenere elevati i corsi e sospendere il programma o 2) rimettere ordine alle quotazioni del mercato obbligazionario. Vista la situazione globale e contingente credo che non ci siano dubbi, perché l’immediato annullamento dell’acquisto di titoli da parte della BCE sarebbe disastroso per l’economia e per la finanza europea.

In un tale contesto avere bond in portafoglio che non alcun interesse non ha più senso. In realtà non lo avrebbe da parecchio tempo a questa parte; non dimentichiamoci che per il privato acquistare un bond significa sostenere costi accessori: commissioni di intermediazione alla sim/banca, commissione di gestione del dossier titoli, tasse statali ecc. Aggiungiamo che, in queste condizioni, anche bond obbligazionari a 36 mesi sono un’incognita con maggiori probabilità di perdere denaro che non di guadagnarlo … Eppure si è atteso fino ad ora per vedere la discesa in atto e solo dopo che qualche guru ha cominciato a parlare di bolla sugli stessi. Per questo ritengo che l’attuale perdita di valore dei corsi sia un piano ben pianificato: da un lato ha permesso la speculazione fino al limite massimo da parte di istituzionali e grandi investitori, dall’altra permetterà alla BCE di continuare con il QE. E se la ripresa dei prezzi del petrolio dovesse spingere ulteriormente al rialzo i prezzi al consumo nei prossimi mesi, la situazione potrebbe anche peggiorare: l’inflazione sarebbe la peggior nemica dei corsi nell’immediato futuro.

E le borse? Al momento sono le principali beneficiarie e, presumibilmente, lo saranno ancora per un po', così come lo sono state negli ultimi anni proprio in ragione dell’abbattimento dei tassi di interesse sui bond. Si sa, i mercati quasi sempre anticipano l’economia reale e, troppo spesso, ultimamente, ne stravolgono talvolta il senso; non è da escludere, quindi, che in futuro i prezzi possano ulteriormente rafforzarsi giustificati dalle condizioni di cui sopra ma, ovviamente, sarà difficile rispondere alla domanda chiave: quando la base (mobile) non sarà più in grado di sostenere il peso della costruzione? Difficile a dirsi, forse la risposta si può trovare in una delle massime di Gann: quando l’altezza supererà la base i prezzi saranno destinati a crollare, come sempre …

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Mercati e ...

28 aprile 2015. Alle soglie della precedente crisi finanziaria iniziata con il caso Lehman, anni 2007/2008, il price earning (P/E) sui titoli dello S&P500, l’indice di riferimento principale dei maggiori titoli statunitensi, valeva 8 mentre gli utili netti relativi erano pari al 12% circa e il rendimento dei T-Bond si aggirava intorno al 5%, i titoli di stato dei paesi emergenti era intorno al 15% (8/9% le obbligazioni societarie e rischio contenuto e tra il 20% e il 25% le obbligazioni ad alto rischio). I mercati arrivavano da una salita iniziata nel 2002/2003 (doppio minimo ottobre 2002 – marzo 2003 sui principali mercati mondiali), giustificata da valori bassi dopo la discesa dai massimi del 2000 e, di conseguenza, dai prezzi a sconto sui maggiori titoli ma, soprattutto, dai rendimenti Utili delle società quotate) tornati indubbiamente interessanti proprio per i prezzi bassi. Nonostante questo, la bolla scoppiò, come sempre accade seppure con motivazioni diverse rispetto al passato, e si portò dietro tutto il listino e tutti i mercati, con discese che, a seconda dei mercati, titoli e indici, si concretizzò con ribassi del 50/60% e anche del 70/80%, in alcuni casi.

Oggi la situazione è nettamente diversa: il P/E è più del doppio (18%), utili netti del 6% circa, il T-Bond sotto il 2% e, come diretta conseguenza, anche tutto il resto ha subito un drastico ridimensionamento. I mercati azionari sono saliti, in molti casi addirittura raddoppiando e oltre, la rivalutazione sugli obbligazionari ha prodotto risultati a due cifre; la domanda, dunque è questa: è sufficiente il rendimento bassissimo dei titoli di stato americani e pressoché nullo su quelli europei a minore rischio per giustificare il continuo rialzo dei listini azionari, nonostante i dati di cui sopra? Forse si, forse …

La condizione generale, se osservata in modo oggettivo e su basi strutturali dal punto di vista finanziario, mette in evidenza la logicità del fatto: per la quasi totale assenza di un rendimento minimo accettabile sull’obbligazionario gli investitori hanno diversificato spostando capitale sugli azionari; nel tempo, tale condizione si è consolidata e continua tuttora, semplicemente perché la convenienza sui titoli di stato viene sempre meno e, dunque, l’alternativa non cambia, anzi. Questo spinge i listini sempre più in alto, insieme al QE e, di recente, alla prima fase della M&A, come già descritto in un precedente articolo; è anche probabile che molti investitori escano in parte o totalmente dai mercati azionari per realizzare i guadagni incamerati o per paura, avendo investito di recente, salvo poi rientrare in seguito e magari a prezzi superiori non trovando alcuna alternativa e contribuendo alla positività degli indici.

La situazione è indubbiamente cambiata: la crisi in atto da anni che sta lasciando in eredità una stentatissima ripresa per gran parte dei paesi interessati richiederà un maggior coinvolgimento dei mercati finanziari all’economia reale; potrebbe essere realmente finita l’era dei guadagni facili dell’industria della finanza con i sub-prime, cdf e il mercato dei derivati selvaggi … Questo, in realtà, potrebbe spaventare, in un futuro nemmeno troppo lontano, investitori e istituzioni: saranno in grado le banche di incrementare gli utili aziendali senza ricorrere, questa volta, a scorciatoie ai limiti della legalità? Saranno in grado di lavorare, finalmente, con l’intento di operare come supporto (reale) alle attività produttive? Fino ad ora gli utili degli istituti di credito, per la maggiore, non sono certo derivati dal finanziamento alle aziende (fanno eccezione le grandi aziende ma, per quelle, c’entra il legame tra il potere politico e il servilismo finanziario, niente altro) e questa è una delle cause principali della crisi ma, soprattutto, della mancanza di una ripresa decente del settore industriale, in primis.

Uno dei rischi che incombe sul futuro come una spada di damocle è proprio questo: se le banche non cambieranno, entrando in un’ottica totalmente nuova e smettendola di comportarsi come una normale azienda commerciale che mira a vendere esclusivamente prodotti per incamerare commissioni immediate, i rischi di un nuovo e più pesante default diventeranno sempre più reali nel tempo. Quello che è altrettanto chiaro è che l’investitore dovrà fare la sua parte: rendersi conto che è iniziata una nuova era, finanziariamente meno stabile delle precedenti e, dunque, la mentalità andrà rinnovata con una certa urgenza, pena il rischio di finire con il classico cerino in mano …

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Trading e trader

16 aprile 2015. Le componenti chiave per operare con successo sui mercati finanziari sono principalmente tre; tutte indirizzano l’operatività in modo tale da renderla psicologicamente sostenibile e tecnicamente allineata alla tendenza di fondo con l'obiettivo, in tal modo, limitare il rischio di perdite, statisticamente più probabile quando si fa trading senza una chiara convinzione/determinazione e contro il trend primario.

La prima componente, dunque, riguarda il personale stato emozionale: le emozioni sono infatti l’avversario più temibile per qualsiasi trader. E, dal momento che è praticamente impossibile eliminarle, occorrerà lavorare per riuscire, almeno, a controllarle entro certi limiti; limiti che, per riuscire a trovare la giusta concentrazione, dovranno risultare da un ottimale compromesso tra esigenze di guadagnare denaro e timori di perderlo. La maggior parte delle persone perde rapidamente la fiducia nei propri mezzi e smette di operare o, viceversa, si fa prendere dal panico e dalla fretta di dover recuperare velocemente le perdite e comincia a fare over-trading; entrambi i casi mettono in evidenzia le caratteristiche che un trader dovrebbe sempre avere: pazienza, lucidità e costanza operativa. Per superare le paure, soprattutto i timori di fallimento e la paura di perdere, è necessario ridefinire le proprie convinzioni e portarle su un binario che permetta di eludere l’ansia e l’impazienza; non ultimo, occorrerà essere costantemente in uno stato fisico ed emotivo più che accettabile: non si dovrebbe operare quando si hanno preoccupazioni serie, quando si è indisposti e quando non si ha un margine di sicurezza accettabile a livello mentale che permetta di affrontare un eventuale periodo di draw-down.

La seconda componente di trading di successo è la gestione del capitale da impiegare. Una delle cose più difficili per un trader è imparare a utilizzare il denaro a disposizione in modo tale da suddividere in maniera accettabile il rischio operativo. La maggior parte delle persone non sa come attuare una tale pratica e troppo spesso usa un numero di posizioni o un ammontare per operazione assolutamente non consono alla sua condizione operativa: poco/troppo capitale per singola operazione o un numero di posizioni a mercato eccessiva e difficile da controllare o, al contrario, insignificante e dunque non produttiva a prescindere dal risultato finale. Il piano di investimenti dovrebbe sempre essere studiato prima di iniziare l’attività di trading: è necessario definire chiaramente quale percentuale del proprio capitale si è disposti a investire e a rischiare in ogni operazione e le regole predefinite dovrebbero sempre valere per evitare di uscire dal seminato senza un motivo valido e andare così incontro a spiacevoli inconvenienti.

Il terzo elemento importante è la necessità di operare in linea con la tendenza principale del mercato di riferimento. Sembra scontato ma, statisticamente, è una delle cause primarie di perdite nel trading operativo sui mercati finanziari. I problemi più frequenti sono legati all’incapacità di definire il suddetto trend (è, in effetti, una delle maggiori difficoltà proprio perché gli strumenti a disposizione sono parecchi ma estrapolarne il reale significato è spesso estremamente difficile) ma anche alla supposizione che per guadagnare molto e in fretta, oltre a non rischiare di impegnarsi fisicamente e mentalmente oltre i limiti su troppe posizioni, sia meglio cercare massimi e minimi potenziali del mercato e operare con una metodologia contrarian (è sempre difficile comprare un mercato che è già salito molto o, viceversa, venderlo dopo una fase negativa, per molti trader). Non necessariamente la strategia contrarian sarà perdente; indubbiamente ci sono trader che la usano proficuamente ma è inevitabile che il rischio di operare short quando il mercato è impostato positivamente o, viceversa, long in un mercato negativo sarà superiore, inevitabilmente, alla media rilevabile in caso di operatività nella stessa direzione dalla tendenza superiore. Più nello specifico, i movimenti favorevoli di notevole ampiezza in caso di strategia contrarian saranno molto meno frequenti, atteso che un mercato ben direzionato sarà propenso a continuare nella stessa direzione per un tempo abbastanza lungo e i movimenti intermedi di ritracciamento, tendenzialmente, dureranno poco e avranno un’estensione limitata; fa eccezione, ovviamente, il cambio risolutivo di tendenza, quando, cioè, la tendenza di fondo termina e ne inizia una nuova e contraria. Ci sono in effetti molte strategie che cercano di catturare tali punti di svolta; quando si ha ragione, la ricompensa finale è enorme in virtù del fatto che, avendo operato sul massimo o sul minimo di periodo appena prima del cambiamento di trend, il movimento successivo avrà un’intensità molto interessante. Il problema reale, tuttavia, come suggerito sopra, è che queste occasioni capitano raramente e per riuscire a centrarle occorre provare molte volte; la stragrande maggioranza di queste volte l’esito sarà una perdita e, dunque, sia mentalmente che finanziariamente la situazione sarà difficilmente sostenibile. Questo, ovviamente, se il trader non è anche veggente …

Dunque, come definire adeguatamente il trend di fondo del mercato? È possibile adottare diverse tecniche per farlo a seconda dell’approccio al mercato: tecnicamente si possono usare strumenti come le medie mobili (una, due, tre o addirittura un fascio di medie), le onde di Elliot, lo swing-chart di Gann, supporti e resistenze statiche o ancora massimi e minimi relativi in successione. O altro ancora. Chi usa un approccio fondamentale valuterà la situazione macroeconomica, gli utili aziendali, le prospettive economiche ecc. Ciò che importa, tuttavia, è che la scelta dello strumento idoneo dovrà essere basata non su quanto ritengono utile coloro che insegnano (o presumono di insegnare) l'arte di investire sui mercati finanziari ma, viceversa, sulla nostra personalità e sulle nostre ambizioni principali. E' inutile, per esempio, usare una media mobile a 200 periodi con un grafico daily se so che non riuscirò mai a sopportare un draw down operativo nell'ordine percentuale di dieci, quindici o anche venti punti perché fallirò mestamente sin dai primissimi tentativi, salvo che gli stessi siano immediatamente ed estremamente positivi e, in tal caso, il fallimento sarà solo rimandato. Ugualmente, se intendo l'investimento una posizione di lungo termine basato sulla tecnica ma, soprattutto, sui fondamentali del mercato di riferimento, sarà assolutamente inadatto lavorare su grafici intraday o usare i classici oscillatori che ben poco identificano i trend primari, soprattutto se usati intraday o per il brevissimo termine.

Per concludere: per poter operare sui mercati finanziari è sufficiente avere a disposizione del denaro, un pc e una piattaforma di trading. Diverso è il caso in cui si voglia fare di tale operatività un’attività di successo proficua nel tempo, primaria o secondaria non importa; in tal caso occorrerà preparasi fisicamente, psicologicamente e tecnicamente e, come scritto sopra, trovare alla lunga una linea di investimento che permetta di affrontare il mercato con la giusta determinazione ma anche con la consapevolezza di dover essere posizionati sempre, o quasi, nella sua stessa direzione.

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Capolavoro di renzi? Unimpresa boccia il DEF 

12 aprile 2015. Punti salienti della dichiarazione sul decreto:


"Di fronte a questi numeri - commenta il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi - c'è poco da dire: come rappresentanti delle micro, piccole e medie imprese italiane ci sentiamo presi in giro, perché non possiamo ignorare lo spread esistente tra gli annunci del governo e i provvedimenti e i numeri messi nero su bianco dopo le sedute del consiglio dei ministri. Sta di fatto che le tasse aumentano e gli sprechi del bilancio pubblico restano intatti: non è questo il modo per salvare il nostro Paese".

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Final countdown? 

8 aprile 2015. Nemmeno il tempo di lasciar “raffreddare” l’acquisto di Tnt Express per 4,4 miliardi di euro da parte del gigante americano delle consegne FedEx, allo scopo di espandere la propria presenza in Europa, che subito una grande acquisizione si affaccia sul panorama economico-finanziario mondiale: la compagnia petrolifera anglo-olandese Royal Dutch Shell annuncia l'acquisizione della rivale britannica BG, la terza compagnia petrolifera britannica, dietro proprio a Shell e Bp, per la “modica” cifra di 47 miliardi di sterline quasi 65 miliardi di euro. Principale intento, con questa operazione, è quello di acquisire forza nel settore della produzione di gas colmando così il gap con ExxonMobil. Bg, che è particolarmente attiva in Australia, Brasile, Africa orientale ed Egitto veniva valutata sul mercato meno di 50 miliardi di dollari e, dunque, c’è da scommettere che la stessa fosse sotto-quotata, alla luce dell’offerta di Shell, che, a sua volta, ha una capitalizzazione di mercato di circa 200 miliardi di dollari, ben lontana dagli oltre 350 miliardi di dollari di ExxonMobil. L’acquisto non vedrà un corrispettivo unicamente in denaro: Shell, infatti, pagherà 383 pence e 0,4454 azioni B Shell per ogni titolo di Bg e, alla fine, gli azionisti di Bg si ritroveranno con circa il 19% della società che nascerà dalla fusione.

Nel caso Fed-ex, invece, l’acquisizione è avvenuta per contanti: gli azionisti di Tnt riceveranno 8 euro ad azione in contanti, con un premio del 33% rispetto all'ultima quotazione di Borsa del 2 aprile. Con le nozze tra FedEx e Tnt nascerà un colosso nel settore dei corrieri; le rispettive dirigenze prevedono di finalizzare la transazione nella prima parte del 2016. Un precedente che riguardò il tentativo di acquisto proprio di TNT da parte di UPS fu respinto dall' Antitrust per violazione delle regole della concorrenza nel settore, dal momento che Ups aveva già una rilevante presenza in Europa: per l'Authority, infatti, la fusione tra le due società avrebbe trasformato il mercato europeo della logistica in un duopolio insieme a Dhl, tagliando fuori i concorrenti proprio a partire dalla rivale americana FedEx.

Consiglierei da ora in avanti una maggiore attenzione, anche se presumibilmente la situazione avrà ancora un’evoluzione positiva per più motivi, alla situazione dei mercati finanziari mondiali. La salita degli indici principali, con conseguente nuovi massimi storici in USA e per alcuni mercati europei e non solo, ha diverse radici e motivazioni ma, come sempre è successo, il susseguirsi di incentivi all’acquisto di azioni a scapito di altri assets porta, infine, all’esaurimento della corsa agli stessi acquisti. Negli ultimi anni, dunque, la crescita a doppia cifra per Cina e India, il sostegno della FED all’economia USA, i tassi bassi o a zero, nessuna alternativa ai titoli azionari che, dopo i ribassi della crisi del 2008-2009, mostravano quotazioni scontate e rendimenti interessanti alla luce della nuova situazione finanziaria mondiale, ora il QE della BCE che andrà avanti per parecchi mesi e, infine, l’inizio, probabilmente, di una nuova stagione di M&A rendono ancora attendibili le attuali e continue rivalutazioni dei mercati azionari stessi.

La storia ci insegna che i rialzi che precedono le grosse bolle speculative sembrano non finire mai e i crolli arrivano spesso ben oltre i limiti temporali previsti da analisti ed economisti e solo quando anche l’ultimo dei ribassisti ha gettato la spugna. Ma, inevitabilmente, nessuno può negare che tutti i rialzi finali giungono quando la rotazione tra titoli diventa sempre meno evidente agli occhi degli investitori medio-piccoli: la salita delle quotazioni delle small e mid cap avviene appena dopo o in coincidenza con la rivalutazione dei prezzi di parte delle blue chips e quasi sempre in un ambiente favorevole, con particolare riferimento alle varie fusioni e acquisizioni che, pur interessando pochi titoli di particolari aziende, contribuiscono a far rivalutare l’intero settore e offrono benzina supplementare a titoli e frange di mercato altrimenti affossate o in laterale da tempo per mancanza di ulteriori stimoli ma che, con frequenza, non avrebbero motivazioni realistiche per crescere ulteriormente in capitalizzazione.

Ora, il QE di cui sopra sostiene i mercati e, forse, lo farà ancora per un po’ di tempo, così come la stagione delle M&A potrebbe essere appena agli inizi; alternative, per ora, ce ne sono ancora poche e questo non aiuterà al momento i pessimisti e i venditori allo scoperto ma, in ogni caso, tra un acquisto e l’altro consiglierei di tenere sempre gli occhi aperti, un po’ più aperti di quanto si sia fatto negli ultimi due anni. Perché quando la nuova bolla scoppierà, come sempre è successo, sarà ugualmente devastante come devastanti sono state le precedenti bolle al culmine delle speculazioni finanziarie del passato …

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China power

Gli investimenti cinesi all'estero, nel solo 2014, hanno raggiunto e superato i 100 miliardi di dollari; le attese per l’anno in corso sono per una cifra ancora superiore a questa per circa il 10/15% e, dunque, potrebbero attestarsi tra i 110 e i 120 miliardi di dollari. Attualmente, gli investimenti totali nel mondo sono circa 900 miliardi di dollari, con preferenza per il settore energia (45% circa), il 15% destinato ai trasporti e il 6/7% alle industrie a elevato valore aggiunto.

E in Italia? Il nostro paese rappresenta una tappa importante per i cinesi che lo considerano il secondo punto di riferimento in Europa e il quinto al mondo. R

che una partecipazione leggera in Fiat e, sempre per rimanere in tema di motori, in Benelli motociclette; grandi aziende come Telecom, Eni ed Enel sono partecipate, insieme a Prysmian, mentre per altre come Ansaldo Energia, Gruppo Ferretti e Fiorucci le quote di proprietà sono molto sostanziose. Per la moda ci sono Cerruti e Miss Sixty, Desmo per i prodotti in pelle oltre a partecipazioni in società (CDP Reti) che, indirettamente, permettono la partecipazione in altre utilities energetiche come Snam e Terna che completano, per ora, il quadro generale.

Il governo cinese e le autorità finanziarie mostrano di avere l’occhio lungo e il cervello fino: acquistano, infatti, società che producono con una particolare attenzione alla qualità (non necessariamente il tanto declamato made in italy che, fin troppo spesso, di italiano ha ben poco) e, soprattutto, alla redditività; in buona sostanza, quindi, acquistano aziende sane e con prospettive interessanti pagandole il giusto. Ma, soprattutto, fanno un’operazione che li renderà inevitabilmente i gestori dell’economia mondiale entro pochi decenni, salvo suicidio politico con risvolti eclatanti sull’economia del paese (al momento impensabile): acquistano in ogni dove quella tecnologia bella, pronta e impacchettata, addirittura già funzionante e rodata in ogni realtà economica, invece di svilupparla, provarla e metterla a regime in proprio, operazione che costerebbe, nel tempo, molto di più in termini di investimento nella ricerca, mancati introiti immediati e produzione di PIL.

Ora siamo arrivati a Pirelli e non come semplice partecipazione minima di assaggio (vedi Telecom, Eni e Enel citate sopra); è un primo segnale, qualora ce ne fosse bisogno, che gli investitori cinesi mirano più in alto, considerando che, con questa operazione, la Chem-China controllerà il quinto produttore al mondo di pneumatici.

Che dire: la Cina è arrivata tempo fa ma, ora, avanza a gran velocità sulle ceneri causate dall’austerity che, ovviamente, contribuisce a non creare alcun ostacolo. Quando i nostri figlio saranno adulti, probabilmente, le domande di assunzione in Italia si faranno in due lingue e la seconda lingua non sarà l’inglese, ma nemmeno il cinese. A buon intenditor …

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Aggiungendo ...

La mail di un lettore chiede specifiche su un paio di argomenti toccati di recente e, pertanto, cerco di implementare quanto appena discusso con questo breve documento.

Il debito pubblico italiano è intorno ai 2200 miliardi, mentre quello americano supera di poco i 18000; la differenza è abissale ma se il raffronto avviene sulla base dei rispettivi PIL ci si rende conto che il nostro è di gran lunga il peggiore tra i due, essendo, il rapporto in questione, pari al 135% rispetto al 71% di quello USA. E questo nonostante Obama, negli ultimi anni, ne abbia innalzato il tetto, dopo aver ottenuto l’approvazione del Congresso; si, perché negli USA viene stabilito un tetto massimo di titoli del debito pubblico e tale limitazione può essere modificata solo con l’autorizzazione delle Camere.

Da qui e verificando i numeri degli ultimissimi anni, si può notare come un comportamento opposto da parte delle istituzioni politico-monetarie di USA ed Europa abbiano portato ad un miglioramento per loro e un peggioramento per noi, in termini percentuali: il QE ha portato enormi benefici all’espansione dell’economia americana e il fatto di accompagnare il sostegno dal punto di vista finanziario proprio con l’aumento del tetto limite del debito pubblico (stabilito prima al 60%) in possesso del governo federale ha certamente dato manforte alla FED anche a livello politico, permettendo tutta una serie di condizioni favorevoli necessarie e, anzi, obbligatorie dopo la recessione che ha colpito l’economia mondiale di cui gli USA erano il faro; l’austerity imposta dalla Germania, invece, ha contribuito solo a creare dei morti viventi, delle economie zombie che hanno visto aumentare le tasse e contestualmente aumentare il debito pubblico con l’economia in continua contrazione (una marea di controsensi che solo noi riusciamo a concretizzare!!), diminuire il sostegno al settore industriale e ai settori correlati e incrementare a dismisura la percentuale di poveri nelle rispettive nazioni. Si aggiunga che ciò ha portato al quasi fallimento (si fa per dire, quasi) della Grecia, al tuttora realistico rischio per Italia e Portogallo (se non siamo ancora i default è perché lo stato succhia-sangue, dal 2010 in poi, ha prelevato buona parte dei risparmi residui e dei redditi dei cittadini e peggio farà in futuro grazie alle riforme demenziali e alle nuove tasse imposte, in realtà, dall’Europa, senza contare lo sproporzionato aumento delle tasse già esistenti rispetto al potere d’acquisto degli italiani, ormai scemato a livelli da terzo mondo) e al rischio di una nuova e più forte delocalizzazione nonché di un incremento dell’emigrazione di lavoratori qualificati, tutte situazioni che renderebbero il nostro paese, a lungo andare, una nazione senza alcuna opportunità professionale se non per la manodopera di base e, soprattutto, quasi priva di veri consumatori in grado di sostenere l’economia (ricordo che con la nuova riforma demenziale delle pensioni i futuri pensionati italiani saranno tra i più poveri al mondo!).

Attenzione ad un altro problema da non sottovalutare: il rischio legato al QE europeo rimane quasi totalmente a carico degli stati e solo marginalmente a carico della BCE e, quindi, dell’Europa stessa, mentre per gli USA la situazione era, ovviamente, completamente diversa.

L’austerity è stato un disastro colossale, ma forse la Germania lo aveva previsto e il piano era proprio quello. Il QE, presumibilmente tardivo e, per ora, mancante della necessaria determinazione che la FED ha avuto per gli USA, potrebbe alleviare la pressione sull’Area Euro ma, purtroppo, le attuali mancanze non danno garanzie. Qualora non dovesse dare significativi miglioramenti alla ripresa sin dai primi 3/6 mesi, la situazione generale potrebbe peggiorare nettamente soprattutto per la delusione e il mancato rispetto delle aspettative generatesi sulla scorta di quanto visto oltre oceano.

Ma anche, e qui si ricollega il discorso fatto nel precedente articolo, proprio i primi risvolti della sospensione del QE americano potrebbero essere determinanti per l’esito dell’operazione in Europa: qualora gli USA mostrassero a breve segnali di insofferenza e un riscontro negativo per l’economia, i dubbi per l’Eurozona aumenterebbero e ciò potrebbe tradursi in uno scoramento generale che anticiperebbe ulteriori misure drastiche a livello fiscale per gli stati in difficoltà. Situazione, presumibilmente, insostenibile per l’immediato futuro …

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Pour parler?

La situazione attuale, in alcuni casi da mesi, in altri da anni, vede i mercati finanziari principali in continua crescita, l’euro in fase di indebolimento (meglio dire “crollo”), il dollaro in rispolvero, il petrolio in caduta libera (anche se da qualche mese ha trovato un po’ di fiato sui minimi) e i tassi fermi a zero o quasi. E mettiamoci il QE di Draghi, presumibilmente concordato con la Yellen (altrimenti perché attendere proprio l’esatto momento nel quale la FED ha sospeso il proprio programma?), che inonderà il mercato di liquidità nei prossimi mesi …

Non tutti i mercati si muovono al rialzo con la stessa intensità, questo è chiaro; gli indici americani sono sui massimi, o quasi, da tempo ed evidenziano una crescita formata da due netti movimenti: una prima fase di recupero dai minimi del 2009 e una seconda fase, più ripida, veloce e consistente che porta le quotazioni nettamente al di sopra dei precedenti massimi storici (o, nel caso del Nasdaq, a rivedere quei massimi storici che fecero scoppiare la bolla e lo costrinsero a crollare di oltre l’80% da tali massimi). Per il dax, il mercato azionario di riferimento tedesco e, ormai da anni, anche della intera Europa, la situazione mostra un rialzo quasi ininterrotto da parecchio tempo; dopo la rottura dei precedenti massimi storici e la classica situazione di stallo+ritracciamento canonico le quotazioni hanno ricominciato a salire e, tra alti e bassi, hanno sempre evidenziato una crescita di valore, fino a culminare in una serie di rialzi consecutivi eccezionali per parecchie settimane e che, ad oggi, hanno portato l’indice sopra i 12000 punti (il 50% in più dei precedenti massimi storici di riferimento). Il nostro indice azionario principale, SPMib40, è salito dai minimi a 12200/12300 punti agli attuali 23000 punti circa ma, se confrontato con i suddetti listini, è facile notare che la differenza principale riguarda i valori attuali dei vari mercati: rispetto a USA e Germania noi siamo ancora lontani non solo dai massimi storici ma anche dal 50% di quegli stessi massimi.

Tutte queste condizioni dovrebbero far partire a razzo le economie europee più affaticate: euro molto più competitivo, petrolio dalle stelle alle stalle con induzione ai maggiori consumi, prezzi più competitivi e maggiore investimento nel mercato del lavoro e indici (e quindi capitalizzazioni di mercato per le aziende quotate e per l’indotto) alle stelle. In realtà la situazione, vedi per esempio per l’italietta, ancora è abbondantemente in alto mare: le aziende hanno visto le imposte aumentare (nonostante la prorompente propaganda renziana costruita sulle bufale e sui selfie ma promulgata in tutti i talk-shaw dello stivale), i privati sono massacrati dalle tasse, la benzina e il gasolio sono scesi marginalmente a fronte di un tracollo del greggio (anche e soprattutto grazie alle accise di Monti e Renzi, oltre a quelle future che lo stesso Renzi ha già programmato, insieme all’iva e al resto, per il prossimo triennio) e il governo ha in mente, più che altro, il senato, l’italicum e mare nostrum … Altro che latino-linguamorta: con Renzi e il suo asilo nido di baby ministre, affiancati da qualche ex-delfino a modi zerbino e senza alternativa, è tornato in auge e, a breve, potrebbe essere adottato come seconda lingua nelle scuole primarie, a scapito dell’inglese che il nostro premier ha dimostrato essere inutile, almeno per come lo parla lui!).

In ogni caso, è evidente che la situazione, al momento, non sta cambiando: chi è già forte (vedi Germania) diventa ancora più forte, il resto rischia grosso (Grecia) o boccheggia (Italia e qualche altro periferico, ma non solo) e prega che qualcosa cambi. Certo, l’Italia può ben sperare: è lanciata con le riforme che la cambieranno e la faranno tornare una potenza … per ora si discute sulla riduzione dei senatori, sulle perenni vicende giudiziarie della lince di Arcore e sul patto del nazareno, perno della politica del governo Renzi (sigh!!), sulla riforma elettorale (a chi interessa: ai disoccupati, agli esodati, agli imprenditori vicini al fallimento perché il governo non paga i debiti??), sulla spending-review tanto sbandierata ma mai adottata (no, scusate, che poi le baby-ministre e le zerbine dei consigli regionali si offendono: Renzi ha tolto miliardi alle regioni e alla sanità, cosicché il cittadino si è visto massacrare ulteriormente da ticket e tasse sulla casa, bollette ecc., mentre il numero dei politici e dirigenti della politica italiana aumenta, le auto blu aumentano, i voli di stato per mandare il premier e gli altri compari in ferie e visite personali aumentano, i rimborsi spese volano e gli stipendi incrementano i loro conti correnti con costante indicizzazione, quella stessa indicizzazione che non vale per lavoratori e pensionati, gli impiegati dei ministeri guadagnano, a parità di mansioni e quando va bene, cinque o dieci volte i coletti bianchi-normali cittadini di questo paese).

Per tornare al discorso economico, quello che non capisco è come si possa anche solo lontanamente pensare che gli americani usciranno con un soft-landing dal QE degli ultimi quattro anni: dopo aver inondato di denaro il paese per anni e sostenuto qualsiasi attività economica e finanziaria come si può anche solo ipotizzare che troncare l’iniezione di linfa vitale possa essere digerito velocemente e indolore dal mercato? E infatti i dati delle ultime settimane vanno dal negativo al pessimo … Ma gli indici volano ugualmente, come mai? Perché se i dati sono negativi la FED potrebbe mantenere ancora tassi bassi e, dunque, alternative alle azioni non ce ne sarebbero ancora per molto tempo. Ma, allora, viene meno una legge fondamentale per gli investitori di tutto l’universo: i mercati finanziari anticipano sempre l’economia reale! Infatti, nonostante l’economia fosse allo stremo e, successivamente, mostrasse una debole ripresa negli anni scorsi, i listini salivano e salivano, per poi volare nella fase di rialzo più recente, scontando una ripresa secondo i più sempre più imminente. Questo in passato. Ma se ora continuano a salire senza soste, o quasi, significa che le economie nazionali accelereranno alla grande in Europa e negli USA la ripresa migliorerà ancora nonostante la fine del QE? E i tassi rimarranno ancora bassi per molto tempo? Ma allora, senza una sana inflazione, come si può parlare di economia in stabile salita??

L’ultimo dato sulla vendita di abitazioni negli Stati Uniti evidenzia un -17%; il dato era atteso a -2%, figuriamoci! Ma la cosa che lascia pensare è che è il peggior dato degli ultimi quattro anni, guarda caso da quando è nato il QE e proprio ora che è terminato … Ma la storia si sta ripetendo, anche se è storia recente: dollaro molto debole e QE per gli americani nei precedenti quattro anni e, ora che per loro è arrivato il momento della prova del nove, la BCE non fa altro che copiare: svalutazione-crollo lampo per l’euro e inizio della fase di immissione di liquidità sui mercati. Che dire: speriamo che i prossimi sei/nove mesi vedano l’economia USA sostenuta o, almeno, che non mostri segni di arretramento deciso, altrimenti i timori che la nostra situazione, certamente peggiore di quella americana per evidenti motivi, porterà non tanto a una boccata di ossigeno grazie al QE ma, piuttosto, a una disperata ricerca di un salvagente per evitare di essere travolti dall’inondazione di questa liquidità e, purtroppo, di finire annegati. Comunque, se bolla non sarà la situazione potrebbe anche migliorare economicamente nei prossimi due anni e, così, sostenere questo continuo rialzo degli azionari, ma l’attenzione è d’obbligo.

Per noi il rischio è più limitato: economicamente partiamo da molto più lontano e andremo comunque sempre al rallentatore, è una nostra prerogativa degli ultimi anni; inoltre, finanziariamente i nostri indici sono più vicini ai minimi storici che ai massimi e, dunque, anche nel caso che altri supervalutati dovessero tracollare per noi si tratterebbe di una discesa di normale gestione (noi italiani siamo ormai abituati a vere perdere di continuo il potere d’acquisto dei nostri risparmi e dei nostri stipendi, figuriamoci se ci danniamo l’anima per un indice azionario!). Inoltre, l’Italia a breve cambierà la costituzione e ciò renderà gli italiani più consci dell’evoluzione che la nostra società ha subito negli ultimi quarant’anni:

l’Italia diventerà legittimamente (di fatto lo è già ma serve ratifica del Presidente) una repubblica (poco o per niente) democratica basata sulla disoccupazione, sulla corruzione e sui voli di stato, nella quale i politici vivranno in simbiosi con le loro numerose auto blu e i loro autisti, mentre le loro scorte saranno destinate a svolgere attività di maggiore responsabilità rispetto ad ora, come per esempio spingere i carrelli delle spesa all’ikea, aprire le porte di bar e ristoranti ai matusalemme di turno (in attesa della tanto sbandierata rottamazione!) e consegnare a domicilio la spesa ai senatori più attenti alle esigenze degli italiani.

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Grecia

Il nuovo governo greco ha ottenuto il consenso necessario per vincere le ultime elezioni propagandando un programma di risoluzione dell’austerity imposta dalla Germania agli altri membri dell’area euro. Negli ultimi giorni, tuttavia, la direzione presa dagli stessi neo-eletti comincia a delinearsi in modo diverso da quello prospettato: i negoziati sono ancora aperti ma il primo ministro greco è passato dalla linea di intransigenza pura a una decisamente più accomodante, dando per certo che gli impegni presi con l’Europa verranno mantenuti, in un modo o nell’altro. Piuttosto, si cerca di ottenere una dilazione del pagamento del prestito e degli interessi ma, le premesse attuali non sono certo confortanti e si parla di qualche mese di proroga, certamente nulla di eclatante e, soprattutto, una soluzione che non modificherà le attuali condizioni finanziarie ed economiche del paese. E’ per questo che il ministro delle Finanze ellenico, Yanis Varoufakis, ha invocato lo spettro della bancarotta e del  fallimento se non si arriverà presto a una risoluzione più accomodante; le trattative continuano ininterrotte da venerdì 20 a Bruxelles con gli altri governi della zona euro, nel tentativo di ridurre il peso del debito in modo concreto.

E’ abbastanza condivisa da tutti l’idea che la Grecia abbia i mezzi necessari per rimborsare in pieno i  320 miliardi di euro di debito estero: le attività del Paese valgono sicuramente di più di quella cifra. Ma quanto produrrà, in termini di disfatta economica per il paese stesso, un intervento drastico della troika su finanza e attività economiche? Certamente ridurrebbe la patria dei giochi olimpici un rudere, una larva dipendente dall’Europa padrona, non più in grado di riemergere con le proprie forze. E, forse, a quel punto la Germania potrebbe decidere di lasciarla andare per la sua strada, dopo averne spremuto la linfa vitale per bene.

Questo perché, a ben ragionarci, pare difficile che uno stato possa vendere (o svendere) tutte le attività produttive più importanti e, allo stesso tempo, chiedere il sacrificio al suo popolo di pagare sempre più tasse e godere sempre meno benefici; per non dire della nuova ondata di licenziamenti e di disoccupazione che ne deriverebbe. E, in seguito, dove andrebbe il governo a prendere le risorse per mantenere e sostenere il paese? Basti pensare al fatto che, solo gli interessi sul debito, costeranno oltre il 2% del pil greco, ma non è tutto: l’anno in corso e il 2019 saranno i più critici perché dovrà ripagare tutto l'interesse a cui i creditori hanno rinunciato nei 10 anni precedenti. E’ vero che altri paesi, tra cui anche l’Italia, pagano ben oltre il 2% di pil come interessi sul debito (4% costa a noi, oltre il 5% al Portogallo), ma è anche vero che la maggior parte di tale debito è nelle mani dei cittadini e, dunque, è tutto interesse dello stato ripagarlo interamente, pena una nuova e irrisolvibile crisi finanziaria con conseguente recessione che, in questo momento, distruggerebbe la struttura economico-finanziaria in modo definitivo (e, forse, ripartire da zero per paesi proprio come Italia e Portogallo non sarebbe del tutto la cosa peggiore!). Per questi paesi, infatti, impoverire la popolazione ulteriormente per sostenere il pagamento del debito e degli interessi, pur essendo la strategia peggiore dal punto di vista socio-economico, troverebbe sempre giustificazione nel fatto che un default costerebbe ancora di più ai cittadini (non, ovviamente, alla classe politica tutta, incompetente e strapagata a prescindere dalle crisi). Per la Grecia questo non vale e, dunque, in tal caso sarebbero banche e stati stranieri a pagarne principalmente le conseguenze, esattamente il contrario che non se la Grecia decidesse di svendere per onorare; inutile dire quale soluzione sceglierebbero i greci se toccasse loro decidere … Quindi, se i nuovi governanti dovessero decidere di tenere fede fino in fondo al programma propinato agli elettori, a preoccuparsi sarebbero principalmente i creditori stranieri.

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Banche popolari 2: affare o bufala?

 

Il nuovo decreto descritto nel precedente articolo costringerà le popolari, entro 18 mesi, a trasformarsi in S.p.A. e, dunque, ad allinearsi a quei parametri di efficienza richiesti dal mercato? I corsi azionari delle aziende in questione, infatti, quotano dalla notte dei tempi a sconto, più o meno a seconda del titolo in oggetto: il rapporto tra valore di mercato e patrimonio aziendale è compreso tra 0,4 e 0,6, a differenza di altre banche e S.p.A. il cui rapporto è decisamente più elevato (09 per esempio per quanto riguarda Unicredit). E, questo, proprio perché la forza dei piccoli azionisti, troppo spesso gli stessi dipendenti della banca, impedisce modifiche allo statuto salvo che le stesse siano ad essi favorevoli e, soprattutto, annulla quasi completamente qualsiasi risanamento necessario anche a fronte di situazioni finanziarie poco sostenibili, inibendo ovviamente la riduzione dei costi che, per ovvi motivi, passa quasi sempre dal taglio dei dipendenti. Il decreto ha convinto i risparmiatori e gli istituzionali a comprare le banche in oggetto sul mercato e, ovviamente, le quotazioni hanno subito rialzi diffusi e consistenti nei giorni successivi la notizia. Un altro motivo che ha spinto all’acquisto è il fatto che la trasformazione in S.p.A. faciliterà, presumibilmente, aggregazioni e le fusioni, operazioni straordinarie ben viste per la rivalutazione delle azioni stesse. Ma quanto potrebbe essere conveniente, in effetti, acquistare sin da ora sulla base delle aspettative future?

Personalmente farei almeno attenzione e, visto che le occasioni di investimento azionario sono molte, al momento rimarrei principalmente su altri settori e valuterei diverse aspettative, soprattutto per un motivo: almeno dai primi anni del nuovo millennio si parla di riformare le banche popolari ma, ogni volta, tra ritardi, inghippi e modifiche mai giunte a conclusione la situazione è sempre rimasta in stallo e le aspettative disattese totalmente. Se questa sarà la volta buona le cose potrebbero cambiare ma, si sa, l’Italia è il paese nel quale i cambiamenti si fanno solo se portano vantaggi alla classe politica e dirigenziale, altrimenti si trova sempre un modo per far sparire proposte, decreti e referendum.

Allora cosa potrebbe realmente succedere? Per ricollegarmi alle due righe sopra, è possibile che Renzi, per sistemare i danni del governo Monti in materia bancaria e della dirigenza criminale della MPS stia cercando di trovare qualche acquirente per la banca toscana, magari assistita dallo stato con favoritismi di qualche natura o agevolazioni fiscali e finanziarie … la solita sbobba, insomma, camuffata di legalità. Non è un caso, infatti, che in borsa il titolo stia attirando una parte di attenzione e, in questo periodo, abbia subito il “fascino” del decreto cambia-popolari. Vedremo, ma in questo caso, allora, scommessa per scommessa tanto varrebbe puntare qualcosa sulla banca senese e dimenticarsene finché non si leggerà il titolone sui principali quotidiani. E non dimentichiamo Banca Carige …

E’ pur vero che le banche popolari interessate al cambiamento sono diverse e, dunque, se si escludono le maggiori (UBI, Pop. Milano e Banco Popolare) e che potrebbero essere interessate da una sciagurata fusione/incorporazione/acquisizione con uno dei morti viventi citati sopra, alcune delle altre (minori) potrebbero, in effetti, essere oggetto, in futuro e qualora la riforma andasse in porto, di attenzioni da parte di istituti di grandi dimensioni per sviluppare una maggiore capillarità in zone scoperte o, magari, da parte di banche straniere (per esempio quelle inglesi, da tempo interessate ma che ancora non hanno trovato sbocchi interessanti) per mettere almeno un piede nella finanzia italiana, spesso giudicata arretrata e, dunque, passibile di cambiamenti e foriera di futuri e ampi sviluppi con potenziali introiti di sicuro interesse.

Di seguito i grafici di lungo termine delle tre banche popolari citate, le più grandi, che dimostrano come, tecnicamente, nessuna sia veramente interessante, salvo il fatto che hanno prezzi estremamente bassi rispetto ai loro massimi storici. Ma, a pensarci bene, ci sarà pure un motivo …

Grafici di lungo termine            
 

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Banche popolari

L'Investment Compact, cioè una pacchetto di misure per favorire gli investimenti nel nostro paese (sarà tutto da vedere, considerato che, da incompetente totale, il nostro sta cercando di dare un ricostituente al prima e al posto di una cura utile quanto indispensabile al malato Italia), ha introdotto anche la nuova normativa in base alla quale le banche popolari si trasformeranno in S.p.A, cambiando per sempre i connotati ai vecchi istituti popolari (ad esclusione delle Banche di Credito Cooperativo).

In base agli articoli 29-32 del Testo Unico Bancario (Tub), le popolari sono costituite in forma di cooperativa e nessun socio può detenere più dell'1% del capitale, a meno che lo statuto della banca stessa non preveda limiti più bassi. Inoltre, ogni socio può esprimere nell'assemblea degli azionisti un solo voto indipendentemente dal numero di quote possedute. Per questo le banche popolari non sono mai state scalabili fino ad ora, poiché nessun soggetto (soprattutto giuridico, come una banca concorrente) può arrivare ad acquisire da solo il controllo diretto della maggioranza dei voti nell'assemblea. La nomina degli amministratori di ogni istituto deve dunque avvenire con un ampio consenso tra tutti gli azionisti.

La nuova normativa, dunque, abolisce le norme dell'articolo 30 del TUB, cancellando il voto nei termini visti e il limite dell'1% per il possesso del capitale da parte di un singolo socio delle popolari con un patrimonio superiore agli 8 miliardi di euro. Con questo le banche popolari che avranno tali requisiti dovranno trasformarsi in spa nei prossimi 18 mesi e, dunque, diventeranno di fatto scalabili come una qualsiasi società per azioni. I 10 isituti popolari interessanti sono: Ubi, Banco Popolare, Bpm, Bper, Creval, Popolare di Sondrio, Banca Etruria, Popolare di Vicenza, Veneto Banca, Popolare di Bari.

Le norme del decreto Investment Compact non cambieranno la fisionomia delle banche di credito cooperativo (Bcc, simili alle popolari); anche le Bcc funzionano con lo stesso sistema di voto nell'assemblea e non sono dunque scalabili ma, nell’ottica sulla base della quale la normativa viene introdotta (favorire il credito a privati ed aziende), gli istituti di credito cooperativo hanno delle dimensioni assai più ridotte e un business mutualistico, poiché erogano il credito e i servizi soprattutto ai propri soci.

Diventando scalabili le banche popolari oggetto della nuova legge potrebbero essere oggetto di fusioni o acquisizioni, soprattutto, per l’immediato, per quegli istituti che attualmente hanno problemi finanziari, come Carige e Monte dei Paschi di Siena, da tempo in forte crisi e sono in cerca di nuovi capitali.


Facile dunque capire il motivo della rivalutazione dei corsi azionari in questi ultimissimi giorni: tutte le popolari potrebbero diventare prede più o meno ambite e si potrebbe scatenare la corsa all’accaparramento dei titoli per cercare di sfruttare eventuali acquisti importanti e che farebbero lievitare i prezzi in futuro nell’ottica di un’operazione finanziaria che coinvolgerebbe l’asset delle banche stesse.


 

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Rischio imminente?

Il rally degli ultimi anni delle Borse è stato chiaramente sostenuto dal programma di immissione di liquidità sul mercato dei capitali grazie al QE esteso e prolungato, abbinato alla politica di tassi bassi (praticamente a zero da tempo, ormai) che le autorità finanziarie americane hanno posto in essere negli ultimi anni. Proprio il prolungamento di una tale politica monetaria ha, presumibilmente, creato una sorta di sopravvalutazione del programma stesso e permesso ai mercati finanziari di risalire dai minimi e, addirittura in diversi casi, riproporre nuovi massimi storici.

Per quanto riguarda il vecchio continente, la crisi economica e finanziaria del 2007/2009 è rientrata, in parte, quando la BCE ha cominciato a rassicurare tutti sulla tenuta del sistema bancario: la nazionalizzazione di alcuni istituti e il sostegno ad altri (in Italia, per esempio, il prestito a MPS) organizzato sia dalla stessa BCE sia dai governi nazionali ha permesso la messa in sicurezza del sistema stesso (almeno temporaneamente), interventi che, attualmente, sembrano aver perso almeno in parte la loro efficacia. In altri contesti (vedi Italia, Portogallo, Grecia ecc.) la situazione non è migliorata, anzi, economicamente si è arrivati vicini (o dentro) al default, ma a livello finanziario la condizione generale del sistema è rimasta sotto controllo, almeno fino ad ora. Per alcune borse europee, dunque, il rally è arrivato di pari passo con quelle d’oltreoceano, seppure con tempi e modi diversi a seconda del mercato.

In generale, negli ultimi due anni circa l'indice MSCI All Country è salito oltre il 60% per cento e, analizzando i dati generali oggettivamente, sembra difficile che possa fare meglio nel medio termine; forse la discesa degli ultimi mesi della valuta europea nei confronti del dollaro americano potrebbe attrarre qualche investimento estero, più speculativo che strutturale, presumibilmente, ma difficilmente, in un area euro così eterogenea e piena di problemi che non trovano soluzione perché manca la volontà di tutti i Paesi aderenti a sviluppare una strategia combinata, tali investimenti saranno destinati a mettere radici profonde. Gli stati europei, infatti, “ragionano” ancora come elementi politici, economici e finanziari (e fiscali) a sé stanti e non si rileva alcun desiderio di comporre il quadro in maniera adeguata a permettere una fusione necessaria a far confluire un’accozzaglia di realtà tanto diverse in una solida organizzazione con un nucleo forte e competitivo; prima fra tutte la Germania che, per quanto si è visto negli ultimi cinque/sei anni, ha sempre mirato a guidare da padrone indiscusso la fragile coalizione, imponendo le proprie regole (quasi fosse di sua proprietà, l’Europa) senza proporre, mai, un programma interessante di integrazione in grado di creare le premesse per la formazione di un disegno strutturato atto a definire le linee guida per portare realmente l’Europa fuori dal tunnel. Un tale comportamento ha dunque contribuito a rendere ancora più distanti i membri e, soprattutto, ha evidenziato la volontà di allontanare i periferici e lasciarli soli a risolvere i problemi interni e a creare sempre più dubbi sull’utilità dell’Eurozona e della sua valuta (vedere i danni della troika in Portogallo).


Di recente la Grecia pensa alla soluzione estrema; difficile che la Germania lo permetta, a dispetto delle dichiarazioni, palesemente fasulle, della Merkel, ma certamente altri paesi stanno alla finestra pronti a cogliere nuove opportunità, fossero anche legate alla disgregazione dell’Europa unita e al fallimento della sua moneta unica. Oggettivamente, in questo momento e, almeno, da sei/sette anni a questa parte, lo scioglimento sembra essere probabilmente l’unica soluzione idonea a far ripartire la macchina economica non solo italiana.

Il QE annunciato come imminente da Draghi potrebbe, addirittura, peggiorare la situazione …

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Siderografo di Bradley per il 2015

Per il 2015 il siderografo identifica una data principale che si posiziona proprio a metà anno, circa, precisamente il 9 giugno. Ricordo che le date potenzialmente utili per i cambiamenti di tendenza si riferiscono principalmente agli indici americani e, sul grafico in oggetto,sono indicati secondo l'usanza d'oltreoceano di indicare giorno e mese (6/9 è, appunto, il 9 giugno). Altre due date di un certo interesse saranno il 9 ottobre e il 18 novembre, più ravvicinate rispetto alla prima data; tutte le altre indicate potrebbero invece dare origine a punti di svolta di minore importanza. Ricordo anche che, mentre nelle date più importanti è in uso una tolleranza di 4 giorni più o meno la data stessa, negli altri casi, generalmente, andrà valutata nell'ordine di uno o, al massimo, due giorni prima o dopo la data in oggetto.

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QE?

Da anni si auspica, Germania esclusa, l’intervento della BCE con il QE, l’acquisto massiccio di titoli di stato per creare moneta circolante e permettere, finalmente, quella ripresa economica che in nessun modo si è riusciti a ripristinare, neppure marginalmente, nell’Eurozona. Draghi, tuttavia, latita e, almeno per ora, svolge unicamente il ruolo dell’illusionista. In realtà, promette e non mantiene per il consueto motivo che, da sempre, condiziona la politica economica europea: l’arrogante leadership impostaci dalla Germania (ricorda nulla, anche se sotto altri “termini”?).

Finalmente, tuttavia, sembravano maturi i tempi per la reale attuazione: una maggiore stabilità negli ultimi mesi, mercati finanziari bullish a oltranza, corsi dei titoli di stato in leggero fermento quasi ad anticipare … Poi, d’un tratto (si fa per dire) riecco la Grecia, quindi i timori di destabilizzazione per il petrolio, poi il Rublo, quindi gli avvertimenti della Cina etc. e, dunque, di nuovo tuona la voce dei crucchi che avvertono sui pericoli e intimidiscono Draghi.

Ma perché la Bundesbank è così contraria?. La spiegazione viene fornita dallo stesso Weidmann e, a suo parere, è semplice: l’Europa non è economicamente omogenea come gli USA, per esempio, e, per questo, utilizzare uno strumento di politica monetaria come il QE rischia di diventare un’arma in mano ai Paesi più deboli che potrebbero, così, scaricare parte del loro rischio su quelli più virtuosi, infischiandosene, alla fine, di porre in essere le necessarie riforme.

Ho letto più volte che questo timore è condivisibile, accettabile e sostenibile, in quanto ognuno degli stati europei è diverso dagli altri e tra i “primi della classe” e i “somari” c’è un evidente abisso e, questa condizione, giustificherebbe in pieno il ragionamento e, quindi, il conseguente ostruzionismo tedesco. A mio avviso, invece, alla demenziale struttura di tale ragionamento si possono associare le idee, altrettanto demenziali, di tutti coloro che ne condividono le motivazioni: che sia vero, di fatto, che le diversità tra i vari Paesi impediscono un’armonizzazione della politica economica (e non solo) in tempi brevi è innegabile, ma questo nulla c’entra con l’attuazione delle misure necessarie a sostenere tutta l’Eurozona anche se, inevitabilmente, si andrà a favorire maggiormente i Paesi meno efficienti. Anzi, se non si utilizzano in fretta le armi a disposizione per cominciare tale processo di armonizzazione che, da una parte o dall’altra, prima o poi dovrà pur cominciare, pena lo sfaldamento del sistema europeo, si rischierà di arrivare a un punto di non ritorno, oltrepassato il quale qualsiasi intervento potrebbe rivelarsi inutile. E sostenere quanto espresso dalla Bundesbank è foriero di una politica di ghettizzazione su scala internazionale: se non stai al passo soffri, ma non muori (tradotto: vivi da barbone ma non ti lasco andare perché mi servi, in un modo o nell’altro), oppure reagisci e ti rialzi con le tue forze che, tradotto, significa un autentico massacro tributario e soppressione di servizi per la popolazione con conseguente dissanguamento delle finanze private, soprattutto dei ceti medi e bassi.

Insomma, alla Germania ha fatto comodo sostenere l’Eurozona, entrare a farne parte in origine (oltretutto con un cambio penalizzante per quasi tutti gli altri) e tirarne le fila ma, invece di attuare una politica coordinata per creare una struttura di base dalla quale far emergere un Europa forte e unita, mira a definire il proprio ruolo di comandante in capo con l’obiettivo di imporre le linee guida per tutti i componenti. Che qualcuno la provi a chiamare democrazia, se vuol rendersi ridicolo … Ma, soprattutto, la Germania promulga un messaggio chiaro e inequivocabile: chi non è autonomo lo diventi, a qualsiasi costo, altrimenti non parteciperà ai benefici dell’Eurozona ma, ugualmente, ne sosterrà i doveri imposti (come facciamo da sempre noi italiani, per esempio).


In ogni caso, notizia fresca, JpMorgan e Goldman Sachs si attendono ora che l'avvio degli acquisti di titoli di stato della Bce venga anticipato, addirittura, a gennaio 2015. In due distinti report le due banche statunitensi hanno motivato il cambio di previsione (prima si attendeva l'operazione entro il primo semestre 2015) con la debole adesione delle banche al secondo e recente Tltro. Per JpMorgan il Qe avrà un valore di circa 500 miliardi di euro mentre per Goldman sarà compreso fra i 500 milioni e il miliardo. E speriamo abbiano ragione; ricordo che la FED ha sostenuto l’economia americana, negli ultimi sei anni, con tre distinti interventi, inizialmente più massicci e poi più leggeri, che si possono quantificare in circa 3000 miliardi e i risultati, mercati finanziari, del lavoro e immobiliare in particolare, sono facilmente riscontrabili!

La mia opinione è che non dovremmo vaneggiare di continuo la nostra uscita dall’Area Euro per risolvere i nostri problemi ma, piuttosto, auspicare l’uscita dei tedeschi (e chissà come mai non decidono proprio loro di andarsene, invece di continuare a sostenere di essere l’unica realtà positiva in Europa … provate a pensarci!) che, in tal modo, lascerebbero a tutti gli altri Paesi la possibilità di meglio organizzarsi, armonizzando le politiche economica, fiscale e sociale sicuramente in tempi molto, molto più interessanti.

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Petrolio

Il petrolio continua la sua inesorabile caduta ormai senza soste da giugno/luglio e si porta in area 65 $. L'analisi in questione la propongo in quanto attualmente si possono notare ed evidenziare alcuni elementi che inducono a pensare che su questi valori e in questo periodo si potrebbero verificare una o più coincidenze in grado di creare qualche aspettativa di cambio tendenza o, eventualmente, almeno per un rimbalzo di breve/medio termine.
 

La prima cosa da considerare è che i prezzi hanno raggiunto, di recente, un livello di ritracciamento di Fibonacci che, frequentemente, riesce a dare un input agli operatori, livello che corrisponde al 61,8% di ribasso e relativo al precedente range di lungo termine generatosi tra 33 $ e 115 $ circa, minimo e massimi rispettivamente del 2009 e 2011. Dal grafico si può ben vedere come il precedente livello di ritracciamento (38,2%), seppure con più di una sbavatura, abbia permesso una decisa reazione una volta toccato e abbia creato le premesse per un recupero deciso e importante in almeno due occasioni e un rimbalzo più moderato in un'altra occasione, a dimostrazione della frequente bontà di questi valori potenzialmente sensibili, seppure non infallibili. Qualora anche questa volta si dovesse verificare una buna reazione, infine, l'obiettivo iniziale più interessante potrebbe essere proprio il precedente livello che quota 84 $ circa o, eventualmente, un nuovo livello di Fibonacci creatosi sul nuovo range (questa volta massimo/minimo di periodo, quindi massimo 2011 e minimo attuale, ovviamente se dovesse rimanere tale quello realizzato di recente) che, in tal caso, corrisponde, nel valore del 38,2%, proprio con quello appena citato, dando maggior valore allo stesso in virtù proprio della suddetta coincidenza.
 

Altra situazione che lascia presumere un potenziale minimo da cui rimbalzare è il fattore tempo: tra il mese di dicembre 2014 e il mese di gennaio 2015, infatti, si apre una finestra temporale di possibile set-up di medio e lungo termine. Già ad agosto 2010 e a settembre 2011, precedenti set-up di minimo, il mercato ha confermato e prontamente reagito, innescando rialzi di una certa consistenza (nel primo caso ha portato alla formazione del massimo del 2011 che, al momento, ancora rimane il massimo a cinque anni), mentre in un'altra occasione (aprile 2013) la reazione si è rivelata molto blanda.
 

Infine, lo stocastico di lungo temine ha raggiunto, di recente, valori estremamente bassi in area ipervenduto; anche in questo caso, dopo aver fatto registrare tali condizioni, in altre occasioni il mercato ha cambiato direzione, spesso anche in modo deciso. Per maggiore cautela, inoltre, si potrebbe attendere il classico segnale tra oscillatore e la sua media mobile, condizione ancora non verificatasi.

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La grande Europa nelle mani della piccola Svizzera?

Il 30 novembre gli elettori svizzeri sono chiamati a pronunciarsi sull’iniziativa che chiede alla Banca Nazionale Svizzera il rimpatrio dell’oro del paese depositato all’estero, che le vieta di vendere il metallo prezioso e che la obbliga a fare in modo che almeno il 20% delle sue riserve sia in oro.

Secondo eminenti economisti, qualora l’iniziativa dovesse avere esito positivo, vorrebbe dire che la BNS sarebbe obbligata ad acquistare mille e settecento tonnellate di oro, cioè il 70% circa della produzione annua mondiale, per un valore di oltre 65 miliardi di dollari. In tal caso, il mercato dell’oro potrebbe esserne fortemente influenzato: infatti, non solo, come detto, la BNS dovrà acquistare un’enorme quantità di oro fisico, ma tale situazione porterà altri Paesi alla richiesta di rimpatrio delle loro riserve d’oro all’estero. E, probabilmente, si assisterebbe ad un’impennata delle quotazioni della preziosa materia prima dopo la lunga correzione intervenuta dai massimi storici.

Ma questo non è tutto, anzi … l’acquisto di una tale quantità di oro sarebbe da effettuare in dollari e, dunque, la BNS dovrebbe scaricare una grossa quantità di euro per convertirli in dollari USA, creando sicuramente più di qualche tensione sui mercati valutari, a danno, ovviamente, della valuta europea. Questo perché anche se i circa 400 miliardi di euro convertiti in dollari non dovessero avere effetti catastrofici in un primo momento, limitando a una svalutazione contingente alla situazione stessa, le probabilità che ciò inneschi una catena di vendite anche da parte di altri Paesi e istituzioni internazionali è tutt’altro che remota; e questo sicuramente potrebbe portare a una caduta verticale del valore dell’euro.

La speculazione che ne deriverebbe, con conseguente pesante svalutazione della moneta europea, creerebbe presumibilmente panico sui mercati, già sul chi-va-là a causa delle situazione economica generale; in tal caso, sarebbe in grado la BCE a intervenire con forza? Draghi, infatti, da anni promette sostegno e denaro alla causa europea ma, fino ad ora, ha solo paventato la possibilità, facendo trasparire le notevoli difficoltà degli organi monetari europei nel dare aiuti concreti all’economia, come se politica monetaria e economia reale fossero distanti anni luce e per niente facenti parte della stessa sfera (e questo è il principale motivo del perdurare della profonda crisi nell’area euro). Sarà in grado, quindi, di affrontare anche un problema di tale portata? La risposta, probabilmente, è negativa e ciò potrebbe portare prima a un nuovo affossamento dell’economia europea e, successivamente, alla disfatta della nostra moneta con conseguente disgregazione dell’area stessa, almeno dal punto di vista valutario.

Chi vivrà vedrà ma, prima, tocca al popolo elvetico dare il via o annullare al partenza.

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Nuovi rischi

La crisi tra Russia e Ucraina, l’economia europea che non riesce proprio a decollare, anzi, i problemi enormi dei periferici, Italia in testa, i timori che a breve l’economia USA possa avere una battuta d’arresto conseguente alla chiusura dei rubinetti da parte delle autorità monetaria e, ora,  si aggiunge anche (di nuovo)  la Grecia, nel suo piccolo, a calcare ulteriormente la mano; l’agenzia Fitch, infatti, allude a “possibili carenze di capitale per le banche greche dagli stress test. Nonostante i progressi compiuti, le banche della Grecia restano zavorrare da pesanti problemi sui portafogli prestiti”. I nuovi rischi determinati dai timori di una nuova grave crisi finanziaria non solo abbattono i mercati ellenici, azionari e obbligazionari (il decennale è tornato a salire e si è avvicinato all’8% di rendimento), ma fa cumulo con i suddetti problemi che già affliggono le borse del vecchio continente (e non solo, ultimamente).

In queste condizioni il nostro paese ne esce ovviamente penalizzato, sotto ogni aspetto: la borsa di Milano precipita, come ormai da tempo e nonostante sia a quasi un terzo di valore rispetto al suo massimo storico (ricordo che Dax, S&P500 e altri mercati meno importanti hanno fatto segnare, negli ultimi due anni, nuovi e spesso abbondanti massimi storici) ma, la cosa peggiore, è che mentre il Bund e altri obbligazionari (Austria, Francia, Finlandia per esempio) ne beneficiano, il nostro BTP soffre e allarga lo spread, a riprova, qualora ce ne fosse bisogno, che il rischio di un default economico-finanziario dello stivale può essere tutto tranne che archiviato.

Un’occhiata veloce al nostro indice di riferimento (grafico ), inoltre, ci permette di identificare sia il massimo di periodo, coincidente con un livello di natura statica (22500 punti) che avrebbe potuto almeno ostacolare il rialzo, come in effetti ha fatto senza limitarsi a fermarlo ma creando nuove opportunità per i ribassisti, sia la rottura successiva (20200) del testa/spalle disegnato dai prezzi di mercato dopo il massimo di cui sopra. Poco sotto ai valori attuali, infine, si può notare lo statico, questa volta potenziale supporto, in area 18000 punti circa e che si avvicina anche al possibile obiettivo rilevabile quale obiettivo proprio del testa/spalle, anche se non precisamente; è possibile, in ogni caso, che nuove discese che dovessero portare tra 17800 e 18200 punti andrebbero valutate attentamente nell’eventualità che, da tali valori, possano crearsi le condizioni ideali di ipervenduto in grado di concedere almeno un deciso rimbalzo del mercato.

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Inconsistenza

Draghi, nella conferenza della BCE di ieri, 2 ottobre, ha ampiamente deluso i mercati, cosa non frequente negli ultimi anni, limitandosi a ribadire, anche questa volta, la necessità di interventi “a venire” anche con “misure non convenzionali” ma senza, tuttavia, dare indicazioni precise su modi e tempi di intervento. Evasivo, insomma, in merito così come lo era stato altre volte ma, questa volta, non ha illuminato i mercati con qualche novità tale da dare una nuova speranza di creare, finalmente, un principio di ripresa nell’Eurozona, semplicemente riconfermando che “la ripresa della zona euro è debole, fragile e disomogenea”.


L'acquisto di titoli di stato nazionali (QE) non sarà dunque immediato e così l'euro recupera nei confronti del dollaro (anche se marginalmente e non cambia la situazione generale in modo sostanziale, almeno per ora), lo spread Btp/Bund sale a 142 punti (rendimento al 2,34%) e le borse scendono (in alcuni casi, Italia in prima linea, già strutturalmente più debole di altri, tracollano).


Del resto, il QE farebbe nascere parecchi problemi in Germania, sia a livello di politica sia di eventuali pareri della Corte Costituzionale, e questo è un dato ormai assodato da parecchio tempo ma, soprattutto, la Bce si riserva questa arma strategica molto importante per usarla nel caso che la situazione in futuro possa essere effettivamente compromessa. Quello che a mio avviso non quadra, però, è: la Grecia è fallita, il Portogallo anche e nonostante la Troika abbia dato l’impressione di far qualcosa in merito, Cipro è nei guai, l’Italia è penosamente allo sbando e la Francia ha annunciato di non farcela più e di non voler rispettare i limiti imposti dalla Germania e che causano impoverimento e depressione; la Spagna si illude di essere uscita dal baratro ma si renderà conto molto presto che le cose stanno in altri termini, visto le concessioni che ha dovuto fare soprattutto in materia di lavoro (e gli stranieri godono), qualche altro Paese (Olanda e Belgio, per esempio) riescono a mantenersi a galla ma non certamente con eccellenza e non con l’approvazione unanime dei loro cittadini … mi piacerebbe sapere, secondo Draghi e i suoi consulenti, quando la situazione sarà critica abbastanza per intervenire.

Invito a meditare su un concetto interessante: gli USA, a differenza nostra, anni fa hanno messo in campo le loro armi migliori, sicuramente con grande sacrifico dal lato finanziario, economico e politico, generando tuttavia un flusso di risorse in grado prima di calmierare la crisi e, in tempi ragionevolmente brevi, di creare ripresa, lavoro e denaro. Questo la dice lunga, lunghissima, sulle carenze strutturali e di governance della nostra immatura “confederazione” di Paesi tanto distanti tra loro (e non intendo solo o principalmente a livello culturale, perché anche negli USA ci sono differenze sostanziali tra i vari Stati) e capeggiati dalla Germania che, dimenticando i vantaggi avuti dalla costituzione dall’Eurozona e della sua valuta, cerca di imporre la sua politica a tutti, invece di creare punti di incontro da cui creare le basi e partire per una reale unificazione di valori, economici e non. Pertanto, mi chiedo questo: quando la FED chiuderà i rubinetti e lascerà che l’economia torni ad alimentarsi da sola ci saranno, almeno nell’immediato (in seguito vedremo, è difficile pronosticarlo anche per i migliori economisti) potrebbero esserci degli sviluppi negativi, questo credo sia chiaro, che rischieranno di creare contraccolpi anche nel resto del mondo economico, considerando anche che la Cina non è quella di cinque o sei anni fa e il Giappone ancora latita (se non peggiora), mentre l’India ancora è lontana dal potersi mettere sulle spalle il traino della world-economy. Detto questo, decidere di usare solo allora gli “strumenti non convenzionali” così spesso nominati da Draghi potrebbe essere un inutile lavoro di sostentamento di una situazione ormai degenerata e che, complice il potenziale contraccolpo di cui sopra, rischierebbe di diventare, allora si, incontrollabile e troppo ampiamente destabilizzata per poter essere ricostituita se non parzialmente e solo per, come si suol, dire, metterci una pezza, dare un po’ di morfina a un malato terminale in attesa che sopraggiunga la morte risolutiva.

Ovviamente non me lo auguro ma, talvolta, l’unico modo per risollevare una situazione insostenibile è quella di farla crollare e poi ricostruirla da capo … E credo fermamente che l’Italia, nello specifico, non abbia realmente bisogno di aiuti economici e finanziari (ne necessiterebbe ma sarebbero una monetina in un salvadanaio bucato) che, purtroppo, sarebbero subito divorati dall’apparato politico nullafacente e corrotto come oggi ormai lo conosciamo benissimo e che, nel nostro paesello, purtroppo non fa nemmeno più notizia, tanto ne siamo assuefatti, bensì di una vera e propria troika (ma reale, seria e non solo propositiva ma anche operativa) per radere al suolo e ricostruire integralmente l’apparato pubblico e politico italiano, fonte primaria di tutti i mali dello stivale. Dare efficienza alla struttura burocratica, risparmiare centinai di miliardi l’anno e rivoluzionare la politica italiana annullerebbe radicalmente i problemi del nostro Paese e sarebbe l’unica alternativa ad una dittatura risolutiva. Salvo, ovviamente, che non sia più accettabile affogare lentamente come, da tempo, stiamo facendo …

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Alibaba

 

La quotazione sul mercato statunitense ha portato Alibaba (220/230 miliardi di dollari di capitalizzazione) nella Top 5 delle grandi multinazionali del settore tecnologico, preceduta solo da Apple (600 miliardi di dollari circa), Google (400 miliardi circa) e Microsoft (380 miliardi), prima di società del calibro di Facebook (circa 200 miliardi) e IBM (190 miliardi).

 

La società nasce per opera del suo fondatore, Jack Ma che, nel 1995, parte per gli USA per passione ma, soprattutto, per cercare di entrare in quel mondo ancora del tutto sconosciuto nel suo Paese: internet. Le sue conoscenze e le sue capacità imprenditoriali (e l’aiuto delle banche finanziatrici, a differenza di quel che accade in Italia dove puoi avere denaro in prestito, a tassi stratosferici,  solo se ne hai altrettanto da mettere a garanzia, altrimenti tanto vale rivolgersi agli strozzini …) gli permettono di creare, solo due anni più tardi, la prima, innovativa start-up tutta cinese: Alibaba, appunto, un progetto creato in simbiosi con altre società che ha alla base il concetto di B2B, il commercio tra aziende, per creare una rete di servizi, una piattaforma per i rapporti di import-export tra la Cina e il resto del mondo, adatta soprattutto alle piccole-medie imprese, che sfruttano questa piattaforma per avere una vetrina che li rende visibili nel mercato delle multinazionali.

 

Nel 2003 Jack Ma crea Taobao, sito per lo shopping online simile a eBay e Amazon, che fa crescere la popolarità del sito e attira le attenzioni non solo degli USA, ma anche degli stessi colossi e-Bay e Yahoo!. 
Sarà Yahoo!, infatti,  a diventare azionista di maggioranza, arrivando a possedere oltre il 20% della società; altro socio di peso è la banca giapponese SoftBank Corp. con il 34,4% delle azioni, aggiungendosi al fondatore e al suo socio, Joseph Tsai.

Ali play  (un sistema di pagamento simile a Paypal che attualmente copre la metà delle transazioni economiche online in Cina), Cebo (sistema di microblogging) e Alibaba Picture Group, società che investe nel settore cinematografico sono le successive creature che compongono il gruppo nato dalla società madre e che, a oggi, fa utili per miliardi di dollari, rendendo il suo fondatore l’uomo più ricco della Cina. Questi dati e l’attesa spasmodica hanno fatto di Alibaba la IPO più ricca della storia, anche se non tutti sembrano così entusiasti.

Qualcuno, infatti, sembra frenare i facili entusiasti relativi all’offerta. Aswath Damodaran, professore di Finanza alla New York University's Stern School of Businessnon è convinto che acquistarne le azioni non si traduca automaticamente in un successo per l’investitore,  perché  in realtà non si riceve una reale quota della società ma solo della scatola che contiene la società a sua volta controllata da forze economiche e politiche direttamente connesse con il consiglio di amministrazione; secondo il professore, dunque, l’investitore comprerebbe azioni per essere considerato un azionista di seconda scelta che dovrebbe correre il rischio di scelte strategiche forse non così consapevoli perché, appunto, gestite in modo avulso dal contesto tecnologico di cui la società fa parte. Inoltre,  il suo modello di business, così efficiente in Cina,  in una prospettiva globale potrebbe non dare i risultati sperati;  è vero che Alibaba ricopre oltre tre quarti della quota di mercato cinese ma, in un mercato così ampio nel quale le regole della concorrenza sono pressoché inesistenti, la realtà dei fatti rischia di essere falsata e non rappresentativa di un orizzonte mondiale così diverso per struttura e definizione.

Sono sicuramente timori fondati ma, almeno in parte, dettati presumibilmente anche dal pregiudizio scaturito dalla paura dell’invasione cinese dei mercati mondiali a trecentosessanta gradi; certo è che se è vero che la società ha raggiunto una enorme capitalizzazione e un giro d’affari impressionanti e, dunque, parrebbe destinata a fare da padrona anche sugli altri mercati, l’impatto con una realtà diversa e una vera oltre che agguerrita concorrenza potrebbe, almeno all’inizio, frenarne le mire espansionistiche future.

Chi vivrà vedrà …

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Non ci resta che piangere

In questi giorni IL Messaggero ha pubblicato  una notizia secondo la quale l’Europa chiede all’Italia di alzare (drasticamente) le aliquote IVA più basse; in particolare, si tratterebbe di portare l’iva dal 4% al 10%, giusto il 150% di aumento. Ricordo a tutti che l’iva al 4% è considerata agevolata e, pertanto, è normalmente utilizzata come imposta su molti beni di prima necessità (prima casa, cibi di consumo giornaliero come pane, latte, frutta e verdura ecc., ritenuti necessari per la salute e la crescita, ecc.) , non certamente su beni di lusso o futili.

 

Non paghi, dunque, dei rincari di Monti (due, anche se il secondo arrivò con il governo Letta che però, poveretto, poco aveva da fare visto che era Premier solo di nome) che portarono dal 20% al 22% l’iva superiore, ora si potrebbe avere questo ennesimo regalo da Renzi che, da quando è al governo, altro non ha fatto che aumentare le tasse e crearne di nuove, abbassando sempre il capo di fronte alle richieste delle UE, oltretutto … Secondo altre indiscrezioni, i tecnici del Tesoro avrebbero studiato un piano per alzare di tre punti percentuali le due aliquote più alte, in modo da ottenere risorse con le quali tagliare le tasse sul lavoro (probabilmente l’ennesima bufala).

Le ipotesi sul tavolo sono diverse. Il gettito prodotto dal rincaro potrebbe essere impiegato per estendere il bonus da 80 euro anche ad altre categorie come, per esempio, gli incapienti (ovvero i lavoratori che non pagano l’Irpef perché guadagnano meno di otto mila euro lordi l'anno), pensionati e partite Iva. Un’altra ipotesi prevede invece d’impiegare le risorse aggiuntive per tagliare il cuneo fiscale a carico dei lavoratori (Irpef) e/o delle imprese (Irap), un provvedimento che tutti hanno sbandierato come imminente, da almeno 15/20 anni a questa parte, con il risultato che le tasse sono sempre aumentate invece di diminuire.

 

Ci risiamo, dunque: dopo tutti i proclami (rimasti tali) di Renzi prima di diventare Premier, subito dopo l’insediamento e gli attuali (in pratica proclami di cambiamenti storici da sempre), le uniche due cose che è riuscito a fare sono state la riforma del Senato della Repubblica (che ancora subirà aggiustamenti, figuriamoci, e alla fine non ci darà alcun vantaggio, in tutti i sensi …) e una marea di nuove o rinnovate tasse e imposte!

 

La prima cosa da fare, non certo l’unica, ma la più urgente che, a seguire, concatenerebbe una serie di sviluppi che non solo agevolerebbe il sistema produttivo italiano ma, contestualmente, faciliterebbe ogni altra riforma e provvedimento, sarebbe un sostanziale incentivo allo sviluppo economico; invece, il buon Matteo, non appena trova qualche risorsa (si fa per dire, “trova”, le recupera tutte sulle nostre spalle, per ora spalle, fra poco teste!) la utilizza per dare quattro soldi a una parte di lavoratori italiani che, ovviamente, si vedono immediatamente decurtare l’obolo con le nuove tasse imposte allo scopo. Per gli altri, che non ricevono l’obolo, solo nuove tasse senza compensazione: un po’ come andare in prigione senza passare dal via!

 

Sviluppo zero, incentivi zero, lavoro zero, agevolazioni zero … nuove tasse, imposte e prelievi a pieno regime e tutto per ordine dell' Europa tedesca. Si parla sempre con più insistenza della troika che potrebbe arrivare in Italia, ma agli italiani sembra che sia già arrivata da un pezzo!

 

L’Italia è morta, viva l’Italia!!

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Tedeschi: brava gente ...

La Germania ritiene che l’ulteriore abbassamento dei tassi Ue a zero e il programma di acquisti di titoli cartolarizzati  ABS sia un vantaggio esclusivamente per i Paesi economicamente e finanziariamente deboli dell’Area Euro, quelli, secondo i crucchi, che non hanno saputo gestire le risorse nazionali e non hanno concretizzato in alcun modo le riforme strutturali necessarie a risollevarne le sorti. Francia e Italia sono quindi nell’occhio del ciclone germanico, mentre la Spagna, ne sono convinti, si è ormai messa in regola.

Portavoce di questo dissenso è Jens Weidmann, presidente della Bundesbank, che ha votato no contro la proposta del presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi, evidenziando la chiara frattura tra l’èlite della finanza tedesca e la presidenza della BCE. 

La stessa direzione è stata presa dalla stampa tedesca che ha definito Draghi un disperato in cerca di magie, un disastro finanziario destinato a privare molti risparmiatori dei loro beni e dei loro investimenti, evocando scenari da film horror … anche alcuni analisti finanziari hanno sostenuto che Draghi stia solo buttando nella spazzatura miliardi di euro che, sempre secondo i loro autorevoli pareri, non sortiranno alcun beneficio, anzi serviranno solo a peggiorare le cose. Hans-Werner Sinn, direttore del centro studi Ifo, immancabile quando si tratta di criticare mosse espansive della Bce: "Il taglio ai tassi sarà inefficace - sentenzia -. La Bce ha fatto un gran polverone ma si è mossa troppo presto e ha tagliato troppo i tassi". La numero uno dell'associazione delle banche a controllo pubblico tedesco, Liane Buchholz, ha definito il taglio dei tassi come un modo di offrire euro "in saldo di fine estate". E sostiene che servirà a poco per rafforzare il credito alle imprese medio-piccole, mentre la Bce ha raggiunto il limite dei suoi interventi.  Secondo il quotidiano Frankfurter Allgemeine Zeitung, la Bce acquisterebbe anche i rischi insiti nei crediti su cui si basano le emissioni.
 

Ci risiamo: mentre la FED, da anni, ha promosso e, meno intensamente, continua a promuovere iniziative ben più pesanti della BCE sul piano dell’immissione di liquidità sui mercati finanziari, la Germania insiste sul fatto che queste misure, già di per sé meno ampie di quelle americane (e di molto) non servano e, anzi, siano peggiorative della già drammatica situazione economica europea.

E’ la solita storia: noi crucchi siamo bravi, noi crucchi siamo belli, noi crucchi siamo puliti, noi crucchi siamo onesti ecc.; il resto d’Europa, invece, è fatto di pizza, pasta, mandolino, isole per farci le vacanze, bagni senza bidet e persone corrotte … 

Peccato che le maggiori sporcacciate le abbiano fatte proprio loro quando si sono creati una valuta ad hoc, delle leggi e regolamenti interni all’Area Euro ad hoc, delle direttive ad hoc .. alla faccia della trasparenza e dell’onestà. LORO decidono chi val la pena di salvare con fior fior di miliardi e chi no, e su che basi? Beh, ovvio, dipende da quanti investimenti le loro banche hanno in quel paese! 

Peppino Prisco, “maledetto” interista (un difetto congenito), diceva sempre: “quando stringo la mano a un milanista me la lavo, quando la stringo a uno juventino mi conto le dita …”.  

Io aggiungerei: “quando ti stringe la mano un tedesco preparati, ti tradirà presto…” 

 

Buon trading e un saluto particolare agli amici teutonici.

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Italia: ristrutturazione del debito ultima spiaggia?

L’economista indiano e Professore di Economia internazionale all’Università di Princeton, Ashoka Mody, butta benzina sul fuoco affermando l’impossibilità dell’Italia di sostenere l’enorme debito pubblico che, nonostante l’ormai famosa spending review annunciata e reclamizzata (rivelatasi la solita bufala), aumenta incessantemente a suon di miliardi. Secondo l’economista, Renzi starebbe inutilmente consumando il suo tempo e la pelle degli italiani a concentrarsi sulla richiesta all’Europa di una maggiore flessibilità del Patto di stabilità. Fa notare che il problema della flessibilità dura da troppo tempo e i tentativi di riottenerla sono inutili e non porteranno ad alcun risultato positivo, anzi. Ma, anche se la si riuscisse ad ottenere, i risultati positivi sarebbero modesti e gli effetti ben poco duraturi.

A questo aggiunge il fatto che, probabilmente, la crescita nell’Area Euro sarà inferiore alle attese, soprattutto in Italia e, anche per questo, l’unica soluzione plausibile per il nostro Paese sarebbe quella di ristrutturare il debito, coinvolgendo i privati nelle perdite derivanti da tale azione; Mody ammette che non è cosa facile, questa, ed evidentemente non ha idea di chi siano gli investitori italiani, soprattutto come sono diventati dopo anni di devastazione fiscale e continua appropriazioni da parte dello stato dei sudati risparmi dei cittadini. In aggiunta, ritiene che l’Euro sia una valuta troppo forte in questo momento e, soprattutto, artificialmente sostenuta senza la dovuta copertura dell’economia reale.

L’eventuale soluzione proposta potrebbe essere sulla falsariga della ristrutturazione Greca ma, potenzialmente, molto meno drastica: l’Italia, infatti, potrebbe anche ragionare su proposte mirate ad allungare la scadenza e non all’abbattimento del valore nominale (che in GRECIA arrivò a più del 50%), oltre, ovviamente, ad un abbattimento del rendimento cedolare dei BTP.

 

Ovviamente, qualora si procedesse in tale direzione, la fiducia dei mercati sarebbe irrimediabilmente compromessa per diversi anni, forse decenni, tramutandosi in un premio per il rischio maggiore di quello odierno e in una minore domanda dei nostri bond. E, soprattutto, Il timore è che una ristrutturazione possa portare negli anni a ricostituire il debito iniziale, a causa dei maggiori oneri per il suo rifinanziamento e, soprattutto, dell’incompetenza della nostra classe politica che. Come unica capacità, sembra avere quella di dare poco e nulla e togliere tutto o quasi. Senza crescita e risanamento, non servirà a nulla nemmeno cancellare il debito. 

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Rumors su FIAT

Le difficoltà del settore auto, da qualche anno ormai, sono note a tutti, salvo casi particolari e settori di nicchia. La voce che girano in queste ore, relative ad un possibile interesse da parte del Gruppo Volkswagen per l'acquisizione di una quota di Fiat-Chrysler, è seguita con estrema attenzione dagli operatori finanziari proprio perché potrebbe smuovere e non poco le acque in un settore statico e problematico, sia per i mercati finanziari e i grossi investitori, sia per le case automobilistiche stesse. E’ evidente, dunque, che qualsiasi operazione, presunta, fattibile o anche solo millantata, porta la questione sotto i riflettori e attiva tutta una serie di calcoli e supposizioni tra chi migliorerebbe i proprio conti economici, quanto ne beneficerebbero i concorrenti di settore e come potrebbe influenzare il mercato dell’auto, economicamente e finanziariamente. Da qui, dunque, un’inaspettata forza del titolo FIAT sul nostro listino, per buona parte del tempo in netta controtendenza rispetto al mercato principale.

Poco dopo è arrivata la smentita da parte dell’azienda oggetto del presunto interesse germanico: "Fiat dichiara di non aver intrattenuto discussioni con Volkswagen per una possibile fusione". In realtà, quello che è successo di concreto dovrebbe essere un semplice incontro tra i principali azionisti dei due gruppi, condizione che non necessariamente dovrebbe portare all’interesse di Volkswagen ad acquisire quote di Fiat. Certo è che qualche buon motivo per incontrarsi lo avranno pure avuto e, del resto, non si è mai sentito un’azienda confermare certe “voci” sin dai primi rumors, nell’interesse soprattutto proprio e della proprietà/dirigenza.

Va anche considerato che potrebbe essere ancora vivo l’interesse manifestato tempo fa dai tedeschi per l’Alfa Romeo, dopo che Volkswagen non era riuscita mettere le mani su Chrysler, acquisizione ideale per ridare slancio alle vendite nel nord America dove, negli ultimi anni, le cose non vanno certamente molto bene.


Quindi, nonostante le smentite (e altre ne seguiranno, qualora dovesse esserci qualcosa di vero in ballo …), potrebbe valere la pena di seguire da vicino le evoluzioni dei due titoli principali sui rispettivi listini. In questo i fondamentali non ci possono dare aiuto in quanto, qualora dovesse concretizzarsi una fusione o un’acquisizione, i conti si potrebbero solo fare alla fine o, eventualmente, prospettarli in base a più congetture e, dunque, salvo l’intervento di una buona dose di fortuna sfacciata, gli stessi potrebbero dimostrarsi poi ben lontani dalle aspettative. Il che li renderebbe utili solo per eventualmente investire sui titoli a operazione conclusa e, qualora ne valesse la pena, in qualità di cassettista per il lungo termine. Tecnicamente, invece, si potrebbe verificare di frequente eventuali movimenti al di fuori della media dei titoli in generale e con riferimento al periodo attuale, breve e medio termine, con un’attenzione particolare ai volumi scambiati.

Grafico di lungo termine    

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Argentina: nuovo default?

L’Argentina ha tentato di risolvere la questione dei tango-bond depositando alla Bank of New York 539 milioni di dollari al fine di pagare i detentori dei titoli del suo debito che, ai tempi della ristrutturazione, ne accettarono le clausole. La causa, intentata da alcuni fondi USA, ha visto uscirne questi ultimi come vincitori e, dunque, la sentenza recentemente emessa imporrebbe a Buenos Aires di pagare “tutti” i debitori e non solo coloro che assecondarono le proposte finanziarie di allora.  Tra questi, un gruppo di Hedge fund ha fatto la voce grossa e richiesto il rimborso di tutto il capitale investito: se ci sono i soldi per pagare i debitori, dice la sentenza, è illegale che vengano favoriti coloro che accettarono le penalizzanti condizioni del governo argentino. Il denaro è dunque bloccato nelle casse della banca americana che gestisce il pagamento dei capitali ai detentori dei bond e non potrà essere smobilizzato; a partire dal giorno di scadenza dell’ipotetico rimborso, 30 giugno, dunque, il giudice ha concesso un mese di tempo per la risoluzione del problema così come negli intenti usciti dalla sentenza e, passato il periodo di trenta giorni, verrà dichiarato il default dell’Argentina. Ma se anche Buenos Aires deciderà di pagare, l’esborso potrebbe essere di oltre 120 miliardi, cifra che, in questo momento e in queste condizioni, porterebbe il Paese in default tecnico. E se deciderà di pagare, i detentori dei bond ristrutturati avranno il diritto, in base alla clausola RUFO (Right upon future offers) , di richiedere rimborsi anche maggiori.

Insomma, viste le premesse, tra meno di un mese da oggi uno scommettitore potrebbe puntare sul default con un potenziale vantaggio di 2 a 1 …

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Mercati e previsioni

Iniziano, in questa prima metà del mese di luglio, le pubblicazioni delle trimestrali delle aziende quotate sui listini americani; le attese, secondo gli analisti, sono per un aumento medio degli utili del 6/6,5% ma, quasi sicuramente, in deciso aumento per i prossimi due trimestri dell’anno che potrebbero far segnare, rispettivamente, un +11% e un +12% circa (da quasi tre anni la performance media non supera il 10%). Un dato negativo, invece, potrebbe arrivare dal sistema bancario: secondo il Financial Times, infatti, i mancati introiti derivanti dal trading sul reddito fisso e le incertezze nel settore mutui, che già nel primo trimestre avevano penalizzato alcuni istituti, dovrebbero pesare anche sui conti secondo trimestre. Risvolti positivi, invece, dovrebbero arrivare dall'aumento del credito alle aziende e ai consumatori.

Sull’onda della continua tenuta degli utili, i listini d’oltreoceano continuano incessantemente a far registrare nuovi massimi, primo fra tutti lo storico Dow Jones che ha superato la soglia dei 17 mila punti. Per logica, il continuo rialzo delle borse potrebbe essere giustificato dalla crescita degli utili aziendali; c’è tuttavia da considerare che, almeno per il momento, i dati macroeconomici, almeno nella loro componente maggioritaria, sono stati favoriti dal concreto e ampio intervento delle autorità monetarie nazionali e, dunque, pur non essendo falsati, potrebbero essere stati (ed esserlo ancora) pesantemente condizionati da questi interventi. L’economia reale, infatti, potrebbe aver creato una crescita mediamente sostenibile grazie alla liquidità e agli artifici della FED ma, una volta che gli interventi dovessero essere contingentati o, infine, sospesi totalmente, la situazione economico-finanziaria potrebbe risentirne. Quanto, dipenderà molto dalla velocità con la quale la ripresa si sarà avviata nel frattempo; il settore immobiliare, la concessione dei mutui e del credito al consumo e la ripresa della domanda interna di beni e servizi andrà attentamente valutata nei due/tre trimestri successivi alla risoluzione della politica interventista della Banca Centrale e se la condizione che si sarà creata non sarà in grado di giustificare la crescita anche degli utili aziendali, ecco che si potrebbe prospettare all’orizzonte una nuova bolla speculativa ma, questa volta, costruita non tanto dalla speculazione pura ma da un eccessivo sostentamento governativo. E’ infatti molto sottile, a mio avviso, la linea di divisione dall’enorme utilità che un intervento massiccio, come quello attuale, può dare all’economia dalla messa in opera delle basi per una sicura nuova debacle su vasta scala.

Sulla sostenibilità del rialzo a oltranza si specula, come sempre si è fatto: chi lo giustifica proprio con gli utili in aumento anche per il futuro, chi con la continuazione della ripresa economica grazie al sostegno della FED, chi lo spiega con il fatto che il sentiment generale ancora non è estremo (il detto che quando anche la vecchietta pensionata corre in banca a investire in azioni è ora di vendere tutto rimane uno di quelli che continua ad andare per la maggiore). Molti analisti ed economisti, invece, incoraggiano a oltranza o anticipano possibili disastri che, inevitabilmente, prima o poi si verificheranno (si, ma quando?), potendo poi affermare con nonchalance, anche se avverrà molto, molto tempo dopo la previsione, che era inevitabile, lo avevano previsto con il giusto anticipo, ecc. C’è chi cerca di spiegare rialzi e ribassi con i cicli ma, a mio avviso, nessuno è mai riuscito a definire un forte rialzo o un forte ribasso per due o tre volte consecutive; la maggior parte degli scrittori di libri di trading o economici basa la sua fama per aver “azzeccato” un movimento importante ma difficilmente lo stesso autore si è poi ripetuto con costanza (ma accetto smentite, purché siano sul futuro immediato e non sul passato o su enigmatiche previsioni passate buttate qua e là a beneficio di un pubblico d’occasione).

Di fatto, i mercati si muovono al rialzo o al ribasso per causa del consenso (reale, finanziario) o meno degli operatori, non in base alle previsioni più disparate e questo, oltre che essere un dato di fatto, è anche il fattore logico più comprensibile e più determinante: si sale se gli operatori comprano e gli operatori comprano quando hanno fiducia nel futuro delle quotazioni; si scende quando gli operatori vendono e gli stessi operatori vendono quando ritengono che non ci sia più spazio per il rialzo. Quando la massa dei venditori supera quella dei compratori la tendenza diventa ribassista, dunque, e quando i detentori di azioni rimasti non vendono più perché ritengono che i prezzi siano troppo bassi o, altri, perché non trovano a chi vendere, solitamente si verificano le crisi dei mercati finanziari che, rapidamente e con enormi strascichi, chiudono gli storni con spettacolari “sciacquate” finali; viceversa, quando chi detiene le azioni non vende perché continua a credere al rialzo e chi decide di vendere lo fa solo a prezzi via via superiori e, una volta venduto, si pente e rientra pagando pegno a causa di quotazioni più elevate, normalmente si pongono buone basi per una bolla speculativa. Cosa ci può aiutare, dunque? Se omettiamo la fortuna (del principiante o del recidivo), direi che può essere utile studiare il comportamento passato dei mercati finanziari, anche se l’evoluzione continua e sempre più veloce rischia di rendere obsolete anche strutture ripetitive dei movimenti di mercato fino a pochi anni fa ritenute intoccabili; la statistica, unita all’analisi tecnica, è a mio avviso uno dei pochissimi elementi in grado di permetterci di lavorare sui mercati con un’attenzione sempre attiva e ben definita al rischio ed al suo rapporto con il potenziale rendimento. Nessun preconcetto deve farsi strada nel trader operativo: i prezzi sono di gran lunga più importanti di qualsiasi altro fattore perché sono i prezzi dei mercati a farvi guadagnare o perdere soldi. Bisogna ricordare, infatti, che un analista non deve fissare uno stop-loss o un livello di profit, tenderà semplicemente a dirvi che il mercato permane in condizione positiva o in condizione negativa, che ci sono supporti e resistenze in certe aree ma non vi dirà mai dove comprare/vendere, dove stoppare e dove beneficiare quella posizione e non vedrà scendere il proprio conto di trading quando sbaglierà grossolanamente una indicazione; un economista si sentirà realizzato quando avrà previsto un rialzo op un ribasso anche a distanza di anni, perché è una figura che, per indole, funziona quasi sempre a scoppio ritardato, troppo ritardato per un trader. Quindi, quando sentirete dire che si deve sempre operare in favore del trend (“Trend is your frend”) dovreste sapere che la statistica è chiaramente dalla parte di questo assunto , ma che è altrettanto vero che lo stesso è valido fino a che il trend non è finito o non sta per finire, situazione che nessuno prevederà in tempi sufficientemente idonei a non farvi rischiare la bancarotta quando, dopo alcune entrate positivamente concluse, entrerete proprio a ridosso del picco e da lì in poi la discesa sarà talmente veloce e talmente profonda da immobilizzare le vostre idee e i vostri capitali.

Ognuno dovrebbe dunque partire dalle basi dell’analisi dei mercati e sviluppare una propria strategia non certamente universalmente valida ma legata alle molte variabili che ogni trader dovrà tenere presente su basi personali: capitale disponibile, capacità di risparmio, età, esperienza, propensione al rischio e capacità di sopportare lo stress nei periodi difficili. Inoltre, a mio avviso, sarebbe sempre buona cosa operare con la consapevolezza che quella potrebbe essere l’operazione sbagliata, quindi usare la testa per proteggersi contro eventuali errori e ugualmente usarla per elaborare il piano di uscita in profitto; troppo spesso, infatti, si è tentati di chiudere in fretta una posizione positiva e di mantenere una posizione in perdita con la speranza (parola bandita nel trading!) di vedere recuperare il loss.

Allego un grafico settimanale del DJ Industrial; è evidente come la tendenza di fondo sia ancora ampiamente negativa per il lungo e per il medio-lungo termine ed il supporto più immediato, valido principalmente per il medio termine, è distante e si rileva a 15500/15800 punti circa. Per il breve termine, invece, si potrà valutare un’eventuale rottura (confermata) sotto 16600/16700 punti: un break qualificato potrebbe riportare le quotazioni sul suddetto supporto di medi periodo, almeno.

 

 

BCE - Non pervenuta

La Banca Centrale Europea, nella riunione del 3 luglio 2014, ha lasciato il tasso d'interesse di riferimento invariato al minimo storico dello 0,15%, evento ampiamente atteso dopo il recente taglio. Rimane l’impegno, ribadito e confortato da ulteriori dichiarazioni, di eventuali nuovi prestiti a lungo termine alle banche condizionati al credito a famiglie e imprese; i Tltro potrebbero raggiungere la ragguardevole cifra di 1.000 miliardi di euro.

Dunque, Draghi continua con la sua politica del bastone e la carota: qualcosa fa, poco per volta, quindi promette di tirar fuori l’artiglieria pesante, nel frattempo promuove una lenta e strascicante ripresa economica europea.  La Bce, ha precisato Draghi, prenderà nuove misure, se necessarie, per combattere un periodo troppo prolungato di bassa inflazione. Ma la bassa inflazione, con l’economia attuale, soprattutto nei paesi del sud-Europa, è l’unica cosa che tiene a galla il 60% delle famiglie, grazie alla tenuta dei prezzi che non fanno registrare aumenti, se non marginali, di buona parte dei beni primari. Facilitare un incremento dell’inflazione senza il sostegno di una forte ripresa economica consentirebbe di aumentare ancora, come se ce ne fosse bisogno, la forbice tra i cittadini benestanti o ricchi e i disagiati.


La BCE, dunque, manterrà i gli attuali bassi tassi d'interesse per un periodo prolungato, con una ripresa moderata e se la bassa inflazione continuerà a persistere. E’ quanto pronunciato a voce alta ormai da tempo, niente di nuovo; del resto, non è pensabile che si possa decidere di alzare i tassi con una ripresa inesistenze o modestissima, a meno di non voler ridurre gli Stati più indebitati a servi di uno o pochi padroni che si arricchirebbero ulteriormente a loro scapito e di voler costringere milioni di cittadini a emigrare oltreoceano.

Dal prossimo anno la BCE si riunirà ogni sei settimane, invece di quattro volte l’anno come ora, e ne verranno pubblicati regolarmente i verbali.  Anche in questo caso non si capisce l’utilità del cambiamento, almeno fino a che Draghi rimarrà al timone della Banca Centrale: riunirsi più del doppio delle volte di quanto succede ora per ribadire in continuazione le solite promesse potrebbe essere semplicemente un inutile costo aggiuntivo per l’Europa.


Draghi ha inoltre spiegato che la Bce monitorerà con attenzione le ripercussioni della situazione contingente e di ogni manovra, presunta o effettiva, sul tasso di cambio dell'euro. Curioso, considerando che con un’economia debolissima siamo costretti a “subire” un euro molto forte che limita, e non poco, buona parte dei settori che potrebbero invece determinare un miglioramento sostanziale della crescita nell’Area Euro e che non sono compensati, se non in parte, da quelli che ne beneficiano.

Poi un monito: i Paesi dell'Eurozona, secondo Draghi, dovranno continuare ad attuare il rispetto dei patti Ue, requisito fondamentale per abbattere il debito e  non devono allentare gli sforzi di aggiustamento dei bilanci, rilanciando la crescita con riforme strutturali e con un consolidamento dei conti favorevole alla crescita.  

In buona sostanza Draghi non ha annunciato alcuna nuova né buona novella: continueranno gli aiuti alle banche (facendo credere che, a cascata, siano aiuti alle famiglie e imprese, cosa mai successa fino ad ora e non si capisce perché dovrebbe cambiare da ora in avanti); gli Stati, per ridurre il debito e rispettare il pareggio di bilancio senza poter stampare né adottare manovre al di fuori dei patti UE, avranno sempre e solo la solita arma a disposizione: tassare, tassare, tassare …

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Roubini

L’economista Nouriel Roubini, noto per il suo pessimismo oltranza, ha recentemente parlato di mercati schizofrenici e poco allineati con il reale stato di salute dell’economia USA. Il continuo rialzo degli indici azionari, in netto contrasto con la discesa dei rendimenti obbligazionari, lascia seri dubbi, secondo Roubini, sul fatto che l’economia sia veramente in una fase positiva tale da giustificare continui nuovi massimi storici in borsa; per l’investimento, nell’immediato, preferirebbe ampiamente l’obbligazionario, prevedendo possibili scossoni sia sull’economia che sui mercati azionari: “Ritengo ancora che la crescita economica possa sorprendere al ribasso”, ha detto, aggiungendo che “se l’azionario dovesse salire in modo consistente anche quest’anno, si entrerebbe in una fase precedente a quella di bolla”. Tra i rischi più alti che gravano sull’economia:

 

-il previsto rallentamento della Cina che potrebbe essere peggiore delle attese;

- rallentamento della crescita dei paesi emergenti;

- tensioni geopolitiche, come la crisi in Ucraina e l’iraq nonché l’espansione dei moti nazionalistici in diversi governi, soprattutto in Asia.

 

I recenti dati sull’inflazione cinese hanno suggerito che l’economia si sta raffreddando più velocemente di quanto previsto, mentre la crescita dell’occupazione negli USA non riesce a trovare ancora ritmi soddisfacenti, nel 2014. Roubini ha detto che, a differenza del 2008, quando le banche centrali avevano più strumenti, fino a quel momento inutilizzati o usati poco e raramente, per stimolare l’economia mondiale con il totale appoggio della politica, questa volta le armi a disposizione sarebbero molto più limitate in caso di necessità, soprattutto negli Stati Uniti (in Europa Draghi assicura di avere ancora mezzi in abbondanza ma tra il dire e il fare …); le azioni in materia di politica monetaria, messe in atto dalla Banca centrale europea (BCE), dalla Bank of England (BoE) e dalla Banca popolare cinese (PBoC) di recente hanno fatto poco per creare basi solide e ispiratrici di ampia fiducia nei mercati azionari globali. L’allentamento può solo temporaneamente alzare i prezzi degli asset mentre altre forze gravitazionali (come l’estrema debolezza dei fondamentali) sono destinati a dominare nel tempo, secondo la prospettiva di Roubini. Sembra esserci ben poco che le banche centrali possano fare per arrestare il rallentamento dell’economia mondiale.

 

 

 

Roubini è diventato famoso allorché predisse, sin dal 2005, la crisi immobiliare USA e il conseguente crollo dei listini azionari, puntualmente verificatisi dal 2007/2008. Da quel momento è stato sempre seguito con una certa attenzione e, tuttora, i suoi moniti non rimangono inascoltati sui media (e non solo).

 

Quindi dovremmo aspettarci un crollo dei mercati? Personalmente non lo so e, secondo me, non lo sa nemmeno l’economista in questione. In uno dei suoi interventi ufficiali intorno alla metà del 2012 Roubini aveva previsto che quattro elementi – la crescita in fase di stallo negli Stati Uniti, i problemi di debito in Europa, un rallentamento nei mercati emergenti, in particolare in Cina e il conflitto militare in Iran – si sarebbero combinati creando una tempesta economica, di portata globale, nel 2013. Il 2013 è passato e siamo a metà del 2014 ma più che una tempesta si sono visti ulteriori rialzi e nuovi massimi storici sui listini più importanti del pianeta. Insomma, proprio l’opposto.

 

Questo non significa che non potranno veramente accadere nuove catastrofi economiche o finanziarie e, potenzialmente, anche entro breve termine ma, in ogni caso, per essere obiettivi e credibili occorrerebbe non essere sempre pessimisti o sempre ottimisti altrimenti, è chiaro, si avrà sempre ragione, prima o poi. E si tenderà, sempre, a evidenziare il poi …

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FED come da copione

Le decisioni della Federal Reserve nella riunione del 18 giugno si sono rivelate perfettamente in linea con quanto preventivato nelle ultime settimane: tassi di interesse invariati e, dunque, sempre nel corridoio 0% - 0,25%, taglio di 10 mld di dollari al suo asset purchase program che porterà, quindi, a 35 miliardi gli acquisti di titoli di stato e di MBS su base mensile e mantenendo la rotta che dunque vedrebbe coincidere la fine dell’anno con la fine del Quantitative Easing3. Le stime di crescita del Pil USA sono state abbassate per quest’anno tra il  2,1 e il 2,3% rispetto alle stime precedenti che indicavano un possibile 2,8% - 3% su base annuale. Invariate, invece, le stime per il prossimo anno.

Punti positivi espressi su base finanziaria e sociale: continua l’incremento della ricchezza nazionale, ulteriormente aumentata negli ultimi mesi e potenzialmente pronta per un’ulteriore crescita grazie agli effetti della politica monetaria espansiva, di un carico fiscale contenuto e da un reale miglioramento dell’accesso al credito (tutto quello che manca all’Italia a causa della classe politica incapace, spesso corrotta e succube dell’Europa). Non ultimo, infine, i progressi ottenuti sul lato occupazionale: sono state comunicate nuove e migliorative stime che prospetterebbero un tasso di disoccupazione del 6% circa per il 2014 e del 5% per il 2015. Inflazione sotto controllo, per l’anno in corso, prevista tra 1,5% e 1,7%..

Ci sono state ampie rassicurazioni su tassi bassi ancora per lungo periodo, in ragione del fatto che l’economia rimane ancora “anemica”; una sorta di contraddizione considerando il fatto che l’abbassamento delle stime risulta imputabile soprattutto all’inverno disastroso e rileggendo le note positive nell’ambito della ricchezza personale (migliori sono i bilanci famigliari e più facilmente l’economia “gira”) e, in particolare, della continua progressione dell’incremento dei posti di lavoro. E’ dunque difficile capire come mai, visto i miglioramenti e le prospettive sicuramente positive su molti aspetti determinanti, la politica monetaria sia così accomodante: o le cose stanno esattamente come espresse e, allora, in tal modo si rischia (forse) di sostenere troppo questa ripresa e rischiare, in una successiva fase di slancio, di creare i presupposti per una nuova bolla finanziaria (non sarebbe molto distante da quanto successo nel 2008) oppure la FED ha convinzioni leggermente diverse da quanto esposto nella riunione e preferisce ammortizzare, da una parte e dall’altra, la situazione.

L’effetto è stato indubbiamente positivo sui prezzi: i mercati azionari sono saliti verso nuovi massimi accompagnati dai listini asiatici e da quelli europei, l’obbligazionario si è ripreso e il dollaro è stato interessato da nuove vendite che hanno favorito il recupero della valuta europea. Se un nulla di fatto della FED, ampiamente atteso, crea questa positività sui mercati è lecito attendersi qualche brutta sorpresa più avanti;  è mia convinzione che le notizie e le decisioni macroeconomiche riescano a motivare o demotivare gli operatori solo in parte e solo nel breve periodo e, dunque, a comandare i rialzi e i ribassi dei mercati sono quasi sempre gli eccessi che si sviluppano sui prezzi nel medio e nel lungo termine. Il ragionamento, personale, è questo: i mercati azionari, USA in particolare, sono aumentati e più che raddoppiati prima sugli eccessi ribassisti, poi sulle aspettative, quindi sulle conferme e, ora, continuano a salire sulle prospettive di un ulteriore miglioramento che, tuttavia, come dall’inizio, sta avvenendo a costo di un continuo sostegno all’economia nazionale e, di riflesso, a quella internazionale, nel caso degli Stati Uniti; ma per quanto tempo questa condizione sarà sostenibile? Esistono ancora le basi storiche che favorirono trend rialzisti lunghissimi e apparentemente solidi in ogni circostanza? Va ricordato che, negli ultimi decenni, ad ogni rialzo prolungato ha fatto seguito una discesa importante: 1987, 1992, 2000, 2007/2008; in tutti i casi la borsa americana arrivava da momenti di grandi rialzi sfociati in accelerazioni più o meno decise su ogni dato/notizia economico-finanziaria, brutta o bella che fosse: se positiva era un motivo per continuare a salire, se negativa si aprivano le porte per un intervento governativo degli organi preposti e, dunque, era un altrettanto buon motivo per continuare a comprare. Poi, le cose sono sempre andate diversamente; è certo che un mercato che sale e sale parecchio ha bisogno di tempo per fermarsi e poi scendere, ma non sempre si tratta di tempi lunghi, talvolta la “sciacquata” iniziale è forte come quella finale e coglie impreparati i non addetti ai lavori (istituzionali e grandi investitori). Quindi conviene godere ancora della situazione finché dura ma attenzione alle prime incongruenze che dovessero verificarsi da ora a fine anno.

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Alitalia return

Alitalia-Eithad è il binomio del momento. La società degli Emirati Arabi sarebbe disposta a fare un investimento mediamente importante e consistente in 650 milioni immediati e altrettanti, circa, nell’arco dei prossimi quattro anni. Per chi ha seguito anche solo superficialmente le avventure della nostra compagnia di bandiera, tanto prima dello “snellimento” inutile quanto negli anni successivi, non sarà facile comprendere come, una cifra del genere e apparentemente importante, in realtà non rappresenti granché se investita in una bagnarola che fa acqua da sempre e da tutte le parti. Infatti, se dopo che lo stato ha concesso ai nuovi proprietari una società con debiti azzerati (e accollandosi l’onere di milioni di euro di cassintegrati proprio per ridare slancio all’attività partendo, praticamente, da zero), quegli stessi proprietari si ritrovano ora nuovamente in braghe di tela, tanto che l’Eni ha più volte minacciato di chiudere i rubinetti del carburante, evidentemente sarebbe stato meglio lasciarla ai francesi che, seppure per una cifra non esaltante, perlomeno si accollavano onori (si fa per dire) e oneri (e, di oneri, Dio solo sa quanti ce n’erano!). Comunque, ormai è andata così e ora arrivano nuove proposte, come detto; proposte che non piacciono soprattutto ai sindacati, visto che si parla di altri 2250 esuberi. In pratica rischieremmo di aggiungere altri costi ai costi già elevati per la cassa integrazione da nababbi concessa ai dipendenti della vecchia Alitalia: sette anni, con cifre da capogiro soprattutto per i piloti (6/7 mila euro e più); i cassaintegrati di Alitalia-Cai (tra i sette e gli ottomila) sono sostenuti dall’Inps (che spende 12/13 milioni all’anno per loro) e in gran parte da una tassa d’imbarco che pagano tutti passeggeri in partenza (altri 300 e oltre milioni di euro). Dunque una cassa integrazione di lusso con elementi di iniquità oltre i limiti di comprensione umana, se non fossimo italiani!. Soldi per precari, partite Iva, disoccupati privi di un qualsiasi ammortizzatore sociale o ad interi settori merceologici e senza tetto forzati non ce ne sono, però si trovano 80 euro lordi in busta paga per chi una paga, comunque sia, ce l’ha e milioni di euro per questo scempio dell’Alitalia-old-style. Immaginiamoci altri 2250 esuberi!! In ogni caso nuovi (elevatissimi) costi che ricadranno sui contribuenti e si aggiungeranno ai precedenti già citati;  ad essi vanno sommati quelli dell’azzeramento dei crediti delle banche azioniste e creditrici (560 milioni) e che il governo si accollerà (come al solito). 

Due domande:

1)      Possono gli italiani accollarsi altri costi enormi per far vivere tranquilli altri 2250 ex-dipendenti del carrozzone e per regalare lauti guadagni ai proprietari che già in fase di acquisizione hanno avuto privilegi insperati, mentre milioni di persone non trovano lavoro, gli esodati ormai sono stati dimenticati (o quasi) e 1/5 dei cittadini vive a livelli quasi indecenti??

2)     Ma è proprio indispensabile, in Italia, una società che compre meno del 20% del trasporto passeggeri aereo, che succhia risorse di continuo a danno dei cittadini e che, mediamente, costa molto di più della maggior parte delle altre società operanti?

Meditate gente, meditate ….

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La nazionalizzazione, ai giorni nostri, ha motivo di essere presa in considerazione?

Le motivazioni di carattere economico riguardano soprattutto la necessità di porre rimedio laddove la proprietà privata non solo non riesce a soddisfare le esigenze della società con il corretto metodo dell’economicità di beni e servizi utili e indispensabili ma, addirittura, mette a rischio, a lungo andare, l’intero sistema di riferimento, rendendo insufficiente il criterio generale di convenienza privata, requisito principale che dovrebbe giustificare l’esistenza della privatizzazione stessa.

Vediamo da vicino, per esempio, la fornitura dei servizi quali acqua, energia ecc.

Un sistema privato che rifornisce l’utenza potrebbe non essere in grado di rispettare il criterio di economicità e, soprattutto, di non permettere un’equa redistribuzione del reddito, così come invece può/potrebbe assicurare la stessa fornitura nazionalizzata. Gli esempi sono molteplici: un’azienda acquista buona parte delle infrastrutture già esistenti (in caso di privatizzazione di un’attività fino a quel momento pubblica) e, una volta, acquisite, si pone in una condizione molto vicina al monopolio dal momento che le aziende arrivate in seguito disporranno di una parte minima e, potenzialmente, ulteriormente suddivisa tra di esse delle stesse infrastrutture residue; questa situazione la metterebbe  in condizioni di sfruttare la sua posizione privilegiata e costringere l’utente a tariffe eccessive ma, di fatto, obbligatorie (pena la cessazione del servizio) impedendo, come detto, una migliore redistribuzione del reddito in assenza di agevolazioni e riduzioni per le classi sociali con minori possibilità di spesa. Anche l’affidabilità dell’offerta sarebbe a rischio e sempre subordinata all’economicità di forniture per esempio, in zone particolari o relative a riparazioni ecc.

L’alternativa è, in realtà, quello che è successo negli ultimi decenni nei paesi occidentali soprattutto e per la maggior parte di questi servizi: privatizzazione ma con contestuale creazione di una serie di regole e leggi che le società private devono (dovrebbero) rispettare. Il problema principale, più che altro nel nostro paese (in altri paesi la severità di leggi e la certezza delle pene fa da ottimo deterrente), è il controllo del rispetto di tali leggi e regolamenti, così una società telefonica vi addebita spese di chiusura fornitura anche se non previste, vi fa attendere tempi assurdamente lunghi per riparare guasti che andrebbero riparati immediatamente ecc.

Un altro vantaggio di avere un servizio pubblico in questi settori sarebbe inevitabilmente la possibilità di sviluppo del sistema di fornitura e di distribuzione territoriale a prescindere dall’economicità del piano nel breve termine, non essendo lo scopo di lucro primario, permettendo così una visione a lungo termine dell’attività stessa. E’ un baluardo degli obiettivi di promozione della crescita economica e dello sviluppo sociale nelle aree e/o nei settori arretrati, quella crescita che manca ora proprio alla nostra italietta.

 A livello settoriale, poi, l'intervento diretto dello Stato nell'economia può essere mirato a stimolare settori strategici da una parte, ma anche a sostenere iniziative innovative e produttive in settori industriali trascurati. Non ultimo, si sosterrebbe pienamente la tutela del lavoro dipendente (se strutturato correttamente, non certo burocraticamente insostenibile o pieno di falle a livello economico e finanziario come avviene attualmente per la nostra pubblica amministrazione).

I settori operativi per la nazionalizzazione sono moltissimi: dallo sfruttamento delle risorse naturali (gas, petrolio ecc.) alla creazione delle vie di comunicazione (autostrade e ferrovie, aviazione civile), dai servizi di telefonia alle poste e all’industria di base. E molti altri ancora …

Pensiamo ora, se oltre ai principali servizi, si aggiungesse la nazionalizzazione del sistema bancario: La nazionalizzazione potrebbe consentire allo Stato di indirizzarne l’attività del credito verso obbiettivi  socialmente ed economicamente più utili del solo perseguimento del massimo profitto possibile. L’attività bancaria potrebbe perdere quasi tutta  la sua dimensione speculativa e orientarsi verso un maggiore collegamento dei servizi all’economia reale garantendo, in condizioni di sostenibilità per la banca stessa, l’accesso al credito, il finanziamento delle attività produttive, il sostegno a settori strategicamente importanti per il paese, permettendo la creazione di un tessuto socio-economico di massima funzionalità. Per non parlare della forza di uno Stato nei confronti della Banca Centrale, della sostenibilità del debito pubblico con risorse interne ecc.

Insomma, una sorta di paradiso in terra che garantirebbe benessere e continuità alla società ed all’economia, dopo una prima fase di costituzione. Ma, parimenti, metterebbe pressoché fine alle manipolazioni della politica e della finanza attuali e, dunque, improponibile, impresentabile e impossibile, visto che sarebbero proprio coloro che dovrebbero lavorare per noi a porre le basi definendo, di fatto, le nuove regole di onestà della classe dirigente attuale … praticamente: fantascienza!

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Giù i tassi

Crescita zero o molto limitata, inflazione sotto le attese (rischio deflazione?) e, probabilmente, in contrazione dall’1% allo 0,7%, prospettive generali deludenti …. Il taglio tassi da parte della BCE era un evento indubbiamente non (ulteriormente) procrastinabile, ma servirà realmente all’economia? Le misure adottate sono le seguenti, sia nell’effettivo che negli intenti:

 

-         taglio tassi di riferimento dallo 0,25% allo 0,15%;

-         tassi marginali giù allo 0,4% (dallo 0,75%);

-         tassi sui depositi ora in negativo allo -0,10%;

-         torte aperte in futuro al QE (l’ormai famosa politica di acquisto massiccio di titoli pubblici e privati con conseguente immissione di liquidità sul mercato (si parla “fino a 400 miliardi di euro”).

 

In aggiunta, la BCE ha annunciato nuove operazioni di rifinanziamento alle banche con lo scopo di permettere a quest’ultime di procedere, finalmente, negli aiuti alle famiglie e, soprattutto, alle imprese. Sono esclusi i mutui, ritenuti a rischio speculazione (la bolla immobiliare è uno spauracchio troppo grande in fasi come quella contingente); si cercherà, in tal modo, di creare un nuovo trampolino di lancio per la crescita economica che, ormai da anni, latita in quasi tutta l’Eurozona, con valori critici soprattutto nei periferici.

 

Ma tutte queste misure serviranno realmente? Sulla carta è possibile che la liquidità e la rassicurazione, l’ennesima, da parte delle Banca Centrale sul continuo e deciso supporto al sistema possano infondere nuova fiducia ma, in condizioni come quelle esistenti e con la struttura finanziaria attuale, nulla si può dare per scontato: c’è il rischio, infatti, che tutta questa liquidità vada semplicemente a incrementare l’acquisto dei titoli di stato da parte di banche e istituzionali che, così, otterrebbero un surplus di rendimento con rischi limitati, mentre imprese e famiglie rimarrebbero ancora a bocca asciutta, salvo eccezioni ininfluenti.

 

In Germania sono già nati i comitati contrari a questa politica: tassi ulteriormente in calo rappresenterebbero un nuovo e pesante danno per i  risparmiatori e sottoscrittori di fondi pensione e servirebbero esclusivamente, unitamente alle altre manovre effettive o preventivate, a drenare liquidità a favore del sudeuropa. In realtà le dichiarazioni non spaventano gli addetti ai lavori: la Germania ha tutto l’interesse a mantenere in essere l’Eurozona e la sua moneta unica, visto che è pressoché l’unico Paese ad averne veramente beneficiato e, presumibilmente, è l’unica che potrebbe seriamente rimetterci, nel medio e lungo termine, in caso di disgregazione finanziaria ed economica. 

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I titoli cosiddetti “High yeld” rappresentano una categoria di strumenti rischiosi all’interno del panorama obbligazionario globale; a differenza dei classici titoli obbligazionari, infatti, l’investimento riguarda titoli emessi a tassi di rendimento cedolare nettamente superiori alla media di mercato e, dunque, facenti capo a società emittenti con un grado di rischio da non sottovalutare.

Negli ultimi anni, complici i tassi sempre più bassi su investimenti giudicati tradizionalmente più sicuri come bond statali e obbligazioni di società ad alto rating, l’ampio spread che ha caratterizzato gli high yeld ha creato ottime condizioni di investimento alternativo ed ha riservato un andamento nettamente positivo ai sottoscrittori: il flusso cedolare elevato e la rivalutazione dei tassi fissi dovuti a un fisiologico ridimensionamento dei tassi correnti sulle nuove emissioni ha generato un forte e sufficientemente costante incremento dei corsi dei titoli e aumentato l’interesse per il settore. Il flusso di capitali destinati ad essi, dunque, è continuato senza soste né particolari timori e rappresenta, oggi, una discreta fetta degli investimenti generali dei grandi investitori ma anche dei risparmiatori.

Vale la pena di continuare a considerare questa tipologia di investimenti come un’opzione interessante?

Le previsioni sono per un rendimento interessante anche per i prossimi mesi, potenzialmente per tutto il 2014 almeno; in particolare, si ritiene che l’investimento nel settore con titoli in dollari potrebbe sovraperfomare il mercato ed il settore con rendimenti medi intorno al 5-6% circa.

Potrebbe essere ragionevole credere in un ulteriore abbattimento dello spread che, attualmente, è mediamente stabile a 375/385 basis point, ben lontano dai 240/250 bp del periodo pre-crisi (2007).

Le prospettive di un rialzo dei tassi, comunque non immediato, non sono tali da far pensare che i titoli tradizionalmente più sicuri possano tornare di maggiore interesse rispetto agli high yeld in tempi accettabili; questo fa si che la richiesta per questi ultimi rimanga molto alta e, dunque, al momento si è formato una sorta di ottimo supporto all’investimento stesso e non si vedono segnali preoccupanti perché questo supporto possa essere rotto senza indugi.

La durata media degli assets è tale da limitare i rischi generali di investimento in una condizione nuova di rialzo dei tassi di interesse; la duration per i titoli usa o espressi in moneta americana, infatti, non supera i 3,5 anni mentre per ilo mercato europeo è addirittura tra i 2,5 ed i 3 anni.

Attenzione, però, a considerare bene almeno due fattori:

1)       Proprio per quanto spiegato sopra, i rendimenti attesi dovrebbero essere nell’ordine del 5/6% nominale (mediamente parliamo di corsi a 105 per i titoli USA e 107 per quelli europei, dunque siamo in presenza di margini di miglioramento molto ridotti sui corsi dei titoli stessi in un range di tassi come quello evidenziato) dovuti principalmente al flusso cedolare e quasi nullo, o comunque molto basso in prospettiva, dalla rivalutazione del valore dell’investimento; occorre quindi essere realisti e dimenticarsi i rendimenti a due cifre che spesso si sono visti in questi ultimi anni.

2)      Il rischio di default degli emittenti non è elevato, anzi; tuttavia, occorre considerare che parliamo di investimenti più appetibili dei classici bond anche e soprattutto in virtù del fatto che proprio gli emittenti in questione offrono garanzie di solvibilità inferiori alla media. Per questo è opportuno che il privato non ecceda nell’investimento, in relazione al patrimonio personale, ed eviti, se possibile, l’investimento in uno o in pochi titoli, preferendo una maggiore diversificazione tramite il fondo di investimento.

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Euroscettici e non

Quando pensiamo agli economisti crediamo, generalmente, che possano esserci d’aiuto per meglio definire una condizione finanziaria o economica in un dato momento, che possano illuminarci sulle cause di determinate azioni, che riescano a darci precise indicazioni su eventuali soluzioni a vari problemi contingenti del Paese o delle aziende ecc. In realtà gli economisti sono moltissimi e ognuno scrive o parla in base a come tira il vento, a come si sveglia la mattina, sulla base delle sue convinzioni politiche o a seconda della convenienza personale; lo dimostra il fatto che, quando si parla di uscita dall’Eurozona e, dunque, al possibile ritorno alla nostra cara e vecchia lira, leggendo gli articoli di più economisti si imparano tante cose e tanto varie o, meglio, si impara il nulla. E si, perché c’è chi dice che conviene e chi dice che sarebbe un suicidio, chi paventa svalutazioni del 30/40/50% e chi di un nonnulla, chi effetti negativi a breve termine e risveglio nel medio e lungo termine e chi catastrofi secolari … In pratica è come andare da decine di medici perché si sta male e avere una diagnosi diversa per ciascuno di loro: stai bene, no stai male, no stai male ora ma starai bene fra poco, stai morendo, a breve rinascerai ecc. Un delirio puro. Un po’ come per i nostri politici che dovrebbero fare qualcosa di buono per i cittadini (e per questo sono strapagati, ben oltre la media internazionale) e, invece, si fanno i loro intrighi e interessi, si mettono d’accordo per gli inciuci più scandalosi e mangiano alle nostre spalle (e sarebbe anche ora di dire, come si fa di solito, che “non si deve fare di tutta un’erba un fascio” o che “per pochi elementi disonesti si mettono in croce tutti gli onesti” perché ormai è storia vecchia, non attacca più e tutti i politici sono inevitabilmente o corrotti o incapaci e, in ogni caso, pagati per peggiorare le cose!).

Ma torniamo all’euro e alla liretta. Sarà conveniente rimanere nell’Eurozona o tornare al nostro vecchi sistema? Visto che i cari economisti non riescono nemmeno a chiarirsi tra di loro, direi che l’unica cosa da fare sia verificare i vantaggi e gli svantaggi che l’introduzione della moneta unica ha portato per l’Italia.

 

Vantaggi

Tassi di interesse contenuti grazie a un’elevata stabilità dei prezzi.

E’ opinione comune e ragionevole, a mio avviso, che senza l’euro molti Paesi avrebbero dovuto pagare interessi sul debito pubblico maggiori che non quelli pagati negli ultimi anni.

Maggiore trasparenza dei prezzi

La possibilità di effettuare pagamenti utilizzando la stessa moneta nell’insieme dell’area dell’euro rende più agevole lo spostamento dei cittadini fra i paesi partecipanti. La trasparenza dei prezzi avvantaggia i consumatori, che mediante comparazioni dirette possono facilmente individuare il fornitore più conveniente all’interno dell’area. La trasparenza derivante dalla moneta unica aiuta, quindi, il sistema a mantenere l’inflazione sotto controllo e il rafforzamento della concorrenza favorisce un uso più efficiente delle risorse disponibili, stimolando gli scambi entro i confini dell’area e promuovendo di conseguenza la crescita e l’occupazione.

Eliminazione dei costi di transazione

L’introduzione dell’euro  ha consentito di realizzare notevoli risparmi eliminando i costi connessi alle operazioni in valuta. All’interno dell’area dell’euro non occorre più sostenere costi per:

eseguire operazioni di acquisto o vendita di valuta sui mercati dei cambi;

tutelarsi dalle oscillazioni avverse dei cambi;

effettuare pagamenti transfrontalieri in divisa estera, che richiedono commissioni elevate;

detenere conti in diverse valute, la cui gestione risulta più complessa.

Eliminazione delle oscillazioni del cambio

Nel nuovo spazio monetario nato con l’introduzione dell’euro sono venute meno le oscillazioni del cambio; le transazioni commerciali e la concorrenza a livello transfrontaliero non sono più ostacolate dai costi e dai rischi associati a questo aspetto.

 

Svantaggi

Perdita della sovranità monetariaLe banche centrali dei paesi membri non possono fare scelte in contrasto con la Banca Centrale Europea in materia monetaria e quindi è diminuito il loro potere di controllo sulla situazione monetaria ed economica nazionale

Con la moneta unica i paesi perderanno la possibilità di svolgere le proprie politiche economiche e fiscali, trovandosi perciò in una situazione di inferiorità verso gli altri paesi dell’Unione Europea.

Perdita di diritti fondamentali. E non credo ci sia nulla da aggiungere dopo oltre un decennio di area euro…


Recessione. La maggior parte dei paesi europei la sta ancora vivendo, qualcuno ha fatto default … solo la Germania ne beneficia di continuo e, questo, la dice lunga su chi abbia veramente interesse a mantenere l’eurozona (ricordarsi che prima del 2000 l’Italia era molto più forte a livello industriale ed economico e il cambio lira/marco era certamente più favorevole di quanto lo sia ora)


Stagnazione dei mercati economici e finanziari.


Svalutazione immobiliare e speculazione 


Povertà. La disoccupazione ha raggiunto livelli storici e molti non cercano nemmeno più lavoro vista la situazione.



 

Le decisioni più importanti vengono prese dal Parlamento europeo e non più con la politica Nazionale. In pratica abbiamo un governo, decine di migliaia di politici in province e regioni strapagati ma non contano nulla e servono solo ad affossare ulteriormente il debito pubblico.



 

Accumulo di debito pubblico con interessi che ha già compromesso intere generazioni presumibilmente per i prossimi 50 anni almeno. 


Pareggio di bilancio: un suicidio per molti paesi approvato dai governi inutili e costosi (ma ai politici conviene fin troppo che l’euro rimanga tale per tutti).

Se ciò non fosse sufficiente, invito tutti i lettori a verificare la crisi economica e del debito italiano nel 92-95, alle manovre adottate per uscirne e agli effetti positivi post-crisi, anche e soprattutto nei confronti delle altre economie europee e in merito al rapporto lira/marco tedesco.

Facciamoci una nostra idea senza bisogno di dover rincorrere le varie bandiere dei partiti o gli economisti improvvisati e forse potremo realmente capire chi ringraziare per la situazione attuale e per il futuro che toccherà ai nostri figli. 

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Previsione annuale

Il grafico evidenzia le possibili date rilevanti per eventuali cambiamenti di tendenza del mercato durante l'anno incorso. In grassetto le più importanti e, potenzialmente, in grado di generare vere e proprie inversioni di breve/medio termine, soprattutto se verso del set-up è contrario a quello in formazione sul mercato di riferimento. Ricordo che è da considerare prevalentemente come correlazione allo S&P500 (nell'ultima parte del mese di febbraio si rileva un set-up di brevissimo termine).

18 febbraio 2014

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Africa e risorse naturali

Quando arriverà il momento per la riscossa africana, finalmente, anche sui mercati finanziari mondiali? Se è vero che alcune realtà si stanno affermando ormai da qualche anno, è altrettanto vero che la maggior parte del continente nero ancora vive di stenti e mostra poca familiarità con le strategie che potrebbero portare allo sviluppo economico interno. Se a ciò si aggiunge il fatto che le grandi compagnie straniere mirano, da sempre, a sfruttarne le risorse (a buon prezzo) senza considerarne la partecipazione attiva economico-finanziaria, ci possiamo rendere conto di come e quanto sia difficile per un paese sottosviluppato emergere ed affacciarsi sul panorama economico e industriale del pianeta. E’ chiaro, tuttavia, che questa situazione non potrà protrarsi all’infinito; nei secoli passati, così come avviene ora, l’Africa è sempre stata sfruttata dal resto del mondo (diverse le attività ma comuni gli intenti) ma, ora, la globalizzazione (ed il controllo delle varie organizzazioni internazionali) evidenzia una sempre minore capacità delle grandi compagnie di ottenere l’esclusività sulle risorse interne dei singoli paesi, situazione che sta portando ad una diversificazione nello sviluppo economico interno.

Basta osservare pochi dati per rendersi conto che la ricchezza principale del continente africano, a differenza di buona parte del resto del mondo sviluppato, è costituita dalla sua popolazione giovane, con un età media che si aggira sui 20/25 anni circa. Una forza lavoro imponente che, vista in un’ottica futura di continuazione dell’attuale (o prospettica) fase di sviluppo, potrebbe dar luogo ad un passaggio epocale dalla classica economia passiva ad una totalmente attiva.

Tuttavia, il settore delle risorse minerarie e naturali rimane una fonte occupazionale e un’industria fondamentale. I diamanti, in particolare, sono una delle risorse del continente e richiede, certamente, ulteriori approfondimenti. I diamanti attualmente vengono estratti in vari paesi africani, quali Angola, Botswana, Repubblica Democratica del Congo, Namibia e Sudafrica e rappresentano una componente assoluta per lo sviluppo  delle loro economie nazionali. Sono usati in gioielleria, nell’industria o acquistati come bene rifugio.

Negli ultimi anni, la produzione mineraria globale di diamanti ha superato i 150 milioni di carati annui per un controvalore di circa 13 miliardi di dollari. Le previsioni per il 2020 sono per una salita tra 190 e 200 milioni di carati, con un giro d’affari pari a circa 22/23 miliardi di dollari. L’industria dei diamanti è particolarmente importante in Africa, dove raggiunge un fatturato intorno a 8/9 miliardi l’anno (il Botswana è uno dei principali produttori e i diamanti costituiscono una componente fondamentale della sua economia), rappresentandone circa un terzo del PIL. Il Botswana vanta alcune delle maggiori miniere di diamanti di tutto il mondo e l’industria diamantifera ha permesso un notevole sviluppo economico a quella che un tempo era una delle nazioni africane più povere. Nell’Africa meridionale, il commercio dei diamanti impiega quasi 40 mila addetti. La domanda è in continuo aumento (negli ultimi due decenni le vendite sono quasi triplicate)  e, dunque, proprio questo settore potrebbe essere uno dei principali sostenitori dello sviluppo economico africano.

 

Solo il 30% dei diamanti estratti ha qualità di gemma e sia usato in gioielleria, mentre il restante 70% è impiegato in applicazioni industriali. Circa il 95% dei diamanti per uso industriale è prodotto artificialmente e per produrlo sono necessari reattori speciali ad alta tecnologia e molto costosi; ciò spiega perché la produzione di diamanti sintetici sia più costosa dell’estrazione di quelli naturali. Secondo alcuni esperti, il costo di estrazione di un diamante naturale incolore è di 50 dollari per carato, mentre quello di produzione di un diamante sintetico incolore, di qualità di gemma, è di circa 2500 dollari per carato.

14 gennaio 2014

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"Il sistema finanziario americano si trova in una condizione generale positiva, in questo momento, grazie anche agli interventi della Fed di questi ultimi anni. Per quanto riguarda l’Europa, invece, la crisi è ancora in atto e la politica di austerità fiscale è assolutamente inadeguata, ha pesato e continua a pesare sulla condizione delle famiglie e delle aziende; la valuta europea è troppo, troppo forte e la disoccupazione che colpisce, in modo particolare, Spagna, Portogallo, Grecia e Italia non aiuta e, anzi, zavorra qualsiasi tentativo di miglioramento colpendo la fiducia dei consumatori e abbattendo i consumi stessi. Le banche non sono più in condizione critica come qualche anno fa anche grazie all’attenzione posta da tempo dalla BCE ma, tuttavia, non credo che le stesse si possano sentire fuori pericolo in quanto, in caso di nuovi problemi, potrebbero non essere sufficientemente liquide.

A tal proposito vedo l’istituzione e il mantenimento del Fondo salva stati come una possibile uscita in caso di nuovi problemi del credit crunch. La situazione politica italiana è poco incoraggiante e non è escluso che entro breve, sei mesi o poco più, si torni alle elezioni e questa situazione che ormai si protrae da tempo non può che creare problemi al paese e, dunque, la recessione potrebbe peggiorare. Gli interventi di Monti si sono rivelati fallimentari e il fatto che gli elettori siano spaccati tra Berlusconi, Grilli e il Partito Democratico la dice lunga su quando poco accettate siano state le ultime manovre del governo prima delle elezioni e quanto poco si creda che la situazione politica possa migliorare con le ultime elezioni."

 

Nouriel Roubini (1959) insegna alla Stern School of Business della New York University e presiede la società di consulenza Roubini Global Economics. È stato soprannominato "Dr. Doom" per le sue previsioni pessimistiche ma spesso azzeccate, come quella della crisi del mercato immobiliare statunitense

23 ottobre 2013

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Accordo sull'innalzamento del tetto al debito USA

A un passo dalla data stabilita per la dichiarazione di insolvenza degli USA, il senato americano ha raggiunto un accordo valido a scongiurare il default; è ragionevole pensare che nessun politico americano avesse realmente l’intenzione di giungere a tal punto e, dunque, l’approvazione dell’accordo non giunge inaspettata.  I rialzi sui mercati azionari finanziari delle ultime sedute, soprattutto in Europa ma vistosi sono stati anche i rimbalzi d’oltreoceano, avevano già anticipato l’esito, dimostrando di non credere affatto alla possibilità che, anche in extremis, non si riuscisse a trovare una soluzione o, in alternativa, un compromesso. Sarà ora da verificare, alla luce anche del fatto che la risoluzione prevista dall’accordo non è definitiva ma andrà rivista il 15 gennaio del prossimo anno, inizio del nuovo anno fiscale USA, se i mercati reagiranno ancora positivamente alla notizia attesa o, viceversa, confermeranno il detto classico degli operatori finanziari americani “buy on rumors, sell on news”.

 

17 ottobre 2013

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Telecom Italia diventa spagnola

L’accordo in atto tra la società Telco e Telefonica porterà, entro il prossimo anno, a un controllo totale della stessa Telco da parte dell’azienda spagnola e, dunque, di Telecom Italia la quale resterà quotata sul mercato con una quota di circa l’80/85% del capitale, almeno stando a quel che ha detto Bernabè all’audizione al senato. Per evitare un quasi certo downgrade, però, Telecom dovrà effettuare un aumento di capitale rivolto a soci italiani e non e, secondo l’amministratore, questo è un momento propizio: “E' un momento di straordinaria liquidità, ci sono tanti investitori pronti a investire". E come non dargliene atto: il nostro Paese è in svendita perché in preda ad una crisi peggiore egli altri membri dell’area Euro ed è praticamente l’unica (se si eccettuano Paesi minori quali Grecia e Cipro) che non mostra segnali incoraggianti. Bernabé tende invece a escludere un'eventuale cessione degli asset in America latina (sempre per evitare il downgrade) perché ridimensionerebbe Telecom riportandolo a essere un operatore di dimensione esclusivamente nazionale. Quest'operazione determinerebbe, infatti, una forte perdita di immagine e di risorse sotto il profilo internazionale del gruppo e limiterebbe eccessivamente le sue prospettive di crescita "e comunque potrebbe non essere realizzabile in tempi brevi, compatibili con la necessità di evitare il rischio di un donwgrade".


Proprio per affrontare la sfida degli investimenti, la società avrà bisogno nei prossimi anni di risorse e in quest'ottica va inquadrata la volontà di procedere allo scorporo della rete il cui esito, tuttavia, non è scontato: " Telecom conferma il proprio impegno a procedere nel confronto con l'Autorità e con la Cassa depositi e prestiti, ma l'esito finale dell'operazione non è scontato e in ogni caso richiede tempi molto lunghi". 

L’accordo con Mediobanca, Generali e Intesa da parte di Telefonica ha avuto successo e permette alla società tlc spagnola di salire dal 46,2 al 66% delle azioni della Telco, la società controllante della compagnia italiana dei telefoni (con il 22,4%). Telefonica ha anche un'opzione per crescere in futuro grazie ad un secondo aumento di capitale (da 117 milioni) dopo l'ok dell'Antitrust in Brasile e Argentina, per arrivare al 70% della holding e, infine, per salite alla totalità (100%) entro il 2014. Per governare Telecom è sufficiente il 22,4% delle azioni, che è la quota posseduta da Telco e
Telefonica, salendo al 66% della controllante, si è di fatto imposta come maggiore azionista, e nel 2014 potrà addirittura rilevare tutta Telco, finora governata da Generali, Mediobanca e Intesa Sanpaolo impegnate nelle ultime settimane in una lunga trattativa con gli spagnoli (che ne detenevano già il 46 %), e conclusa appunto il 23 settembre.

Che cosa comporta per i piccoli azionisti? Principalmente, solo negli ultimi sei anni, una svalutazione da 2,80 a poco più di 1 euro (1,09), almeno queste le attese più rosee. Infatti, da quando nel 2007 fu costituita Telco, il valore delle azioni di Telecom Italia è precipitato: la holding acquistò in parte le quote della vecchia Olimpia pagando un prezzo di 2,82 euro per azione a Provera, mentre alcuni soci (Generali e Mediobanca principalmente) hanno conferito in Telco titoli Telecom che avevano in carico a un prezzo superiore a 2,7 euro per azione. A causa degli aumenti di capitale e di alcune svalutazioni dei titoli in portafoglio, le perdite accumulate dagli azionisti di Telco in sei anni superano la cifra di 1,3 miliardi. Gli ingenti debiti, inoltre, hanno influito sul valore delle azioni possedute dalla controllante che, in pochi anni, hanno subito un vero e proprio tracollo: le ultime quotazioni sono circa 0,6 euro e, in base alla “rivalutazione” di Telefonica, al massimo dovrebbero raggiungere 1,09 euro … ma un conto è la valutazione e un conto la quotazione, soprattutto se si considera il fatto che la stessa società spagnola non scoppia certo di salute, finanziariamente parlando (quasi 50 miliardi di debiti seppure in marginale discesa dai massimi recenti).

E la banda larga che, secondo i più, dovrebbe risolvere i problemi della società e rilanciarla definitivamente, ora potrebbe essere perfino più difficile da attuare: insieme, infatti, le due società avranno presumibilmente ancora meno mezzi finanziari (a dispetto di quanto interessatamente sostiene Bernabè) per investire in tale direzione e lo scorporo della rete potrebbe non essere così facile come sembra. E, in ogni caso, avrebbe ripercussioni negative sul resto degli asset del nuovo colosso tlc.

Graficamente è evidente come il supporto di lunghissimo termine appena sotto area 0,495 stia facendo sentire la sua importanza, soprattutto  livello psicologico. Per verificare una possibile inversione, almeno di medio periodo, occorrerebbe che le quotazioni si portassero sopra la trend-line ribassista inferiore e, dunque, dessero un significativo segnale che il trend particolarmente negativo in atto da anni potrebbe finalmente aver creato i presupposti per un minimo risolutivo. In caso contrario lateralità o nuova negatività rimarrebbero  i padroni incontrastati del campo.

25 settembre 2013

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Il Quantitative easing

Negli ultimi giorni le borse mondiali hanno festeggiato la decisione della Fed: la politica monetaria USA continuerà a sostenere l’economia con strumenti di emergenza così come successo negli ultimi anni, rinviando, dunque, l’operazione di riduzione e successivo annullamento degli acquisti di bond e continuando, di fatto, a immettere liquidità sul mercato stampando mensilmente moneta fresca per i consueti 80/90 miliardi di dollari. Solo in un secondo momento, forse già da fine anno, ha precisato Bernanke, ridurrà quest’impegno e, forse, dalla metà del 2014 lo interromperà, (<< non ci sono date prestabilite >> ha precisato).

Spiegazione del Quantitative easing: grafica    (da www.ciovaccocapital.com) e testo    (dal sito www.unibs.it)

I mercati hanno festeggiato con rialzi diffusi e corposi; in realtà, però, erano ormai parecchie sedute che la positività spadroneggiava sugli azionari ma, mentre a Wall Street normalmente si sfrutta il detto “buy the rumor, sell the news”, questa volta la situazione si è ribaltata. Presumibilmente, ciò è successo poiché le ultime indicazioni macro provenienti proprio dagli USA non erano del tutto rassicuranti e, dunque, ci si sarebbe attesa una conferma delle dichiarazioni precedenti ma senza particolare fretta: l’America cresce ma la creazione di nuovi posti di lavoro non è così sostenuta come dovrebbe, anche per effetto proprio della paura globale generata dall’annuncio di un ritorno alla normalità nell’azione della Fed. Il tasso di disoccupazione Usa resta elevato, al 7,5%. Durante la riunione Bernanke è andato ben oltre le attese, dunque, rassicurando oltre le più rosee attese operatori e analisti, spiazzando anche gli ottimisti: << per sostenere il progresso verso il pieno impiego e la stabilità dei prezzi, una politica monetaria altamente espansiva resterà appropriata per un tempo considerevole anche quando la ripresa economica si sarà rafforzata e il programma di acquisto di titoli potrà concludersi >>.

In aggiunta, qualche giorno prima della riunione della Fed Larry Summers si è ritirato dalla corsa per la successione a Bernanke. L’ex segretario al Tesoro, favorito, aveva una posizione critica verso la creazione eccezionale di liquidità e si era attirato la contrarietà della sinistra del partito democratico. Il suo ritiro propone ora come prima scelta per la successione la vice di Bernanke, Janet Yellen, sostenitrice di una politica monetaria che debba perseguire vigorosamente la creazione di posti di lavoro, anche proseguendo l’utilizzo di strumenti d’emergenza come l’acquisto di bond. In perfetta sintonia con il suo predecessore e in linea con la continuità dell’attuale politica. Più rassicurante di così…

Dunque, tutto positivo? Non credo … Se da un lato la decisione rassicura i mercati, l’economia e il settore finanziario dall’altra evidenzia ulteriori e crescenti timori che la ripresa non sia quella auspicata. La forte immissione di liquidità degli ultimi anni da parte degli USA ha evitato il peggioramento dell’economia globale, con particolare riferimento a Europa, Cina e Giappone, oltre a Brasile, India e Russia (seppure con minore intensità); non dimentichiamoci che il mercato dei titoli di stato americano (e il suo debito pubblico) ha assunto dimensioni colossali (quasi 14000 miliardi di dollari) e, dunque, così tanta liquidità che ha inondato non solo l’America ma anche il resto del mondo ha evitato condizioni ben più critiche alle altre economie, prima fra tutte quella europea. Tassi più alti, infatti, avrebbero fatto presumibilmente indebolire alcune economie che invece sono rimaste stabili, seppure non forti, o addirittura hanno mostrato qualche debole segnale di ripresa e affondare quelle economie che a malapena ora riescono a stare a galla.

Un giorno, probabilmente nemmeno troppo lontano, tuttavia, questo mare di liquidità dovrà ridursi e ciò potrà avvenire in due situazioni:

- con un’economia finalmente ritornata forte e in fase di continua espansione, il che darà ragione all’attuale politica monetaria e permetterà, in tempi certamente lunghi, di rientrare (almeno in parte) del costo sostenuto dalla sua applicazione per così tanto tempo e per così tanto impegno finanziario;

- con una situazione economico-finanziaria di poco migliore di quella attuale e, dunque, con enormi rischi che si inneschi una nuova recessione ma, questa volta, senza (o quasi) la possibilità reale di sostenere nuovamente l’economia nazionale e mondiale così come avvenuto in precedenza. Lascio immaginare, dunque, le conseguenze di una tale eventualità.

Nel frattempo gli operatori finanziari (dagli speculatori ai fondi pensione) si godono i continui e reiterati nuovi massimi dei maggiori mercati azionari e la tenuta degli obbligazionari; sperando, in futuro, che i soliti noti non debbano pagare fin troppo caro quello che oggi viene così generosamente elargito a buon mercato.

20 settembre 2013

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Da tempo, ormai (sigh!) non arrivano i messaggi dei soliti genialoidi e, dunque, sono costretto a trovarli indirettamente e per vie traverse: indirettamente perché il commento in oggetto si riferisce agli articoli di analisi tecnica in genere pubblicati su trend-oline (sito sul quale vengono pubblicate anche le mie analisi e, dunque, mi sento chiamato in causa), per vie traverse perché un amico me lo ha segnalato e prontamente sono andato a verificare di persona. Qui sotto il commento del "perspicace" e competente (!!) lettore di wallstreetitalia.com:

 

"Originariamente inviato da giorginosoros

grazie per le precedenti risposte

nuova domanda: c'e' un sito che io trovo pessimo (trendonline) che sbatte li' un sacco di commentatori di analisi tecnica, e magari ci siete anche voi (se ci site mi scuso in anticipo...). Ebbene e' impossibile seguire quel sito, perche' ti dicono: "se passa questa resistenza va a xxx,xx, ma se non la passa allora va a xxx". ah, grazie della infpo! Insomma, veramente ridicolo, come puntare contemporanemanete sul rosso e sul nero, proprio per chi vuole stare al tavolo del casino', ha tempo e soldi da perdere e non ha una strategia. Sono troppo violento nei miei giudizi? sono capace anche io a dire: se entri nel fiume, ne esci bagnato...."

 

Ora, secondo il genietto di turno (che ha scelto un nick niente male, solo che, presumibilmente, lui potrebbe rappresentare l'antitesi dell'investitore di successo, a giudicare dai commenti) un'analisi che indica, per esempio, "su rottura del livello xxxx acquistare per obiettivo yyyy" e, magari, indica pure uno stop sulla posizione acquisita sarebbe come andare al casinò! E si, perché l'indicazione entrare in una specifica direzione e a un preciso livello ... sarebbe come puntare sul rosso e sul nero contemporaneamente!?! Un genio con la C maiuscola, niente da dire... Però di una cosa bisogna dargli atto: ha capito che se entra in un fiume ne esce bagnato (speriamo intenda un fiume in cui scorra l'acqua e non uno in secca...). Concludo con due pensieri:

1) se trendonline è un pessimo sito, come dice il genietto, non sta a me dirlo, personalmente lo ritengo interessante e continuerò a mandare le mie analisi alla redazione; certo è che le spiegazioni dalle quali scaturiscono i motivi per cui sarebbe pessimo, secondo giorgino, sembrano elucubrazioni di una persona poco (eufemisticamente parlando) lucida.

2) spero che il sito sul quale scrive questo elemento (wallstreetitalia.com) sia degno di lettori un po' più intelligenti e svegli, altrimenti .....

13 settembre 2013

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Telecom Italia

Il primo semestre del 2013 per Telecom è stato un disastro: perdita di oltre 1.400 milioni di euro, ricavi in discesa a 13,76 miliardi (-2,7%), l'ebitda a 5,236 miliardi (-6,8%) e l'ebit a 353 milioni (-13% in termini organici rispetto al primo semestre 2012); previsione ribassista anche per il margine operativo lordo, un indebitamento finanziario netto in discesa ma troppo distante dalle, evidentemente, ottimistiche attese degli analisit (a fronte degli investimenti dell’anno passato che hanno reso meno del dovuto). Rimane, per ora solo nelle intenzioni della dirigenza, la certezza che, a fine esercizio, l’indebitamento scenderà almeno sotto i 27 miliardi di euro.

Giungono conferme anche sul fatturato dell’anno in corso che dovrebbe essere in linea con i ricavi del 2012; sul resto, ebitda in primis, Bernabè ha spiegato che l”a società sta ponendo in essere significative azioni volte a incrementare il livello di efficienza operativa e ad assicurare il raggiungimento del deleverage previsto per la fine dell'anno. Allo stesso tempo, viene dato un rinnovato impulso allo sviluppo della nuova rete in fibra, che offrirà un importante contributo alla futura stabilizzazione dell'ebitda domestico; e al piano di sviluppo Lte, completamento necessario per un'offerta Ultrabroadband convergente". 

Il management resta inoltre intenzionato a proseguire sulla strada che potrebbe portare, in tempi veloci, allo scorporo della rete. Sta di fatto, tuttavia, che la situazione critica dei conti del colosso delle tlc potrebbe esporre TI ad un eventuale downgrade da parte delle agenzie di rating; anche in questo caso interviene la dirigenza che fa sapere come una tale eventualità non creerà danni ingenti: il declassamento, infatti, avrebbe un impatto finanziario non significativo e stimato in circa 11 milioni di euro in termini di maggiori oneri finanziari annui. Invece, gli impatti derivanti da un eventuale downgrade sui futuri rifinanziamenti, sui costi a essi collegati e sul processo di valutazione dell'avviamento non sono al momento stimabili. "L'aumentata rischiosità per le nostre controparti finanziarie che deriverebbe da un eventuale downgrade del merito del credito", ha affermato in conclusione la società, "potrebbe comportare un incremento di costi connesso alla gestione del portafoglio di derivati del gruppo, costi che anch'essi al momento non sono stimabili".

 

Aspetto tecnico.

Il grafico mensile, studiando la situazione su un orizzonte ampio, non è certamente rassicurante; tecnicamente non c’è alcun indizio che il titolo possa riprendersi a breve in modo consistente e deciso, slavo, forse, il fatto che gli indicatori classici evidenziano una costante condizione di ipervenduto cronico. Graficamente, unendo l’aspetto tecnico all’analisi temporale, è possibile far coincidere due livelli all’interno dei quali si dovrebbe sviluppare un’ampia area di supporto per il lungo/lunghissimo termine, area delimitata dal prezzo inferiore pari a 0,19 euro e superiore pari a 0,5 euro circa, quindi sui valori attuali. Con un occhio ai fondamentali ed alle situazioni continenti che dovrebbero rappresentare gli eventi intorno al titolo nei prossimi mesi, preferirei attendere ulteriori sviluppi anche e soprattutto nell’ottica di vedere prezzi inferiori agli attuali; in ottica di operazioni speculative (solo breve termine) è possibile rilevare due valori che, potenzialmente, potrebbero dare qualche opportunità di entrate long sulla debolezza: 0,505 (già toccato e, dunque, invalidato successivamente da rimbalzo di breve termine e nuova discesa con rottura confermata) e 0,313 (circa), un altro livello che potrebbe far rimbalzare le quotazioni in attesa dell’area 0,19/0,20, supporto a mio avviso interessante.

Per quale motivo, tuttavia, non acquistare ora sotto 0,5 essendo già all’interno dell’area di potenziale supporto e considerando che l’investimento potrebbe essere visto sul lungo se non lunghissimo termine? Per prima cosa perché l’area interessata è molto ampia e scegliere il valore corretto potrebbe essere molto arduo ma, comunque, entrare sulla parte superiore della stessa area lascerebbe un vuoto estremamente pericoloso sotto questi valori e fino a 0,19 euro. Inoltre, considerano la gran quantità di “carne al fuoco” (scorporo della rete, conti in rosso e in peggioramento, possibile downgrade ecc), direi che la cosa migliore è attendere che la discesa in corso almeno rallenti e tenda, nel tempo, a creare un laterale a ridosso dell’area inferiore 0,19-0,313 euro, prima di porre in essere acquisti. E’ chiaro, tuttavia, che qualora si fosse intenzionati a rischiare dei soldi sul titolo e si dovesse decidere che questo è un prezzo adeguato senza timori di vederlo anche su valori inferiori (o, eventualmente, disponendo anche di ulteriore liquidità per accumulare quote a prezzi ancora più favorevoli) già ora si potrebbe pensare di acquistare e mettere nel cassetto; personalmente rimango dell’idea che le probabilità rimangono a favore di quotazioni migliori (inferiori) di quelle attuali e, dunque, prenderei tempo, anche a costo di perdere un’occasione in futuro.

2 agosto 2013

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FB alla riscossa

Facebook supera le attese degli analisti e mette a segno un ottimo incremento degli utili grazie, in particolare, agli introiti pubblicitari; proprio questo settore aveva dato maggiori preoccupazioni agli investitori negli ultimi mesi ed era stato causa, insieme ad alte motivazioni più tecniche, della debacle del titolo (perdita di quasi la metà del suo valore massimo) sin da pochi giorni dopo la quotazione in borsa. Grafico:
 


I profitti al netto di voci straordinarie hanno toccato quota 488 milioni di dollari (19 centesimi per azione contro i 14 stimati dagli analisti); i ricavi sono saliti di oltre il 50% 1,18 miliardi di dollari ma, l'aspetto più interessante, deriva da un'analisi proprio dei ricavi: quelli prodotti su dispositivi mobili, di maggiore appeal per gli investitori diciamo,- hanno rappresentato più del 40% del totale dei ricavi stessi, con un incremento di ben oltre il 30% rispetto a quanto avvenuto nel trimestre precedente.

 Gli utenti (attivi giornalmente) hanno raggiunto i 699 milioni, +27% su base annuale, mentre gli iscritti (attivi mensilmente) sono arrivati a 1,15 miliardi, oltre il +20% in più rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Anche in questo caso, l'aspetto più interessante arriva dall'uso del social network su smartphone e tablet: gli utenti attivi mensilmente attraverso dispositivi mobili hanno abbondantemente superato 800 milioni con un eccezionale incremento del 51% su base annuale.

Questa volta è andata: i conti sono in netto miglioramento ma,è opinione comune nella comunità finanziaria, per una società che produce “solo” contratti pubblicitari l’attuale quota appena superiore al 4,1% della pubblicità digitale è ancora troppo bassa per rappresentare una solida base per ottenere un consistente incremento degli utili futuri. Ovviamente, i margini di miglioramento ci sono e sono alla portata del management societario, almeno fino a che qualche altro genietto non riuscirà ad inventarsi una valida e appestabile alternativa.

25 luglio 2013

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La finanza islamica continua ad espandersi

Negli ultimi vent’anni (stime BCE) il valore internazionale degli asset gestiti secondo criteri proprio della finanza islamica è passato dai 150 miliardi di dollari a oltre 1.600; le previsioni per il futuro sono entusiastiche e mirano al superamento della non trascurabile cifra di 2000 miliardi di dollari per la fine del 2013 (cifra vicina all’ammontare del debito pubblico italiano).  Ovviamente, la fetta più grande di questo business è in mano alle banche islamiche (stimato 85%) diffuse, principalmente, in paesi come  Arabia Saudita, Emirati Arabi, Kuwait, Qatar e Malesia. Quello che più fa pensare è che la finanzia islamica, secondo la BCE ma anche i maggiori esponenti della finanza tradizionale occidentale, è tuttora allo stato embrionale ma in decisa ascesa (ancora nettamente meno diffusa che non, per esempio, negli USA) e le attese sono per una certa diffusione su larga scala nei prossimi decenni.

Infatti, già parecchi stati europei ne hanno favorito l’insediamento all’interno dei confini nazionali; la Francia, per esempio, ai è dichiarata disponibile (a parole ma, soprattutto, con i fatti), negli ultimi anni, a creare un ambiente idoneo allo sviluppo della finanza islamica, mentre la Germania, addirittura, è stato il primo paese occidentale a sperimentare un’emissione di bond con caratteristiche tipiche già nel 2004. Il bond fu emesso dalla Sassonia ed ebbe uno straordinario successo, attraendo capitali dal Bahrain e dagli Emirati per il 60% e da  parte della Francia e della Germania per il restante 40%. Anche in Irlanda e Lussemburgo (soprattutto per le conosciute agevolazioni fiscali di cui possono godere), così come in Italia e in Inghilterra questo tipo di approccio sta prendendo piede con prospettive di sicuro interesse per i prossimi anni, anche in virtù del fatto che, come dimostra da tempo, fa poca differenza che il paese sia un cosiddetto “pig” o, viceversa, molto virtuoso, ai fini della sua espansione.

 

Cos’ha di diverso, rispetto alla finanza tradizionale, questa finanza islamica? Per prima cosa (principio assoluto) il pagamento degli interessi è proibito. Le banche che prestano denaro, dunque, si espongono direttamente al settore reale, obbligandosi a garantire un’efficiente gestione del rischio. Il secondo principio riguarda la partecipazione alle perdite e ai profitti: ogni controparte di una transazione deve condividere il rischio e, in questo modo, le perdite o i guadagni sono minimizzati e, infatti, gli studi recenti hanno mostrato che la rischiosità del sistema finanziario islamico è nettamente inferiore rispetto a quello occidentale.

Il terzo principio è la proibizione degli investimenti non certi e della speculazione: il rischio è consentito solo quando i termini del contratto sono perfettamente specificati e ben conosciuti dalle parti. Il quarto principio è che ogni operazione finanziaria deve essere ancorata all’economia reale, ossia deve avere come oggetto dell’investimento un progetto effettivo relativo a un bene tangibile o identificabile, al fine di obbligare le banche a rimanere connesse all’economia reale. Niente finanza "campata per aria", debito spazzatura ecc.

alla luce di tutto ciò, dunque, la finanza islamica è il bene e quella occidentale-tradizionale il male? Certo, l’esito catastrofico delle operazioni viste (fin troppo bene) negli ultimi dieci/quindici anni porterebbe a pensare di si, che il nostro settore finanziario abbia ormai “passato il segno” e, probabilmente, le cose nono sono così distanti da questo modo di vedere la situazione generale ma, in realtà, quello che propone la finanza islamica nulla è se non l’antico modo di fare banca e di operare credito; in origine, infatti, le banche erano nate per dare supporto in primis ai commercianti e non per speculare su qualsiasi cosa rischiosa (ma redditizia in prospettiva e sulla carta). Ma, soprattutto, quello che potrebbe fare di questo modi di fare finanza il vero (e unico) modo è la coincidenza degli interessi del debitore e del creditore, uniti in una sorta di legame vincolato alla buona riuscita dell’attività oggetto del prestito e, ovviamente, del buon esito del finanziamento stesso.

24 luglio 2013

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Bernanke

L’audizione del Presidente della FED e la pubblicazione del Beige Book durante la serata hanno contribuito all’impulso rialzista dei mercati azionari nella seduta di ieri e, in continuazione seppure marginale, durante la mattinata di oggi. Le indicazioni, per la verità, non sono molto diverse dalle ultime comunicazioni né dalle aspettative degli analisti e dei finanziari: l’economia statunitense continua a crescere a un ritmo "tra il modesto e il moderato”, constatazione che da un lato evidenzia la continua uscita dal periodo peggiore della crisi egli ultimi anni grazie dei vari interventi di politica monetaria (e non solo) e dall’altra la necessità, tuttavia non pressante, di dare il via ad un cambiamento necessario al termine del quale l’economia stessa dovrebbe essere in grado di proseguire il recupero senza aiuti della banca centrale. A breve, inoltre, si riunirà il Fomc (Federal Open Market Committee), il braccio operativo della banca centrale statunitense) che darà maggiori ragguagli in merito ma, come da tempo preannunciato, ormai il bivio al quale la FED cambierà strada è ormai sempre più vicino; frenano ancora, ma solo parzialmente, le condizioni degli occupati USA (in netto miglioramento ma solo grazie al part-time), ancora poco convincenti e che contrastano con la positività espressa dalla ripresa della spesa dei consumatori e dall’l’espansione chiara del settore manifatturiero, il consolidamento del settore servizi e un andamento altrettanto positivo del deal estate e del settore delle costruzioni. Miglioramenti anche  nelle condizioni del settore bancario e della qualità del credito. E proprio in merito alla futura operazione di riduzione graduale del quantitative easing Bernanke ha sostenuto che "non c'è un percorso prefissato"; in pratica, il piano per l’alleggerimento degli acquisti di titoli non sarà soggetto a regole o schemi fissi ma verrà adottato in base alle esigente che la condizione conomico-finanziaria del paese esigerà.  

Se a queste dichiarazioni aggiungiamo il discorso fatto di recente da Draghi su tassi BCE e aspetti economici dell’area euro con particolare riferimento ai problemi dei periferici, sembra chiaro che da ogni parte la si guardi coloro che hanno il potere di intervenire sui mercato e sulle economie stiano prendendo tempo (almeno fino all’ultimo quadrimestre dell’anno) per capire se i gli ultimi segnali di possibile risveglio (Europa) o di conferma dei precedenti segnali incoraggianti (USA) saranno confermati ancora nell’immediato futuro. Vedremo; certo è che per paesi come il nostro in cui le aziende sono in crisi cronica, i giovani (e anche i meno giovani) non trovano lavoro e chi lo trova è quasi sempre precario, la tassazione ha raggiunto livelli insostenibili e le ultime riforme del mercato del lavoro e delle pensioni sembrano fatte da un cieco e sordo totale … intravedere la luce è impresa ardua!

18 luglio 2013

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Draghi

La politica monetaria resterà accomodante per un lungo periodo, per tutto il tempo che sarà necessario. I tassi "resteranno ai livelli attuali o a un livello più basso per un periodo di tempo esteso", ha affermato a sorpresa il presidente della Bce, evitando però di indicare quanto tempo, limitandosi a precisare che sarà per "un periodo prolungato non è sei o dodici mesi". L'inflazione è tuttora molto bassa da giustificare questa nuova strategia sulla forward guidance adottata dalla BCE. Aggiunge che "ci sono molte ragioni per un calo dei tassi e altrettante per non ridurli" indicando che il tasso sulle operazioni di rifinanziamento allo 0,50% non è ancora il livello più basso e, comunque, esiste anche il tasso sui depositi, confermando che "manteniamo la mente aperta sui tassi di interesse sui depositi e siamo tecnicamente pronti per un ulteriore taglio degli stessi”. La Bce monitorerà tutte le informazioni macroeconomiche che arriveranno anche perché i rischi per le prospettive economiche dell'eurozona continuano ad essere preponderanti nel discorso generale. In particolare, a pesare potrebbero essere una domanda interna globale più debole del previsto e una lenta o insufficiente attuazione delle riforme da parte dei governi di paesi maggiormente in difficoltà. 

Gli ultimi dati, secondo Draghi, hanno mostrato alcuni ulteriori miglioramenti rispetto ai livelli insostenibili toccati dall'economia dell'area euro di recente e la linea accomodante della Bce dovrebbe contribuire a supportare prospettive di ripresa nella seconda parte dell’anno in corso con risvolti sui prezzi di mercato che resteranno bassi a medio termine, anche se saranno soggette a volatilità. "La nostra possibile exit-strategy resta lontana", ha ribadito Draghi, sottolineando però che la Bce "ha una mente aperta". 

A dispetto dei recenti sviluppi, il miglioramento complessivo dei mercati finanziari, avviato la scorsa estate, dovrebbe trovare la strada per arrivare all'economia reale, grazie ai progressi registrati nel consolidamento fiscale, ha aggiunto Draghi, chiedendo all'Europa di accelerare sull'unione bancaria, in modo da diminuire la frammentazione nella trasmissione della politica monetaria. In questo senso sono cruciali i futuri meccanismi unici di supervisione e risoluzione. 

Come al solito si dice tutto e il contrario di tutto: tassi bassi per molto ancora ma non si sa per quanto e, soprattutto, si rimane pronti per eventuali interventi, se saranno necessari etc. Parlare chiaro mai, a prescindere dal fatto che interi paesi sono sull'orlo (si fa per dire) di una crisi non certo di nervi!

4 luglio 2013

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A.T o fondamentali?

Lo scorso anno ricevetti una mail (che non ho pubblicato perché non feci un’analisi approfondita del titolo in oggetto e perché non ritenevo interessante l’investimento) nella quale mi si chiedeva un consiglio sull’eventuale acquisto di un titolo sul mercato americano: Armour Residential REIT Inc. Non pubblico tutto il messaggio, peraltro molto lungo e dettagliato, ma solo un paio di passaggi per dare l’idea del discorso in oggetto:

Buonasera. Vorrei un’opinione su un titolo che vorrei comprare consigliato da un analista che scrive su un blog molto interessante: Armour Reit. Armour offre un dividend yield molto interessante di oltre il 14 e  paga un dividendo per azione di $ 0,09 (segue tutta una dettagliata descrizione delle motivazioni economiche e personali nonché l’intento di investire per un periodo variabile tra uno e due anni, per sfruttare sia il dividendo attuale che la possibilità di rivalutazione in un’ottica di salita dell’azionario). Avendo già deciso di comprarla, gradirei sapere, se può dirmelo, che percentuale del portafoglio metterebbe sul titolo. Grazie e buon lavoro.

 

La mia risposta, rispolverata oggi, fu questa, breve e concisa:

“Non seguo mai i fondamentali di un titolo sia perché è un settore della finanza che reputo poco utile per gli investimenti (sia di breve che di lungo termine) sia perché non ho abbastanza tempo per seguire sia l’a.t. che l’a.f. Detto questo direi che, tecnicamente, il titolo proposto mostri pochissimo interesse per un eventuale acquisto; anzi, a dirla tutta, secondo me andrebbe proprio evitato almeno fino a che le quotazioni non diano qualche segnale incoraggiante sopra la trend-line di resistenza e anche sopra l’ultimo livello statico di maggiore interesse in area 7,20/7,3 dollari (meglio se il recupero sarà con close weekly confermata). Da qualche tempo, inoltre, sta facendo peggio dello S&P500 e, dunque, valuterei eventualmente un titolo con un dividendo interessante ma che sia attualmente sopra importanti supporti e in linea o anche meglio dell’indice di riferimento. Visto però che lei ha già deciso di comprarla, le consiglierei di stare al massimo sul 3 o al massimo 5% del suo capitale di rischio. Grazie per l’opportunità e buon trading.”

 

Due giorni dopo ricevetti la seguente risposta, per fortuna anche questa breve e precisa:

Gentilissimo, ho letto con interesse la sua mail e la ringrazio per avermi risposto. Devo però dirle che mi sembra poco professionale liquidare la questione in tal modo; il titolo che le ho proposto ha ottimi motivi, non solo il dividendo, per essere un top perfomer del listino e dunque non capisco come l’utilizzo dell’analisi tecnica possa dissociarsi totalmente dalla analisi fondamentale, a mio avviso di gran lunga più importante. Mi rincresce dunque dirle che provvederò a comprare subito il titolo entrando in posizione con non meno del 20/25% del mio capitale disponibile. La saluto e auguro a lei buon trading, sperando che si ricreda sui fondamentali della finanza.

 

Ovviamente io non mi sono ricreduto sui fondamentali, ma è una mia condizione personale … In compenso sono andato a rispolverare il grafico del titolo in oggetto e ho notato che:

1)      Dopo la rottura ribassista individuata all’origine il titolo ha dato solo (e parecchi)  ulteriori segnali di conferma del trend negativo;

2)      La performance è stata nettamente negativa (contraria, proprio) rispetto a quella dello S&P500;

3)      La discesa dai valori dalla fine di ottobre 2012 (data della mail) è stata incredibile (oltre -40%!), soprattutto se si considera la positività del mercato USA.

 

 

L'analisi tecnica, dunque, avrebbe potuto aiutare enormemente laddove l'analisi fondamentale (non conosco l'analista in oggetto, in ogni caso) ha tragicamente fallito.

Ovviamente sono dispiaciuto come sempre quando un trader o un investitore incorre in una perdita ma, devo dire, è necessario che il risparmiatore si decida ad utilizzare uno di questi due comportamenti, necessari ad evitare situazioni di questo tipo:

1)      Studiare ed apprendere quanto serve a determinare da sé l’investimento più adatto alle proprie tasche e alle prospettive/aspettative personali;

2)      Si affidi a terzi qualificati ma, soprattutto, quando diversi professionisti mostrano divergenze di opinioni su un investimento, soprattutto se molto diverse, opti per un comportamento di tipo cautelativo e si rivolga a un diverso mercato/investimento/titolo più rassicurante, seppure negli intendi.

Buon trading

3 luglio 2013

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Tasso fisso a rischio?

 

L’attuale situazione macroeconomica globale, con particolare riferimento a Europa e USA, evidenzia il drastico rallentamento della crescita economica e finanziaria e, in taluni casi, situazioni di stallo o, addirittura, di recessione conclamata o il rischio imminente di arrivarci. Obbligato, dunque, il ricorso agli stimoli monetari sotto forma di immissione diretta di liquidità nel circuito finanziario o di sostegno alle economie locali tramite l’acquisto di quote di debito pubblico (e qualche altra forma meno diretta). In un tale contesto, bond e obbligazioni ad alto rating hanno visto una estrema contrazione dei rendimenti con cedole sempre più ridotte e poco interessanti per l’investitore privato e non solo; l’alternativa, dunque, negli ultimi anni è stata inevitabilmente quella di rivolgersi a investimenti meno sicuri e, quindi, più speculativi verso società o paesi considerati maggiormente a rischio le cui obbligazioni pagano cedole più alte per renderne la sottoscrizione o l’acquisto più interessante oppure con l’allungamento della scadenza del portafogli obbligazionario. Considerata la fisiologica maggiore predisposizione della maggioranza degli investitori (o della maggioranza degli investimenti, che dir si voglia) a sottoscrivere il minor rischio possibile, seppure in coincidenza, spesso, con un accettabile rendimento finanziario, è chiaro che la maggior tendenza si evolverà nell’acquisto di titoli con rating alto o medio-alto e con una scadenza residua più elevata. Quali potrebbero essere i rischi maggiore di tale investimento? L’indicatore che rileva ma duration modificata è utile allo scopo e ci indica, per esempio, che alla variazione di un punto percentuale del tasso di interesse (al rialzo) il BTP decennale rischia una svalutazione del corso di circa l’8%, il ventennale di oltre il 12%. Ovviamente, il rischio non sussiste se il titolo si porta a scadenza, visto che la stessa, se l’emittente sarà solvibile regolarmente, permetterà all’investitore di incassare il valore nominale (base 100) ma ciò comporterebbe, comunque, da un lato l’immobilizzazione del capitale investito e dall’altro luna minore remunerazione dello stesso capitale in confronto ai tassi correnti (quest’ultima situazione, ovviamente, dipenderà dal corso del titolo all’acquisto, dal livello dei tassi attuali e dalla cedola all’incasso ecc.).

 

Detto questo, dunque, approfondirei le conseguenze derivanti dal discorso del Presidente della FED Bernanke pochissimi giorni fa. In sostanza, Bernanke altro non ha fatto se non sostenere l’idea già resa pubblica oltre un mese fa: il Quantitative Easing (QE d’ora in avanti), cioè quella serie di manovre atte a sostenere l’economia con particolare riferimento all’acquisto di quote del debito pubblico, sarà destinato a ridursi nell’immediato ed a concludersi al massimo entro la metà del 2014. Il tasso sul decennale americano (Treasury) è passato dall’1,6% al 2,5% circa, quello dell’omonimo inglese (Gilt) dall’1,7% al 2,5%, livello che non si vedeva da tempo. Non solo: ingenti masse monetarie hanno cominciato/continuato ad essere trasferite dall’investimento in obbligazioni di varia natura al monetario/azionario/liquidità (meno azionario, ovviamente, più su monetari e, soprattutto, liquidità). Quanto espresso nelle intenzioni della FED dovrebbe essere la diretta conseguenza di due fattori: la ripresa inequivocabile dell’economia reale e il rischio di inflazione imminente. In realtà, tuttavia, non sembra che tanto il miglioramento degli indicatori economici (non così estremo) quanto il processo inflattivo (anzi, semmai gli stessi strumenti indicano deflazione ancora a medio termine); ciò lascia spazio, quindi, ad una sola probabile considerazione: Bernanke e il suo staff cominciano a mostrare timori fondati che la reiterata politica monetaria attuata negli ultimi anni stia toccando estremi ragionevoli e che la sua interruzione, preceduta da un rallentamento/ammorbidimento della stessa, possa evitare una nuova bolla che, in questa fase storica, sarebbe un colpo micidiale all’economia statunitense e collegate.

 

Attenzione, dunque, all’investimento in titoli obbligazionari a medio e lungo termine che, in situazioni come questa, potrebbero  risentire (e non poco) delle turbolenze sui mercati finanziari e, soprattutto, degli effetti di un cambiamento, anche graduale, della politica monetaria globale.

28 giugno 2013

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Bradley 2013

Atteso un minimo o un massimo entro la fine di giugno, come si può vedere dal grafico (la polarità non è importante quanto la scadenza temporale); un movimento di simile durata (e, presumibilmente, anche di ampiezza, all'incirca, rispetto a quello attuale iniziato alla fine di gennaio) potrebbe seguire nel terzo trimestre dell'anno, quindi correzione breve e ripresa del trend dominante della seconda parte dell'anno. Si ricorda che in caso di contrasto tra l'indicazione del modello ed il mercato reale (siderografo al rialzo e mercato al ribasso o viceversa) il movimento che ne consegue è spesso più incisivo che non quando coincidono nella direzione.

Questo è il siderografo fino al 2020. Come si vede possibili punti di svolta si identificherebbero a metà di quest'anno. come visto sopra, quindi alla fine dell'anno e prima della metà del 2014. Fine 2017 e prima metà del 2018 dovrebbero rappresentare le date future più importanti per il lungo termine e per il decennio in atto, in particolare.

9 aprile 2013

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STM

StMicroelectronics ed Ericsson hanno deciso di suddividersi le attività della joint venture con alcune linee di prodotto e dei dipendenti oltre allo smantellamento di altre strutture. Si parla di 1.600 tagli che, anche se umanamente non valutabili in modo positivo, generalmente a livello economico rispecchiano un risparmio di costi, almeno temporaneamente, e, dunque, un maggiore appeal per gli investitori. In aggiunta, poche settimane fa la società ha stipulato un nuovo accordo di finanziamento da 350 milioni di euro con la Bei; La linea di credito e' disponibile anche nell'importo equivalente in dollari Usa e prevede la possibilità di erogazione dei fondi fino a settembre 2014, con scadenza finale di rimborso a otto anni dall'erogazione. Il finanziamento e' destinato alle attività di Ricerca, sviluppo e innovazione per la progettazione e la realizzazione di una nuova generazione di tecnologie e dispositivi elettronici per applicazioni di potenza, Mems, microcontrollori, analogici avanzati e per la sanità.

 Tecnicamente: il titolo negli ultimi mesi ha evidenziato più punti di potenziale ingresso rialzista (freccine verdi) per un'attività di investimento di medio o, meglio ancora, medio-lungo termine. Personalmente, preferisco avere più conferme che convergano nella stessa direzione, seppure ciò comporti sempre un'eventuale entrata in posizione a prezzi meno convenienti e, alla luce di tale considerazione, preferire attendere un break di area 7 euro circa (linea tratteggiata verde segnalata con la freccia discendente nera). Obiettivi sarebbero: iniziale e meno impegnativo tra 7,6 e 8 euro, quindi successivo a 11/11,3 euro e ambizioso a 13,5/14,2 euro circa. Buon trading.

18 aprile 2013

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Apple Inc.

Apple ci ha insegnato a credere nell’azienda, nei prodotti e nel management; Mac, Ipod e moltissimi altri prodotti di successo insieme alla filosofia innovativa, alla creatività aziendale e alla fedeltà di milioni e milioni di clienti affezionati e affidabili lascia ben sperare anche per il futuro in merito alle possibilità di rivalutazione delle sue quotazioni azionarie. L’unione di queste condizioni infallibili e la sinergia delle componenti aziendali (risorse umane e struttura produttiva) porterà, in prospettiva, alla continuità di risultati operativi e a flussi di cassa sempre interessanti, condizioni che fanno di Apple, idealmente, la “gallina dalle uova d’oro”.

 

E’ l’insieme di queste condizioni che mi rende difficile comprendere come, nel momento in cui i listini principali americani fanno registrare nuovi massimi storici, uno dei principali attori del tessuto economico e tecnologico made in USA non solo fatica a tenere il passo ma, al contrario, subisce un tracollo nei valori di mercato e che, tradizionalmente, non si limitano a esprimere il mero valore dell’azienda che rappresentano, ma ne scontano, in tutto o in parte, le potenzialità. Questo significa che le situazioni possibili, in merito all’attuale situazione azionaria del titolo, siano presumibilmente solo due, o l’una o l’altra:

1) i prezzi raggiunti con i massimi storici mesi fa (area 700 $) esprimevano un eccesso di valutazione dal quale si è reso necessario allontanarsi per evitare la bolla speculativa sempre estremamente pericolosa per chiunque e, dunque, prezzi significativamente inferiori rappresenteranno ottime occasioni di acquisto, soprattutto per gli investitori di lungo termine;

2) un tale tracollo (se si considerano i massimi di periodo) nonostante le ottime condizioni di salute della società nascondono eventi futuri e negativi conosciuti solo a un numero limitato di operatori ma, seppure pochi, di enorme rilievo nel panorama finanziario internazionale. Se, in merito a questo, i volumi potessero dirci qualcosa, direi che, almeno per ora, i segnali di possibile accumulazione su prezzi significativamente più appetibili rispetto a quelli di un anno fa non ci sono e, dunque, potrebbe non essere sensato anticipare troppo i tempi.

 

A prescindere da quanto riportato sopra, la mia analisi dal punto di vista tecnico si riassume in questi pochi dettagli (accompagnati dal grafico del titolo, base weekly):

 

 

1) il primo segnale di possibile smarrimento della strada rialzista si è avuto con la chiusura settimanale sotto 633 $, realizzata in ottobre 2012;

2) il supporto successivo, di sicuro interesse, rappresentato dall’area 535/540 $ ha sostenuto le quotazioni permettendo il ritorno a ridosso di area 600 $ ma solo per pochissime settimane, cedendo poi sotto la pressione ribassista e portando le quotazioni in fase laterale (e di distribuzione) sui 500 $ prima del successivo affondo;

3) la fase successiva negativa ha condotto fino agli attuali prezzi, in area 420/435 $ circa, livello di potenziale supporto inferiore e generato da un livello statico indiretto, coincidente con un massimo relativo di lungo termine (presumibilmente meno importante del precedente e superiore);

4) la fase attuale, dunque, vede come spartiacque diretto proprio questo ultimo livello e le probabilità di nuovo cedimento sono, a mio avviso, un po’ superiori (60% vs. 40%) a quelle di una imminente ripresa dei corsi;

5) qualora la seconda ipotesi dovesse rivelarsi corretta, sul grafico si notano chiaramente i due target principali attesi in futuro: 350/355 $ (intermedio e di secondo grado) e area 270 $ circa (principale e di primo grado).

 

Buon trading

16 aprile 2013

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Cipro vicino alla bancarotta

Cipro ha adottato l’Euro come moneta di riferimento a partire dal 2008, dopo l'attuazione, negli anni precedenti, di un programma economico di austerità che ha permesso il raggiungimento degli obiettivi richiesti dall’Eurozona. Tale programma di rigore ha permesso una riduzione dell’inflazione sotto il 5% ed ha portato vantaggi in termini di miglioramento dei conti pubblici, almeno fino alla fine del decennio; a partire dal 2010, infatti, la crisi economica ha cominciato a farsi sentire, seppure in modo parziale nelle prime fasi, sfociando poi, dalla fine del 2011-inizio 2012,  in una vera e propria contrazione. Il rallentamento del settore primario del paese, il turismo, e dell’edilizia che, a causa della crisi globale, hanno portato sempre meno risorse dall’estero, oltre alle forti conseguenze della crisi finanziaria ed economica greca (le banche cipriote sono tra i maggiori possessori dei bond greci in Europa e vantano una presenza consistente di filiali in Grecia), influendo notevolmente sul peggioramento della condizione interna che ha visto crescere al 7-7,5% il deficit di bilancio, certamente non più in linea con le richieste dell’Europa (max 3%). Il governo ha dunque dovuto varare un piano di emergenza destinato a produrre una riduzione dei costi generali con tagli all’amministrazione pubblica ed al recupero di risorse fiscali sottratte al bilancio dall’evasione; ne è scaturito un miglioramento generale che ha ridotto il deficit al 4/4,5% ma, nonostante tutto, la situazione non ha permesso una risoluzione positiva e totale del problema.

La questione Cipro, in ogni caso, non è di questi giorni, nonostante i media abbiano enfatizzato il problema solo di recente; già nel corso del 2012, infatti, il paese aveva chiesto aiuto alla Commissione Europea (quinto paese a ricorrervi) per una cifra intorno ai 15/20 miliardi di euro circa; il drastico peggioramento delle ultime settimane (S&P ha pronunciato un declassamento che normalmente viene dato a chi è a un passo dal default), dopo che la trattativa non ha portato ad alcuna conclusione positiva, è sfociato nella crisi attuale con le conseguenze rilevate negli ultimi giorni, con tensioni sul mercato dei cambi e sui listini azionari europei. Il primo tentativo di recuperare soldi (tanti) freschi per far fronte all’emergenza è stata la proposta di un prelievo forzoso sui conti correnti (con percentuali, a scalare, a partire dal 10% e oltre) ma la bocciatura politica della stessa è stata pressoché unanime, con grande sollievo, almeno per ora, dei correntisti ciprioti e, soprattutto, stranieri (soprattutto russi).  E’ al vaglio, proprio in queste ore, una nuova proposta che si basa sulla creazione di un fondo di solidarietà garantito dai beni dello stato e dai prospettici guadagni derivanti dallo sfruttamento delle risorse energetiche nazionali (importanti giacimenti di idrocarburi sono stati rinvenuti sulle sue coste negli ultimi anni), oltre che dalla contribuzione dei cittadini e della chiesa. Nulla, dunque, è stato ancora deciso ed il timore principale, al momento, è che la riapertura delle banche fra qualche giorno possa creare un deflusso di capitali di enorme portata, il che rende ancora più urgente l’approvazione e il varo di un programma efficace in grado di rassicurare, almeno in parte, investitori e cittadini.

Altra questione centrale: l’adozione della normativa europea non impedisce a Cipro di essere un paradiso fiscale all’interno dell’Eurozona e questo vantaggio è sfruttato, non solo, ma in modo preponderante, dai ricchi russi, la maggior parte dei quali è sospettata di riciclare denaro derivante da traffici illeciti (ma è anche una delle mete preferite, semplicemente, dai turisti russi). Questo, presumibilmente, ha creato e crea qualche perplessità agli organismi europei, politici ed finanziari, in quanto finanziare il paese significherebbe inevitabilmente sostenere capitali russi di dubbia provenienza ed è quasi certamente il motivo principale per il quale si sta cercando di imporre un prelievo forzoso sui capitali..

In ogni caso, a mio avviso, i timori che un’economia così piccola riescono a far scaturire in ambito europeo e, indirettamente, su altri fronti (preoccupati del futuro dell’Eurozona) chiarisce la giusta misura della crisi, non solo economica, nella quale l’Europa è sprofondata in questi anni. La mancanza di una politica economica e, soprattutto, fiscale idonea e allineata tra i vari paesi e la confusione (per la consueta mancanza di accordi preventivi tra i governi) che ogni volta regna nelle situazioni negative che ne coinvolgono i membri rende molto difficile la gestione di realtà così diverse fra loro, differenze che, probabilmente, non tutti vogliono eliminare in modo risolutivo.

22 marzo 2013

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La Francia in panne

Lo snobismo di Hollande sull’abbassamento da tripla A ad un meno rassicurante Aa1 non basterà alla Francia per scongiurare il peggioramento della crisi economica; è di questi giorni, infatti, la perdita di ulteriori 100 mila posti di lavoro in un’economia nazionale che è ben lontana dal dare segnali di ripresa, anzi. Così succede che la perdita di impieghi, associata alla drastica diminuzione dei contratti temporanei (quasi sempre il termometro dell’evoluzione futura del mercato del lavoro) evidenzi in modo inequivocabile come la crisi non solo attanagli i transalpini ma, addirittura, potrebbe essere in fase di espansione e, in tal modo, minare la già fragile ossatura economica dell’Eurozona.

Hollande, dunque, si rifiuta di ascoltare le voci che evidenziano la necessità di riforme strutturali: i francesi, storicamente, sono nazionalisti ma anche orgogliosi, a prescindere, e odiano essere paragonati a paesi come Italia e Spagna che, nell’immaginario collettivo del francese medio, rappresentano il modello (e non solo economico) da non seguire, figuriamoci se accetterebbero di esservi equiparati… Si sta dunque proponendo di bloccare le spese per la difesa, per l’istruzione superiore e per la ricerca, al fine di raggiungere gli obiettivi di disavanzo proposti dall’Unione europea (la Francia ha scritto alla Commissione europea che si impegnerà in nuovi tagli per più di 2 miliardi di Euro). La politica fiscale diventa quindi sempre più importante e in Francia si respira aria di crisi economica. E, come spesso accade, l’atteggiamento tipicamente sostenuto senza l’ausilio di una buona dose di buon senso ed una, almeno piccola ma determinante, di intelligenza creativa rende gli uomini privi di ingegno e li allontana dall’obiettivo primario, li incoraggia a sentirsi al di sopra della realtà e condanna popoli interi, che con la realtà fanno i conti ogni giorno, alla disfatta totale. Infatti, anche dalle più buie e degenerate interpretazioni dei trattati economici (moderni e non) è impossibile desumere che il taglio di spese a 360 gradi senza un preventivo quanto idoneo sostegno all’economia attraverso opportune riforme possa dare una svolta positiva al sistema; in sostanza, quindi, Hollande (e la Francia tutta) prendono le distanze dai periferici dell’Area Euro ma, allo stesso, tempo, si appresta a seguirne la stessa politica demenziale e devastante che, negli ultimi 12/15 mesi ha tragicamente peggiorato la situazione economico-finanziaria degli stessi. Come diceva Alexander Mitscherlich, “con la costante educazione ai pregiudizi la stupidità si può imparare”.

L’Unione Europea ha, perciò, tagliato le sue previsioni di crescita per la Francia, per quest’anno, allo 0,1% ed un calo della manifattura e dei servizi a 42/43 punti, evidente segnale di recessione in atto (sotto i 50, infatti, si è in contrazione economica). Il deficit di bilancio dovrebbe essere del 3,6% del Pil e questo non piace alla Germania, il che ne complica i rapporti e potrebbe rendere meno automatici i favoritismi ottenuti fino ad ora; a ciò si aggiungerà, presumibilmente, un calo della fiducia e degli investimenti delle aziende sul territorio nazionale, situazione che non potrà far altro che peggiorare le condizioni attuali.

La mia impressione è che la Germania continuerà ad oltranza nella politica dei favoritismi verso i francesi ma non certo per simpatia, semplicemente perché ormai, ad uno ad uno, tutti gli attori principali sono usciti di scena salvo Germania e, appunto, Francia, ed ora che quest’ultima sta affondando alla velocità della luce occorre cercare di tenerla a galla in ogni modo; non che i tedeschi non siano fieri di rimanere soli contro tutti, anzi (la storia lo dimostra e dimostra anche come sia quasi sempre finita), ma è difficile pensare che un solo paese, a prescindere dalla sua ricchezza e dalla sua stabilità, possa sostenere il peso di un fardello tanto pesante quando poco maneggevole. Questo chiarisce un concetto di facile assimilazione e cioè che la Francia otterrà un sostegno illimitato e incondizionato ma solo fino a quando lo stesso non comincerà ad intaccare troppe risorse della prima rappresentante dell’Eurozona, indubbiamente per niente rassegnata a sacrificare il proprio apparato economico senza adeguate garanzie future. Ciò comporterà necessariamente una di queste due soluzioni finali:

1)La Francia, grazie a questi aiuti di politica economica e altri favoritismi, uscirà dalla crisi a fatica ed a fatica l’Europa si riprenderà mostrando, ancora una volta, due velocità di sviluppo, rendendo ancora più evidente la mancanza di coesione tra gli stati membri ma, almeno, in tempi non rapidi e con lacrime e sangue degli europei se ne uscirà.

2)Arrivata al limite estremo la Germania mollerà la presa, la Francia affiancherà gli altri periferici nella recessione più profonda e l’Eurozona prima si affloscerà sotto la svalutazione della sua moneta e, in seguito, si smembrerà parzialmente e, quindi, definitivamente.

15 marzo 2013

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Fiscal cliff

La controproposta dei repubblicani, presentata alla Camera da John Boehner e che prevede l'estensione degli sgravi fiscali, attualmente in vigore, a tutte le famiglie americane con redditi fino a un milione di dollari l'anno è stata bocciata al Senato dai democratici. La proposta originale del Presidente Obama regola il tetto massimo a 400 mila dollari, in netto rialzo rispetto ai precedenti 250 mila (e dalla Casa Bianca arrivano segnali chiari: non sono disposti ad accettare una soluzione che non richieda maggiori entrate dai più ricchi); il leader dei democratici, Reid, ritiene dunque insufficiente la proposta dei repubblicani, sostenendo la validità dei parametri già identificati nel documento del Presidente. Le due parti, in ogni caso, sembra possano ritenere valida l’opportunità, in futuro, di giungere a un compromesso, evitando, dunque, di chiudere troppo presto le trattative su un argomento di primaria importanza per gli USA. 

Su un punto sembrano essere tutti d’accordo: qualsiasi proposta (una delle due o un compromesso) dovesse essere accettata non ci saranno ulteriori tagli alla sanità ed al welfare; gli oltre 50 miliardi ottenuti dai tagli alla difesa militare saranno destinati, in ogni caso, alle aree più critiche della spesa pubblica. 

Nell’immediato futuro, quindi, si giocherà una partita importante: gli analisti, tra loro molto discordi sull’esito finale, sono tutti d’accordo sul fatto che questa decisione condizionerà, e di molto, l’economia statunitense dei prossimi mesi/anni e, dunque, occorrerà prestare molta attenzione alla conclusione della vicenda, anche in merito a possibili nuove tensioni valutarie sui mercati internazionali.

19 dicembre 2012

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Investimenti alternativi

Hellenic Telecommunications (Ote) è il maggiore operatore greco di telecomunicazioni; volendo investire una parte dei risparmi in azionari e, come capitale di rischio, osare oltre la “normale” speculazione ed andare più in là per tentare l’investimento che potrebbe anche trasformarsi in un’attività da cassettista puro, l’azienda potrebbe rappresentare un buon tentativo per battere il mercato.  Il settore è (e dovrebbe rimanere anche nei prossimi anni) un settore primario e redditizio, il paese viene da una profonda recessione e, presumibilmente, dovrebbe attuare la necessaria e promessa ristrutturazione; insieme, questi fattori ed altri, potrebbero da un lato permettere nel medio-lungo periodo un netto miglioramento delle condizioni economiche e finanziarie e dall’altro un ritorno, in futuro, di capitali stranieri sui settori di maggiore interesse, il che creerebbe una serie di condizioni ideali per la rivalutazioni degli assets dell’azienda stessa. 

Ovviamente va considerata anche l’opportunità che ciò non avvenga e che i piani di miglioramento falliscano ma, a mio avviso, anche in quel caso, se l’investimento dovesse trasformarsi e divenire di lungo termine, credo che il settore e l’inevitabile evoluzione delle condizioni generali dovranno, prima o poi, portare a un miglioramento, dentro o fuori dall’Area Euro. Si possono vedere, al momento, motivi per scegliere o non scegliere l’investimento, fermo restando l’elevato rischio che lo stesso comporta, soprattutto in momenti come questo. 

A favore: 

-         l'agenzia internazionale S&P (lasciamo stare i commenti personali sulla validità, realisticamente parlando, ma soprattutto della legittimità di questi giudizi!) ha alzato il rating sovrano della Grecia a B- da default selettivo e l'outlook è tornato stabile; più che sulle credenziali del Paese la fiducia si basa sulla dichiarata volontà dei paesi membri dell’Area Euro di preservarne la presenza nell’Area Euro.  

-          Esito positivo dell'operazione di riacquisto (buyback) del debito ellenico. 

-         Atene ha collocato buoni trimestrali per 1,3 miliardi con tassi in calo al 4,11% dal 4,20% e domanda pari a 1,73 volte l'offerta in quella che è stata la prima emissione di titoli successiva al completamento del buyback. 

-    Il buyback stesso ha consentito lo sblocco della rata del prestito internazionale che il Paese attendeva da mesi pari a 34,3 miliardi che serviranno, nell’immediato, al riacquisto del debito e 16 miliardi che serviranno alla ricapitalizzazione delle banche greche, due fattori fondamentali per la ricostruzione greca.

  

Contro: 

-          uno dei passi fondamentali, come detto sopra, sarà la riorganizzazione e la ristrutturazione del sistema finanziario nazionale; in merito a questo, l'IIF, l'associazione che raggruppa le principali banche creditrici della Grecia, ha lanciato l'allarme su una prolungata recessione (il pil rischia di scendere di oltre 4/5 punti nel prossimo anno, il che corrisponderebbe a circa 10 pti in due anni, sommando il 2012) che rischia di compromettere il nuovo piano di salvataggio a favore degli istituti e del paese stesso. E non è poca cosa...

 

A livello tecnico credo che il grafico evidenzi una netta ripresa in linea con le aspettative di cui sopra; i margini di miglioramento potrebbero anche proporre obbiettivi "naturali" minimi tra 7 e 8 euro, area di precedente supporto/resistenza indiretta ma, usando il buon senso, attendere eventuali ritracciamenti per accumulare posizioni, per esempio in area 3,5 e 3 eurocirca, potrebbe non essere un'idea sbagliata. Qualora ciò non avvenisse sarebbe solo un'occasione persa. In alternativa: il cassettista può comunque acquistare in previsione di tempi migliori in un'ottica di lungo e lunghissimo termine, lo speculatore potrebbe iniziare l'investimento ragionando principalmente sul breve termine, cercando di approfittare di eventuali piccoli e momentanei cedimenti e utilizzando le medie mobili come stop precauzionale sulla posizione, visto come hanno lavorato sul titolo in questi anni.

19 dicembre 2012

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Salvataggio MPS

Dall'Europa arriva il consenso alle procedure per il salvataggio della banca senese. Qui sotto la notizia così come rilasciata pochi minuti fa:

 

"" BRUXELLES/ROMA (Reuters) - La Commissione europea ha dato un via libera condizionato al piano di salvataggio dello Stato per Monte Paschi da 3,9 miliardi di euro, dopo mesi di incertezza sulle modalità di emissione di questa forma di aiuto che la banca chiederà al Tesoro italiano. Sulla notizia le azioni di Mps sono subito salite con convinzione e, complice anche il recupero dello spread che è molto correlato con il titolo dell'istituto senese, hanno finito la seduta in rialzo superiore al 6% a 0,2161 euro. Entro il primo marzo Mps emetterà i Monti Bond e prima ancora, verosimilmente a partire da febbraio, dovrà esserci una assemblea straordinaria che autorizzi la banca ad emettere nuove azioni come capitale sottostante al servizio del debito con lo Stato. L'approvazione di Bruxelles è comunque condizionata alla presentazione da parte della banca senese di un piano di ristrutturazione entro sei mesi, si legge in una nota della Commissione, secondo cui il salvataggio della banca è necessario per preservare la stabilità del sistema finanziario italiano. "Questo piano sarà il piano industriale della banca che potrà subire gli aggiornamenti necessari che la Commissione potrà richiedere", spiega una fonte che ha seguito il dossier. La richiesta di sottoporre un piano di ristrutturazione lascia la porta aperta alla possibilità che la Commissione europea chieda quindi misure aggiuntive al Monte oltre a quelle già annunciate in giugno e relative al taglio di 4.600 posti di lavoro e di 400 filiali per ridurre i costi. La modalità con cui Mps dovrà emettere i 3,9 miliardi di obbligazioni speciali a favore del Tesoro è andata via via affinandosi, soprattutto per il lungo confronto con la Commissione Ue, fino alla settimana scorsa. Nel presentare un emendamento alla legge di stabilità, il governo ha infatti introdotto giovedì 13 dicembre alcuni paletti alla facoltà che Mps possa pagare le cedole sui Monti bond attraverso l'emissione di nuovi Monti bond. Questo avverrà certamente con l'esercizio 2012, quando la banca senese chiuderà in perdita e non avrà risorse dal bilancio per pagare la cedola al Tesoro sul debito maturato finora - pari a 1,9 miliardi di vecchi Tremonti bond confluiti nel nuovo pacchetto - a un tasso di interesse che dovrebbe attestarsi attorno al 9,5%. L'esecutivo aveva rivisto le norme che regolano l'emissione di queste obbligazioni nel decreto salva infrazioni europee, in vigore dall'11 dicembre con la pubblicazione in Gazzetta ufficiale. In sintesi, il decreto stabilisce che Mps possa pagare le cedole in forma monetaria o, nel caso non abbia risorse sufficienti, attraverso l'emissione di nuovi Monti bond o di azioni ordinarie a valore di mercato. Ora, con la presentazione dell'emendamento, il governo corregge ancora il tiro e stabilisce che Mps possa pagare le cedole sui Monti anche attraverso l'emissione di nuovi Monti bond "in relazione agli esercizi finanziari 2012 e 2013", ma "nei limiti in cui ciò risulti compatibile con il quadro normativo dell'Unione europea in materia di aiuti di Stato". Come condizione per il salvataggio, il Tesoro chiede alla banca di adottare le delibere per l'aumento di capitale al servizio dell'eventuale conversione in azioni dei Monti bond. Queste delibere verranno assunte appunto con l'assemblea che verrà convocata prima dell'emissione, da farsi entro il primo marzo.""

 

Passando ad un discorso puramente tecnico:

 

Secondo i miei indicatori di lungo e lunghissimo termine il titolo, sebbene si stia avvicinando ad una condizione di neutralità, ancora non soddisfa i necessari parametri per poter pensare ad un acquisto o ad un accumulo su potenziali minimi. L'immagine evidenzia come l'indicatore principale di riferimento sia molto vicino allo zero ma ancora non sia passato in territorio positivo, il che determinerebbe, invece, un significativo incremento delle possibilità rialziste.

17 dicembre 2012

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Tobin tax in dirittura d'arrivo

Ci risiamo: dopo la Francia che qualche mese fa ha introdotto la tassa sulle transazioni finanziarie (solo su un gruppo di titoli del listino principale, non sui derivati e titoli minori), ora altri 10 paesi europei danno la loro approvazione. Questi paesi sono Germania, Austria, Portogallo, Belgio, Grecia, Slovenia, Estonia, Slovacchia, Italia e Spagna e con la Francia di cui sopra fanno 11, ben oltre il numero minimo di 9 che serviva per approvare la tassa. Il 12 ottobre, dunque fra pochissimo, si deciderà il da farsi.

La tassa in questione verrà applicata sul controvalore di scambio di un titolo (o altro bene finanziario). Le aliquote saranno principalmente due: un'aliquota minima per i derivati (0,01%??) ed una  (dello 0,1% ??) sulle operazioni spot (a pronti) con regolamento dello scambio immediato. Questo significa che, sia che si guadagni e sia che si perda, alle commissioni varie si aggiungerà un ulteriore costo legato proprio a questa nuova tassa (ce ne sono così poche,soprattutto in Italia, che si sentiva la mancanza di qualcosa di nuovo per alleggerirci ancora un po'!).

Una tassa identica, in passato, fu applicata in Europa, precisamente in Svezia; venne introdotta nel 1984 un’aliquota dello 0,5% sull’acquisto di titoli azionari e sulle stock option e, successivamente (nel 1986) la tassazione fu estesa anche alle obbligazioni. Il bilancio fu disastroso:  gettito risibile e fuga dei capitali all’estero. La decisione apparve scontata e, soprattutto, inevitabile: nel 1992 il governo decise di porre termine all’applicazione della tassa. Anche in Francia, la prima della nuova era, come detto sopra, ad applicarla, fu fatto l'esperimento: Jospin ci provò nel 2001, salvo ritirare il provvedimento nel marzo del 2002 sempre a causa del gettito molto basso ed il rischio di fuga capitali. Stessa sorte in Belgio nel 2004 e per l' Austria.

Comunque, considerando che tutto ciò potrebbe pesantemente influire sui famosi e utilizzati sistemi di HFT (High frequency trading), ordini molto veloci e di piccole dimensioni che portano guadagno su piccolissime variazioni di prezzo, oltre che sull'operatività di piccoli, medi e grossi investitori privati credo che la prossima mossa, inevitabilmente, per la maggior parte dei trader sarà la solita fuga verso Paesi più idonei a questo tipo di attività.

9 ottobre 2012


 

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Il fondo salva-stati

Il capitale sottoscritto dagli stati membri a favore e disposizione del fondo in oggetto è di 700 miliardi di euro di cui 80 da versare a breve, entro il 2014: per il nostro Paese la quota intera sottoscritta è pari a circa 125 miliardi mentre quella da versare entro la data di cui sopra è pari a 14,3 miliardi. La capacità effettiva di erogazione dell'Esm a favore dei Paesi in difficoltà sarà di 500 miliardi di euro, ma la cifra potrà essere discussa ed eventualmente rivista ogni 5 anni. I finanziamenti verranno erogati (nel caso la Commissione e la Bce segnalino la necessità di interventi urgenti verso Paesi aderenti la cui situazione porti una chiara minaccia per la stabilità finanziaria ed economica della zona euro) in base a prestabilite condizioni che, almeno nelle intenzioni, dovrebbero sia permettere al Paese beneficiario di tornare economicamente e finanziariamente sostenibile sia mettere al riparo da brutte sorprese i Paesi membri aderenti al fondo stesso; disporrà, inoltre, di una combinazione di capitale richiamabile impegnato e di garanzie degli Stati membri della zona euro per un importo totale di 620 miliardi di euro.

Per gli italiani, dunque, altri sacrifici in vista: dopo gli aumenti sconsiderati su casa di proprietà, carburanti, beni di prima e seconda necessità, tagli ai servizi fondamentali per la comunità (asili, scuole, sanità, trasporti pubblici ecc.) saremo costretti a sopportare due nuove batoste che, per i privati, comporteranno quasi esclusivamente esborsi: il pareggio di bilancio e una montagna di miliardi in uscita verso l'Europa, miliardi che si sommeranno a quelli che già vengono inviati periodicamente dal 2000.

14 settembre 2012

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Ricomincia Zelig? No, è tornata la Consob

a seguito di delibera Consob, nuovo blocco dell’operatività in Short Selling sui titoli finanziari del mercato azionario italiano dalle 13:30 di oggi 23 luglio e
fino alle 18:00 di venerdì 27 luglio 2012. Contenuto della delibera n° 18283 al link http://www.consob.it/main/documenti/bollettino2012/d18283.htm
 

Ci risiamo: probabilmente quando i mercati scendono e nessuno, nell'ambito della "grande finanza italiana" (sic!), sa che pesci pigliare e, soprattutto, che spiegazione realistica dare, ecco che vanno a bussare alla porta della Consob ricevendone, come risposta, l'unica cosa che sanno fare. Non capiscono assolutamente nulla, a tal punto da non capire nemmeno che non risolvono alcunché con queste manovrine da scuola materna ma (anzi, alimentano le certezze degli investitori ribassisti che colgono chiari segnali di disperazione anche nelle "autorità"-sic-bis!- finanziarie italiane, oltre che nei risparmiatori), soprattutto e cosa ben più grave, cercano di ingannare gli italiani girando la frittata sugli stranieri, identificandoli con quella parolona, usata ormai in modo ridicolo e demenziale, che da tempo la fa da padrona su giornali e telegiornali, insieme a quel poveraccio tanto vituperato spread: SPECULAZIONE.
 

Il lavoro non c'è, i giovani fanno la fame, i licenziati non trovano più lavoro, gli stipendi sono fermi da un decennio e oltre mentre i prezzi al consumo sono raddoppiati, triplicati e oltre... i benestanti e i ricchi sono diventati ancora più benestanti e più ricchi, in un paese dove la mafia, la corruzione, la concussione, gli sprechi e il magna-magna della politica (attuale e precedente), di qualsiasi partito si tratti, avvolgono tutto, inesorabilmente. Un paese dove se evadi le tasse e ti beccano patteggi e dai allo stato 1/5 di quanto dovuto e, magari, a distanza di anni, quando cioè i tuoi bei soldini hanno maturato frutti di cui solo tu hai goduto; un paese dove riportare i soldi dall'estero, lavati e stirati, ti costa qualche punto percentuale, alla faccia dell'operaio che se ha figli fa la fame e deve pagare il 30/35% ancora prima di vedere lo stipendio; un paese dove prima ancora di poter usare l'auto che hai comprato e strapagato devi dare l'obolo allo stato e l'obolo all'assicurazione (e molto, molto  cari) e, una volta fatto questo, prendere una mazzata in testa non appena arrivi al distributore; uno stato dove comprare una casa per viverci ormai costa una vita di risparmi per due persone, insieme, se le stesse due persone fanno la fame o quasi e, nonostante questo, quello stesso stato te la fa sudare anche per tenerla con tasse e tasse e tasse!. Un paese dove i politici fanno la bella vita, lavorano poco o nulla, hanno mille privilegi che estendono, pari pari, ai loro conviventi (e chissà a quanta altra gente!), un paese dove dei tecnici chiamati a far ripartire l'economia e il lavoro altro non fanno che scaldare la dorata seggiolina distribuendo tasse e imposte ai soliti noti, senza ritegno, pretendendo di fare, in qualche mese, una storica manovra del mercato del lavoro, evidenziando solo arroganza e incompetenze e affossando ancora maggiormente la situazione, oltre, ovviamente, a girare per l'Europa a stringere mani e dispensare sorrisi: ma che c'avranno da ridere??. TUTTI i politici ed i tecnici di questo paese, chiunque ci abbia governato o sia stato all'opposizione negli ultimi 40/50 anni, sono i veri colpevoli di questo sfascio, quindi:

SMETTIAMOLA DI CHIAMARE SPECULAZIONE QUELLO CHE IN REALTA' E' IL CRIMINE PEGGIORE CHE SI POSSA COMPIERE NELLA VITA: ANNIENTARE LA DIGNITA' DI MILIONI E MILIONI DI PERSONE GRAZIE AL POTERE POLITICO E FINANZIARIO!!

25 luglio 2012

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Il rapporto fra il debito pubblico ed il pil è, per quanto riguarda l'Italia,, intorno al 110 %, un livello ritenuto elevato e che potrebbe creare problemi alla stabilità non solo del nostro paese ma, soprattutto, all'Eurozona. Qui sotto, dunque, un grafico che mostra i vari rapporti in ordine decrescente per parecchi paesi di tutto il mondo (dati aggiornati allo scorso anno):

 

 

Il livello massimo sulla destra rappresenta il cumulativo debito pubblico + debito dei privati e uno dei paradossi della crisi dell’eurozona (mediamente di poco inferiore al 100%) è rappresentato proprio dall’entità del debito pubblico che, come si può vedere, non sfigura certo se confrontato con i livelli di Giappone (la terza economia mondiale) e gli USA, oltre, naturalmente, alla Gran Bretagna. Idem per quanto riguarda la situazione italiana. Eppure ci danno per spacciati (noi italiani) e in gravissime difficoltà (come Area Euro) poprio per questo problema.

Ma siamo sicuri che il problema reale non sia altro? USA, UK e Giappone, infatti, stampano moneta, cosa che da noi non si può (più) fare, oltre, naturalmente, garantendo gli investitori stranieri. La Bce, invece, non lo può fare. E non può nemmeno emettere buoni del Tesoro comunitari (che per la sola partecipazione tedesca rappresenterebbero una quasi sicura fonte finanziaria per gli stranieri). La signora Merkel, poverina, ha paura che un po' di inflazione rovini i conticini della Germania, impedendole, quindi, in futuro di dettar legge ai servetti suoi vassalli (e non andiamo troppo lontano per sapere chi sono!). Inoltre, cosa nota ai più, i tassi di rendimento dei titoli di stato per i paesi sopra indicati sono ridicoli, mentre noi viaggiamo intorno al 6% (volatile), spendendo decine di miliardi di euro solo per pagare gli interessi; interessi che, dunque, bruciano tutte le manovre finanziarie ammazza-italiani che i nostri scellerati governi continuano a fare invece di ripianare la situazione partendo dall'alto (ma, del resto, se avessimo avuto, anche solo per un paio di legislature, un governo competente non saremmo ora in questa situazione, aggravata da pseudo tecnici che hanno come unica idea quella di tassare chi già fatica a vivere). Siamo sicuri, quindi, che rimanere nell'Eurozona ci eviti ulteriori problemi? Non è, invece, altamente probabile che in tal modo rischiamo solo ed inevitabilmente di prolungare un'agonia già fin troppo evidente?

In questi giorni sta passando (purtroppo) l'approvazione del progetto FISCAL IMPACT europeo, voluto, guarda che strano, dalla Germania. Avremo modo di parlarne a breve; basti sapere che, una volta approvato, dovremo presumibilmente sopportare una cinquantina di miliardi all'anno di maggiore tassazione, per riuscire a rispettarlo. Altri soldi che usciranno dalle nostre tasche. Centrodestra, centrosinistra e centro(e basta) approvano e votano a favore; si astengono quelli dell'Italia dei Valori, nettamente contrari i voti delle Lega. Meditate, gente, quando andrete a votare, non per votare chi sta cercando di impedire questo ennesimo scempio ma, almeno, per non votare chi lo perpetra alle nostre spalle e, soprattutto, SULLE nostre spalle!

19 luglio 2012

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La Russia continua a farsi  strada

RISORSE ED INDUSTRIA

L'economia russa è certamente ben impostata e, soprattutto, ben diversificata, con punte di estremo interesse in quei settori strategici anche in ambito economico mondiale. Infatti, alla luce delle aspettative di incremento demografico del pianeta e, soprattutto, dell'estremo maggior consumo, in prospettiva, di alimenti ed energia, l'importanza del settore agricolo e dell'allevamento russi, già estremamente interessanti ora, sono destinati ad avere un ruolo sempre più importante (ricordiamo che , fra le altre cose, la Russia è tra i maggiori produttori mondiali di cereali e di patate, mentre l'allevamento si concentra principalmente sui bovini), situazione che inciderà sullo sviluppo dell'industria alimentare, in particolare, attualmente poco organizzata e carente sotto molti punti di vista ma, inevitabilmente, con un potenziale enorme davanti a sé; la pesca, inoltre, ugualmente importante, vede la stessa Russia come primo produttore mondiale. Da non sottovalutare, infine, la fiorente produzione di legname, settore sviluppato grazie alle numerose e ampie foreste sparse su tutto il territorio. Si coltivano cereali e patate.

 

Il Paese è estremamente ricco di risorse naturali che permettono ai russi di essere molto forti nella produzione ed esportazione di gas naturale, petrolio, l'uranio e carbone; altri minerali e metalli, anche preziosi (ferro, manganese, oro, platino) e i diamanti rappresentano un'ulteriore risorsa ricca e di grande attrattiva a livello mondiale. L'industria pesante (metallurgica e siderurgica) seguita da quella energetica (come visto sopra e con l'aggiunta della produzione da parte di centrali nucleari) sono dunque estremamente sviluppate.

IMMOBILIARE

In Russia, con particolare riferimento alle città principali, Mosca in testa, gli appartamenti di lusso stanno andando a ruba. L'acquisto di proprietà immobiliari di lusso continua, ormai da tempo, ad ritmo estremamente sostenuto: solo negli ultimi due mesi, infatti, si stima un investimento complessivo, nella sola area moscovita, di una cifra compresa tra 150 e 200 milioni di dollari, un valore che evidenzia quasi un raddoppio della quota rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Secondo gli studi di settore, la richiesta di appartamenti di lusso (gli appartamenti venduti hanno un costo medio di tre milioni di dollari, e gli acquisti più significativi hanno interessato alcuni complessi residenziali dove il prezzo di un appartamento poteva superare gli otto milioni di dollari) è talmente alta da far prevedere l’esaurimento della loro disponibilità sul mercato entro tempi non eccessivamente lunghi.

Anche l’instabilità del rublo contribuisce, per ovvi motivi, a rendere il mercato particolarmente attivo: quando la valuta locale ha iniziato a perdere rapidamente valore, infatti, molti hanno deciso di reagire e cercare soluzioni adeguate per cercare di mantenere il potere d'acquisto dei proprio risparmi. Un tale clima di incertezza, dunque, ha favorito gli investimenti nel mattone. Il mercato sta vivendo un momento positivo, accompagnato da un forte interesse da parte degli acquirenti. La tendenza riguarda però non riguarda solo la vendita di immobili di lusso ma un’ampia fascia del mercato immobiliare; anche il numero degli appartamenti popolari il cui costo sta tra i 15000 ed i 30000 dollari ha subito un' impennata.

INVESTIMENTI STRANIERI

Secondo la società di auditing Kpmg la Federazione si colloca al quarto posto, dopo Cina, India e Brasile, per attrazione imprenditoriale. Fra le quattordici economie prese in considerazione per la prima volta sono stati inclusi quattro Paesi del Brics: Russia, Brasile, India e Cina. Una valutazione effettuata utilizzando come termine di paragone gli Stati Uniti, cercando di capire quanto fosse facile ed economico avviare un’attività imprenditoriale in questi Paesi. La Cina si è ritrovata al primo posto con il 26%, l’India con il 25%, il Brasile con il 21% e la Russia con il 20% per cento.

Gli investimenti in Russia da parte di imprenditori stranieri sono in costante aumento; in particolare, lo sguardo degli imprenditori italiani è puntato su Yaroslavl. E' qui, infatti, una regione (ottima per la posizione geografica, ma interessante anche per il grande patrimonio umano e scientifico, cui si aggiunge il notevole potenziale industriale della zona ) a circa 250 chilometri da Mosca, che si stanno concentrando alcuni importanti investimenti madeinItaly. Negli ultimi anni l’Italia è ai primo posti per fatturato merci nella lunga lista di Paesi che stanno investendo in questo territorio. Con un import basato principalmente sulle macchine, sugli impianti e i pezzi di ricambio, ma anche sulla plastica, i capi di abbigliamento e la resina, l’economia della regione ha visto negli ultimi anni lievitare notevolmente il fatturato delle importazioni, che hanno superato di gran lunga l’export (quest’ultimo basato soprattutto sulle fibre tessili, sul pellame da cuoio e il legname). Da non sottovalutare, inoltre, questa dichiarazione arrivata nei giorni scorsi dal Presidente:

(AGI) - Mosca, 10 lug. - Il presidente russo Vladimir Putin ha promesso di aprire il promettente Artico russo alle major dell'oil & gas straniere e ha garantito che Mosca andra' avanti con il programma di privatizzazioni nel settore energetico. Putin e' intervenuto oggi alla prima riunione della Commissione presidenziale sull'energia. Guidata dal suo uomo di fiducia Igor Sechin - oggi a capo del colosso petrolifero statale Rosnfet - e creata solo di recente, la Commissione e' stata vista da molti come un contraltare al ministero di riferimento per il settore, guidato da Aleksander Novak. Il leader del Cremlino ha ribadito che l'Artico rappresenta la principale speranza della Russia, ma per il suo sfruttamento sono necessari investimenti stranieri. "Nei prossimi anni dobbiamo raggiungere nuovi depositi", ha ammonito nel suo discorso trasmesso in tv. "Dobbiamo attirare capitale dall'estero", ha aggiunto, indicando nei risultati gia' conseguiti un modello. "Oggi circa il 25% dell'intera industria energetica e' nelle mani degli investitori stranieri", ha sottolineato, riferendosi ai tre maxi accordi per le esplorazioni nell'Artico siglati di recente. "Abbiamo fortemente liberalizzato" il settore e il governo continuera' a "privatizzare ulteriormente nel contesto delle decisioni precedentemente prese", ha garantito. Sulla vendita di asset pubblici delle compagnie energetiche, Putin ha pero' sottolineato - come gia' fatto al Forum di Pietroburgo a fine giugno - che Mosca non ha intenzione di "svendere" i propri beni. Allo stesso tempo ha garantito che il processo di privatizzazione non deve vedere attori in posizione privilegiata. Su questo ha avvertito che la holding pubblica Rosneftegaz non deve essere l'unico concorrente in gioco: "Non si potranno chiamare privatizzazioni nel vero senso del termine, se Rosneftegaz partecipa alla acquisizione di asset pubblici".
 

WEB

Significativo incremento di affari finanziari sul Web russo, sopratutto nell'e-commerce; il volume totale degli investimenti nel settore russo delle nuove tecnologie in questi due anni ha raggiunto 765 milioni dollari (+40% riepstto al 2011), senza contare le offerte che interessano aziende mature, in particolare Mail.ru Group e Yandex, quotata nelle Borse occidentali, e Ozon.ru, che ha generato 100 milioni di dollari nel 2011. Un altro segnale, dunque, che la Russia continua nella sua opera di apertura della sua struttura sociale attuale e futura.
 

Che dire: il percorso della Russia è già cominciato da tempo ed ha ormai una sua struttura più o meno collaudata, ma lo spazio di miglioramento e di evoluzione è estremamente interessante; la debolezza delle economie tradizionalmente ritenute forti, il peggioramento della crisi europea e le problematiche che ancora assillano gli investitori nazionali e internazionali nell'ambito degli investimenti nelle nuove superpotenze Cina, India e Brasile (soprattutto a livello burocratico) potrebbero favorire enormemente l'ascesa del Paese e della sua economia.

10 luglio 2012

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 A chi interessa veramente lo SPREAD?

E' mai possibile che, in nome di questo ormai famigerato SPREAD btp-bund ogni abominio contro le nostre tasche sia permesso e, anzi, auspicato dai poteri forti? Quei poteri che, fino a ieri e, probabilmente, tutt'oggi sono coinvolti, quando non causa stessa, della situazione critica in cui versiamo? E, soprattutto, questa situazione è veramente critica, come ce la vogliono dare a intendere, a causa dello spread e del debito pubblico, o c'è dell'altro?? Invito a leggere un paio, fra i tanti, di articoli di circa una quindicina di anni fa, a dimostrazione che non solo con un elevato spread si può convivere ma, spesso, può essere perfino interessante per far migliorare la situazione di molte famiglie.

LA RIMONTA DI BTP E ' BONOS' (di ALESSANDRO GIUDICE). 18 marzo 1996
"Londra. NELLA seconda metà del ' 95, i titoli di Stato italiani hanno realizzato una perfomance di tutto rilievo rispetto ai principali mercati internazionali. Il differenziale di rendimento tra Btp decennali e Bund (i titoli di Stato tedeschi) si è progressivamente ridotto da un massimo di circa 6,5 punti, toccato nell' aprile del ' 95, fino ad un minimo di 4,75 a fine anno. Questa tendenza si è ulteriormente rafforzata nei primi due mesi del ' 96, allorché la riduzione dello spread di rendimento ha subito un' accelerazione, toccando per due volte i minimi intorno a 4,06-4,07, fino al livello attuale di 4,26. Il differenziale tra il rendimento di un titolo (nella fattispecie il Btp) ed un altro (il Bund) riveste particolare importanza per interpretare il rischio di credito di un emittente (nel caso specifico il Tesoro italiano), cioè il premio che il mercato chiede in cambio del rischio di acquistare un titolo piuttosto che un altro ritenuto sicuro (Btp piuttosto che Bund). In tal senso, è il termometro della fiducia che i mercati finanziari internazionali concedono ad un paese. Il miglioramento dei titoli italiani è il risultato di svariati fattori. 1) Un quadro macroeconomico più rassicurante, soprattutto sul fronte della politica fiscale. Gli interventi decisi dal governo dei tecnici, uniti ad un robusto tasso di crescita dell' economia, hanno concorso a rallentare la crescita del rapporto debito pubblico/Pil, legittimando la speranza che si possa arrivare presto ad una stabilizzazione di tale indicatore. 2) Il deciso recupero della lira, attestatasi in un range di 1040-1060 contro il marco tedesco. 3) Negli ultimi due mesi, le aspettative (finora confermate) di un apprezzabile rientro della pressione inflazionistica (al 5% secondo gli ultimi dati, con stime di un 4,5% per marzo). 4) Una sufficiente continuità nell' azione di governo. 5) Nelle ultime settimane, segnali di nervosismo su altri mercati ad alto rendimento (Spagna, Svezia) che hanno aiutato il Btp. [...] Per tutte queste ragioni sono in molti a prevedere un allargamento dello spread, secondo alcuni fino a 5 punti nel secondo semestre di quest' anno. Poiché anche gli scenari sul dollaro non sono tali da indurre all' ottimismo, soprattutto nel secondo semestre del ' 96, uno spread Btp-Bund vicino a quota 4,10 punti ed uno spread Bono-Bund vicino a 3,20 sono considerati bassi, e tali da indurre alla massima cautela."


BTP, IL FUTURO E' ALLE SPALLE MA NON CI SONO ALTERNATIVE. di GIULIA ADAMI. 25 novembre 1996
"Milano. Per gli investitori che hanno deciso di mantenere in portafoglio i Btp, il regalo di Natale è già pronto; grande, luccicante e posizionato in bella vista sotto l' Albero. Si tratta di una plusvalenza "storica" e probabilmente irripetibile. Dal primo gennaio ad oggi, infatti, in barba ai timori di ripresa dell' inflazione e a quelli di instabilità politica, il prezzo dei titoli di Stato a cedola fissa si è arrampicato inesorabilmente e al di là di ogni aspettativa, disintegrando, uno dopo l' altro, tutti i livelli di resistenza individuati, strada facendo, dagli analisti tecnici e quelli di equilibrio calcolati dagli economisti. Il regalo più generoso è sicuramente quello del Btp trentennale (Btp 1.11.2023 codice Abi 36665) che dall' inizio dell' anno ad oggi si è apprezzato di 28,22 lire, passando da una quotazione di 84,44 lire del 3 gennaio alle attuali 112,66 lire. In termini percentuali, si tratta di un guadagno del 33,44 per cento, senza considerare i flussi cedolari. Anche i Btp con scadenze più brevi hanno messo a segno performance invidiabili. Il Btp 1.2.2006 (codice Abi 36749) con tasso nominale annuo del 9,5%, emesso a febbraio a 98,28 lire, ad esempio, ha guadagnato il 15,09%; mentre per il Btp 1.2.2001 (codice Abi 36748) nel comparto dei titoli con scadenza quinquennale, il prezzo ha registrato una variazione positiva del 9%, tra il prezzo di emissione (100,92) e quello attuale pari a 110,05 lire. Che fare? Disinvestire i titoli a lunga scadenza, portare a casa i guadagni e cercare altre opportunità tra i titoli a tasso fisso a più breve scadenza o addirittura tra i Cct, oppure tenere duro e mantenere in portafoglio i Btp, nella speranza di vedere prezzi ancora più alti? E per quelli che, invece, hanno venduto molto tempo fa, rifugiandosi tra Bot e Ctz, cosa conviene fare, rientrare in gioco, per speculare sull' ultima fiammata di rialzi, oppure accontentarsi dei guadagni realizzati fino a questo momento in attesa che si verifichi un ridimensionamento delle quotazioni? Ciò che i mercati stanno palesemente scontando è che nel 1999 anche i paesi ad alto rendimento, come Italia, Portogallo e Spagna possano prendere parte all' Unione Europea. Non a caso i tassi di interesse italiani stanno convergendo verso quelli medi europei. La differenza tra i rendimenti del Btp decennale italiano e del Bund tedesco, che ad inizio anno era di 472 punti si è ridotta fino a raggiungere, in questi giorni, il valore minimo di 170 punti. Ciò significa che almeno sulle lunghe scadenze, la convergenza monetaria si è già concretizzata; lo spread Btp-Bund ha, infatti, raggiunto livelli uguali al differenziale di inflazione tra Italia e Germania, il rischio paese si è dunque azzerato. C' è da attendersi, pertanto, che il prezzo dei Btp decennali si muoverà molto più di prima in sintonia con il decennale tedesco. Per decidere, dunque, se vendere o rimanere sui titoli a lunga scadenza è necessario dapprima valutare a quale livello potrà arrivare l' inflazione italiana e poi quanto potrà durare il rallentamento dell' economia europea. Le aspettative degli economisti sono per una riduzione sia dell' inflazione, che potrebbe andare al di sotto dell' attuale 3%, sia dei tassi ufficiali che potrebbero ancora essere abbassati di almeno mezzo punto in Italia. Ma questi eventi sono già da tempo scontati nei prezzi ed è pertanto prevedibile che le quotazioni dei Btp possano continuare a oscillare nelle zone di massimo, senza manifestare però significativi spunti al rialzo. Si potrebbe dunque vendere i Btp decennali e il trentennale, ma per comprare cosa? Il settore dei Btp a tre anni potrebbe essere un' alternativa, per chi vuol restare nell' ambito dei titoli a cedola fissa, ma i prezzi di quelli che scadono nel 2000 sono ampiamente sopra le 100 lire, cioè del prezzo di rimborso. Tanto vale guardare al di là della data di inizio dell' Unione Europea e acquistare il Bund, che rende il 5,80 per cento, ma in marchi tedeschi. In questo modo, tra le altre cose, ci si cautela da una ormai improbabile eventualità che l' Italia si ritrovi ad avere una qualche difficoltà a entrare in Europa. Per chi, invece, vuol dormire sonni tranquilli è consigliabile investire nei Cct, scegliendo tra gli ultimi emessi, quelli che hanno l' indicizzazione ai Bot a sei mesi. Questi titoli rimangono relativamente stabili in termini di prezzo anche se con un livello cedolare che si è appiattito molto nell' ultimo anno."

Ora basta andare a vedere come stava l'economia italiana in quegli anni e come è andata in quelli immediatamente successivi e, infine, verificare se e quali manovre sono state fatte dai governi in carica; forse la cosa potrà sembrarvi strana ma, a differenza di quanto succede oggi con il governo di presunti tecnici che dovrebbero risollevare le sorti del paese, le misure adottate non si avvicinano nemmeno a quelle pesantissime a cui siamo soggetti attualmente. Anzi, moltissimi investitori, non solo speculatori di professione, hanno ben guadagnato da questi rialzi-ribassi, anche piccoli risparmiatori, senza nulla rubare, frodare o approfittando di qualche illecito: si chiama investimento a rischio, quello che, poco chiaramente, anche la Consob ha bloccato per mesi! Perché contro chi ruba e froda poco o nulla si fa ma a chi cerca di racimolare qualche euro in più lavorando sui mercati finanziari e rischiando grosso "del suo" si impedisce di farlo. Che dire, forse in questo paese conviene fare solo due cose, per poter essere benestanti e intoccabili: il politico o l'evasore!

10 maggio 2012

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Grano: opportunità per il futuro?

I mercati azionari non stanno dando soddisfazioni da almeno un decennio abbondante agli investitori di lungo termine che mirano a tenere titoli o strumenti alternativi (fondi, gestioni patrimoniali ecc.) per molti anni con l'intento di sfruttarne la rivalutazione delle quotazioni in base all'assunto che, prima o poi, l'investimento azionario "paga". Come la realtà dei fatti ci sta dando modo di vedere/capire, è possibile che ciò non accada sempre e che, talvolta, il lungo termine possa diventare lunghissimo termine (e non per scelta, purtroppo), richiedendo non più anni (o qualche lustro) ma decenni. A questo si deve aggiungere il fatto che, per chi investe in singoli titoli, in un lasso di tempo così lungo la possibilità di fallimento di un'azienda, in passato ritenuta sicura, è sempre in agguato, mentre per chi investe in fondi o similari fin troppo spesso le commissioni di gestione, che si pagano sempre e comunque, possano influire in modo eccessivo sulla performance tanto a lungo attesa.

Un'alternativa storica a questo è sicuramente l'investimento in materie prime che, speculazione temporanea a parte, hanno sempre a monte un bene materiale oggetto di domanda e offerta reali sul mercato economico; la finanza come riflesso diretto e realistico dell'economia reale, in parole povere. Tra queste, una in particolare è il grano, da sempre alla base della catena alimentare dell'uomo e, dunque, una delle più rappresentative del mercato sociale-economico-finanziario mondiale. Qui sotto pubblico un grafico di lungo termine e due osservazioni, senza pretese visto la mia modesta conoscenza del mercato.

Sul grafico sono indicati i livelli di supporto e resistenza più immediati: la resistenza è lo statico che ha fermato il rialzo nell'ultimo periodo generando massimi relativi su livelli molto vicini tra loro, mentre al ribasso si possono rilevare due aree di un certo interesse che, qualora raggiunte o superate proprio nel mese di giugno, potrebbero generare una discreta spinta per un corposo rimbalzo o una ripresa del trend rialzista, 560 e area 488/518 appunto. Questo per quanto riguarda l'operatività più "stretta", mentre per quella a più ampio respiro direi che non dovrebbe esserci una gran fretta, considerando che, storni a parte, le prospettive per i mercati azionari (con particolare riferimento agli USA) sono ancora discretamente interessanti per l'anno in corso; per tale motivo le motivazioni della prima parte dell'articolo potrebbero riguardare più direttamente gli anni 2013 e 2014, soprattutto qualora la situazione legata a inflazione e debito pubblico statunitense non dovesse migliorare significativamente.

29 marzo 2012

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India e investimenti

L’India è un Paese con oltre 1,2 miliardi di abitanti, dunque il secondo più popolato del nostro pianeta. E’ chiaro che, in un tale contesto, le proiezioni di un eventuale incremento dei consumi e della produttività mostrano risultati eclatanti, in previsione almeno; anche perché un numero estremamente alto di queste persone vive ancora nella povertà assoluta e sul limite della stessa, il che lascia veramente ampi margini di espansione delle attività in ogni senso. Se a questo aggiungiamo che circa un terzo della popolazione è giovanissima (sotto i 15 anni) e che il settore della tecnologia (anche scolastica) è in costante aumento, il gioco è (o sembra, almeno) fatto.

La lingua inglese, causa il colonialismo targato UK, è radicata e ben conosciuta, motivo per cui il Paese rimane in prima linea per le potenzialità di sviluppo del settore tecnologico: gran parte della popolazione giovane abile al lavoro, infatti, risulta, per questo, una enorme fonte di risorse umane a costi estremamente competitivi e con un’ottima conoscenza della lingua.

Se le attese degli analisti finanziari saranno soddisfatte, il PIL indiano, seppure in diminuzione rispetto all’anno precedente (8% circa) dovrebbe attestarsi intorno al 7%, il che la dice lunga sull’attuale stato di salute dell’economia, soprattutto se visto in relazione alla contingente crisi mondiale.

I problemi, tuttavia, non mancano, soprattutto perché investire in India non è cosa semplice: gli ostacoli alla liberalizzazione del mercato e i molti impedimenti che vietano agli investitori stranieri di partecipare allo sviluppo di settori economici importanti e strategici per il Paese, nonché l’assenza, almeno per il momento, di una coscienza generale politica volta all’apertura in tal senso (se non marginale..)  rendono ancora poco avvicinabile una strategia vincente entro tempi ragionevolmente accettabili.

Solo ultimamente, tuttavia, qualche tentativo di apertura sembra profilarsi all’orizzonte:

1)   il parlamento ha approvato una norma che permette agli stranieri di investire nei collocamenti e negli aumenti di capitale delle aziende quotate;

2)   è allo studio un nuovo progetto per la liberalizzazione della distribuzione al dettaglio.

L’inflazione è elevatissima, la disoccupazione anche, il deficit difficile da contenere (debito/Pil oltre il 60% in aumento), il settore agricolo in grave difficoltà per il notevole incremento di bocche da sfamare e quello industriale ancora troppo oberato dai tassi di interesse gravosi a causa proprio dell’inflazione e dell’aumento del costo del denaro in generale nel finanziario; settore, quello finanziario, ancora troppo in mano allo stato (come del resto molti altri settori), quindi maggiormente interessato all’investimento nel pubblico piuttosto che nel privato. Tutto ciò rende anche possibili futuri disordini sociali, a meno che non vengano adottate manovre estreme e innovative in grado di arginare l’ondata di problematiche che lo sviluppo di questi ultimi anni ha portato ai limiti dell’accettabile.

Questo significa, a mio avviso, che ancora potrebbe essere prematuro buttarsi sin d'ora a capofitto nella creazione di una strategia di investimento nel Paese, se non altro a causa dei troppi dubbi sulla strada o le strade da seguire, dubbi che potranno essere fugati solo se e quando sarà intrapresa la via della liberalizzazione degli investimenti stranieri. In ogni caso, qualora le principali (e forti) problematiche sociali ed economiche fossero almeno in buona parte risolte dall'intervento politico, sarà inevitabile, dunque, che in prospettiva l’idea che il futuro possa essere appannaggio di Cina, India e ben pochi altri si concretizzerà sempre di più, anche se, la storia insegna, il nuovo che avanza fin troppo spesso paga a caro prezzo e per tempi lunghi la mancanza di esperienza…

2 marzo 2012

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Vendite allo scoperto

Si è estinto venerdì 24 febbraio il divieto di vendite allo scoperto sui titoli e derivati della borsa italiana. Qui si può leggere per intero il comunicato della Consob:

http://www.consob.it/main/consob/comunicati_interventi/comunicati/cstampa.html?queryid=cstampa&resultmethod=cstampa&maxres=1&search=1&amp;symblink=/main/consob/comunicati_interventi/comunicati/index.html#20120224

Era ora. E, comunque, la cosa più interessante da rilevare è che in un tale contesto di speculazione, ribassi da incubo soprattutto sui titoli finanziari e milioni di risparmiatori che hanno visto volatilizzati buona parte dei propri risparmi l'unica cosa che è riuscito a fare l'organismo più rappresentativo del nostro paese in materia di borsa e finanza è stato quello di vietare le vendite allo scoperto. Provvedimento che, alla fine, probabilmente, ha interessato solo i piccoli trader italiani che hanno aperto conti con piattaforme di trading in Italia e la dimostrazione la si vede senza possibilità di smentita sull'andamento del mercato nel periodo "incriminato".

Insomma, per i piccoli nulla è cambiato a dimostrazione del fatto che i provvedimenti sono fatti sempre e comunque a beneficio di ricchi e potenti... mi sorge solo una domanda: ma dov'era la Consob quando, soprattutto nel 1999/2000 (e non solo) il rialzo del mercato, che coinvolse quasi tutto il listino, portò ad una sopravvalutazione di moltissimi titoli anche del 1000% e oltre e che, a distanza di 6/12 mesi, distrusse interi patrimoni di moltissimi piccoli risparmiatori?? Quando mai ha adottato provvedimenti per evitare che titoli, il cui valore di prima quotazione era correttamente stimato, subissero rialzi del 300/400% in poche settimane senza alcuna giustificazione reale e realistica? Non si trattava, dunque, di mera speculazione a vantaggio di grossi investitori a danno dei risparmiatori e piccoli trader? Ha mai sospeso gli acquisti su un titolo per mesi o, almeno, per giorni, la cui quotazione aveva assunto valori perfino ridicoli rispetto al suo valore reale di mercato per evitare che qualcuno fosse tratto in inganno e "ci lasciasse le penne", ossia i risparmi di una vita?? Ha mai punito qualcuno di quegli analisti che sostenevano che titoli già vergognosamente sopravvalutati dovessero salire ancora e parecchio e che, a distanza di pochi mesi, stavano in un poco religioso silenzio o, peggio ancora, si prodigavano ad abbassare target price già parecchio limati in precedenza, senza vergogna e senza pudore? Se si, attendo notizie in merito: mi piacerebbe avere la certezza che a controllare la regolarità dei mercati e degli investimenti dei risparmiatori ci sono persone competenti, consapevoli e oneste, perché avrei molto meno la sensazione che, per l'ennesima volta e l'ennesimo caso, nel nostro paese si buttino i soldi dei contribuenti per qualcosa di inutile ma costoso.

Ma ho l'impressione che aspetterò invano e inutilmente, ora e in futuro.

27 febbraio 2012

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Risparmi a rischio?

Mi sono arrivate diverse mail, negli ultimi mesi, in merito agli investimenti fattibili ai giorni nostri, nel tentativo di non incorrere in qualche nuovo disastro finanziario e, allo stesso tempo, di non vedere i propri risparmi erosi dal tempo e dalle spese di gestione degli stessi. Fermo restando che il rischio-zero è ormai utopia, direi che qualche cosa si può fare anche ai giorni nostri, pur considerando il fatto che un buon compromesso tra un seppur minimo tasso di rendimento ed un accettabile rischio finanziario sia d’obbligo per non essere costretti a rimanere a guardare senza far nulla (e non è detto, comunque, che sia del tutto sbagliato). Qui una di queste mail:

 

Gent. Sig, Marco, sono un assiduo frequentatore del suo sito finanziario ormai da parecchi anni. La seguo con interesse perche' ormai nel mondo internet sono diventate come le mosche bianche persone che hanno la sua competenza e ancor piu' la sua serieta' in un ambiente pieno di "furbetti del quartiere". Pensando e sperando di interpretare il pensiero di molti altri suoi utenti, con la presente  sono a chiederle un consiglio su un argomento che attualmente va per la maggiore: "che fine faranno i nostri sudati risparmi"? Infatti, le notizie che si susseguono negli ultimi tempi, mettono in discussione certezze che da decenni sembravano immutabili, anche i titoli di stato non sono piu' sicuri. Vengo alla domanda. Ho acquistato in data 19 Novembre 2009 due trance di BTP con le seguenti caratteristiche: 

- BTP 1 Agosto 2021 € 20.000 - Rendimento lordo 3,75 Acquistati a 96,97

- BTP 1 Agosto 2023 € 30.000 - Rendimento lordo 4,75 Acquistati a 100,02 

1) mi conviene venderli o mantenerli?

2) in caso di vendita dove e' piu' conveniente mettere la liquidita', sotto il materasso, in un conto corrente, in un conto svizzero,

 in una cassetta di sicurezza o altro?

3) in caso di default italia, cosa rischio mantenendo gli stessi titoli in portafoglio?

 

Mi scuso per le tante domande ma sono sicuro che ben capira' il mio/nostro stato d'animo attuale. Grazie. Cordiali saluti” (Email di Max della prov. di Ancona)

 

Per prima cosa rispondo direttamente a Max:

 

Domanda 1)  e 2) la convenienza a venderli o mantenerli, purtroppo, dipende da tanti di quei fattori, in una fase come questa, da rendere fin troppo difficile fare una corretta valutazione dei rischi. Occorre, quindi, valutare soggettivamente la situazione, prima ancora di andare a capire se l’emittente dei titoli in oggetto onorerà i suoi impegni in futuro oppure no. A mio avviso, infatti, le possibilità, seppur remotissime, di un fallimento dello stato italiano dovrebbero chiaramente indicare che la cosa migliore da fare sia quella di liquidare le posizioni e rimanere in attesa. E’ altresì vero, però, che qualora la liquidità rimanesse in Italia, su conti italiani, un default paese si tradurrebbe inevitabilmente in un default anche del sistema bancario italiano, con conseguente e presumibile annullamento della garanzia di rimborso (fino a 100 mila euro) della liquidità depositata sui conti correnti. E’ chiaro, quindi, che non si risolverebbe il problema salvo che la liquidità ottenuta fosse poi portata all’estero e depositata su conti di deposito che resterebbero estranei alle conseguenze di un fallimento italiano.

Passo quindi a una considerazione meramente tecnica: il BTP è titolo a tasso fisso, il che significa che, a prescindere dalla situazione contingente italiana e presumendo che il tutto si risolva per il meglio, se in futuro i tassi dovessero cominciare a salire il rendimento cedolare attuale potrebbe non essere più interessante mentre il corso dei due titoli potrebbe anche subire una vistosa svalutazione; è vero che portati a scadenza il rimborso sarebbe comunque pari al nominale (100) ma è anche vero che, qualora il rialzo generale dei tassi avvenisse entro tempi brevi, per parecchi anni si sarebbe costretti ad accontentarsi di un tasso inferiore alla media di mercato, a meno che si decida di vendere a prezzi inferiori a quelli di acquisto. E’ vero che la FED, di recente, ha comunicato che la politica dei tassi zero (o tassi bassi, in ogni caso) si prolungherà ancora per molto tempo, ma non è dato sapere se e come ad un certo punto questo rialzo avverrà e quanto condizionerà i titoli a tasso fisso con cedole di questa entità. Comunque, non ci dovrebbe essere fretta, almeno a valutare gli ultimi eventi macro.

 

Domanda 3) il rischio in caso di default è quello di rimetterci in parte o in toto il capitale investito, mentre l’interesse, così o di diversa entità, dovrebbe/potrebbe essere pagato nel tempo, anche se non è detto. Potrebbe, realisticamente, essere consolidato il debito pubblico e, di conseguenza, il capitale investito in titoli di stato non sarebbe più rimborsato, mentre verrebbe comunque pagata la cedola periodica al titolare del diritto stesso. E’ chiaro che il default potrebbe assumere dimensioni diverse, il che potrebbe significare anche solo una riduzione del capitale rimborsabile, oppure una riduzione dell’interesse percepibile, o un allungamento di alcuni anni della scadenza che diventerebbe dunque forzata ecc. 

 

Di seguito, cliccando sull’icona qui sotto, potrete leggere un documento di sintesi sui principali investimenti per il risparmiatore, la maggior parte dei quali conosciuti ormai da tutti.

27 gennaio 2012

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Nuovo provvedimento della Consob

La Commissione di vigilanza sulla borsa ha prorogato fino al 24 febbraio 2012 il provvedimento restrittivo sulle posizioni nette corte sulle azioni del comparto finanziario, adottato il 12 agosto scorso e poi prorogato fino al 15 gennaio 2012 con la delibera n. 17992 dell’11 novembre scorso. Quindi non si possono assumere o incrementare le posizioni nette corte, ossia le posizioni ribassiste, calcolate come differenza fra le attività in vendita e in acquisto, tenuto conto di tutti gli strumenti finanziari, compresi quelli derivati e su indici. Restano invece in vigore a tempo indeterminato le altre misure a suo tempo adottate: gli obblighi di comunicazione alla Consob delle posizioni ribassiste su tutte le società quotate in Italia introdotti il 10 luglio scorso con la delibera n. 17862 e il divieto di vendite allo scoperto “nude” su tutte le azioni quotate sui mercati regolamentati italiani indipendentemente da dove sono negoziate previsto dalla delibera n. 17993 dell’11 novembre 2011. La decisione è stata presa in considerazione del perdurare «delle eccezionali condizioni di mercato che hanno giustificato la adozione delle misure tutte contenute nelle delibere sopra citate» e delle «analoghe disposizioni restrittive adottate dalle competenti Autorità di Francia, Belgio e Spagna in materia di posizioni nette corte». La Consob ritiene che «per garantire l’ordinato svolgimento delle negoziazioni e la tutela degli investitori, sia necessario e indifferibile prorogare le misure restrittive in materia di posizioni nette corte su titoli azionari del comparto finanziario, fatta salva la possibilità in ogni momento di una loro modifica o revoca, in ragione di mutamenti delle condizioni di mercato e, per quanto possibile, in accordo con le altre competenti Autorità europee che hanno adottato analoghe misure».

E vediamo, allora, gli effetti benefici che danno merito a questi pseudo genialoidi della consob di aver "raddrizzato" una situazione tragica e poco chiara:

FtsMib la seconda settimana di agosto quotava a 15900 punti circa, ora quota 15200 punti circa, con una perdita, rispetto al periodo ultimo utile pre-provvedimento, del 4,5% circa.

A Francoforte, invece, nessuno ha pensato di impedire agli operatori di scegliere, democraticamente, se comprare o vendere; ciò avrà quindi comportato un disastro a livello di indice, presumibilmente. E invece basta guardare e notare come a fronte di un livello di 6000 punti circa nello stesso periodo di agosto, ora le quotazioni stanno intorno ai 6200 punti, con un guadagno di oltre il 3%. Lo spread Italia-germania, dunque, è quantificabile in circa 7,5 punti percentuali. Non male, complimenti alla Consob!

Siamo proprio sicuri, quindi, che tali provvedimenti siano fatti per proteggere investitori e aziende??

 

Riporto qui sotto un articolo (vecchio di qualche mese) che mi permette di esprimere la mia personale opinione in merito senza faticare a scriverla, considerando che la penso esattamente come l'autore, Francesco Bruni:

"[...] Perché è stato introdotto lo short selling? Contrariamente a ciò che viene pompato dai media, è uno strumento di democrazia economica. Infatti, l’investimento in borsa, viene effettuato in base alla valutazione dell’azienda, del business, e soprattutto del management, che dovrebbe essere il garante della corretta gestione della crescita futura. Ecco perché un investitore decide di diventare azionista. Condivide le politiche di sviluppo dell’azienda e la finanzia. In questo modo, l’azienda ha somme disponibili come capitale di rischio, e non come capitale di terzi (le banche) che deve pagare (interessi) e rimborsare a scadenza. Chi possiede azioni, non deve essere rimborsato a scadenza, e l’interesse sul prestito (dividendo) può anche, per ragioni di varia natura, non essere corrisposto. Tuttavia, siccome il mercato è una cosa seria ( da noi non sempre… ), il problema era: come tutelare gli investitori dall’azione dei manager? Con lo short selling. Vuol dire che se l’investitore si convince, a torto o ragione, che l’azienda sia gestita male o in malafede, può vendere i titoli allo scoperto, determinando una riduzione della capitalizzazione di borsa. Con meno valore di mercato, i manager guadagnano meno, hanno maggiori difficoltà ad ottenere prestiti e devono pagarli più cari, e via dicendo. Insomma, almeno in teoria, non hanno convenienza a far andare male le cose. Da questa mattina (venerdì), per 15 gg, l’Esma (la Consob europea) su alcune piazze europee ha vietato lo short selling su banche, assicurazioni ed intermediari finanziari ma, a conferma che il problema sono deficit e i debiti pubblici, non gli hedge fund, se andiamo a vedere le chiusure di venerdì in Europa, come diciamo in altro articolo"??La forte salita odierna non ha nulla a che vedere con la proibizione dello short selling, vietato da oggi in Italia, Francia, Spagna e Belgio. Tant’e’ vero che l’indice Europeo delle blue chip, con una fortissima componente tedesca, ha chiuso con un rialzo superiore a quello di Piazza Affari“. E’ un rimbalzo tecnico, favorito da alcune circostanze particolari, come il progresso della vendite al dettaglio negli Usa e l’alta volatilita’.

Se usciamo dall’ambito politico, dove in genere si vedono di buon occhio queste manifestazioni di forza degli organismi di vigilanza, e andiamo a scrutare la societa’ civile, lato consumatori, cadiamo dalla padella alla brace: “Per la Federconsumatori e l‘Adusbef il divieto della Consob di bloccare lo short selling deve essere permanente“, questo si legge in  un comunicato stampa. Ma tornando ai piani alti dove si decide, la Consob, non aveva fatto sapere, dopo le recenti vendite massicce sui Btp, che queste non erano avvenute nella quasi totalita’ ad opera della speculazione, intendendo con questo termine vendite allo scoperto, ma da istituzioni che si stavano liberando dei titoli italiani (si venne poi a sapere che erano in particolare banche tedesche)? Come mai, allora, adesso pensa di risolvere il problema dei tonfi di borsa con la proibizione dello short selling? C’e’ qualche novita’ a noi sconosciuta?".

Che dire: una volta per vedere certe cose si andava al circo, oggi non sembra più necessario...

12 gennaio 2012

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Il siderografo per il 2012

Il grafico del siderografo di Bradley indica, nello specifico, massimi e minimi relativi in un intervallo temporale che, solitamente, ha come riferimento l’intervallo di un anno.

In tali punti, identificati da date precise come da grafico, Bradley ritiene che potrebbero verificarsi delle potenziali Iinversioni, causate dalle polarità di cicli astrali e, di conseguenza, dei netti cambi di tendenza, più o meno marcati (a seconda della forza del punto di possibile inversione) dei prezzi di mercato. Non è detto che un massimo del siderografo di Bradley rappresenti un massimo sui prezzi di mercato o che un minimo rappresenti un minimo: è solo un momento di inversione potenziale con approssimazioni, sempre in base all'importanza del set-up stesso, di un periodo compreso tra 1 e 10 giorni. Un'interessante interpretazione indica che le inversioni migliori e più affidabili si verificano quando c’è divergenza fra prezzi e set-up del siderografo, ossia i prezzi si muovono in senso opposto a quello indicati sul grafico. Si basa, in pratica, sullo stesso concetto che le divergenze indichino elementi di un possibile ed imminente cambiamento nel trend di fondo.

Evidenzio, per il 2012, i 4 punti di svolta principali:

16/03/2012
12/06/2012
28/07/2012
22/12/2012

Quindi, all'approssimarsi delle date segnalate, consiglio di porre maggiore attenzione alla propria operatività, anche solo per controllo o conferma della stessa.

11 gennaio 2012

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Prospettive economiche generali per il 2012?


La Grecia e' sempre sull'orlo del baratro e impensierisce l'Area Euro e gli investitori internazionali in merito al possibile ed eventuale cedimento della valuta corrispondente in caso di definitivo default degli ellenici. Probabilmente, la situazione si evolverà in maniera meno drammatica, a meno di nuovi scenari che, stavolta, diventerebbero apocalittici con Italia e Spagna (e non solo) coinvolte nella debacle stessa; il governo greco taglierà nuovamente gli stipendi, sulla linea della svalutazione interna, e proporrà un accordo con le banche per la riduzione (drastica) degli interessi sui prestiti (su tutti o su una parte consistente degli stessi). Se la situazione evolverà in tale direzione le prospettive, tutt'altro che rosee, potrebbero portare a una risoluzione, comunque lunga e dolorosa, del problema greco per l'Europa. Qualora ciò non accadesse e volgesse, invece, al peggio, la primavera del nuovo anno sarebbe assai dolorosa anche per Spagna e Italia appunto, entrambe impegnata in un'ampia ristrutturazione per ridare fiducia agli investitori internazionali ed ai vertici di Bruxelles: in caso di default, infatti, le banche di questi due paesi (non solo, ovviamente) ne sarebbero colpite in modo cruento ed in una situazione come quella attuale sarebbe nuova e profonda crisi sicuramente.

A prescindere dalla Grecia, comunque, Italia e Spagna non passeranno bei momenti: la recessione è ormai cosa fatta, o quasi e, viste le premesse, direi che c'è ben poco da fare per i prossimi 2-3 anni almeno. Unico appunto: a mio avviso, nonostante la Spagna ci abbia clamorosamente anticipato nel proporre soluzioni e aggiustamenti economici per rientrare nelle grazie dei grandi dell'UE, direi che a livello strutturale anche loro siano messi veramente male, in quanto a riforme degne di tal nome. E, forse, visto il loro rapporto deficit/pil, seppure nella disgrazia potremmo avere qualche piccola soddisfazione nei loro confronti, nei prossimi 6-9 mesi. In ogni caso, c'è poco da stare allegri!

La Cina rimane decisamente forte e, forse per dare una mano alle economie mondiali (mano che torna sicuramente utile in futuro agli stessi cinesi) o, più probabilmente, per assicurarsi il mantenimento e, in futuro, l'incremento dei mercati di esportazione che l'hanno fatta forte, non accelera ormai da mesi, nonstante ne abbia mezzi e possibilità, soprattutto in questo momento. Nella speranza, ovviamente, che non segua un tracollo generalizzato di valute e mercati di riferimento, altrimenti l'invasione gialla rischierebbe di evolversi in una caduta degli invasori per mancanza di risorse con le quali mantenersi.

Gli USA si trovano nell'anno delle elezioni e la FED sicuramente non vorrà veder sviluppare nuovi problemi: non appena si dovessero profilare all'orizzonte possibili segnali di tempesta, a mio avviso, provvederà ad intervenire prontamente con nuove iniezioni di liquidità e sostegno all'industria americana. Certo, se anche ciò non dovesse funzionare, allora si che sarebbe la debacle storica per USA e alleati. Senza dimenticare, comunque, che l'economia americana sta andando al 2,5-3%, che il mercato del lavoro è in ripresa e che i mercati finanziari non hanno certo patito in modo particolare nel 2011.

Insomma: mentre Cina viaggia ancora bene, USA tiene, Giappone si barcamena senza novità da anni e qualche emergente continua a migliorare (vedi Brasile, per esempio, e India in testa), gli speculatori continueranno ancora per mesi, probabilmente, a battere il ferro caldo in Europa, con le solite e ben conosciute preferenze.

9 gennaio 2012
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La cura Monti: pareggio di bilancio sulla pelle degli italiani? Si, ma solo di alcuni italiani

I politici più pagati d'Europa, gli evasori più prolifici del mondo, i truffatori (tra bancarotte fraudolente e falsi in bilancio) più tutelati dell'universo: questo è il pacchetto tutto-compreso che tocca a noi europei del sud... Un pacchetto che l'ha sempre fatta franca e sempre la farà, anzi, sempre meglio!

Comunque, un 2012 all'insegna dei sacrifici, ci dicono i nostri "nuovi" politici. Si, verissimo: benzina alle stelle, tassa sulla casa al top da sempre, iva in rialzo, lavoro sempre più precario e via dicendo. Insomma, a pagare saranno sempre i soliti noti. Le rendite finanziarie, dal primo gennaio, passeranno al 20%: a guadagnarci, dunque, saranno solo i correntisti incalliti cassettisti di contanti, in pratica. Per loro, infatti, guadagni assicurati anche senza incrementare la giacenza media, visto che abbasseranno la tassa sugli interessi di oltre il 25% (dal 27% al 20%, appunto), mentre chi decide di rischiare il proprio capitale in titoli obbligazionari o, peggio, fornendo denaro per la capitalizzazione delle nostre aziende quotate, si vedrà tassati maggiormente interessi da utili e cedole, alla faccia dell'incoraggiamento a investire nell'economia italiana! Poi, la genialata di Monti e combriccola: il calcolo del monte titoli per la tassa fissa periodica sui depositi sarà calcolata al nominale dei titoli stessi. Ottimo! Così se avrete delle azioni che valgono 10 euro emesse al vecchio nominale di 1000 lire (poco più di 50 cts) pagherete un'inezia, ma se avrete un titolo che già vi ha svalutato il capitale, avendolo per esempio comprato a 5/6 euro e ora di valore pari a 0,1 o peggio (e sono tanti...), sarete tartassati alla grande. Una domanda, egr. sig. Monti: e chi ha le argentina che, pur essendo già stata una clamorosa fregatura, sono ancora segnate sui dossier titoli di migliaia di italiani, cosa si troverà sotto l'albero di Natale del 2012? Altre fregature? Be', direi che Argentina o Italia, alle fregature dei governi non c'è mai fine!

PS: non parliamo della casa, perché mentre grandi evasori e politici si riempiono le tasche i lavoratori italiani, molti con mutui salati, si troveranno a subire l'ennesimo furto dell'ici (che ora cambia nome, giusto per darci l'idea che ogni governo deve darci una bastonata personalizzata, ci mancherebbe!), rinnovata e rimpinguata alla grande. Mettiamo tempo e risorse nel cambiamento del catasto, a prendere i furbetti con auto di lusso e barconi ci penseremo: intanto, quando capita, una visitina a Cortina e, magari, a Taormina, giusto per gradire, dovrebbe calmare quei fessi di italiani che si indignano ma, alla fine, che pagano e pagano e .... continuano a pagare!.

9 gennaio 2012

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Ogni tanto, a tacere, si fa più bella figura ...

Un articolo ripreso dal link http://www.wallstreetitalia.com/article/1267856/crisi-sistemica/clear-present-danger-chiudere-subito-il-mercato-finanziario.aspx:

 

""Clear & present danger: chiudere subito il mercato finanziario

Luca Ciarrocca e' il direttore di Wall Street Italia

Wall Street Italia chiede al presidente del Consiglio Mario Monti di presentare una proposta con i caratteri dell'immediatezza e dell'urgenza per la chiusura a tempo indeterminato dei mercati azionari e obbligazionari, valute e commodities sia in Italia che in Europa. Obiettivo: fermare la speculazione e dare tempo e modo all'Unione Europea, in accordo con i singoli stati, di varare un piano credibile, dettagliato, raggiungibile che abbia due exit possibili: l'uscita dalla crisi o lo smantellamento dell'euro.

Con il tasso sui Btp a 2 anni all'8% l'Italia e' gia' in zona default tecnico. Gli interventi di salvataggio per Grecia, Portogallo e Irlanda sono stati impostati a tassi piu' bassi di quelli segnati dal titolo biennale italiano.

La domanda e': chi vuole un esito catastrofico e apocalittico della crisi, con l'Italia come catalizzatore e l'eurozona devastata?

Oltre ai rendimenti sui bond di Roma in zona pericolo, stiamo alle dichiarazioni ufficiali. Una nota di Palazzo Chigi di qualche minuto fa dice: "Nell'incontro di ieri a Strasburgo Sarkozy e Merkel hanno espresso piena fiducia nel Presidente Monti e nel suo Governo e ribadito il sostegno all'Italia, dicendosi consapevoli che un crollo dell'Italia porterebbe inevitabilmente alla fine dell'euro, provocando uno stallo del processo di integrazione europea dalle conseguenze imprevedibili". Ci rendiamo conto? Rileggiamo: un crollo dell'Italia porterebbe inevitabilmente alla fine dell'euro.

Puo' sembrare incredibile che il sito n.2 in Italia di economia, finanza e politica dopo il Sole24Ore chieda un intervento sostanziale con ripercussioni internazionali per fermare la speculazione sui mercati azionari e soprattutto obbligazionari ormai divenuti illiquidi e manipolabili con pochi pochi click di mouse.

Queste amare verita' non vi verranno MAI raccontate dai grandi giornali e siti online, impegnati nell'occultamento quotidiano del conflitto di interessi e nel varo di idiotiche campagne sul "BTP Day" (il cui esito sara' far incorrere in enormi perdite gli ignari investitori sobillati da banche avide e cieche).

Tuttavia, lo scandaloso comportamento degli hedge funds globali - giustamente definiti "cavallette" (per noi di WSI e' piu' appropriato sanguisughe o vampiri) - il comportamento di banche, banchieri, burocrati non eletti, politici incompetenti e corrotti, sta destabilizzando il mondo occidentale in modo ineluttabile e va fermato. Qui e ora. Subito.

La verita' e' che le scommesse ribassiste di poche decine di persone - il male assoluto di questo millennio - le trame distruttive degli hedge funds e delle banche globali stanno fruttando miliardi di profitto a pochi delinquenti che dovrebbero marcire in galera a vita, il tutto sulle spalle di milioni di persone e cittadini normali per i quali il 2012 sara' un anno 10 volte peggiore rispetto al 1929, se non cambia qualcosa. Per questo bisogna che gli speculatori paghino. Paghino caro. Paghino tutto.

Presidente Monti, abbiamo fiducia in lei. Chiuda il mercato finanziario. Fermi la speculazione, o in alternativa si faccia promotore di un divieto europeo di fare trading sui future, sui Cds e altri derivati e strumenti puramenti speculativi, chieda una riforma seria al G20, a Barack Obama e a Mario Draghi facendo cosi' imporre a tutti scambi senza leva, un semplice 1:1 in borsa e su tutti i mercati, oppure forti tasse sulle transazioni finanziarie (Tobin Tax).

L'Italia ha purtroppo alle spalle decenni di colpe e malagestione delle Caste politiche di governo (e di finta opposizione) ma e' venuto il momento storico per dare una drammatica scossa al sistema. Per ripartire. Se non lo fa lei che e' un tecnico, finiremo come l'Argentina, no gracias.""

 

Ultimamente, si improvvisano tutti salvatori della patria. Peccato che, appunto, fino anche a pochi mesi fa nessuno si sognava di porre rimedi anche molto meno drastici e molto meno impegnativi; poi, quando i buoi ormai sono fuori, arrivano tutti a chiudere le porte e a urlare a squarciagola.

Sono, questi, gli interventi di chi, nel tempo, non ha mai saputo scattare una vera fotografia della situazione; un po' come politici ed economisti europei, mentre la crisi finanziaria incombeva pesante e aggressiva, quasi la snobbavano: l'Europa ha banche più solide e bilanci meno affossati da subprime ecc. Invece eccoci qui e ora, moltissimi di questi personaggi, presi dal panico recuperano il tempo e il terreno perduto, passando da un eccesso ad un altro.

Caro il mio direttore, prima di impugnare la penna, si fa per dire, e scrivere frasi sciroccate come queste, pensi che intorno al sistema non lavorano solo gli hedge ed i grossi speculatori ma migliaia e migliaia di operatori, impiegati, segretarie ecc. Pensi che non tutti, evidentemente, come anche Lei forse (scusi se mi permetto e comunque lo desumo dal Suo articolo che probabilmente lei non ne avrebbe un danno eccessivo), possono far a meno di lavorare per vivere e chiudere i mercati finanziari non renderebbe la vita certamente troppo difficile ai grandi finanzieri e ai grossi speculatori che, grazie a Dio o grazie a qualche bella soffiata, si sono ampiamente assicurati liquidazione e vecchiaia già da tempo. Farebbero un bel giro da qualche altra parte e si butterebbero in nuove e interessanti speculazioni: spennato un pollo se ne trova subito un altro. E poi? Si provvederebbe a chiudere anche quei mercati? E poi altri e altri ancora? Bell'idea, togliamo di mezzo pure la moneta e torniamo al baratto, così si inchioda anche l'inflazione!

Ma poi, perché allora non dovremmo chiudere le pompe di benzina, bruciare i raccolti del mais, buttare a mare il mosto e far saltare l'agenzia delle entrate?? Mi sembra che, da anni, siano tutte situazioni ormai poco sopportabili per il cittadino medio che, ormai di mese in mese vede erodere il proprio potere d'acquisto ed in maniera molto consistenze a causa dei rincari di questi ed altri beni di consumo primari, dovuti principalmente alla speculazione, nonché a causa dell'aumento smisurato di tasse e imposte! Perché, dunque, caro Sig. direttore, non comincia Lei ad abbandonare l'auto e lo scooter e a mangiare il riso cinese al posto del pane, della pizza, della pasta? E a bere acqua del rubinetto al posto di un bel bardolino?

Vorrei, in ultimo, che i lettori si soffermassero un attimo a pensare quali sarebbero le conseguenze, assolutamente drammatiche, della totale assenza a tempo indeterminato di una piazza finanziaria nazionale; ai milioni di sottoscrittori di fondi di investimento che, se da un lato potrebbero essere soddisfatti di veder bloccate le loro perdite nell'immediato, ma sempre nel dubbio che questo non sia il minimo del loro investimento (o quasi), sarebbero comunque costretti a pagare commissioni spesso salate sulla totale inattività dei loro gestori. Mi viene in mente che, così come si è verificato in moltissime altre occasioni di forti ribassi di borsa, nel giro anche solo di un trimestre o due gli stessi indici e, a braccetto, i fondi collegati, recuperassero anche il 30/40% dai minimi. E, qualora fosse questo il caso, che faremmo poi? Che farebbero Monti e compagnia bella? Manderebbero una bella letterina a ciascun sottoscrittore dicendo cose del tipo: "ci scusi tanto, so che se ci fossimo astenuti dal fare queste pistolate ora lei avrebbe il 40% in più sul suo investimento, ma che ci vuol fare, è per il bene della nazione!. La prossima volta magari la imbrocchiamo, si sa mai..."

Mah, tante volte se la gente si fermasse a ragionare un minuto, non tanto, basterebbe veramente poco  ...

25 novembre 2011

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Per Soros anche l'Europa dei grandi non è messa bene

Per Soros, il mercato dei bond dell'Eurozona sta attraversando un periodo simile a quello che il sistema finanziario ha sofferto nel 2008; e, se non si agisce subito, le pressioni recessive si intensificheranno al punto da peggiorare ulteriormente la performance dei titoli di stato europei. "Si tratta di un perfetto circolo vizioso", ha detto il presidente di Soros Fund Management, in un articolo scritto insieme a Peter Bofinger, della Wurzurg University, pubblicato sul Financial Times. Visto che la Germania, sotto l'egida della cancelliera Angela Merkel, non vuole accettare l'opzione degli eurobond, e considerata la scarsa credibilità del Fondo Salva stati - lo European Financial Stability Fund - ha presso gli investitori, Soros ritiene che la Bce sia l'unico istituto che può risolvere la crisi. Insomma, la Bce deve essere pronta ad acquistare un ammontare illimitato di bond almeno fino a quando i mercati non capiranno che la banca centrale difenderà i loro livelli chiave. "I mercati finanziari stanno mettendo alla prova la Bce per scoprire cosa le è permesso di fare", ha scritto il miliardario, aggiungendo che è imperativo che la Bce non fallisca nel suo prossimo test. Ma come dovrebbe agire l'istituto di Francoforte? (che poi ha le mani legate dagli stessi tedeschi?): secondo Soros, "il modo migliore di agire nel breve termine è imporre un tetto massimo sui rendimenti dei titoli di stato che vengono emessi da quei governi che adottano politiche fiscali responsabili e non sono soggetti a programmi di aggiustamento". Fissando il tetto massimo al 5% e diminuendo gli interessi, la Banca centrale europea potrebbe preparasi all'acquisto di bond in modo illimitato. "Normalmente, le banche centrali fissano solo tassi di interesse nel breve termine. Ma questi non sono tempi normali (...) i bond italiani e spagnoli sono considerati troppo rischiosi da acquistare, visto che i rendimenti che si attestano al 7% li rendeno agli occhi degli investitori tossici. Inoltre, i rendimenti potrebbero facilmente balzare al 10%. Questi stessi bond diventerebbero però appetibili nel lungo termine nel contesto deflazionario attuale, diciamo al 4%, nel caso in cui il rischio eccessivo venisse rimosso, imponendo un limite del 5% sui tassi di interesse".

22 novembre 2011

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Per Roubini l'Italia è già "andata"

(Fonte TMNews) - L'Italia ha già oltrepassato il punto di non ritorno della sua crisi finanziaria e nel 2012 sarà obbligata a varare una ristrutturazione obbligata del suo debito pubblico. E' la tesi del centro di ricerche Roubini Global Economics (Rge) dell'economista della New York University Nouriel Roubini che sottolinea come, avendo oltrepassato il rendimento del 7% sui titoli decennali per la prima volta lo scorso 9 novembre, la situazione appaia già compromessa. "Fino a ora nessun paese dell'area euro è riuscito a recuperare la fiducia del mercato una volta che i titoli di Stato hanno oltrepassato la soglia del 7%, con la Grecia, l'Irlanda e il Portogallo che hanno dovuto richiedere un salvataggio finanziario poco dopo", si legge nella nota riportata dall'agenzia Dow Jones nella quale si ritiene estremamente difficile recuperare la fiducia del mercato una volta che i rendimenti sono saliti fino a tale livello". Rge avverte poi che la dimensione dell'assistenza finanziaria che sarebbe necessaria per l'Italia insieme all'inadeguatezza di una strategia di salvataggio per l'area euro esclude un pacchetto di aiuti attuabile e probabilmente obbligherebbe l'Italia a una ristrutturazione del debito già nel 2012. "Non prevediamo che l'Italia sia in grado di reagire in tempo per affrontare il suo problema del debito con un adeguato consolidamento fiscale e un piano di riforme strutturali".

22 novembre 2011

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Come si fa ad essere stipendiati per propinare buffonate? Ci si fa assumere alla consob

"Vendite allo scoperto: proroga fino al 15 gennaio 2012 delle restrizioni sui titoli finanziari. A tempo indeterminato gli obblighi di comunicazione. Su tutto il listino divieto di operazioni "nude" (comunicato stampa dell'11 novembre 2011)

La Consob ha deciso oggi di prorogare fino al 15 gennaio 2012 il provvedimento restrittivo in materia di posizioni nette corte sulle azioni del comparto finanziario, adottato il 12 agosto scorso (delibera n. 17902) e poi prorogato fino all’11 novembre (delibera n. 17951). Resta quindi in vigore il divieto di assumere o incrementare le posizioni nette corte sui titoli azionari del settore bancario-assicurativo.

Restano altresì in vigore gli obblighi di comunicazione alla Consob delle posizioni ribassiste rilevanti su tutte le società quotate in Italia, introdotti il 10 luglio scorso (delibera n. 17862). Misure analoghe sono in vigore in altri Paesi europei e saranno delineate nel futuro regolamento comunitario in materia di vendite allo scoperto.

La Consob ha anche deciso di proibire le vendite allo scoperto "nude", cioè quelle non assistite dalla disponibilità dei titoli al momento dell’ordine. Il nuovo divieto vale per tutte le azioni quotate sui mercati regolamentati italiani indipendentemente da dove sono negoziate. Il provvedimento ha efficacia dalle ore 00.00 del 1° dicembre 2011.

Le misure sono state adottate alla luce dell’attuale situazione dei mercati finanziari, caratterizzata da forte volatilità; potranno essere modificate o revocate secondo le condizioni di mercato e, per quanto possibile, in accordo con le altre autorità europee che hanno adottato analoghe misure.

Le delibere (n. 17992 e 17993 dell’11 novembre 2011) sono disponibili sul sito internet dell’Istituto (www.consob.it)."

 

In un momento di crisi per tutti aiutiamo i grossi speculatori ed i market maker (per i quali le regole non valgono) ad affossare ancora peggio i piccoli investitori e trader. Qualcuno, come sempre, ci guadagnerà da queste insensate manovre, vero?

11 novembre 2011

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Fai la crisi che tanto la pagano gli altri!

"Roma - E' un paradosso. Una spirale senza ritorno. BNP Paribas SA e Commerzbank AG, così come tanti altri grandi istituti della regione, in linea con la fuga generalizzata dai debiti governativi dei paesi europei, starebbero vendendo bond anche a costo di registrare delle perdite, non facendo altro che esacerbare la crisi dell’area. Bnp Paribas, la più grande banca francese, avrebbe registrato perdite per €812 milioni negli ultimi 4 mesi, proprio attraverso il processo di riduzione dell’esposizione al debito europeo. In perdita anche Commerzbank, dopo aver ridotto del 22% gli investimenti nei Piigs, a €13 miliardi. Con gli investitori che puniscono le società con forte esposizione al debito sovrano della periferia europea e con le autorità che invitano ad aumenti di capitale e a prezzare il valore degli asset a valore di mercato, gli istituti continuano a vendere, in questo modo non facendo altro che estendere la crisi, alzando in continuazione il costo del prestito pagato dai vari paesi. Un processo a spirale."

Bei tempi, per le banche, quando la crisi non era globalizzata e nemmeno tanto pubblicizzata ma si limitava a singole situazioni quali Cirio, Parmalat, Argentina, Lehman ecc. Si, bei tempi perché in quei momenti non erano costrette a vendere sul mercato a prezzi ribassati a compratori forse ingenui o, forse, molto più furbi e intelligentemente attendisti (e fiduciosi), rimettendoci anche le ciabatte o quasi; no, a quei tempi era più semplice vendere le obbligazioni a plafond a ignari risparmiatori e/o sottoscrittori che, allettati dall'ottimo rendimento, si buttavano a capofitto a erogare generosamente e inconsapevolmente buona parte dei propri risparmi sudati (non sempre ma in buona parte dei casi si, sudati). Ora, invece, gli amministratori delle banche cercano in tutti i modi di buttare a mare la zavorra, ossia titoli del debito italiano, portoghese, spagnolo, irlandese e pure di qualche altro paese, lasciando sul terreno perdite a non finire; tanto, tra qualche aiutino da BCE o FMI, qualche bel colpetto ai danni dei risparmiatori (spese, costi accessori, qualche nuovo quanto inutile servizio a costo quasi zero venduto a costi elevati e altro ancora), sono tutti convinti di rientrare, prima o poi. E se ciò non avverrà, allora via con qualche intervento statale, ricapitalizzazioni o altro ancora; in tal caso, buona parte degli amministratori se ne andrebbe comunque con una bella sommetta in tasca, pronti a rientrare dalla finestra o, al limite, di andare a infoltire le fila di qualche altra banca sul mercato. Perché il sistema bancario, quasi sempre, è uno dei pochissimi che premia le alte sfere a prescindere da ciò che hanno combinato, nel bene e nel male. Per questo il ragionamento di un testone (senza offesa, sia chiaro, nel senso di testa grossa figurata, alias cervello grosso...) di banchiere può essere facilmente individuato:

- se tengo i titoli e poi accade un default la mia perdita sarà comunque elevata e io potrei essere ritenuto responsabile; sui generosi emolumenti finali e di buonuscita non ci sarebbero problemi, ma qualche piccolo problema potrei averlo a ricollocarmi velocemente nell'ambito finanziario "locale".

- se svendo certifico la perdita ai valori attuali, motivo per cui qualora si verificasse il default io sarei il salvatore della patria, in caso contrario avrei agito nell'interesse della banca e dei suoi clienti; chiaro, anche in questo caso, che il portafogli rimarrebbe bello gonfio e, in più, non correrei alcun rischio a livello professionale.

Quindi, perché mai un amministratore dovrebbe provare a fare il proprio mestiere dimostrando saggezza e competenza quando, facendo banalmente quello che qualsiasi ragioniere o impiegato con un minimo di senso logico, non rischia né sedere né busta paga? Ma la mia domanda è un'altra, in particolare:

come è possibile che nessuno imponga alle banche - a quelle stesse banche che hanno creato un sistema in grado di produrre, per loro stesse, enormi profitti in termini di tempo relativamente brevi, a quelle stesse banche che hanno sempre, o quasi, impunemente potuto sfruttare spread elevatissimi tra raccolta ed erogato, alle quali è stato sempre permesso di evitare l'assunzione di seppur minimi rischi nei finanziamenti destinati ad aumentare la produttività nazionale ma, chissà perché, alle quali non è quasi mai stato proibito, invece, di assumersi rischi enormi su strumenti estremamente speculativi spesso anche e soprattutto ai danni dei risparmiatori stessi - di partecipare attivamente e in modo coeso alla risoluzione dei gravi problemi che la crisi, di cui sicuramente sono principali artefici, sta creando e portando avanti da tempo? Non aiutano le imprese, non favoriscono i risparmiatori, non intervengono per aiutare altre banche in difficoltà, non aiutano ma, anzi, affossano il debito pubblico dei paesi dei quali posseggono i titoli, sfruttano al massimo gli interessi sui depositi liquidi inviati alla BCE creando, quindi, ulteriori costi al sistema... ma, in definitiva, a che ci servono le banche? A depositare soldi che alla fine non ci renderanno alcunché ma, in compenso, ci daranno solo costi? Per evitare che qualcuno ce li rubi o che vadano persi? Ma, allora, non basterebbe la posta?? Ho l'impressione che le banche, così spesso accusate da politici e grandi imprenditori, alla fine, siano invece una manna proprio per i soliti noti; per chi tira le fila di molti pupazzi messi nei consigli di amministrazione, per chi necessita di operazioni finanziarie "particolari", trasferimenti vari in qualche paradiso fiscale (bello, per un credente, sentir parlare di paradiso, che dovrebbe essere il posto puro per eccellenza, in riferimento ad un luogo in cui vengono fatte confluire somme sottratte al fisco e, quindi, che generano un reato di "ladrocinio multiplo a più mani".

8 novembre 2011

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Opinioni sulla crisi e una sua evoluzione tragica.

Su diversi siti/blog )wallstreetitalia, yahoo e altri ancora) ho letto questo articolo a mio avviso poco realistico, ma è solo un'impressione personale:

"La crisi del debito in un grafico: l'effetto domino nell'area euro

New York - I fondamentali della crisi dell'area euro si possono sintetizzare in un solo grafico: il domino del debito sovrano europeo. Allo stato attuale, non c'e' alcun modo con cui le autorita' europee possano arginare il default della Grecia, o le svalutazioni massicce del debito in possesso dei creditori. Questo evento scatenera' un effetto domino che non potra' essere fermato. Come un masso soggetto alla forza di gravita'. E l'impatto sara' inevitabile. In un contesto di questo tipo le banche cariche di debito diventeranno ufficialmente insolventi quando verranno spinte ad ammettere le perdite accusate.  L'unica possibilita' che hanno i governi e' quella di ricapitalizzare le banche con i soldi dei contribuenti e spremere ancora una volta i cittadini, alzando le tasse e varando misure di austerita'. Ma a quel punto la crisi di liquidita' delle banche scatenera' una serie di downgrade dei paesi piu' solidi dell'area core, come la Francia. Il rialzo dei tassi di interesse rendera' qualsiasi piano di salvataggio delle banche ancora piu' costoso per i cittadini, che dovranno fare i conti con una riduzione dei salari per via della recessione. Il calo dei consumi strozzera' le entrate delle aziende. Infine, quando le banche e gli obbligazionisti accetteranno una svalutazione del debito ellenico del 50-75%, le altre nazioni indebitate dell'area periferica vorranno avere il diritto di chiedere lo stesso trattamento per i loro debiti ingenti. Una dinamica tale richiede 3 mila miliardi di euro di misure di salvataggio per poterne uscire senza mietere vittime. Sono tanti soldi, troppi. E la Germania non e' abbastanza grande e forte da poter finanziare un piano di salvataggio di tale portata. Le perdite complessive manderanno in fumo i bilanci delle banche e metteranno in ginocchio i detentori di debito sovrano. La conclusione inevitabile e' il ritorno al marco e il fallimento in massa degli istituti di credito del continente."

Personalmente credo che, sebbene il pessimismo sia giustificato in situazioni come quella che stiamo vivendo attualmente, quanto espresso qui sopra sia esagerato oltre ogni limite. Prevede, infatti, una continuazione inevitabile, quanto progressiva, del peggioramento delle condizioni economico-finanziarie che l’Area Euro sta attraversando, senza alcuna soluzione di continuità. E se la prima, una continuazione, sia purtroppo credibile, viste le misure al momento insufficienti adottate dai vari Paesi aderenti, è invece poco credibile che tutti, ma proprio tutti, stiano a guardare la situazione precipitare semplicemente adattandosi alla stessa; intendo dire che i banchieri in primis, qualora si verificasse la catastrofe auspicata sopra, ad un certo punto comincerebbero a fare quadrato per evitare l’evoluzione della crisi tale da non poter più tornare indietro. Questo perché, prima di arrivare a svalutare, chiedere soldi per ricapitalizzazioni varie ecc., banchieri e grandi investitori dovrebbero fare i conti con la possibilità di nazionalizzazione delle banche, soprattutto quelle più importanti. Il che, per i capitani della finanza internazionale, significherebbe rinunciare non solo ai loro lauti stipendi ma, soprattutto, al loro prestigio universalmente riconosciuto da un mondo economico che base, ormai e, forse, purtroppo, gran parte della propria sussistenza proprio sulla finanza stessa.

Anche il fatto stesso di dover, eventualmente, ricorrere a finanziamenti di 3000 e passa miliardi di euro per evitare di “mietere vittime” parte da un presupposto necessariamente sbagliato: non è detto che, obbligatoriamente, non si possano concedere “vittime” al nemico (la crisi). E se è vero che, in tal caso, ogni default o fallimento che sia potrebbe innestare una serie di altri problemi, è anche vero che in crisi di questa portata si è sempre resa necessaria una sorta di pulizia più o meno graduale, fino al raggiungimento del picco di negatività dal quale ripartire, debolmente e faticosamente, verso la ricostituzione di un mercato più sano e scevro di una parte di zavorra e causa parziale o preponderante della crisi stessa. 

Faccio inoltre presente un’ultima cosa: il facile collegamento (anche a livello discorsivo-logico) crisi-mancanza di liquidità-richiesta soldi-aumento tasse-aumento tassi d’interesse-diminuzione stipendi-minore spesa privata-chiusura aziende risulta assai impreciso e, talvolta, precipitoso. Se così fosse, infatti, ogni qualvolta una crisi di liquidità sul mercato finanziario si palesasse sul panorama economico, rischieremmo di trovarci di fronte ad un potenziale default finanziario ed economico che potrebbe coinvolgere tutto il mondo. 

Infine, c’è questa brutta abitudine di non riuscire proprio a considerare l’Area Euro come un organismo economico di nuova costituzione, se non proprio di nuova generazione, ragionando ancora su base nazionalista; e credo che proprio questo, la mentalità dei popoli che compongono questa nuova istituzione, rimanga, al momento, l’ostacolo più grosso da superare. Ci si dimentica in fretta, infatti, di come anche potenze economiche come il Giappone, una volta iniziata la ristrutturazione per entrare tra le grandi potenze mondiali, si sia trovato a dover fare i conti con una serie di leggi e regolamenti (ufficiali o da prassi consolidate) che lo hanno messo in ginocchio, costringendolo ad una situazione dalla quale, tuttora, fatica a riprendersi. Ma non per questo, comunque, la crisi è sfociata in un fallimento totale e irrecuperabile. Certo, lì si tratta di una nazione coesa e non di tanti popoli in erba in merito ad una richiesta di globalizzazione, soprattutto culturale, ma è comunque prova del fatto che il suicidio collettivo, soprattutto da parte di chi detiene il potere economico, non è un comportamento che gode di particolare simpatia.

26 ottobre 2011

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Nuovi orizzonti di investimento

Tempo fa scrissi un articolo su quanto, potenzialmente ed in previsione dell’evoluzione della situazione mondiale nei prossimi decenni, investire nel settore delle acque potabili potrebbe rivelarsi molto interessante e redditizio, sia a livello di acquisizione di partecipazioni azionarie e sia come attività lavorativa. Ora vorrei centrare l’attenzione, in poche righe e solo come infarinatura senza alcuna presunzione di poter esplicare in modo esaustivo un argomento di tale portata, sulle stesse possibilità che l’investimento nel settore agricolo potrebbe avere, ugualmente a quello delle acque ma sicuramente in forma meno generalizzata, nei prossimi decenni. 

Precisazione: in Italia il settore vive da anni una crisi perpetua e progressiva ma, a mio avviso, la colpa è di una cattiva gestione dell’attività dall’una e dall’altra parte, sia dal punto di vista della politica inefficace e incompetente che da quello dell’incapacità degli addetti ai lavori di creare un sistema realmente redditizio. D’altronde, se nella maggior parte dei Paesi europei i redditi agricoli sono saliti a due cifre nell’ultimo quinquennio-decennio (con tassi di crescita record del 30% e anche del 50%), significa che tanto il governo (italiano ed europeo) quanto gli occupati hanno colpe gravi e inequivocabili.  

Proseguendo, è chiaro a tutti come, negli ultimi anni, sulla falsariga di quanto successo nel ventennio appena passato ma in modo più eclatante e sproporzionato al resto dei settori produttivi, l’aumento del prezzo delle materie prime abbia fatto raggiungere, alle stesse, valori eccezionali, esplosi poi con l’attuale crisi economica soprattutto a favore di quelle storicamente considerati beni rifugio (oro e argento) e di quelle più soggette alla speculazione (petrolio). Il discorso, però, non può non interessare, soprattutto in futuro, proprio le materie prime agricole che, da sempre e in modo necessariamente più evidente nei prossimi anni, erano e rimarranno indispensabili per la vita dell’uomo e degli animali necessari alla sua alimentazione. Il mais, per esempio (solo una fra tante materie prime), ha raggiunto prezzi record negli ultimi due anni, con una incessante crescita sui listini mondiali e con chiare ripercussioni sull’inflazione e sul commercio; ma del mais non se ne può fare a meno, considerando, soprattutto, che la stragrande maggioranza degli animali da reddito si cibano proprio di questo prodotto. Considerando i fattori quali: 

-          cambiamenti climatici che, soprattutto (secondo gli esperti), potrebbero interessare l’Europa meridionale e gli Stati Uniti, nonché l’Asia centrale quali prolungati periodi di piogge e ugualmente lunghi periodi di siccità in alternanza tra loro;

-          la diminuzione continua dello spazio che è o potrebbe essere destinato a nuove attività agricole a favore, invece, di abitazioni e spazi commerciali;

-          il progressivo fallimento delle colture ogm, non accettate in diverse parti del mondo (almeno nella prospettiva legata all’alimentazione umana);

-          l’aumento della popolazione previsto e inevitabile

 dovrebbe essere sufficientemente evidente che i prezzi delle materie prime agricole e, di conseguenza, dei prodotti derivanti dalle stesse siano destinati ad aumentare ancora e a dismisura, diventando, probabilmente, l’oro del futuro.

A supporto di queste considerazioni ci sono non solo dichiarazioni d’intenti ma, soprattutto, fatti reali che, inequivocabilmente, denotano come il settore stia diventando interessante anche per i grandi investitori della terra. Non a caso, da qualche anno a questa parte, si stanno muovendo in questa direzione. 

Jim Rogers, considerato come uno dei maggiori esperti mondiali di materie prime, non ha dubbi in proposito ed ha chiaramente espresso il suo parere in una recente intervista alla BBC: “Le uniche aree dell’economia mondiale che vedo ancora in forte espansione sono le risorse naturali. L’agricoltura sarà una delle migliori professioni dei prossimi 10, 20 o 30 anni”. In aggiunta, sempre secondo l’analista, le persone che sfrutteranno il boom del settore nei prossimi anni, in un futuro non troppo lontano faranno una fortuna enorme.  

Di recente, ancora, Bill Gates, che non è certamente uno sprovveduto, ha comunicato di essere diventato il primo azionista per importanza in una delle maggiori aziende agricole a livello internazionale, con un maxi investimento di 1, 4 miliardi di dollari.  

Jim Cramer, presidente di “The Street.com” e oggi uno dei più ascoltati Guru internazionali (il suo hedge fund dal 1987 al 2001 ottenne una performance media del 24% annuo), da tempo sottolinea nei suoi interventi la progressiva carenza di disponibilità di generi alimentari a livello mondiale, trend destinato ad aggravarsi nel corso dei prossimi decenni: “Chiunque oggi può notare questo trend, con un continuo aumento dei prezzi dei generi alimentari in un qualsiasi supermercato”. 

Non certamente l’ultimo arrivato nel campo degli investimenti, Soros, oltre a consigliare già da tempo l’investimento in terreni agricoli (ed a sconsigliare quello in oro, da qualche mese a questa parte), tramite uno dei suoi fondi di investimento ha acquisito il 23,4 per cento dell’azienda agricola sudamericana Adecoagro. 

Ora: qualcuno di questi potrà anche sbagliarsi, ma così tanti (non sono solo quelli citati, ovviamente) risulta difficile; è possibile anche obiettare che, cifre alla mano, questi grossi investitori sono talmente pieni di risorse finanziarie che questi capitali potrebbero rappresentare (non in tutti i casi, comunque) solo una quota marginale destinata, per logica, ad una corretta diversificazione del rischio. Tuttavia, credo sia chiaro a tutti che, anche solo per quanto riguarda i nomi di cui sopra, trattasi di personaggi che difficilmente sprecano tempo e denaro o che investono in un settore esclusivamente “per provare” o “tanto per diversificare”. Tutti hanno dato prova, nel passato, di fare sempre scelte mirate e ben ponderate, motivo per cui, a mio avviso e sulla base dei dati reperibili oggi, la questione è calda e potrebbe, in un imminente futuro, diventare scottante.

14 ottobre 2011

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Crisi finanziaria: ultimi aggiornamenti

L’ultima notizia sulla breccia, davvero poco rassicurante, riguarda l’incremento dei depositi overnight da parte degli istituti di credito presso la Banca Centrale Europea; gli stessi, proprio in questi giorni, hanno, infatti, toccato il record dall’ultimo picco della metà di luglio dello scorso anno, raggiungendo la ragguardevole cifra di circa 210 miliardi.

E’ chiaro, dunque, che le banche europee continuano a sfiduciarsi ed a sfiduciare il sistema stesso (era già successo in un recente passato) e lo mostrano chiaramente con questa crescente e volontaria difficoltà ad accedere, come in precedenza, al sistema dei prestiti interbancari. A confermarlo, lo spread tasso Euribor/Ois, che rappresenta il miglior indicatore di fiducia tra le banche, salito in modo costante e deciso negli ultimi mesi, portandosi dal precedente 0,3% allo 0,8% attuale indicando, dunque, un netto aumento delle tensioni sul mercato interbancario.

Per coloro i quali non fosse chiaro, depositare denaro alla BCE rende decisamente meno (attualmente 0,75%) di quanto una banca possa pensare di ottenere prestando le stesse cifre ad altre banche; se, nonostante questo, cresce a dismisura la quota di deposito alla Banca Centrale e, quindi, la diffidenza nel sistema interbancario, è abbastanza chiaro a tutti che il rischio di illiquidità per alcuni istituti di credito è reale e attuale.

La situazione appare dunque critica, come del resto già da almeno un anno a questa parte; la Grecia e la sua disastrosa situazione (in aggiunta, il rinvio dell’erogazione della tranche da 8 miliardi di euro) rimane sempre in primo piano, ma le nubi nerissime apparse all’orizzonte negli ultimi tempi e che coinvolgono il nostro Paese, i dubbi (vecchi) sulla stabilità economica di Spagna e Portogallo mai risolti e, ultimo ma certamente altrettanto pericoloso, il problema contingente che lascia più di una perplessità sulla liquidità di non poche banche europee, alcune anche di rilievo nel panorama finanziario mondiale, hanno aggravato la situazione e incentivato le stesse banche a trovare il modo di abbassare i già notevoli rischi ai quali sono soggette. E visto che, difficilmente, le banche del sistema moderno riescono ad inventarsi qualcosa di buono ed efficace (ora e nel lungo termine), non resta loro che riparare sulle cure della “mamma” per eccellenza, la BCE appunto. E pensare che, quando si tratta di “inventarsi” contratti di investimento cosiddetti “spazzatura” o altri stratagemmi per racimolare soldi a buon prezzo, solitamente, non mancano di inventiva!

Inevitabilmente, tutte queste tensioni che si stanno verificando, con tendenza al peggioramento negli ultimi giorni, contagiano, in particolare, il mercato dei titoli di stato italiani: ultimamente, la situazione generale vede il differenziale tassi con il Bund tra 360 e 390 bp e proprio nelle ultime ore lo stesso si aggira sulla parte alta della fascia indicata, a dimostrazione che, nella debolezza generale, i nostri mercati risentono di un doppio declassamento: come appartenenti all’UE e a livello nazionale interno.

I segnali dalla BCE stessa indicano, in linea con la FED, l’intenzione di non abbandonare a sé stesse eventuali defezioni anche a livello bancario, creando aspettative positive di un eventuale intervento a suon di soldoni nel caso che qualche istituto comincia dare chiari e gravi segnali di un possibile default. Positivo, da una parte: dichiarazioni di questo tipo danno fiducia al sistema sia ad alti che a bassi livelli, evitando la corsa agli sportelli (che aggraverebbe la situazione patrimoniale degli istituti) e la tendenza ad espatriare capitale al di fuori della UE. Dall’altra, come è logico succeda quando l’azione di immissione di liquidità nel sistema non rimane una condizione di urgenza limitata nel tempo ma diventa una costante necessità, in aumento e reiterata, aumenta il timore che, prima o poi, ogni intervento non riesca a diventare risolutivo e, soprattutto, fattibile. 

Dunque, le conseguenze facilmente verificabili nelle ultime ore preoccupano sempre di più i mercati finanziari: Atene ha comunicato di avere riserve di liquidità per far fronte al pagamento di pensioni e stipendi al massimo fino alla metà di novembre; alla Borsa greca i titoli finanziari vengono svenduti senza ripensamenti, basti pensare ai ribassi a due cifre degli ultimi giorni per Nationak Bank ed Eurobank. A Parigi il titolo Dexia crolla del 20/30% (in altri tempi tra il 10% ed il 20% di ribasso sarebbero passate settimane o mesi, non ore o minuti!) sulle indiscrezioni che l'istituto abbia serie difficoltà di liquidità. L’Italia viene nuovamente declassata da Moody, giusto per non farci mancare nulla.

Una riflessione personale: questa non è chiaramente la prima crisi mondiale da che la società industriale ha preso il posto di quella rurale. Ma siamo sicuri che le precedenti possano aiutare a pensare in positivo o, addirittura, a fornire almeno in parte una o più soluzioni al problema? Anche nel 1929, per esempio (al momento, sicuramente la più recente alla quale far riferimento per qualche similitudine con l’attuale), le banche furono al centro della nascita e dell’estensione della crisi stessa ma gli strumenti che principalmente crearono i presupposti per il default generale erano ben altra cosa di quelli attuali. Non solo: gli strumenti, ben più sofisticati e rischiosi rispetto al passato, che hanno dato il via al fallimento di più di una banca internazionale, ai giorni nostri, sembrano essere solo la punta di un iceberg di un sistema ormai corroso dall’interno e che, presumibilmente se non si attueranno cambiamenti a livello strutturale, rischierà di implodere.

Una provocazione (o due): siamo sicuri che continuare a stampare moneta per soccorrere il sistema sia una buona idea per resuscitarlo e non, invece, una semplice cura per un malato terminale destinata solo a prolungarne l’agonia? In ultimo: è mai possibile che ci si renda conto solo ora, in condizioni estremamente pericolose, che un sistema generalmente basato più sull’aspetto finanziario (produzione spesso virtuale) che non economico (produttività sempre effettiva) sia dannatamente pericoloso non solo per il sistema stesso ma anche per tutti quelli collegati e correlati? O meglio: ce ne stiamo veramente rendendo conto? Credo, a mio avviso, che lo vedremo nei prossimi 18/24 mesi circa.

5 ottobre 2011

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La Tobin tax

Al varo la Tobin tax europea, presentata oggi da Barroso al Parlamento europeo; la tassa in oggetto prevede un prelievo dello 0,1% sugli scambi in azioni e bond e dello 0,01% su strumenti derivati (percentuali ancora da verificare e decidere, comunque). Il gettito, a partire dal 2014, anno di prima applicazione della stessa (salvo modifiche dell'ultima ora) è stimato fra i 30 e i 55 miliardi di euro. Perché una differenza così alta nelle stime? Perché, ovviamente, bisognerà vedere la posizione che intermediari finanziari e privati investitori (soprattutto grossi investitori) prenderanno in seguito all'applicazione della tassa. E non andranno sottovalutati nemmeno i piccoli trader che, attualmente, operano intraday su azioni e derivati, spesso con tecniche di scalping; se è vero ce il capitale medio per operazione, in tali casi, non è elevatissimo, è altresì vero che svariate decine di operazioni giornaliere anche su capitali di poche decine di migliaia di euro generano un controvalore finale decisamente elevato (20 operazioni corrispondono a 40 eseguiti ed anche qualora fossero solo per una cifra ripetitiva di 10000 euro si tratterebbe di un controvalore giornaliero di 400.000 euro. Proviamo a moltiplicarlo per un buon numero di scalper in tutta Europa ...). Cosa faranno, dunque? Smetteranno di fare trading? O, più semplicemente, trasferiranno i capitali verso broker esteri in Paesi in cui la Tobin tax non sarà introdotta? Molti, probabilmente continueranno, ma sicuramente limitando l'operatività che, sommata al trasferimento di parte di capitali destinati al trading e alle soluzioni estreme di cambiare attività, incideranno non poco sul totale della tassa stessa. Se a questo aggiungiamo il fatto che molto broker saranno costretti a chiudere i battenti e il gettito fiscale degli stessi andrà perso .... direi che la somma delle entrate auspicata potrebbe ridimensionarsi drasticamente.

Inutile, però, che politici ed economisti continuino a nascondere il fatto che la tassa si renderebbe necessaria proprio perché la loro incapacità, da un lato di prevedere le crisi e le possibili soluzioni, dall'altra di mettere in atto giuste ed opportune manovre strutturali, ha creato i presupposti per una o più manovre correttive in grado di apportare nuove entrate, linfa vitale per economie sull'orlo del baratro. Invece di ristrutturare il sistema bancario e finanziario in generale in tempi e con modalità adatte, se non a evitare la crisi, almeno a renderla più indolore, in tutti questi decenni governanti e grandi capitalisti si sono spartiti il mercato del risparmio e dei risparmiatori; e ora, non paghi di averli spremuti all'inverosimile (entrambe le parti, sia chiaro), hanno deciso di aggiungere altra pressione, una sorta di tassa sulla tassa sulle tasse. Insomma, come a dire: risparmiatori tutti, pagate e morite!  E si, perché il risparmio deriva dal lavoro, tassato alla fonte o meno, e sul risparmio (sui frutti del risparmio, quando ci sono ...) si paga un'altra tassa, la ritenuta fiscale. e ora? La Tobin tax. Quindi, per capirci: se risparmio, a fatica, 100 euro dalle mie entrate e li investo in borsa, di questi tempi ci lascio le penne e pure la pelle, come si può ben vedere. Se per caso ho investito con cedola, sulla stessa ci pago la ritenuta fiscale. E ora, se faccio operazioni sui bond o sulle azioni, pago un'ulteriore tassa sul controvalore. Insomma: perché non tenere i soldi sotto al materasso, almeno fino a che i tassi rimarranno prossimi allo zero ed i rischi emittente elevati come ora, le spese bancarie sostenute e i nostri risparmi azzannati da ogni parte? Certo, pagheranno le banche, i grandi investitori, i grossi speculatori, ma chi pensate troverà per primo e meglio il mondo per evitare in tutto o in parte questa nuova tassazione? Il piccolo risparmiatore? Sicuro ...

Comunque, già ora le “dark pools” esistono e sono convinto che, dal 2013 in poi (in ragionevole anticipo, qualora la proposta diventasse normativa), comincerebbero a nascere come funghi le grandi Borse offshore, paradiso fiscale, finalmente, non solo per gli evasori ma anche per i risparmiatori!

 28 settembre 2011

 

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Usciamo dall'euro?

Uscire dall’Area Euro costerebbe sicuramente molto, forse troppo; ma siamo sicuri che costi meno restarci? Un’Italia di nuovo indipendente, ovviamente, creerebbe una immediata e pesantissima svalutazione, la negazione, qualora ce ne fosse realmente bisogno, di un aiuto finanziario deciso e importante da parte della coalizione di Eurozona, il ritorno ad una regolamentazione della vita pubblica e privata pre-unione (almeno per quelle situazioni dove si renda necessario reimpostare leggi e regolamenti ad uso internazionale, essendo, in tal caso, il concetto di internazionale necessariamente mutato); il tutto mantenendo in essere tutte le attuali problematiche che ci stanno creando l’ormai conosciuto imbarazzo oltre al ben più importante disagio economico-finanziario. E questi (non solo, purtroppo, ma i più eclatanti, sono i problemi principali di una eventuale uscita).

Eppure: fatto salvo l’enorme problema della svalutazione che, per almeno due/tre anni, si abbatterebbe come una scure sul potere d’acquisto dei cittadini, a livello nazionale, siamo così sicuri che una tale situazione non potrebbe, col tempo, volgere infine a nostro favore? Mi vengono in mente alcune possibili situazioni a nostro vantaggio:

- autonomia monetaria/politica/finanziaria: manovre in autonomia nei tempi e modi non dettati da altri in base, principalmente, alle esigenze altrui; autonomia sui tassi di interesse e autonomia di decidere se, quando e quanto svalutare la nostra “vecchia” moneta (ovviamente in relazione alle reali esigenze del Paese ma sempre in linea con le potenzialità economico/finanziarie locali).

- Nessun ultimatum da sopportare da Paesi strutturalmente ed economicamente più forti che, per questo, gestiscono il potere decisionale principalmente per i loro interessi (qualcuno si è chiesto come mai Francia e Germania si siano infine prodigate così tanto per la Grecia e siano rimaste piuttosto fredde nei confronti dei reali e potenziali problemi di Portogallo, Irlanda, Spagna e Italia, queste ultime due, in particolare, in prospettiva? Qualcuno si è chiesto quanto del debito pubblico greco sia nelle casse pubbliche e private di francesi e tedeschi?

- Aumento della competitività per il vero “Made in Italy”, proprio in virtù della inevitabile e pesante svalutazione del che si renderebbe necessaria.

- Ripresa netta e forte per il turismo, uno dei settori economici importantissimi per l’Italia.

- Una migliore distinzione, a livello finanziario, degli asset di banche e grandi imprese italiane con una possibile migliore diversificazione del rischio di investimento. 

Non possiamo dimenticarci che l’Europa attuale ci impone tasse che si traducono in qualche decina di miliardi di euro l’anno, politiche economiche non sempre in grado di supportare i nostri settori meno forti (vedi l’agroalimentare, la pesca ecc.) e spesso pesanti da subire, soprattutto in fasi come questa, anche per l’industria. L’Europa che, quando si vede chiedere aiuti per l’immigrazione, per esempio, risponde picche e che, in qualche caso, ci giudica imponendoci di rinnegare le nostri origine cristiane.

 

Ma tutto ciò è fattibile/possibile? Probabilmente no, con grande gioia dei più. Ma qualora succedesse, siamo sicuri che ne verremmo fuori bene, alla fine? Argentina docet…

23 settembre 2011

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 Roubini sui rischi contingenti

AMSTERDAM (fonte Project Syndicate). I dati economici più recenti suggeriscono che le economie più avanzate stanno ricadendo in recessione, con i mercati finanziari che stanno raggiungendo livelli di stress mai visti dal collasso di Lehman Brothers nel 2008. È alto il rischio di una crisi economica e finanziaria ancora peggiore della precedente, poiché, questa volta, coinvolgerebbe non soltanto il settore privato ma anche gli stati prossimi all’insolvenza. Dunque cosa si può fare per ridurre al minimo le conseguenze di un’altra contrazione economica e per prevenire una depressione più profonda ed un tracollo finanziario?

Primo: si deve accettare che le misure di austerità, necessarie ad evitare un disastroso deragliamento finanziario, comportino anche effetti recessivi. Allora, se i paesi periferici dell’Eurozona sono costretti ad assumere misure di austerità fiscale, i paesi in grado di fornire incentivi a breve termine dovrebbero farlo e rimandare i loro sforzi di rigore. Questi paesi includono gli Stati Uniti, il Regno Unito, la Germania, il “cuore” dell’Eurozona, il Giappone. Dovrebbero essere altresì creati servizi bancari per finanziare le necessarie infrastrutture pubbliche.

Secondo: poiché la politica monetaria ha effetti limitati quando i problemi derivano dall’eccessivo indebitamento e dall’insolvenza piuttosto che dalla illiquidità, può essere utile una distensione delle condizioni di credito piuttosto che il solo allentamento quantitativo. La Banca Centrale Europea dovrebbe ritornare sulla propria decisone sbagliata di alzare i tassi di interesse. Delle politiche monetarie e creditizie sarebbero necessarie anche da parte della Federal Reserve, della Banca del Giappone, della Banca di Inghilterra, e della Banca Nazionale Svizzera. L’inflazione sarà presto l’ultimo dei problemi che le banche centrali avranno da temere, poiché una rinnovata stagnazione sul mercato dei beni, su quello del lavoro, su quello immobiliare e delle materie prime alimenta pressioni deflazionistiche.

Terzo: per ripristinare la crescita del credito, si dovrebbero rinforzare le banche della zona euro ed i sistemi bancari sotto-capitalizzati con finanziamenti pubblici mediante un piano ad ampio raggio dell’Unione Europea. Per evitare un’ulteriore crisi del credito dovuta ad una diminuzione della leva finanziaria delle banche, si dovrebbe avere con queste una certa tolleranza a breve termine sui requisiti riguardo a capitale e liquidità. Inoltre, dal momento che sembra poco verosimile che i sistemi finanziari degli Stati Uniti e dell’Unione Europea forniscano credito alle piccole e medie imprese, è essenziale che vi sia una provvisione governativa di credito diretto verso le PMI solventi ma senza liquidità.

Quarto: sono necessarie condizioni di liquidità su larga scala verso i governi solventi sono necessarie per evitare un picco negli spread ed una perdita di accesso al mercato che trasformerebbero la non- liquidità in mancanza di solvibilità. Anche con cambiamenti nelle loro politiche, ci vuole del tempo prima che i governi ristabiliscano la loro credibilità. Fino a quel momento i mercati faranno pressione sui debiti sovrani, facendo probabilmente in modo che la crisi si auto- alimenti.

Oggi, Spagna ed Italia sono a rischio di perdere l’accesso al mercato. È necessario triplicare le risorse ufficiali mediante un più ampio Piano Europeo di Stabilità Finanziaria (EFSF), Eurobonds, o una massiccia azione della BCE- per evitare speculazioni disastrose ai danni di questi paesi.

Quinto: gli oneri del debito che non possono essere alleggeriti dallo sviluppo, dal risparmio, o dall’inflazione devono essere resi sostenibili mediante la ristrutturazione metodica del debito, la sua riduzione, e la sua conversione in azioni. Ciò va fatto per i governi insolventi, gli azionisti, e similmente per le istituzioni finanziarie.

Sesto: anche se è stato dato un aiuto significativo sul debito alla Grecia e ad altri paesi periferici dell’Eurozona, non vi sarà una crescita economica fintanto che non venga ripristinata la competitività. E senza una rapida ripresa dello sviluppo non si potranno evitare ulteriori default – e tumulti sociali.

Ci sono tre opzioni per ristabilire competitività nell’Eurozona, tutte richiedono che vi sia una svalutazione reale –e nessuna è perseguibile:


• Un attento indebolimento dell’euro verso la parità con il dollaro, cosa improbabile, in quanto gli Stai Uniti si sono anch’essi indeboliti.


• Una rapida riduzione dei costi unitari del lavoro, mediante l’accelerazione di una riforma strutturale e della crescita della produttività rispetto all’aumento dei salari, è altrettanto improbabile, poiché con quel tipo di processo la Germania ha impiegato 15 anni per ristabilire la competitività.


• Una deflazione cumulativa a cinque anni del 30% di prezzi e salari – in Grecia, per esempio- che vorrebbe dire cinque anni di depressione sempre più grave ed inaccettabile sul piano sociale: ammesso che sia realizzabile, tale livello di deflazione inasprirebbe l’insolvenza, dato un aumento del 30% del valore effettivo del debito.

In considerazione del fatto che tali opzioni non possono funzionare, l’unica alternativa possibile è l’uscita dalla zona euro della Grecia e di qualche altro paese membro. Soltanto il ritorno alla moneta nazionale e ad un’attenta svalutazione di quella valuta può ristabilire competitività e sviluppo.

Lasciare la valuta normale naturalmente comporterebbe la minaccia di danni collaterali per il paese in uscita e l’aumento del rischio di contagio per gli altri fragili membri dell’Eurozona. Gli effetti del bilanciamento sugli euro debiti generati dalla svalutazione della nuova moneta nazionale dovrebbe essere dunque manovrata mediante una conversione regolata e negoziata delle passività in euro nelle nuove monete nazionali. Per contenere danni collaterali ed il contagio sarebbe necessario l’uso appropriato delle risorse a disposizione, compresa la ricapitalizzazione delle banche della zona euro.

Settimo, le ragioni per gli alti livelli di disoccupazione e la crescita anemica delle economie avanzate sono strutturali ed includono l’aumento della competitività dei mercati emergenti. La risposta adeguata a tali intensi cambiamenti non può essere il protezionismo. Al contrario, le economie avanzate hanno bisogno di un piano a medio termine per ripristinare competitività ed occupazione mediante nuovi massicci investimenti in istruzione di alto livello, formazione lavorativa, miglioramenti del capitale umano, infrastrutture, ed energia alternativa/rinnovabile. Solamente un programma di tal genere può fornire ai lavoratori di economie avanzate gli strumenti necessari per competere a livello globale.

Ottavo, le economie emergenti hanno a disposizione un maggior numero di misure di politica economica di quanto non facciano le economie avanzate, e perciò dovrebbero allentare la politica monetaria e quella fiscale. Il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale possono fornire prestiti in ultima istanza ai mercati emergenti a rischio di perdere l’accesso al mercato, a condizione di mettere in atto adeguate riforme di policy. E paesi come la Cina, che per la crescita si basa in modo eccessivo sulle esportazioni nette, dovrebbero accelerare le riforme, incluso una più rapida rivalutazione della moneta, in modo da incrementare la domanda ed il consumo interno.

I rischi che abbiamo davanti non sono solo una blanda “doppia” recessione (“double dip”), ma una grave contrazione che potrebbe trasformarsi nella Grande Depressione II, in modo particolare se la crisi della zona euro diventa caotica e porta ad un collasso finanziario globale. Nel corso della prima Grande Depressione, politiche ostinatamente sbagliate portarono a guerre commerciali e valutarie, turbolenti default del debito, deflazione, crescente ineguaglianza di redditi e patrimoni, povertà, disperazione, ed instabilità politica e sociale che alla fine condussero al sorgere di regimi autoritari e alla seconda guerra mondiale. Il miglior modo per evitare che si ripeti tale sequenza è di mettere in atto adesso una politica globale decisa ed aggressiva.

22 settembre 2011

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Fissato il cambio Franco/Euro

<<ZURIGO (Reuters) - La Swiss National Bank ha fissato il target minimo di cambio della moneta svizzera a 1,20 franchi per euro e lo farà rispettare comprando valuta estera in quantità illimitata. "Con effetto immediato, (la Snb) non tollererà più un cambio euro/franco sotto la soglia minima di 1,20 franchi. La Snb imporrà questo minimo con la più grande determinazione ed è pronta ad acquistare valuta estera in quantità illimitata", ha detto la banca centrale in una nota. Il franco è salito contro euro e dollaro negli ultimi mesi arrivando quasi alla parità con la moneta unica europea il 9 agosto per gli acquisti degli investitori in cerca di un porto sicuro nel mezzo della tempesta finanziaria.>>

Ma la decisione è più finanziario-economica, seriamente legata alle necessità elvetiche, oppure figlia di un disegno politico dovuto a una chiarissima condizione di doppia fragilità contingente? Qui sotto la mia idea.

Da parecchi mesi, dopo il preventivo monito in periodo di rimpatrio dei capitali per il condono fiscale, il governo italiano faceva pressioni su Berna per avere maggiore partecipazione alla causa della lotta all'evasione fiscale, ormai la piaga principale del nostro paese, nonché tra le cause primarie della crisi attuale economica e finanziaria legata, soprattutto, al consistente debito pubblico. Servivano e servono soldi, da qualsiasi parte essi arrivano e il denaro degli evasori è la migliore entrata possibile per governi e contribuenti onesti.

E' notizia recente, anche se dietro le quinte la situazione non sembrava pacifica nemmeno uno o due anni fa, in pieno disastro finanziario USA, che Obama e il suo staff stiano replicando le stesse pressioni ai danni del governo elvetico per la lotta alla presunta evasione fiscale dei contribuenti americani. Si è addirittura arrivati ad un vero e proprio ultimatum comunicato a fine agosto/inizi di settembre, pena ritorsioni dure contro diversi istituti bancari svizzeri in territorio americano. secondo quanto rivelato dalla stampa svizzera, infatti, le autorità americane chiedono di sapere quanti e quali clienti americani hanno esportato valuta americana in Svizzera tra il 2002 e il 2010, con riferimento a fondi superiori ai 50mila dollari. La richiesta riguarda in particolare il Credit Suisse, seconda banca elvetica, e nove altri istituti minori, tra cui Julius Baer, Wegelin e le banche cantonali di Zurigo e Basilea, che in caso si rifiutassero di collaborare rischierebbero una pesante ammenda (fonti non confermate parlano di 2,5 miliardi di dollari, oltre alla possibilità di perdere la licenza bancaria negli Stati Uniti). In base a un accordo su "assistenza amministrativa" firmato nel 2009, la Svizzera ha già fornito agli Usa, nel corso del 2010, almeno 4.450 dossier di clienti della banca UBS sospettati di aver evaso il fisco statunitense, dopo l’apertura negli Stati Uniti di un'inchiesta contro UBS, sospettata di aver aiutato migliaia di clienti ad evadere il fisco. Per evitare l'avvio di procedimenti contro la grande banca svizzera negli Usa, il governo svizzero assecondò le richieste americane. La situazione sembra ora ripresentarsi negli stessi termini ed anche in questo caso le autorità di Berna sono al lavoro per trovare un accordo di compromesso.

Se poi ci si mette il fatto che un franco eccessivamente forte diventava imbarazzante per gli inglesi e, nell'ambito dell'Area Euro, invece, per Francia e Germania, ormai ultimi paladini dei futuri (forse, ma molto futuri) nuovi Stati Uniti d'Europa, ecco che ci si spiega perché lla decisione della Banca Svizzera possa essere una favorevolmente attesa unione tra l'utile e il dilettevole: l'utilità di ridare fiato alle esportazioni svizzere e il diletto di accontentare, in un sol botto, mezzo mondo finanziario.

6 settembre 2011

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Investimento azzerato: è sempre tutta colpa delle autorità finanziarie?

A questo link http://www.wallstreetitalia.com/article/1200518/truffe/come-perdere-tutto-il-capitale-con-il-copyright-dell-europa.aspx rilevo un interessante articolo che copio qui sotto:

Una filiale della Bank of Ireland.

La lettrice di Wall Street Italia Maria Teresa Musante, pensionata, ci ha scritto una lettera che abbiamo deciso di pubblicare, con la sua autorizzazione, poiche' e' l'ennesima conferma di quante ingiustize e truffe si compiono nel comparto degli investimenti finanziari. I piccoli investitori sembrano in balia di un gioco sporco molto piu' grande di loro, dove vincono lobby ricche e oscure, in questo caso all'ombra della casa comune europea. Ringraziamo la signora Musante per il coraggio che ha nel voler denunciare pubblicamente il sopruso subito, la sua azione puo' essere di esempio e stimolo per molti altri investitori. Se qualcuno, soprattutto tra gli avvocati specializzati che ci leggono, e' in grado di aiutarla con la necessaria consulenza tecnica allo scopo di cercare di recuperare il capitale perduto, WSI fara' in modo di pubblicare tutti i suggerimenti. Ecco la lettera della signora Musante:

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Bank of Ireland mi ha chiuso anticipatamente a fine luglio 2011 l'obbligazione xs0186652557 dandomi 0,20 euro su 20000 euro nominali!!!!!! nessuno mi ha avvisato di nulla, ho trovato tutto a cose fatte 0,20 euro!!!! sul conto corrente.

Avevo investito 18800 euro dei miei risparmi due anni fa, il rating era A. Nessuno parla di questa operazione peggiore di quella del fallimento della Argentina, c'è solo on line un articolo sul sole24ore che parla dello strano comportamento delle banche irlandesi.

Cosa si può fare? non è una banca fallita come è possibile un tale comportamento???

chi ci può aiutare? è possibile una cosa del genere quando diamo tanti soldi per salvare i paesi in crisi?

grazie per l'attenzione
Maria Teresa Musante

QUI SOTTO LA RISPOSTA DELLA CONSOB DOPO UNA RICHIESTA DI CHIARIMENTO:

Gentile sig.ra Musante,

in riferimento alle richieste da Lei inoltrate all'attenzione della Consob, aventi ad oggetto una richiesta di informazioni/doglianza afferente al prestito obbligazionario emesso da Bank of Ireland con scadenza 2019, La informiamo che i titoli individuati nella suddetta richiesta non sembrano essere stati ammessi a quotazione su mercati regolamentati italiani, né essere stati oggetto di sollecitazione al pubblico in Italia. Pertanto, la Consob, relativamente a tali emissioni, non ha svolto alcuna istruttoria finalizzata alla pubblicazione di prospetti di ammissione a quotazione ovvero di sollecitazione all’investimento.

In merito all'offerta di scambio proposta dalla Bank of Ireland, emittente estero soggetto all'autorizzazione e alla vigilanza delle Autorità estere, della Central Bank of Ireland e della FSA (Autorità di vigilanza sui mercati del Regno Unito), si fa presente che nel documento di scambio in lingua inglese (allegato), disponibile sul sito dell'emittente www.bankofireland.com, è indicato espressamente come lo stesso non sia oggetto di autorizzazione dell'Autorità di vigilanza dei mercati italiani, essendo l'offerta rivolta soltanto ad investitori qualificati e quindi esente dall'obbligo di redigere un prospetto in lingua italiana ai sensi della normativa primaria e secondaria in vigore (d.lgs. n. 58/1998 e Reg. Emittenti n. 11971/1999).

Conclusivamente, l'emittente e l'intermediario non possono svolgere attività informativa e promozionale in Italia in assenza del documento informativo, ma ciò non impedisce all'investitore, autonomamente e di sua iniziativa, di voler aderire all'operazione e chiedere la cessione/scambio dei propri titoli, subordinatamente all'accettazione dell'emittente che nel caso di specie ha però dichiarato espressamente nel documento informativo come gli investitori italiani diversi da quelli qualificati non potessero partecipare all'offerta di scambio.

Cordiali saluti
CONSOB
Ufficio Relazioni con il Pubblico

Le mie impressioni in merito:

sicuramente non si deve giustificare una situazione nella quale un investitore si vede azzerato il proprio investimento, questo deve essere chiaro a tutti. E' anche chiaro che, in casi come questo, la giustizia dovrebbe fare il proprio corso in modo regolare e senza favoritismi, come spesso è accaduto, purtroppo. Ma per il resto, quale sarebbe il problema reale da imputare a terzi? Leggete il prospetto informativo a questo link http://www.investimenti.unicredit.it/pdf/info/XS0186652557.pdf?1196261920000 e noterete che è specificato, al di là di parole e considerazioni varie, oltre alle caratteristiche tecniche anche tutta una serie di rischi in cui si sarebbe incorsi sottoscrivendola. E credo, ormai da tempo, che sia troppo comodo continuare a dire cose del tipo "nessuno me lo aveva detto", "mi hanno assicurato che era un investimento tranquillo", "che non c'erano rischi" ecc.; negli ultimi anni, Mifid a parte che copre le spalle prima alle banche che non ai consumatori ma che, comunque, ha limitato drasticamente collocamenti selvaggi a chiunque, casi eclatanti come Parmalat, Cirio, Argentina, con annessi e risvolti, sono stati spulciati e pubblicati su qualsiasi giornale o rivista, forse pure su topolino!. In televisione tg e trasmissioni ne hanno parlato e straparlato in una sorta di telenovela infinita. Certo, l'Irlanda non è l'Argentina, ovviamente ... come la Parmalat non era la Cirio e via dicendo, vero?! Poi, al solito, l'investitore arriva in banca e chiede cosa comprare per avere la cedola. Bot? Btp o CCT? Obbligazioni tedesche statali? Mah, rendono troppo poco, non ci sarebbe qualcosa di meglio? E certo che c'è ma, come ho letto spesso in giro, "non ci sono pasti gratis in finanza"!

Mi dispiace per la signora, mi dispiace per chiunque perda i propri risparmi in questo modo ma, ripeto, se l'ignoranza non è un'arma valida in nessun caso, il volere di più sempre e comunque è anche peggio di un'arma a doppio taglio. Se sottoscrivo bund o bot e un bel giorno Germania o Italia dichiarano default e si incamerano i miei risparmi ho sicuramente tutte le ragioni per arrabbiarmi e agire, in altri casi direi questo: finché c'era da prendere (più della media, spesso molto di più) si è preso senza se e senza ma, ora c'è da dare ... peccato!

26 agosto 2011

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Anche il Giappone declassato

Moody's Investor Service ha declassato il debito sovrano giapponese, portando la sua valutazione da AA2 a AA3, con outlook stabile. Rispetto alla clamorosa decisione di Standard & Poor's di togliere la tripla A agli Usa, la mossa di Moody's non giunge a sorpresa ed era anzi attesa; inoltre l'agenzia di rating non fa che allinearsi alle decisioni già prese da S&P's (e sostanzialmente anche Fitch), che già da alcuni mesi ha assegnato al Giappone una valutazione al quarto - e non al terzo - gradino massimo della scala, per di più con outlook negativo. Per il Giappone la tripla A viene mantenuta solo dalle due agenzie di rating nazionali: una di esse, la R&I, ha però preannunciato che potrebbe toglierla nelle prossime settimane. Il Fondo monetario stima che quest'anno l'indebitamento – il più alto tra le economia avanzate - raggiungerà il 233% del Pil, mentre il Governo giapponese utilizza criteri più ristretti e lo proietta al 181 per cento.

L'abbassamento del rating, ha dichiarato Moody's «è determinato dall'ampio deficit del budget e dall'accumulo del debito governativo giapponese dalla recessione globale del 2009». La coincidenza con l'ennesimo cambio della guardia al Governo (settimana prossima ci sarà il sesto premier in sei anni) è casuale, visto che Moody's ha preso la decisione vicino alla scadenza ordinaria dei tre mesi di annunciata "messa sotto osservazione" in vista di un declassamento. Tuttavia «negli ultimi cinque anni, i frequenti cambiamenti nelle amministrazioni hanno impedito al Governo di intraprendere strategie fiscali ed economiche a lungo termine e politiche durature». In più «terremoto e tsunami dell'11 marzo e il susseguente disastro alla centrale nucleare di Fukushima Daiichi hanno ritardato il recupero dalla recessione globale del 2009 e aggravato le condizioni deflazionarie. Le prospettive di crescita economica sono deboli, il che rende più difficile per il Governo il raggiungimento degli obiettivi di riduzione del deficit e l'attuazione del suo piano di riforma complessiva della fiscalità e della sicurezza sociale» (Fonte Ilsole24ore).

24 agosto 2011

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La Consob? Sempre la stessa roba!!

Qualche settimana fa, nell'articolo "Consob: imparare dai propri errori", riportavo le mie impressioni sul fatto che la società di controllo avesse (positivamente e per fortuna!), deciso di non rinnovare il divieto di vendita allo scoperto sui titoli italiani, cosa che aveva fatto in precedenza con risvolti decisamente negativi: "La Consob, dunque, non ripete la decisione di vietare la vendita allo scoperto come fece nel settembre del 2008, per fortuna. Quello che accadde allora ce lo ricordiamo: .. [segue]".

Infatti:

Consob adotta misure restrittive sulle vendite allo scoperto (comunicato stampa del 12 agosto 2011)

La Commissione ha deciso oggi, con la delibera n. 17902, l’adozione di misure restrittive sulle posizioni nette corte. La decisione - presa sulla base l'articolo 74 del Tuf, che assegna alla Consob il compito di vigilare sui mercati regolamentati al fine di assicurare la trasparenza, l'ordinato svolgimento delle negoziazioni e la tutela degli investitori adottando, in caso di necessità e urgenza, i provvedimenti necessari - tiene conto della la straordinarietà delle condizioni di mercato rilevate nelle sedute del mese di agosto 2011, caratterizzate da un rilevante incremento della volatilità.

Ritenuto non più sufficiente, alla luce delle mutate condizioni di mercato, il regime di comunicazione delle posizioni nette corte, adottato lo scorso 10 luglio, e considerati i provvedimenti in materia di posizioni nette corte adottati dalle competenti Autorità francese, spagnola e belga, la Commissione ha deliberato il divieto di assumere posizioni nette corte ovvero incrementare posizioni nette corte esistenti, anche intraday, in relazione al capitale degli emittenti del settore finanziario.

Tale divieto si applica a chiunque, persone fisiche o  giuridiche e altri soggetti giuridici, sia italiani che esteri.

Restano valide, in ogni caso, le disposizione definite con la Delibera n. 17862 in materia di reporting delle posizioni nette corte.

Le disposizioni hanno effetto dal 12 agosto 2011 alle ore 9:00 e resteranno in vigore per 15 giorni. 

La delibera è pubblicata nel sito internet e nel bollettino della Consob.

 

Oggi, quindi, devo ricredermi: evidentemente fare un'idiozia e constatarne i risultati non vieta che la stessa idiozia venga riproposta. Certo, qualche titolo l'ha scampata rispetto alla volta precedente, ma di sale in zucca, a mio avviso, se ne vede ben poco! Cosa dovrebbe pensare e, quindi, fare di conseguenza un trader/investitore di fronte a situazioni di questo tipo? Semplice:

1) spaventarsi ulteriormente, visto che ciò può significare solo che non esiste altra soluzione (economica, finanziaria o politica) in grado di rimettere le cose a posto.

2) far spostare capitali per avere la disponibilità dei margini su altri mercati; certo, va bene al momento per evitare lo scoperto speculativo, ma quanti di questi capitali, poi, rimarranno lontani definitivamente? Scommetto una buona parte.

Inoltre, come già dissi in precedenza: e quando mai un piccolo investitore è stato protetto (con i suoi risparmi di una vita, spesso) dalla selvaggia e fuori luogo speculazione finanziaria che ha portato (e porterà in futuro) alle classiche bolle post-crollo (e conseguente disperazione per molti risparmiatori)?

Una domanda mi sorge spontanea (a pensar male si fa peccato ma talvolta....): non è che per caso stiamo parlando di incompetenti e, soprattutto, di persone interessate più che altro a servire le mani forti, non certo a fare equamente il bene di tutti gli operatori, indistintamente. Spero di no ma, dati e fatti alla mano, giudicate voi!

16 agosto 2011

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La Cina comincia a mostrare segni di sofferenza?

Ci sono discordanze, negli ultimi tempi, in merito al voto che diverse agenzie di rating internazionali hanno deciso di assegnare al debito cinese. Mentre Moody’s e Standard & Poor’s rimangono più ottimiste, Fitch, pur mantenendo AA- come parametro definitivo, ritiene che un abbassamento dell’outlook da stabile a negativo risponda meglio alla condizione attuale della situazione finanziaria cinese. Tre sono, principalmente, le situazioni da considerare per la valutazione e che, negli ultimi anni, evidenziano valori abbastanza preoccupanti: 

- un’elevata crescita del credito; 

- l’aumento, costante, del valore degli immobili;     

- Inflazione crescente. 

Se a questi fattori primari si aggiungono l’indebitamento elevato raggiunto dalle amministrazioni locali e, soprattutto, dal sistema bancario, si incominciano a intravedere le condizioni ideali, probabilmente non ancora una necessità impellente al momento, per un intervento governativo a sostegno del sistema stesso. E’ previsto, infatti, un aumento dei crediti in sofferenza nei prossimi tre anni come diretta conseguenza dell’espansione esponenziale, soprattutto negli ultimissimi anni, del credito ai privati (previsioni ultime stimano fino ad un ammontare pari a circa il 140% del PIL).

Come successo negli ultimi anni in altri paesi finanziariamente evoluti, c’è un’elevata probabilità che la qualità degli asset del sistema bancario cinese subisca un drastico peggioramento nei prossimi tre/quattro anni, con un potenziale aumento dei crediti in sofferenza stimato tra il 15% e il 30%. Ciò renderebbe necessari decisi interventi per stabilizzare il sistema, interventi che potrebbero essere pari ad una somma tra il 10% e il 30% del PIL. 

In particolare, secondo Fitch, il problema principale deriva dalla situazione maturata in Cina dopo lo scoppio della crisi finanziaria globale. Per evitare un rallentamento dell’economia interna, tra il 2009 e la fine del 2010 le banche cinesi, su direttiva del governo, hanno concesso nuovi prestiti per quasi miliardi di euro. Una buona parte di questa somma è stata concessa alle LIC, Local Investment Companies, agenzie parastatali controllate dalle amministrazioni locali che hanno offerto, come garanzia alle banche, i terreni a loro disposizione. Le LIC hanno impiegato il fiume di finanziamenti per la realizzazione di immensi progetti immobiliari, dei quali in molti casi è in dubbio un realistico e interessante un ritorno economico. Allo stesso modo, il privato cinese ha puntato gran parte dei propri investimenti sul mattone, determinando, solo nel 2010, un incremento di quasi il 20% dei prezzi, condizione che rende attualmente sempre più difficile l’acquisto di un’abitazione per la classe medio-bassa. 

Secondo un rapporto della China Banking Regulatory Commission, le LIC avrebbero ottenuto prestiti per 839 miliardi di euro, dei quali il 23% andrebbe ormai classificato come credito in sofferenza e il 50% come possibile esito “incerto”. Secondo una stima indipendente del gruppo di ricercatori della Northwestern University of Illinois, i prestiti concessi alle LIC ammonterebbero invece a più di 1205 miliardi di euro, quasi il 50% in più di quelli ufficialmente dichiarati, dunque.  

La visione più ottimistica delle altre agenzie di rating, comunque, come ammesso anche da Fitch stessa, deriva dal fatto che Cina detiene le più imponenti riserve in valuta estera del mondo, stimate in 2850 miliardi di dollari alla fine del 2010, che la rendono quasi invulnerabile agli shock esterni. Qualora il crollo dei prezzi delle case dovesse realmente verificarsi nei prossimi tre/quattro anni, comunque, sarà da vedere se queste riserve riusciranno a garantire la necessaria stabilità al sistema finanziario o, almeno, un morbido atterraggio su un piano più accettabile dal sistema stesso.

5 agosto 2011

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Un po' di OT giusto per farsi due risate in compagnia

Dal link Wallstreetitalia.com riporto un articolo che ha come titolo "Post contro i trader"

"Ieri 22/07/2011 alle 0.32.52 l'utente marcopezzi ha inviato il seguente post, che ripubblichiamo sulla home page di WSI perche' parla di una questione importante che interessa tutti.

fabio 33 è un utente che mi piace, ha una popolarità incredibilmente negativa, infatti è forse l'unico che ha il coraggio di ammettere un fatto importante: l'investimento in azioni funziona proprio quando la maggior parte delle persone non se ne interessano più perchè hanno perso la fiducia.

Dai commenti che leggo sugli articoli di wall street italia (sono utente da una settimana soltanto) mi sono fatto un'idea precisa del lettrore (o perlomeno commentatore) medio di questo sito. Trader alle prime-medie armi con una parvenza di conoscenza dell'analisi tecnica e grafica: il classico "ciuccio" che va short quando le notizie per le quali andare short sono già uscite e che va long (dopo aver perso soldi nell'essere stato short) quando ormai le notizie per essere long sono conosciute anche dagli asini. E' quello che in termini tecnici si chiama venditore/compratore sulla notizia.

All'utente medio vorrei ricordare che l'investimento in azioni è fine a se stesso. Sono titoli che certificano una "proprietà" in una azienda. Ne dovrete condividere gioie e dolori. Mi chiedo cosa diavolo passi per il cervello di questi sostenitori dei trend, short selling, supporti e resistenze, fibonacci e altre intuizioni matematico-logiche applicate al comportamento umano. Mi chiedo come sia possibile entrare ed uscire da un titolo ogni ora, giorno, ogni settimana, ogni mese cercando di individuare il trend futuro (è scientificamente provato: è impossibile predire il futuro in un trend, tutto si risolve ad una questione di caso "leggi di culo" 50% su 50% giu').

Mi aspetto che questi personaggi perdano soldi anche nei vari giochi gratta e vinci, casino online e superenalotto. Le probabilità infatti sono le stesse: sempre e comunque a favore del banco.

L'ignoranza su una materia fondamentale (per chi investe in borsa) e cioè la finanza aziendale è colossale, direi cosmica. Ho letto di tutto, mi aspetto di tutto. Una cosa è certa: prima di investire in una azienda dovrei sapere tutto di quell'azienda, dei concorrenti, del mercato nella quale opera. Soprattutto dovrei essere in grado di leggerne i bilanci. Poi non dovrei far altro che selezionare e aspettare. Cosa? i momenti come questi, quando le masse impaurite svendono i propri titoli trascinati nel vortice emotivo del contagio "psicologico".

Infatti non serve a nulla individuare una buona azienda se poi la paghiamo troppo cara. Fortunatamente ci sono i momenti di depressione generale che rendono le cose un po' piu facili a noi sostenitori della value. Infatti nel corso della vita un titolo vedrà alti e bassi incredibili, anche nel breve termine (sotto l'anno). Alla domanda: perchè? i molti sostenitori dell'analisi tecnica risponderebbero snocciolandovi teoremi e ragionamenti infarciti di formule e proiezioni. I sostenitori della value invece risponderebbero: chi se ne frega. (e subito dopo): e meno male!

Che cosa è quel bene che quando scende di prezzo nessuno lo vuole e anzi fa di tutto per liberarsene? l'azione. Credo sia l'unica cosa al mondo soggetta a questa curiosa legge emotiva. Persino il cibo per cani, quando è in offerta al supermercato, tenta le persone che non hanno animali domestici a comprarlo. Questo è neuromarketing, ed è incredibile.

Ai disfattisti (quelli che vedono la fine del mondo l'anno prossimo) ed ai disfattisti ossessivi compulsivi (quelli che vedono la fine del mondo ad ogni minuto) consiglio la lettura di vari testi specifici sulle crisi avvenute negli ultimi 400 anni al mondo. Può darsi che il prendere coscienza di fatti passati che si stanno ripetendo di nuovo (ed esattamente nella stessa maniera) riuscirà ad illuminarli sull'unica filosofia in grado di governare i mercati.

Primo: che non c'è bisogno di rovinarsi la vita perdendo sonno e denaro dimostrando di avere ragione. Secondo: le crisi e le espansioni sono l'una la conseguenza dell'altra. Questa finirà e ne comincerà un'altra. Punto e basta.

Nell'attesa di aumentare la mia impopolarità con devastante effetto leva (sarebbe la conferma alle mie intuizioni) porgo distinti saluti."

 

A mio avviso trattasi del solito genietto che ha capito tutto, magari dopo aver frequentato corsi costosi, letto decine di libri inutili sul trading e provato sulla propria pelle che investire o fare trading sui mercati azionari non è come andare in ufficio, scartabellare qualche fascicoletto e poi portarsi lo stipendio a casina a fine mese. E siccome è capitato a lui allora sarà così per tutti: perdite devastanti, notti insonni, crisi di nervi, esaurimenti ecc., insomma, una massa di poveri disgraziati siamo. O forse no, semplicemente non sapendo che fare o che dire se l'è presa con i trader che hanno deciso di lavorare in un settore storicamente tra i più difficili in assoluto. Ma, quindi, quale sarebbe la soluzione per guadagnare in borsa? Semplice, basta attendere le crisi economico-finanziarie, conoscere perfettamente i bilanci delle aziende quotate e quindi fare semplicemente 2+2; in pratica, dopo che le borse sono scese a dismisura e le aziende quotate hanno perso gran parte del loro valore si deve comprare quei titoli scesi parecchio e che, sulla base dei dati di bilancio, valgono molto di più di quanto quotino in quel momento. Veramente un genio, a mio avviso! Infatti è noto a tutti che quando le borse scendono i titoli ottimi, per prospettive e bilanci solidi e attività in espansione, tracollano! Mah...

Ci penso e, come dice sempre il mio amico Max: "ma che si alzano a fare i panettieri alle 2 del mattino, allora?". Nel senso: basta aspettare questa bella crisi, come per esempio quella in corso, valutare le aziende sotto quotate e comprarle, quindi attendere il prossimo boom economico-finanziario e via, rivendere con lauti guadagni. E allora mi vengono in mente i forti ribassi di borsa precedenti, con gli analisti amanti dei fondamentali (evidentemente simpatici al nostro amico) che sostenevano che Benetton a 16 euro circa era un ottimo affare (30/35% sotto i massimi!), a 12/13 era regalata, a 10 non si poteva non comprare!! Ecco, ora Benetton sta a 5/6 euro, un affare veramente. O STM, a 75/76 era buona per 100 e 120 euro di target, ma dopo il tracollo ... nel 2001 come si poteva non comprare a 20/22 euro, santo cielo! Il settore era promettente ancora, eccome, l'azienda ottima con buone prospettive e sicuramente sotto-stimata. Peccato che oggi vale 6/7 euro, mah, solita sfortuna e, soprattutto, negli ultimi anni gli analisti (magari gli stessi!) l'hanno correttamente valutata ehehe, potere del voltafaccia senza vergogna. Parmalat non la cito nemmeno, giusto per il pudore di non infierire su coloro che, dati di bilancio alla mano (quelli ufficiali e pubblicati), comprarono a mani basse un titolo sotto-sotto-quotato. E già, la lista potrebbe continuare, in Italia e all'estero, ma sarebbe solo uno stillicidio inutile, questo si "fine a sè stesso"!

Caro il mio sostenitore dei fondamentali, ricordati che i pochi che possono permettersi, a ragione, di illuminare le platee con questi discorsi altrimenti sterili, sono i vari Buffet, Soros e compagnia bella che, in periodi come per esempio il 2000/2003 o il 2007/2009 (e altri in passato), non fanno una piega quando i loro portafogli scendono del 30/40% (loro e dei rispettivi investitori del fondo) perché il loro investimento è cosiddetto "a lungo termine", perché hanno talmente tanta liquidità a disposizione da permettersi di comprare partecipazioni in migliaia di aziende in tutto il mondo, il che porta a una diversificazione nelle attività, nelle aree geografiche e nelle aree politiche; che possono pagare fior fior di soldi per avere dati e notizie non solo di prima mano ma, soprattutto, il più affidabili possibili (non la lettura del bilancio ufficiale trovato magari girando un po' sul web). Perché, nei decenni, si sono portati a casa milioni e milioni in dividendi dai loro investimenti e i boom li hanno aiutati almeno quanto l'inflazione e la totale diversificazione ha permesso l'abbattimento massimo del rischio, così da evitare di risentire quando una o due o tre aziende, seppure di notevoli dimensioni finanziarie, falliscono destando stupore (sic!) e lasciando in mutande migliaia di investitori privati!

E si, mio caro e arrogante anti-trader, tu che la sai lunga e vuoi illuminare noi poveracci, trader non per scelta ma per malattia, derelitti destinati a perdere tutto e tutti perché incapaci di comprendere la "tua" semplicissima dinamica dei mercati finanziari .... tu che evidentemente sei o sarai fra qualche anno uno degli uomini più ricchi del pianeta grazie agli acquisti sui minimi ed alle vendite si massimi, tu che quando vedi uno che acquista un gratta e vinci subito lo metti nel gruppo dei perdenti, insieme ai trader di tutto il mondo, tu, per favore, vai dai compratori di STM, Unicredit, Fiat, Benetton, Parmalat, Worldcom, Lehmann e molte, molte altre ancora e spiega anche a loro come mai, nonostante i prezzi appetibili ed i bilanci a posto sono rimasti con un pugno di mosche o, nella migliore delle ipotesi, passano le notti (loro si!) a cercare di capire se è meglio vendere anche se stanno a -75% o tenere duro, tanto l'azienda è buona (se lo era a -60% dai massimi, come fa a non esserlo a -75/85/90% e, speriamo, non oltre??).

Tanti saluti,  caro il mio genietto e, mi raccomando, dalla tua posizione di favore, ogni tanto, butta un occhio a noi poveri dementi mani-bucate e onoraci di una dritta degna del tuo nome, così che con una semplice e indolore operazioncina, una ogni tanto, ci possiamo rifare delle enormi e continue perdite ottenuti da tutti i nostri trades poco intelligenti.

PS: scusa, genietto dai fondamentali facili, hai mai provato a chiederti se non sia tu a far parte, invece, del fin troppo stimato (dai grandi investitori) Parco Buoi??

22 luglio 2011

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Un'altra delle mail che fa piacere e rinfranca il mio ego:

"Ciao Marco. Ti scrivo questo messaggio per ringraziarti di cuore per un eccellente investimento che feci ormai quasi tre anni fa. Ho pensato di scriverti in parecchi momenti ma sono riuscito ad aspettare almeno fino a quando ho realizzato una parte dell'investimento che mi ha dato grosse soddisfazioni. Ma il bello non dipende solo dal grande guadagno che ho accumulato senza fatica quanto dal fatto che nonostante le difficoltà di questi anni per le borse io non sono mai stato in affanno o preoccupato perchè il mio titoletto è sempre salito, qualche ritracciamento a parte. Il titolo è Apple, forse lo avrai già capito, io l'ho comprato a 164 dollari, una quindicina di dollari sopra il prezzo che aveva quando pubblicasti il primo articolo. Poi seguendoti ho letto il successivo che hai scritto quando stava sui 250 dollari ed io avevo già il 50% e oltre, nel dubbio se tenere o meno. Siccome dicevi che le prospettive rimanevano ottime anche se probabilmente ci sarebbe stato uno storno anche deciso ho pensato bene di mettere lo stop in pari e proseguire. Puntuale è arrivato il ritracciamento di circa il 20% ma la mia posizione non ha vacillato e l'ho portata avanti con costanza. Ora ho venduto 2/3 della posizione, una parte a 310 dollari e una a 350 dollari, praticamente realizzando in media oltre il doppio dell'investimento (seguendo alcuni tuoi metodi letti tra i download ho trovato questi livelli a cui vendere). Il restante ormai lo tengo con stop a 300 dollari così oltre a non rischiare più nulla ho in tasca un altro gain incredibile! Grazie ancora e buon lavoro, a presto." (Gianfranco della prov. di Bologna).

Che dire, sono proprio contento e colgo l'occasione per rinverdire l'analisi sul titolo in oggetto, prima di tutto riportando quanto detto nel mio secondo articolo (con ulteriore riferimento al primo):

"[...] il primo articolo fu pubblicato nell’estate del 2008 (giugno-luglio) in piena crisi finanziaria e borsistica e con il titolo sulle montagne russe ad un prezzo decisamente altalenante in area 150 dollari circa. Nel frattempo la crisi ha peggiorato la situazione economico-finanziaria mondiale e la maggior parte dei titoli hanno oggi quotazioni nettamente inferiori rispetto ai valori pre-crisi. Questo non succede, invece, per Apple che, attualmente e come si vede dal grafico qui sotto, si sta portando verso area 250 dollari, in aumento di circa il 60/70% rispetto quel periodo del 2008 (quindi ben lontani dai minimi dell’anno successivo) e del 300% quasi rispetto ai minimi del 2009. Sarà ancora interessante? Probabilmente si, per il lunghissimo periodo, almeno questa è la mia opinione; certo è che, dopo una rivalutazione di tali proporzioni, l’entrata massiccia in previsione di un investimento nel ruolo di cassettista potrebbe cautelativamente richiedere l’attesa di un nuovo ritracciamento più o meno corposo."

Dagli ultimissimi dati delle vendite: fatturato in crescita in crescita dell'82% rispetto al pari periodo del precedente esercizio (oltre 28,57 miliardi di dollari); utili a 7,31 miliardi di dollari, pari a 7,79 dollari per azione, più del doppio rispetto agli utili di un anno fa; la società ha venduto 20,34 milioni di iPhone, oltre le previsioni degli analisti e in crescita del 142% anno su anno; 9,25 milioni invece gli iPad, una cifra record.

Il che significa che l'azienda, almeno per il momento, gode ancora di ottima salute; le previsioni sono ancora buone, per i prossimi trimestri e sia la dirigenza che gli analisti sono concordi che le prossime cifre risulteranno ancora in crescita. A parte i fondamentali, diamo uno sguardo alla situazione tecnica attuale del titolo:

Che dire? Il trend di lungo periodo è fortemente positivo, i prezzi e gli indicatori lo evidenziano molto bene. Supporto principale potrebbe essere proprio l'ultimo minimo di medio periodo in area 300/310 dollari, livello sul quale mettere un eventuale stop per le posizioni di lungo periodo; per il resto, prospettive a parte, noto solo che, a differenza di quanto successo negli ultimi anni nelle fasi rialziste, il macd non sta seguendo il massimo superiore del prezzo di mercato. Questo non significa che ci sia per forza un segnale ribassista ma, avessi il titolo in portafoglio, aprirei gli occhi molto bene soprattutto su eventuali nuovi strappi rialzisti decisi o, eventualmente, sulla conferma della potenziale divergenza ribassista in atto. A presto per la prossima puntata su Apple.

20 luglio 2011

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Niente stress per le banche italiane

Le cinque banche italiane coinvolte negli stress test europei, Unicredit, Intesa Sanpaolo, Mps, Banco popolare e Ubi banca, hanno passato la prova per valutare la resistenza degli istituti di credito in caso di situazioni economico-finanziarie particolarmente negative. Intesa Sanpaolo è risultato l’istituto migliore all'esame degli stress test, superato comunque senza grossi problemi anche dalle altre banche italiane coinvolte. In caso di choc severi sui mercati, i cinque maggiori istituti italiani dovrebbero riuscire a mantenere un livello di Core Tier 1 ampiamente superiore al minimo del 5% previsto. In particolare, nello scenario avverso ipotizzato, Intesa Sanpaolo avrebbe a fine 2012 un Core Tier 1 all'8,9%, mentre tutte le restanti quattro valori compresi tra il 5,7% e il 7,4%.

Secondo commentato il direttore generale di Bankitalia, Fabrizio Saccomanni, "i risultati degli stress test europei confermano che le banche italiane hanno margini sufficienti per assorbire ulteriori peggioramenti delle condizioni di mercato grazie alla loro prevalente natura di banche radicate nell'economia reale e sul territorio. I test condotti hanno confermato l'adeguatezza della capitalizzazione delle banche italiane e la capacità di assorbire l'impatto di un ulteriore deterioramento delle attuali condizioni macroeconomiche e di mercato con ampia margini.

In un comunicato ufficiale, Moody’s ha valutato positivamente il risultato generale del test effettuato sulle banche europee, soprattutto per il fatto che in tal modo si evidenzia in modo trasparente la situazione sulle esposizioni e sul credito e incentivano gli istituti di credito a rafforzare il loro capitale. Non manca però il monito, in quanto secondo Moody’s, nel suo outlook settimanale, ha sottolineato che i test sono positivi per le banche, in quanto migliora notevolmente la trasparenza sulle esposizioni e sul credito e incentiva gli istituti a rafforzare il loro capitale. Tuttavia, l'agenzia di rating ha espresso preoccupazioni per la severità delle prove e ha avvertito che una reale mancanza di coesione regolamentare tra l'Autorità bancaria europea e le autorità di vigilanza nazionali potrebbe danneggiare la fiducia degli investitori.

In generale, sono otto su novantasette le banche europee che non hanno passato gli stress test (fonte Eba), specificando che si tratta di 5 banche spagnole, 2 greche e una austriaca. Una banca tedesca su 13 non ha passato gli stress test. Dall'elenco delle 12 banche tedesche citate manca Helaba.

18 luglio 2011

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Collasso banche: Unicredit

Unicredit è arrivata a sfiorare 1 euro tondo proprio nella seduta odierna, perdendo quasi la metà del suo valore solo negli ultimi 4/5 mesi; ma, almeno secondo le stime più prudenti degli ultimi tempi, solo di mezzi proprio il titolo varrebbe almeno 2,5/2,8 euro. Quindi, acquistare a questi prezzi può essere un vantaggio nel medio e lungo termine oppure no? 

Qui sotto i grafici con una breve spiegazione per ciascuno di essi.

Mensile

Il grafico mensile evidenzia due livelli di lungo termine estremamente importanti. Il primo coincide con l'ultimo minimo realizzato nel 2009 e rappresenta un supporto dinamico di certo interesse e dal quale è partito un rimbalzo particolarmente ampio che ha permesso al titolo di quintuplicare il suo valore dopo aver toccato 0,55 euro circa. Il secondo livello è rappresentato, invece, da tutta quella serie di minimi realizzati, nel lungo periodo, dal 1998 al 2003 e che mostrano, perciò, la sensibilità del valore stesso nel tempo; in effetti il rimbalzo di cui sopra è culminato proprio su tale livello e da quell'area è partita questa forte gamba ribassista che sta portando le quotazioni a ridosso di 1 euro. Ora i prezzi sono dunque all'interno dei due livelli interessati e, sempre per quanto riguarda il lungo termine, quelle sono le aree da considerare per un'operatività ad ampio respiro.

Settimanale

Anche in questo caso, sia a livello grafico che sugli indicatori di momentum, la tendenza di fondo è negativa; il tentativo precedente di tornare alla positività di medio periodo con il break sopra i 2 euro circa è riuscito ma è anche durato poco, annullato circa sei mesi dopo il segnale rialzista e, ancora una volta, con la nuova discesa proprio sotto gli stessi 2 euro di quotazione. Anche lo statico interessante che più volte, tra 1,5 e 1,6 euro ha permesso al titolo di ottenere supporto, ha infine ceduto creando i presupposti per quest'ultima accelerazione ribassista. Unica cosa da segnalare, salvo quanto appena detto, al momento ci sta formando una divergenza rialzista sui minimi attuali, ancora però da confermare sia sui valori dell'indicatore che sui prezzi di mercato, quindi al momento solo da seguire.

Giornaliero

Il grafico giornaliero mostra l'ultimo anno, circa, di operatività di un sistema di trading personale (solo per curiosità). In realtà, quello che vorrei mostrare è che ogni movimento dei prezzi evidenzia tutta una serie di rimbalzi inseriti in un trend ben definito e ribassista; il fatto che al terzo tentativo di tenuta di area 1,5 euro, dopo i precedenti due movimenti rialzisti, sia sfociato in un nuovo fallimento sempre a ridosso di area 2-2,2 euro non può che confermare quanto già noto in precedenza. E' anche probabile, quindi, che proprio tra 1,45 e 1,55, in caso di una veloce e decisa ripresa dai minimi di periodo, gli operatori provino a vendere nuovamente posizioni, almeno in prima istanza. Un'altra indicazione importante, a mio avviso, è relativa ad un possibile supporto di periodo e che sul grafico è evidenziato in giallo: tra 0,93 e 1,1 euro, infatti, ritengo che ci si possa attendere almeno un rimbalzo di breve periodo ma che potrebbe essere anche interessante, visto il margine utile da sfruttare (vedere per esempio il livello di cui sopra), mentre una chiusura confermata sotto la base inferiore dell'area stessa credo che possa creare ulteriori aspettative, a quel punto, di un nuovo e catastrofico movimento ribassista (opinione strettamente personale) che riporterà almeno in area 0,5/0,6 i prezzi. Oggi, mentre scrivo, le quotazioni si sono portate proprio all'interno dell'area incriminata ... staremo a vedere.

12 luglio 2011

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Consob: imparare dai propri errori.

“”21:40 10 LUG 2011

(AGI) - Roma, 11 lug. - La Consob ha approvato un nuovo regime di trasparenza in materia di vendite allo scoperto. A partire da oggi gli investitori che detengano posizioni ribassiste rilevanti sui titoli azionari negoziati sui mercati regolamentati italiani sono tenuti a darne comunicazione alla Consob. E' quanto si legge in una nota. In particolare, dovranno essere rese note alla Consob le posizioni nette corte relative ai titoli azionari delle societa' quotate in Italia, quando superino determinate soglie quantitative. Il primo obbligo di comunicazione scatta al raggiungimento di una posizione netta corta uguale o superiore allo 0,2% del capitale dell'emittente, mentre successivamente si attiva per ogni variazione pari o superiore allo 0,1%. L'autorita' spiega che cosi' facendo "la normativa italiana viene allineata a quella in vigore nei principali Paesi europei, Germania in primis. Il provvedimento rafforza i poteri di vigilanza della Consob nell'attuale fase di mercato, caratterizzata da un elevato livello di volatilita' nell'andamento delle quotazioni". Il provvedimento ha efficacia da domani e restera' in vigore fino al 9 settembre 2011.”” 

La Consob, dunque, non ripete la decisione di vietare la vendita allo scoperto come fece nel settembre del 2008, per fortuna. Quello che accadde allora ce lo ricordiamo: una manovra estrema per limitare o, secondo le migliori intenzioni, annullare i consistenti ribassi generati dalla speculazione ma che, alla fine servì solo a infondere maggiori timori di peggiori conseguenze agli investitori, che videro nella manovra una sorta di ultima chance, il colpo di coda di un animale ferito e ormai moribondo. Situazione che, evidentemente, causò ulteriore negatività, facendo perdere la speranza ai più e che portò, dati alla mano, ad un semestre tra i peggiori della storia della nostra borsa valori.

Oggi, fortunatamente, le limitazioni sono destinate a migliorare la trasparenza dei movimenti di un certo spessore che ad altro e, almeno negli intenti, mirerebbero a rendere palesi i tentativi di massima speculazione da parte dei grossi capitali, non certo dei trader o dei piccoli investitori che cercano di lavorare anche nelle fasi più critiche dei mercati finanziari.

Vedremo il responso, anche questa volta ma, ovviamente, se in un mercato già messo male a causa della situazione socio-economica interna arrivano segnali di paura dalle istituzioni di controllo finanziario per eccellenza … direi che se non siamo alla frutta poco ci manca!

11 luglio 2011

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L'eurozona si avvia al crollo (articolo di N. Roubini estratto dal dal Financial Times del 13 giugno)

L'approccio confuso alla crisi dell'eurozona non è riuscito a risolvere i problemi fondamentali sulla divergenza economica e di competitività nell'Unione. Andando avanti così l'Area euro si muoverà attraverso disordinati tentativi di trovare una soluzione ma, alla fine, arriverà a una spaccatura dell'unione monetaria stessa, con alcuni dei membri più deboli buttati fuori. L'Unione Economica e Monetaria non ha mai pienamente soddisfatto le aspettative di un'area valutaria ottimale. I suoi dirigenti speravano che l’assenza di una politica monetaria, fiscale e valutaria avrebbe provocato un'accelerazione delle riforme strutturali che, si sperava, avrebbero visto convergere la produttività e i tassi di crescita.

La realtà si è rivelata ben diversa. Paradossalmente, l'effetto secondario della precoce convergenza dei tassi di interesse ha permesso una maggiore divergenza delle politiche di bilancio. Una spericolata mancanza di disciplina in paesi come la Grecia e il Portogallo è stata solo dalla formazione di bolle speculative in altri, come Spagna e Irlanda. Le riforme strutturali sono state ritardate, mentre la crescita delle retribuzioni divergeva rispetto alla crescita della produttività. Il risultato è stato una perdita di competitività nelle aree periferiche dell’Eurozona. Tutte le unioni monetarie di successo sono state infine associate ad una unione politica e fiscale. Ma in Europea l'avanzamento verso l'unione politica è in stallo, mentre l'unione fiscale richiederebbe notevoli entrate a favore del bilancio federale centrale, oltre ad una maggiore diffusione di eurobonds, con i quali le tasse dei contribuenti tedeschi (e di altri paesi del centro dell'Unione), non finanzierebbero solo il debito del loro paese, ma anche il debito dei membri dei paesi periferici. Ed i contribuenti del centro Europa è improbabile che possano accettarlo. La riduzione o la revisione del debito dell'Eurozona contribuirebbe a risolvere il problema del debito eccessivo in alcune economie insolventi, ma non creerebbe le condizioni necessarie per ripristinare la convergenza economica-valutaria, che richiede una maggiore competitività a livello fondamentale. Senza tutto ciò, la periferia dell’Eurozona, semplicemente, è destinata a  ristagna ed attendere.

Qui, le opzioni sono limitate. L'euro potrebbe ridursi drasticamente di valore verso, dicono, la parità con il dollaro USA, per favorire il ripristino della competitività delle aree periferiche; ma un netto calo dell'euro è improbabile data la forza commerciale della Germania e le politiche attente della Banca Centrale Europea. Il percorso tedesco, le riforme per aumentare la crescita della produttività e mantenere un tetto sulla crescita dei salari, non funzionerebbe. Nel breve periodo riforme di questo tipo tendono a ridurre la crescita economica e in Germania c'è voluto più di un decennio per ristabilire la propria competitività internazionale, un orizzonte troppo lungo per le economie periferiche che necessitano di crescita in tempi decisamente più rapidi. La deflazione è una terza opzione, ma anche questa è associata a una recessione persistente. L'Argentina ha tentato questa strada, ma dopo tre anni di una recessione sempre più profonda si arrese, e decise per il default e l'uscita dall'ancoraggio al dollaro della propria valuta. Anche se si attraversasse la deflazione, l'effetto sul bilancio sarebbe di aumentare il peso reale dei debiti pubblici e privati. Tutti i discorsi da parte della BCE e dell'Unione Europea di una svalutazione interna sono sbagliati, dato che la necessaria austerità fiscale ancora ha, nel breve periodo, un effetto negativo sulla crescita.

Quindi, dato che queste tre opzioni sono improbabili, non c'è davvero che un altro modo per ripristinare la competitività e la crescita dei periferici: lasciare l'euro, tornare alle monete nazionali e ottenere il massimo deprezzamento nominale e reale. In tutte le crisi finanziarie dei mercati emergenti da cui si è usciti, tornando finalmente alla crescita, un movimento verso tassi di cambio flessibili è stato necessario e inevitabile, prima dell'austerità e delle riforme e, in alcuni casi, della ristrutturazione e riduzione parziale del debito. Naturalmente oggi l'idea di lasciare l'euro viene considerata inconcepibile, anche ad Atene e Lisbona. L'uscita imporrebbe grandi perdite commerciali al resto della zona euro, attraverso un deprezzamento reale e gravose perdite di capitale dei creditori, così come avvenne a causa della ridenominazione in “pesos” del debito dell'Argentina in dollari, durante la sua ultima crisi. Ma gli scenari che vengono trattati come inconcepibili oggi non saranno poi così campati in aria tra cinque anni, soprattutto se le economie di alcuni dei paesi periferici rimarranno in stagnazione. La zona euro è stata tenuta insieme dalla convergenza dei bassi tassi di interesse reali per sostenere la crescita, dalla speranza che le riforme avrebbero potuto aumentare la convergenza, e dalla prospettiva di una eventuale unione fiscale e politica. Ma ora la convergenza è fallita, le riforme sono in stallo e l'unione fiscale e politica è un sogno lontano.

La ristrutturazione del debito arriverà, ma la domanda è: quando (prima o poi) e come (ordinata o disordinata). Ma anche la riduzione del debito non sarà sufficiente a ripristinare la competitività e la crescita. E, alla fine, la possibilità di uscire dall'unione monetaria diventerà una delle poche se non l’unica, in alcuni casi: i vantaggi di continuare a partecipare saranno inferiori ai benefici di uscirne, per quanto irregolare o disordinata l'uscita potrebbe finire con l'essere.


4 luglio 2011
 

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Monsanto

Alcune informazioni generali (direttamente dal sito della società).

Monsanto è stata fondata nel 1901 a St. Louis, Stati Uniti - tuttora sede della società - da John Queeny, dipendente di una casa farmaceutica, con un capitale iniziale di 5.000 dollari. Nel corso della sua storia centenaria, la società si è via via trasformata passando dalla produzione di ingredienti per l'industria farmaceutica e dell'alimentazione nei primi venti anni del secolo a società impegnata nella produzione di prodotti chimici e fosfati, sino all'ingresso negli anni '60 nel settore dei prodotti per l'agricoltura per poi giungere, a partire dalla fine degli anni '70, all'impegno nel settore delle biotecnologie applicate all'agricoltura. Nel 1999 Monsanto ha portato a termine un progetto di fusione con Pharmacia & Upjohn per dare vita a Pharmacia, uno dei principali gruppi farmaceutici a livello mondiale. Nell' ottobre 2000 la neonata società ha scorporato la divisione agricoltura con il nome Monsanto e ha proceduto ad un'offerta pubblica di vendita (OPV) per il 14,7 per cento del capitale. Pharmacia ha completato lo spin-off di Monsanto nell'agosto 2002.

I Prodotti Tradizionali

Monsanto mette a disposizione degli agricoltori soluzioni integrate e a valore aggiunto per migliorare le rese e ottenere produzioni agricole di qualitàsuperiore. I prodotti per l'agricoltura sviluppati dalla società comprendono le famiglie di prodotti per il diserbo Roundup e Bolero e una gamma completa di sementi tradizionali per la coltivazione del mais, del girasole, del colza e del frumento duro.

Nel corso degli anni '80 Monsanto ha aperto la strada alle biotecnologie vegetali. Con oltre 20 anni di esperienza, Monsanto è oggi riconosciuta come leader mondiale diquesto settore. Risale, infatti, al 1996 l'introduzione negli Stati Uniti dei primi prodotti biotech Monsanto: le patate NewLeaf e il cotone Bollgard, in grado di auto-proteggersi dagli insetti e la soia Roundup Ready, prodotto resistente al diserbante Roundup. Oggi Monsanto commercializza, negli Stati Uniti e nei paesi dove la coltivazione di piante geneticamente modificate è autorizzata, colture quali la soia, il mais, il colza, il cotone e la patata.

Nel corso dei prossimi anni la società prevede di commercializzare una serie di nuovi prodotti con caratteristiche agronomiche che incidano sulla crescita o sulla resa delle colture così come prodotti con caratteristiche qualitative (output traits) che migliorino gli alimenti o le fibre prodotte dalle piante stesse, quali ad esempio l'olio di colza.

Gli Investimenti

Dal 1996 ad oggi Monsanto ha rafforzato il proprio impegno nelle biotecnologie investendo per acquisizioni e contratti esclusivi con importanti società operanti nel campo della genetica,tra le quali Calgene Inc., Ecogen Inc., Dekalb Genetics Corporation Agracetus e AsgrowAgronomics, Holdenís Foundation Seeds Inc, Corn States Hybrid Service Inc., CornStates International, Divergence Inc. e Devgen N.V..

A partire dal 1998, nel quadro della propria strategia di sviluppo nel settore agricolo e delle biotecnologie, Monsanto ha acquisito Dekalb Genetics Corporation, leader nel settore della genetica applicata all'agricoltura e in particolare nella produzione di ibridi di mais, la Divisione Internazionale Sementi di Cargill e Plant Breeding International Cambridge, società europea del gruppo Unilever leader nello sviluppo di nuove specie vegetali per l'agricoltura.

L'impegno di Monsanto nello studio dei geni (genomica) è testimoniato non solo dalla ricerca condotta in azienda ma anche dalla fitta rete di accordi raggiunti con società esterne e che coinvolgono oltre 200 scienziati.

Nel 2004 la società ha investito oltre 500 milioni di dollari in attività di ricerca e sviluppo. Importanti traguardi raggiunti nel corso dell'anno sono sicuramente rappresentati dalla disponibilità della prima pianta modificata in modo da riunire in sé tre differenti tratti genetici, associando nella stessa pianta di mais le tecnologie YieldGard Plus e Roundup Ready 2, ovvero la capacità di autoproteggersi dai devastanti attacchi degli insetti (piralide e diabrotica) e la flessibilità della tolleranza ai diserbanti coniugate in un unico seme. In Europa, invece, la Commissione europea ha dato il via libera al mais NK 603 resistente al glifosate per l'alimentazione umana, dopo che lo stesso prodotto era già stato approvato per l'importazione e la trasformazione per l'alimentazione animale.


La carica di President, Chairman e CEO della società è ricoperta da Hugh Grant.

Per chi fosse interessato, la sede dell'azienda nel nostro paese:


Monsanto Agricoltura Italia S.p.A.
Via Spadolini 5 - Palazzo A
20141 Milano MI
Tel 02 847801

Grafico

Da alcune settimane il titolo sta quotando tra 60 e 70 dollari, in un'area che ha segnato il minimo superiore della prima gamba ribassista dall'inizio della discesa dai massimi storici; possibile, dunque, che questo possa essere ritenuto un livello sensibile e l'eventualità che lo stesso, in questo frangente, possa creare un supporto idoneo a sostenere le quotazioni in questa fase poco positiva, supporterebbe un potenziale break rialzista destinato a durare nel medio-lungo periodo. In particolare, l'eventuale rottura qualificata e confermata sopra le resistenze dinamiche, fermo restando la successiva dei supporti indicati (e loro future progressioni), potrebbe portare ad un primo target rilevabile intorno ai 100 dollari, mentre un secondo, più ambizioso ed in linea con il doppio break rialzista, anche sopra i massimi storici (tra 150 e 160 dollari).

A livello di fondamentali i pochi dati riportati sopra riescono comunque a dare l'idea delle caratteristiche dell'azienda e le sue credenziali sia a livello finanziario che in merito alle possibilità di sviluppo futuro nei settori nei quali è da tempo impegnata; le mutevoli condizioni economico-sociali e i cambiamenti climatici e ambientali richiederanno sempre di più un'opera di studio, elaborazione e messa in commercio di prodotti idonei a sostenere le necessità di un'umanità in costante crescita ed una continua richiesta di nuovi e innovativi prodotti.

28 giugno 2011

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Banche italiane a rischio?

Dopo l’annuncio del declassamento da parte dell’agenzia di ratig S&P, nel nostro paese cominciano a farsi sentire voci allarmiste che, in futuro, dovranno necessariamente essere ben verificate soprattutto in caso di mancato miglioramento, entro tempi ragionevoli, della situazione economica interna. In particolare, il riferimento è alle banche italiane, da sempre ritenute in condizioni migliori rispetto alle concorrenti europee e d’oltreoceano grazie ad una minore esposizione verso paesi ed attività economiche interne ed internazionali che, soprattutto negli ultimi anni, si sono dimostrati poco affidabili ed in qualche caso anche a rischio default.  

Questi timori sono alimentati dai numeri che indicano un netto ed elevatissimo maggior indebitamento delle stesse nei confronti del paese a causa del possesso di un elevato quantitativo di titoli di stato; rapporto che sarebbe straordinariamente più elevato se confrontato, per esempio, con quello dei paesi “rivali” nella corsa al possibile fallimento finanziario: Spagna, Portogallo, Irlanda ecc.

Altra preoccupazione è l’aumento delle sofferenze che, nel 2010, ammontavano ad un totale di oltre 44 miliardi di euro, in netta crescita rispetto ai circa 33/34 del 2009 (dati ABI). Non tutti i dati, comunque, risultano negativi:

- alla fine del 2010 il totale dell'attivo dei 38 gruppi bancari esaminati risulta pari a 2.757 miliardi di euro, con un aumento del 3,4% rispetto al 2009; 

-   le banche italiane hanno migliorato il loro livello di patrimonalizzazione: il primo coefficiente, il tier 1 (capital ratio) passa dall'8,2% del 2009 all'8,7% nel 2010, mentre il total capital ratio, relativo all'intero patrimonio di vigilanza, si porta al 12,1% rispetto all'11,6% dell'anno 2010.

Serve dunque, in generale, un recupero della redditività da parte del sistema e, possibilmente, una sorta di intensa attività sinergica tra lo stesso sistema finanziario ed il sistema paese (economico e politico), in modo tale da controbilanciare l’indebitamento generale estremo o quasi con un minor rischio paese. 

La mia opinione, modestissima e per nulla tecnica: quando il debito di un paese è in mano al sistema che oggi maggiormente gestisce l’andamento dell’economia e della finanza interna le possibilità che gli operatori direttamente interessati permettano un collasso sono remote. Certo, l’eventuale intervento in negativo di forze esterne potrebbe anche crearne le condizioni ideali ma, in tal caso, è anche poco preventivabile qualsiasi effetto negativo futuro o una qualsivoglia cura in grado di apportare miglioramenti significativi globali.

Uno sguardo veloce a due dei gruppi italiani più grossi.

Come si può vedere i titoli sono in fase negativa decisamente pesante da tempo e ancora non hanno dato, negli ultimi mesi, segnali incoraggianti. Quello da considerare e da temere, almeno fino a che la situazione non subirà cambiamenti strategici di una certa importanza dal punto di vista tecnico, è come l'RSI accompagni questi ribassi senza mostrare, per ora, alcuna divergenza o possibile divergenza in atto (chiaramente da intendere come rialzista); l'oscillatore, infatti, al momento si limita ad accompagnare il movimento negativo a differenza, invece, di quanto fatto sui massimi precedenti di lungo termine (vedere la divergenza superiore).

23 maggio 2011

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Cattive notizie: Italia declassata

L’agenzia Standard & Poor's ha annunciato, in questi giorni, un possibile declassamento del nostro paese (una possibilità su tre) entro i prossimi 18/24 mesi), dopo aver comunque già abbassato l'outlook generale da stabile a negativo. Conferma, invece, per il rating del debito a lungo termine (A+) ed a breve termine (A-). I motivi principali, spiega nella nota l'agenzia, sono la bassa produttività e la difficoltà nella riduzione dell'indebitamento dovuta anche alla situazione politica instabile. L'abbassamento della prospettiva per l’Italia da parte di Standard & Poor's è giunta lo stesso giorno in cui l'agenzia Fitch ha abbassato il precedente rating della Grecia da BB+ a B+. Che dire, avremmo, forse, voluto essere in migliore compagnia...

23 maggio 2011

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La Grecia fuori?

Da indiscrezioni pubblicate sul quotidiano tedesco Der Spiegel (http://www.spiegel.de/international/europe/0,1518,761201,00.html) sembra che la Grecia stia seriamente meditando di lasciare l’euro in favore di un ritorno della vecchia dracma. 

I problemi economici della Grecia sono estremamente pesanti, come visto negli ultimi mesi, con le proteste contro il governo che si susseguono quasi giornalmente. Secondo quanto riportato dal giornale, alcune fonti del governo tedesco avrebbero avuto notizia di questa possibile e imminente decisione da parte delle autorità greche in tal senso.


L’allarme procurato da queste indiscrezioni avrebbero richiesto una riunione immediata della Commissione Europea Lussemburgo venerdì sera. La riunione, tenutasi a Château de Senningen, un sito usato dal governo del Lussemburgo per le riunioni ufficiali, servirà dunque a valutare, probabilmente, sia la situazione difficilissima attuale della Grecia, con particolare attenzione ad eventuali nuove manovre da attuare per la potenzialmente definitiva ristrutturazione del debito interno, sia le eventuali conseguenze che la sua uscita dall’Eurozona potrebbe comportare.
 

Le fonti hanno riferito a SPIEGEL ONLINE che Schäuble intende cercare in tutti i modi di impedire alla Grecia di lasciare la zona euro, mettendo di fronte al governo greco le possibili e devastanti conseguenze di un atto del genere, primo fra tutti la necessaria ristrutturazione totale e definitiva dell’enorme debito pubblico, il che significherebbe, conti alla mano, il fallimento finanziario del Paese. In seconda battuta, ovviamente, anche dal punto di vista legale alla Grecia potrebbe essere impedito di lasciare l’area euro, sulla base dei regolamenti interni accettati da ogni paese membro all’entrata nella stessa. 

E’ abbastanza chiaro a tutti che, al di là dell’interesse per la Grecia ed il suo popolo, le implicazioni a livello finanziario ed economico per gli altri paesi europei potrebbero essere gravi, con particolare riferimento alla quotazione della moneta comune; l’indebolimento eventuale della stessa, i possibili nuovi problemi economico-finanziari derivanti dall’impatto su basi internazionali ed il conseguente rafforzamento del dollaro creerebbero sicuramente una condizione non propriamente accettabile in un momento delicato come quello attuale.

 
Inoltre, un’eventuale decisione di questo tipo da parte del governo di Atene avrebbe sicuramente implicazioni serie per il settore bancario già traballante, con effetti negativi anche in Europa, presumibilmente. È infatti probabile che un cambio di valuta in questi termini  consumerebbe gli interi mezzi propri del sistema bancario e le banche del paese diverrebbero automaticamente e di colpo insolventi; non solo, anche al di fuori della Grecia il sistema ne subirebbe gli effetti negativi. Anche gli istituti di credito tedeschi (e non solo) dovrebbero confrontarsi con le considerevoli perdite che ciò causerebbe loro.


Non ultimo da considerare l’effetto negativo sulle finanze della BCE: la banca centrale, insieme al FMI, ha già erogato circa metà dei 110 miliardi previsti per aiutare la Grecia a non dichiarare default e ad onorare i debiti contratti con i cittadini e le banche nazionali ed internazionali. Un’uscita dall’area euro con conseguente fallimento peserebbe dunque anche sugli altri stati, sulle banche e sui cittadini europei e, Argentina insegna, anche in questo caso ci sarebbe ben poco da fare…

8 maggio 2011

 

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GM: vola l'utile

Trimestrale col botto per il colosso Usa General Motors che ha più che triplicato l'utile per questo primo trimestre, facendo meglio delle previsioni degli analisti, grazie soprattutto alla ripresa del mercato Usa. L'utile netto del trimestre è salito a 3,2 miliardi (1,77 dollari per azione) rispetto agli 865 milioni di dollari (55 cts per azione) dello stesso periodo del 2010.

Escluse le entrate straordinarie, in particolare la vendita delle partecipazioni in Delphi e Ally Financial, l'utile si è attestato a 95 centesimi per azione, 4 centesimi in più rispetto alla media delle stime degli analisti. Anche il fatturato è cresciuto del 15% a 36,2 miliardi di dollari dai 31,5 miliardi dello scorso anno e dai 35,59 delle attese degli analisti.

Strabiliante la performance di GM Nord America che ha registrato utili netti pari a 2,9 miliardi di dollari rispetto agli 1,2 miliardi dell'anno precedente. Nello specifico la produzione di camion è cresciuta del 18% e quella di macchine del 16%. Diversa invece la situazione in Sud America che ha visto i profitti ridursi significativamente da 265 a 90 milioni di dollari.

In Europa invece General Motors ha continuato a registrare perdite sebbene in riduzione dai 477 milioni di dollari del primo trimestre 2010 ai 390 milioni di questi primi tre mesi. Per quanto riguarda la Cina, il colosso dell'auto e i partner di joint venture hanno venduto 203.367 veicoli nel mese di aprile, registrando un calo rispetto alle vendite record di marzo.

I conti trimestrali arrivano dopo 6 mesi dal ritorno della società in Borsa con l'Ipo di 23,1 miliardi di dollari dello scorso novembre. Il Governo Usa adesso detiene il 26,5% della società dal 61% che deteneva dopo il salvataggio da 49,5 miliardi di euro della casa automobilistica.

Per il 2011 il management prevede un Ebit adjusted in "forte miglioramento" rispetto al 2010 grazie a un migliore mix di prezzi e a una riduzione dei costi fissi negli Usa. "E' un trimestre solido che ci permette di non preoccuparci del bilancio o della capacità di investire in nuovi prodotti", ha affermato il Cfo, Daniel Ammann.

 

Quello che però interessa, tanto al trader quanto all'investitore, è se mettere in portafoglio il titolo sia redditizio o meno. In merito al discorso di lungo e lunghissimo termine, prevalentemente legato ai fondamentali dell'azienda, lascio il compito agli analisti del settore; personalmente preferisco dare un'occhiata veloce alla situazione tecnica e cercare eventuali segnali in atto (o potenzialmente in fase di costruzione) tali da permettere un'entrata a rischio calcolato o calcolabile. Dando un'occhiata al grafico si nota subito come i prezzi siano quasi perfettamente bilanciati in un'area interessante delimitata da una resistenza e da supporti di sicuro interesse. Per prima cosa si evidenzia come gli ultimi due massimi, quello prima e quello dopo il minimo assoluto, siano stati respinti da una resistenza statica creatasi sui minimi assoluti precedenti all'attuale; il doppio massimo positivamente inclinato, inoltre, sta gettando le basi, eventualmente, per un potenziale testa/spalle la cui spalla destra è, appunto, in formazione e potrebbe completare la figura qualora le quotazioni andassero ad appoggiarsi sulla trendline del canale relativo. Altra indicazione deriva dal comportamento dei prezzi sulla media mobile di breve/medio periodo: prima ha fatto da resistenza, quindi è stata rotta al rialzo, ora i prezzi si sono appoggiati sulla stessa e stanno quotando lì attorno. Da valutare in coincidenza degli altri segnali, quindi. Infine, cosa da non sottovalutare, il MACD ha registrato un minimo ed una successiva divergenza rialzista, tornando, in seguito, positivo (terreno in cui si trova tuttora). Detto questo, direi che l'entrata dovrebbe essere subordinata alla conferma dei segnali indicati, con particolare riferimento alle conferme su break delle chiare resistenze validate.

6 maggio 2011

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Obama e il nucleare

Barack Obama, di recente, ha ribadito quanto già ufficializzato in tempo di campagna elettorale in merito alle energie rinnovabili: uno dei principali obiettivi è, infatti, diminuire di un terzo, nei prossimi dieci anni, l’importazione di greggio dall’estero, arrivando al 2025 con un drastico ridimensionamento della dipendenza USA dal petrolio e, più o meno direttamente, dalle crisi politiche mediorientali, dall’aumento dei prezzi del greggio stesso causato, il più delle volte, da mera speculazione finanziaria. 

Qual è, dunque, il primo tassello da porre in essere, secondo il presidente americano? Tra una frase e l’altra, sembra che la parola “nucleare” sia stata quella più significativamente pronunciata da Obama; puntare sull’energia nucleare, infatti, secondo il presidente, rilancerà l’economia americana e permetterà di guardare al futuro con maggiore tranquillità, disponendo di una fonte di energia sicuramente a buon costo e non inquinante. Oltre, naturalmente, alle altre energie rinnovabili in generale.

Nonostante il recente disastro giapponese, dunque, Obama non cambia la rotta tracciata fin dall’inizio della sua campagna elettorale e confermata in altre e successive occasioni (per esempio nel discorso all’Unione di gennaio dell’anno corrente, quando annunciò l’intenzione di aumentare dall’attuale 40% di energia prodotta da fonti pulite all’80% entro il 2035). 

Ma sarà vero che il nucleare costa poco e dà un’energia pulita? Sul secondo punto difficile controbattere: l’energia nucleare non è inquinante e dunque risolverebbe, sotto questo profilo, il 90% dei problemi che il petrolio ha causato e sta causando sempre in misura maggiore. Ma le scorie? Siamo sicuri che un’elevata produzione di scorie avrà un trattamento adeguato? Sempre? A prescindere da costi e problematiche? Esempi di cattiva gestione delle stesse ci sono perfino in Italia, così come in tutto il mondo; ed il problema, al momento, è ridotto in virtù del fatto che le centrali nucleari rappresentano ancora una realtà piccola, se confrontata con il resto dell’apparato produttivo energetico. Ma quando il tutto si sarà trasformato in qualcosa di imponente e su larga scala i problemi rimarranno limitati? E quanto costa rimodernare una centrale nucleare per mantenerla in massima sicurezza? Ogni quanto tempo va fatto? Siamo sicuri che sia poi così a buon mercato? E come è possibile annullare (non limitare) i danni da eventuali incidenti?? 

E le altre energie, di cui tanto si parla come la manna necessaria per liberarsi dell’inquinamento? Qualcuno ha un’idea di quanto materiale serva per produrre energia dalle biomasse? E ci si rende conto che i cosiddetti e tanto pubblicizzati “scarti”, necessari per far funzionare gli impianti, altro non sono che uno specchietto per le allodole? Mais, principalmente, serve per produrre energia; quel mais che deve essere prodotto su centinaia di ettari di terreno, quel mais che utilizziamo per la nostra alimentazione e per quella degli animali da allevamento… e dovremmo utilizzare ettari ed ettari di terreno per produrre energia (siamo sicuri “pulita”, visto che gli impianti inquinano comunque?) sottraendo quindi terra alla produzione alimentare? In un mondo in cui i problemi di questo tipo sono all’ordine del giorno ormai da almeno due/tre decenni? E sappiamo quale è il costo dell’energia prodotta da biomasse? Elevatissimo, se confrontata con quello che il mercato è disposto a pagare (circa 4 volte tanto) e possibile solo con l’incentivazione statale (in pratica facciamo debiti per produrre energia che inquina ugualmente nel ciclo produttivo). E il problema della stagionalità e del maltempo?? Speculazione, dunque, potrebbe essere la parola giusta, almeno per il momento? Forse si. 

E l’eolico piuttosto che il fotovoltaico? Siamo sicuri che ci sia abbastanza spazio e forza (vento e sole) in tutto il pianeta per permettere una produzione adeguata di energia? Ne servirebbe una quantità spropositata e quasi sicuramente nella maggior parte del pianeta anche massimizzando gli impianti non si riuscirebbe a produrre a sufficienza per tutti. Certo, queste due sarebbero l’ideale, sia per costi accessori che per l’inquinamento (assente) nella fase di produzione di energia. Ma, spazio necessario a parte, siamo tutti sicuri di poter vedere in ogni campo libero e su ogni collina/parete montana una serie di pannelli o dei moderni mulini a pale? 

La soluzione è difficile e molto laboriosa ma credo, a mio modestissimo parere, che l’unico modo per diventare indipendenti dal petrolio ed evitare l’utilizzo su vasta scala del nucleare (Dio ce ne scampi) sia da una parte lavorare sodo sulle energie rinnovabili esclusivamente legate a sole, vento e acqua e, dall’altra, deciderci a ridimensionare i nostri obbiettivi di comodità della vita. Occorrerebbe abbassare il livello minimo di vivibilità personale ma, soprattutto, quello massimo. Se vogliamo poter accendere, contemporaneamente, forno, lavatrice e lavastoviglie occorre che la smettiamo di sbraitare contro chi inquina lavorando il petrolio per produrre energia; se compriamo i suv che, notoriamente, inquinano due o anche tre volte le auto piccole o medie non possiamo poi lamentarci; se produciamo scarti alimentari (e non) a non finire e poi pretendiamo che non si inquini per bruciarli o non vogliamo assolutamente vederli smistati nei nostri paraggi, forse dobbiamo capire che siamo al capolinea. Perché, banalmente, è comodo inveire contro industriali, governi, assessori, piani regolatori e altro ancora stando comodamente seduti in poltrona o davanti ad un pc; difficile, invece, sarebbe rinunciare all’auto ed alla gita fuori porta una volta su due, acquistare acqua in bottiglie di vetro con reso ed evitare di inquinare ogni santo giorno con plastica a non finire, smetterla di partecipare all’inquinamento crescente a livello acustico e magnetico comprando ogni nuovo e più potente ritrovato della tecnologia moderna. E mille altre cose. 

I propositi sono buoni, anche quelli di Obama, ma il problema vero non sono le energie rinnovabili o il petrolio, l’inquinamento o l’energia pulita: il primo e unico problema per questo pianeta siamo noi.

12 aprile 2011

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Anche il Portogallo ko, e ora?

L'economista Nouriel Roubini, ragionando in un’ottica macro, si è dichiarato non molto preoccupato per il default del dodicesimo paese più popoloso d'Europa, ma lo sarà decisamente di più, in futuro qualora si arrivasse ad un punto critico, invece, per il suo vicino sicuramente più imponente, sotto tutti i punti di vista: la Spagna. "Penso che la questione più grave non sia il Portogallo - che è troppo piccolo sotto ogni profilo - ma piuttosto se il contagio riuscirà a diffondersi, nel tempo, anche alla Spagna, un paese che è sicuramente più importante economicamente, quindi più difficile che arrivi al default ma, allo stesso tempo, nell’eventualità che ciò accadesse, fin troppo difficile da salvare con facilità”, ha sostenuto Roubini.

Roubini vede, tra le problematiche di maggiore importanza, i rischi fondamentali a cui sta andando incontro la Spagna con la disoccupazione, il settore immobiliare, il sistema finanziario interno e la capacità del paese di competere con i suoi alleati europei. La ritiene inoltre importantissima per valutare, eventualmente, la gravità del contagio della crisi in europa.

La Spagna dovrà fare scelte difficili, al fine di proteggere se stessa dal contagio, secondo Roubini, tra cui un’accelerazione delle riforme strutturali e l'applicazione della ormai sempre più tristemente nota austerità fiscale. "Ci sono state riforme che vanno nella giusta direzione, ma cambiamenti molto più radicali devono essere fatti ed attuati per stabilizzare le condizioni economiche, finanziarie e fiscali del paese", ha continuato l’economista.

Roubini ha dichiarato, prima di passare a delineare il rischio di un rialzo dei tassi (tre volte almeno, ritiene, durante il 2011 da parte della BCE): "avete cinque paesi della periferia europea dove non vi è quasi crescita o addirittura si sta verificando una contrazione, dove ci sono gravi problemi legati al sistema bancario, con conseguente perdita di competitività internazionale e l’obbligo, in tempi ragionevoli, di ripristinare una discreta ma decisa crescita economica. E ho paura che un rialzo dei tassi sia destinato ad aumentare la fragilità della crescita stessa, il peggioramento della competitività e la fragilità finanziaria sia del sistema bancario che del governo ".

Questo lo ha detto il guru dell’economia circa una settimana fa; negli ultimi giorni il Portogallo ha chiesto aiuto all’Europa e la BCE ha alzato i tassi. Alla prossima…

8 aprile 2011

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Portogallo default: fase 1

Il Portogallo, dopo mesi di estenuanti tentativi (mai concreti ed inevitabilmente destinati a fallire sin dall’inizio), getta la spugna e chiede l’intervento dell’UE; intervento che, stando almeno alle prime indiscrezioni, dovrebbe aggirarsi sulla non trascurabile cifra di 70-90 miliardi di euro (stima approssimativa fatta dagli analisti che, tuttavia, potrebbe essere rivista, e non solo marginalmente, una volta che maggiori e più precisi dati saranno messi a disposizione della comunità economico-finanziaria). Una scelta obbligata, dopo l’esplosione del rendimento dei titoli di Stato portoghesi che aveva, di fatto, reso impossibile sostenere il rifinanziamento dei circa 9 miliardi di debito in scadenza a giugno; borse e mercati avevano già ampiamente scontato la decisione, prova ne è il fatto che, sin da stamani, i mercati azionari locali (non i titoli obbligazionari che avevano già scontato fin troppo la decisione nei giorni scorsi) sono partiti al rialzo in modo deciso e vigoroso, soprattutto con riferimento al settore finanziario.

Dunque il peggio è passato? A mio parere direi di no: questi aiuti sono l’ennesima prova di forza da parte dell’area euro per sostenere i membri e mantenere credibile un euro che da anni è sotto la pressione dei debiti pubblici e delle economie emergenti. E proprio per questo, oltre al fatto che ci troviamo di fronte all’ennesima erogazione di capitali, le richieste a Lisbona di rientrare da una situazione decisamente grave entro i prossimi due/tre anni saranno decise e non trattabili, motivo per cui ci si dovrà aspettare un nuovo periodo di austerity.

Quindi, a mio avviso, occorrerà calma e pazienza, prima di puntare su una possibile risoluzione rapida e indolore.

7 aprile 2011

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Crisi Giapponese

Quanto costerà al Giappone e al resto del mondo, in termini di ripercussioni economiche, la sciagura occorsa sul suolo nipponico nelle ultime settimane ed ancora in via di definizione per gravità ed effetti futuri? Probabilmente parecchio, ma, ragionando puramente su basi finanziarie e tralasciando la brutta e dolorosa pagina del disastro mai quantificabile realmente in vite umane, siamo sicuri che sia tutto negativo, ragionando in prospettiva?

Gli analisti considerano che le conseguenze sull'economia giapponese secondo le prime stime, dovrebbero tradursi in una perdita intorno all'1% del Pil nipponico, anche se alcuni ritengono che i costi definitivi saranno ben peggiori, forse anche pari a 175 miliardi di dollari, cioè circa il 3% del Pil, mentre stime (forse) ancora più pessimistiche parlano di oltre 230 miliardi di dollari (4% del PIL!), numeri che fanno temere per un nuovo rallentamento della ripresa economica del paese. Hiromichi Shirakawa, infatti, capo economista di Credit Suisse per il Giappone, ha comunicato che, con i dati in suo possesso, la perdita economica sarà probabilmente almeno di 14-15mila miliardi di yen, quindi 125/130 miliardi di euro, solo nella regione colpita dai due gravi eventi naturali. Ma le conseguenze maggiori resteranno circoscritte al Giappone: il governo potrebbe essere costretto a ridurre gli acquisti di bond americani, e non è cosa da poco se si considera che la banca centrale nipponica detiene, dopo la Cina, il maggior debito Usa con quasi 900 miliardi di dollari di controvalore. In alternativa, cosa che si sta già notando dai giorni immediatamente successivi al disastro, potrebbe continuare a ritmi più sostenuti il rientro dei capitali dall'estero per sostenere la ripresa interna. Occorrerà comunque tenere conto delle conseguenze immediate e pratiche: aziende chiuse o ridotte non più operative, infrastrutture e beni di valore distrutti, zone intere devastate e, dunque, rischio nuova recessione alle porte.

Sul fronte europeo la crisi giapponese potrebbe creare problemi a diverse aziende quotate:  tra i titoli maggiormente coinvolti dal terremoto e dallo tsunami ci sono quelli delle compagnie di ri-assicurazione, come Swiss Re, Munich Re e Hannover Re. Secondo le stime, infatti, il settore potrebbe essere costretto ad affrontare costi pari a oltre 30/40 miliardi di dollari, ed è una stima decisamente ottimistica e che, ancora, non tiene conto di ulteriori danni “non visibili” al momento.

Stessa sorte, probabilmente meno gravosa, anche per i titoli del lusso che stanno subendo pesanti perdite sul timore che il calo della domanda da parte giapponese possa far diminuire la loro redditività. Il Giappone, infatti, ricopre oltre il 10% delle vendite mondiali del settore, motivo per cui una recessione creerebbe sicuramente problemi all’acquisto di tali beni. Da verificare, nei prossimi mesi, la situazione del settore automobilistico europeo, in ottica di un possibile blocco produttivo da parte delle grandi case giapponesi: si legge, infatti, che Honda, Toyota e Nissan hanno già deciso di chiudere i loro stabilimenti, mentre tra i maggiori gruppi aziendali, Nissan, in partnership con la francese Renault sulle auto elettriche, potrebbe essere quella più colpita dalle perdite.

Quindi tutto da buttare? A mio parere l’investitore di lungo termine dovrebbe, da ora in poi e per i prossimi 6/9 mesi, stare bene attento all’evoluzione della situazione economico-finanziaria nipponica, all’andamento dell’indice della borsa di Tokyo ed all’andamento anche dei principali titoli quotati, sia quelli che maggiormente risentiranno delle perdite economiche causate dal disastro che quelli che meglio ne sopporteranno gli effetti. Da circa 20 anni il mercato giapponese non solo non ha recuperato i massimi storici (poco sotto i 40 mila punti), ma ne è stato nettamente distante, con minimi continui e ripetuti che hanno portato le quotazioni sui 7500 punti e, negli ultimi anni, a latitare tra area 8000 e area 10/11 mila, quindi sempre costantemente tra il -70 ed il -75% proprio da questi massimi. Se fosse questo lo scossone definitivo ci si potrebbe trovare davanti, finalmente, ad un recupero destinato ad alimentare un movimento rialzista pluriennale, in ottima alternativa ai mercati mondiali che attualmente risultano essere i più trattati dagli operatori istituzionali e grandi investitori. Se la ricostruzione, infatti, che impiegherà forze fresche, nuove risorse e nuovi ed ingenti capitali sia interni che, soprattutto, derivanti dall’estero (stranieri o di rimpatrio), sarà lunga e faticosa, altrettanto si può pensare che alimenterà il mercato del lavoro e gli investimenti finanziari, motivo per cui si potrebbero sviluppare, in prospettiva, nuove e valide condizioni di ripresa reale e fattibile. Il tempo ci darà il suo verdetto ma l’occhio deve essere sempre vigile.

28 marzo 2011

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Gheddafi everywhere

Il quotidiano finanziario MF ha riportato oggi la notizia secondo la quale, nella giornata di ieri, Mario Draghi ha chiesto ai partecipanti al mercato di specificare gli assets finanziari che appartengono alla famiglia del rais, in modo da permetterne la sospensione in attesa che la situazione generale si stabilizzi o di provvedimenti particolari. Al momento, infatti, solo gli Stati Uniti hanno congelato investimenti del rais e della sua famiglia (per un valore di 30 miliardi di dollari), mentre Canada, Austria e Regno Unito hanno congelato asset per valori rispettivamente di 2,4 miliardi, 1,7 miliardi e 1 miliardi di dollari. In preallarme, dunque, le fondazioni di Unicredit che, secondo le indiscrezioni, dovrebbero riunirsi presto per valutare la situazione: la Libia detiene, infatti, una partecipazione nella banca pari al 7,5% del capitale.



Altre società interessate dagli investimenti del rais e della sua famiglia: 


Goldman Sachs, Citigroup, JP Morgan Chase, Carlyle Group, la banca belga-danese Fortis, l'impero editoriale Pearson, l'italiana Finmeccanica, la joint venture per la produzione di petrolio siglata con BP e la squadra di calcio italiana Juventus.

2 marzo 2011

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Qui sotto le nuove date dei potenziali cambi di tendenza del mercato (riferimento al mercato americano) per l'anno in corso. Come specificato nell'immagine, le date in rosso sono potenziali turning point di maggiore importanza (+ o - 3-4 giorni di tolleranza) mentre quelle in nero sono le date minori (+ o - 1 giorno di tolleranza).

21 febbraio 2011

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Fiat auto

Le immatricolazioni di Fiat Group (settore automobili) a gennaio e in Europa sono calate di circa il 20% rispetto al mese di gennaio 2010, attestandosi a circa 80 mila unità, a causa, principalmente, della minor incidenza degli ecoincentivi di cui aveva precedentemente goduto. Sui mercati internazionali si evidenzia un incremento delle vendite in Francia (quota mercato del 4% ed incremento di oltre il 10%) e, soprattutto, in Olanda (volumi in aumento di oltre il 70% in gennaio), mentre Spagna e la stessa Italia, mercati ovviamente fondamentali, fanno registrare cali decisi.

Il tutto, si potrebbe dire, in linea con il trend internazione del mercato dell’auto, che vede flessioni proprio in Spagna, Italia e Gran bretagna, mentre aumenti si sono registrati in Olanda, Belgio e Germania. Fuori da valori genericamente ritenuti mediamente compatibili con il mercato in generale sono in evidenza i progressi di Lituania ed Estonia (+120% circa per entrambi) ed il tonfo inesorabile della Grecia (-60%).

Graficamente la situazione nel lungo termine (grafico rettificato sulla base dei valori dopo lo scorporo) mostra una possibile resistenza, a livello temporale e sui prezzi. Il mese di febbraio e, probabilmente, quello di marzo, chiariranno meglio la situazione (candlevolume chart):

 

 

 16 febbraio 2011

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USA a rischio?

Ben Bernanke, giovedì 3 febbraio, ha ammonito severamente i legislatori americani in merito al fatto che ulteriori ritardi nell’attività di riduzione del debito pubblico USA potrebbero avere catastrofiche conseguenze sulla politica fiscale e sull’economia del paese, con rischi reali di entrare in una severa posizione di insolvenza relativamente al debito stesso. Per questo ha invitato l’amministrazione Obama ed il Congresso a mettere in atto un piano credibile per ridurre i futuri disavanzi di bilancio. Ha inoltre espresso una valutazione moderatamente più ottimistica sulle prospettive dell’economia americana, pur chiarendo che il recupero in atto avrà ancora bisogno di sostegno da parte della FED. Nonostante ci si aspetti una migliore crescita nel 2011, Bernanke ritiene che il problema della disoccupazione sarà particolarmente gravoso anche quest’anno e limiterà di molto la crescita reale. 

L’articolo per intero lo trovate a questo indirizzo (in lingua inglese): 

http://www.reuters.com/article/2011/02/04/us-usa-fed-idUSTRE7126H620110204?feedType=RSS&feedName=businessNews&utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+reuters%2FbusinessNews+%28News+%2F+US+%2F+Business+News%29

Quello che, personalmente, posso notare è che la crisi economica ha raggiunto livelli elevati e tali per cui la situazione non è facilmente risolvibile con le usuali manovre che hanno caratterizzato e permesso ogni ripresa nel corso degli ultimi decenni. Ad oggi, infatti, gli effetti della contrazione economica globale sono più vivi che mai; il numero di posti di lavoro persi è stato certamente evidente proprio negli ultimi mesi e nonostante i segnali di ripresa, lenta ma rilevabile, siano stati parzialmente verificati in alcuni settori economici.  

Nel momento in cui la più grande economia mondiale si pone il problema dell’eventuale insolvenza qualche campanello d’allarme dovrebbe cominciare a suonare per tutti. E’ probabile, tuttavia, che il monito della FED si sia reso necessario e ancora di più potrebbe esserlo in futuro, a causa del continuo avanzamento delle nuove economie, con particolare riferimento a quella cinese che, ormai da anni, ha nelle sue casse una discreta parte del debito pubblico americano. E’ chiaro che manovre a danno degli USA implicherebbero, proprio per questo, anche un brutto colpo alla stessa Cina, situazione che la favorirebbe comunque nei confronti degli Stati Uniti ma che, inevitabilmente, la farebbero rallentare decisamente a danno del purampio margine che ancora vanta sulle altre emergenti, India in primis. E’ pur vero, però, che gli USA sanno che il problema esiste e che prima o poi qualcuno busserà alla porta, per un motivo o per un altro, situazione che potrebbe creare una sorta di dipendenza economico-finanziaria a danno dello sviluppo interno dei settori più produttivi del sistema economico americano. Per questo il rimedio, più rapido e più ampio possibile, è d'obbligo, ora come non mai.

 4 febbraio 2011

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L'alimentare sarà una scommessa vincente?

Quali le prospettive future del settore alimentare? Indubbiamente sia l’aumento della popolazione mondiale che l’aumento della domanda globale a prescindere dal dato precedente creeranno una maggior richiesta di beni alimentari ed un conseguente aumento dei prezzi dei prodotti stessi. La tendenza è già verificabile da tempo e si teme che il fenomeno possa progredire verticalmente in un futuro molto prossimo; le scorte e giacenze di materie prime alimentari sono destinate a diminuire nei prossimi anni, con particolare riferimento a soia, mais e orzo (basta vedere come il fenomeno sia già molto evidente negli ultimi anni, per esempio, per lo zucchero) e le aziende del settore aumenteranno, inevitabilmente, il loro giro d’affari. Inoltre, basta osservare, seppure succintamente, le peculiarità delle aziende alimentari, limitatamente all’aspetto finanziario, per capire che una situazione globale come quella appena descritta troverà terreno fertile su cui far crescere le proprie aspettative di maggiori ritorni ed una sicura e costante redistribuzione degli utili attraverso i dividendi azionari: 

Cash flow elevati. Grazie ad un EBITDA (il margine che misura l’utile di un’azienda prima delle svalutazioni e degli ammortamenti) elevato e relativamente stabile le aziende del settore alimentare sono portate a generare un elevato cash flow ed un consistente CFROI, il flusso di cassa ottenuto dal capitale investito, indice del valore dell’azienda stessa.  

Consistenti eccedenze di cassa. In questi anni la ristrutturazione delle aziende nel settore alimentare ha portato, grazie alla cessione di rami aziendali e ad investimenti in grado di portare flussi elevati e continui, alla riduzione dell’incidenza di costi fissi e interessi passivi, oltre naturalmente ad un consistente aumento della liquidità di cassa. Considerando che in futuro le attività di acquisizione tra aziende dovrebbero essere molto limitate se non quasi inesistenti (salvo diversificazione in aziende minori da parte dei colossi mondiali o, eventualmente, nell’acquisizione di rami aziendali specifici e di dimensioni singolarmente non rilevanti), la situazione di generale, positività attuale dovrebbe continuare e, anzi, migliorare in vista dell’espansione presunta dell’attività stessa.

Il grafico del settore per quanto riguarda il nostro mercato nazionale.

Vediamo ora, sotto, il raffronto con l'indice di settore del nostro mercato e il mercato principale, oltre ad altri due settori di primaria importanza per i nostri listini: industriali e finanziari. La nettissima migliore condizione generale, non solo attualmente ma da tempo, evidenzia come l'interesse per il settore da parte degli operatori, soprattutto grandi investitori e istituzionali, sia decisamente presente.

Potenzialmente, dunque, un settore da tenere molto bene in considerazione per gli investimenti futuri e come valida alternativa ai settori più tipicamente speculativi nel breve e medio termine.

26 gennaio 2011

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"Ho letto di recente un articolo su un sito italiano che proponeva la previsione di un guru americano conosciuto e ben visto dal momento che molto spesso le sue previsioni si sono rivelate interessanti. In particolare riportava il suo interesse per il settore finanziario e soprattutto bancario, indicando City Group e Goldman Sachs come le banche più interessanti da comprare, in vista di una bella salita, dal momento che si aspetta un incremento degli utili del 20% almeno nei prossimi mesi. Cosa ne pensi?" (Email di G.P. dalla prov. di Torino)

L'idea che mi sono fatto in questi ultimi mesi è che il mercato, in generale, possa non essere ancora definitivamente pronto per un rilancio globale interessante; se la tua idea è quella di investire nel breve o nel medio periodo, intendendo un'ottica temporale di 3-6-9 mesi al massimo, allora penso che le opportunità potrebbero essere realistiche. In tal caso, tuttavia, preferirei fare un tentativo su prezzi inferiori agli attuali, confidando, per esempio, in un massimo a breve periodo seguito da un ritracciamento discretamente interessante in grado di creare opportunità di acquisto valide nei prossimi mesi. A livello macroeconomico, infatti, qualche dubbio anche in futuro è lecito porselo; la situazione di crisi creatasi nel settore immobiliare e sul mercato del lavoro, infatti, non si può dir che sia completamente risolta, soprattutto negli USA. Sappiamo che le banche, soprattutto oggi e soprattutto quelle americane quali le due che hai citato, sono sicuramente poliedriche nelle loro attività e questo le potrebbe/dovrebbe aiutare a tornare ad essere leader di settore anche per quanto riguarda gli aspetti legati alla rivalutazione finanziari di corsi e rendite, ma quanto potrebbero incidere, per esempio nei prossimi 6/12 mesi, eventuali altri problemi (o addirittura crisi vere e proprie) sul debito al consumo privato, sull'inflazione che potrebbe raggiungere livelli eccessivi nel medio periodo in settori economici strategici ecc.? Per questo la mia impressione è che, volendo investire nel settore sin da subito, sarebbe opportuno entrare sul mercato a prezzi migliori, indipendentemente dal fatto che si tratti di un buon affare o meno. Quasi tutti i titoli finanziari, compresi quelle citati, hanno creato dei valori di supporto assoluti e intermedi nell'ultimo anno, motivo per cui, su basi tecniche, è possibile operare su questi valori ed avere, al contempo, validi livelli sui quali attivare eventuali stoploss senza dover necessariamente rischiare oltre ogni misura. Ugualmente, se si guardano attentamente i grafici, è possibile rilevare resistenze da valutare su eventuali futuri break e che, come sopra, permetterebbero di investire sulla forza dei titoli con percentuali di rischio valutabili anticipatamente.

Metto qui sotto due grafici di GS. Il primo è settimanale e riguarda l'andamento delle quotazioni negli ultimi anni, il secondo, invece, è mensile e rileva i prezzi nel lunghissimo periodo; sono indicati livelli di prezzo interessanti su entrambi i grafici, valori sui quali, a mio avviso, sarebbe possibile effettuare una discreta operatività.

17 gennaio 2011

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NIA's Top 10 Predictions for 2011 (January 4, 2011)

Di seguito un riassunto del rapporto del NIA (National Inflation Association). Il documento per intero in lingua originale è consultabile al link http://inflation.us/top10predictions2011.html 

Il rapporto DJ/oro e oro/argento continuerà a scendere. Come già nelle previsioni per il 2010 (poi verificatesi) il rapporto prevede la continuazione della tendenza già vista: lo scorso anno i due rapporti, rispettivamente, erano scesi a 9,3 (-15%) e 64 (-28%). Per il 2011 prevede nuovi parametri a 6,5 e 38. Ancora più drastiche le previsioni future (che vedremo eventualmente il prossimo anno). 

Gli istituti universitari cominceranno a fallire e chiuderanno. Negli USA Esiste una bolla speculativa relativa al settore dell’istruzione, superiore alle bolle viste negli ultimi anni, perfino a quella immobiliare del 2008, secondo il rapporto. Tale bolla è stata permessa dal governo degli Stati Uniti ed attuato tramite la concessione di prestiti finanziari di facile accesso agli studenti. Ciò ha contribuito all’aumento dei prezzi e dell’indice inflattivo di settore che, attualmente, è pari ad un 5,6% di media per quanto riguarda gli ultimi anni, nonostante le condizioni economiche del paese e, soprattutto, nonostante l’innovazione tecnologica avrebbe potuto essere sufficiente a ridurre tali costi. Si aggiunga che i neolaureati, a causa delle precarie condizioni del mercato del lavoro, negli ultimi anni si ritrovano ad avere enormi difficoltà a trovare un’occupazione; ciò significa che moltissimi giovani si ritrovano senza lavoro e senza una prospettiva chiara per l’immediato futuro e, al contempo, un debito di parecchie migliaia di dollari contratto per la propria istruzione. Uno studio recente ha confermato che qualora uno studente decidesse di non studiare e di utilizzare il denaro necessario per investire in oro e argento, nel giro di qualche anno si troverebbe un piccolo capitale disponibile e una buona esperienza maturata in campo lavorativo, ritenuto oggi più importante di qualsiasi pezzo di carta. 

Gli istituti universitari e le università hanno intrapreso i progetti di costruzione ambiziosi ed hanno costruito nuove biblioteche, palestre e sedi di sport, che non hanno aggiunto alcun valore alla formazione degli studenti. Questi progetti sono stati intesi con l'unico scopo di impressionare gli studenti e le loro famiglie ed attirare denaro dai privati, grazie, appunto, alla facilità di ottenere prestiti agevolati.
NIA pensa che a breve si potrà assistere allo sviluppo di una nuova tendenza degli Americani che si indirizzeranno sempre di più al mezzo per ora più economico: internet. Ci sarà una grande diminuzione nelle domande di iscrizione agli istituti universitari tradizionali. Ciò contribuirà, almeno, ad una stabilizzazione del debito degli studenti e, inevitabilmente, creerà i presupposti per un ridimensionamento degli istituti che dovranno anche decidersi a dare un grado di istruzione migliore a costi più contenuti, oppure a chiudere i battenti.
 

Diminuzione dei margini di guadagno per i rivenditori. NIA prevede che a breve i rivenditori comunicheranno una drastica riduzione dei loro margini di profitto, a causa soprattutto delle vendite scontate dell’ultimo periodo dell’anno. La situazione sarà critica sia in relazione all’ultimo trimestre del 2010 che per la prima metà del 2011. Proprio per questo è possibile che dalla metà dell’anno i prezzi cominceranno nuovamente a salire. 

Interesse dei privati all’investimento in oro. Il rapporto ritiene errata l’idea che si sia formata una bolla speculativa sull’oro. Anzi, le probabilità che la situazione attuale crei nuova attenzione e nuovo desiderio verso il metallo prezioso, a scapito di altri beni materiali è elevata e potrebbe coinvolgere maggiormente anche i privati che, fino ad ora, non si sono interessati pienamente alla questione. Durante i 12 mesi prossimi si potrebbe assistere ad un rinnovato e più diffuso interesse, da parte del pubblico, per l’oro; la situazione porterà ad una maggiore consapevolezza che l’oro costituirà il valore più sicuro ed il migliore investimento in queste fasi di mercato, un po’ quello che si verificò nel 2003 sul settore immobiliare.  Prima o poi, durante i prossimi sei mesi, credono che l’oro possa riprendere a correre e raggiungere, entro tempi ragionevoli, anche i 2000 $ per oncia. 

Grande declino del rapporto petrolio greggio/gas naturale. Per il 2010 NIA aveva previsto una salita del petrolio dai 73 $ ai 100 $ circa; anche se attualmente le quotazioni si sono fermate sui 90/91 $ è possibile che le stesse raggiungano la quota di 100 $ nei prossimi due mesi circa. A quel punto è prevedibile che si possa verificare un grande interesse in grado di spostare buona parte delle attenzioni all’investimento nel gas naturale. Il rapporto petrolio greggio/gas naturale attualmente è a 20. Storicamente, il rapporto petrolio greggio/gas naturale è stato in media pari a 10, mentre in genere il petrolio ed i prezzi del gas naturali dovrebbero avere un rapporto di 6 a 1. Le nuove tecnologie mirate all’estrazione e alla distribuzione del gas naturale faciliteranno l’utilizzo dello stesso ed anche se questa situazione potrebbe creare una buona offerta tale da mitigarne il rialzo delle quotazioni occorre considerare che intorno a questa risorsa i margini di investimento per l’indotto che ne deriva sono enormi, motivo per cui le condizioni sono favorevoli per un apprezzamento consistente.  

Il rincaro dei prezzi alimentari creerà un picco nella crisi americana. (Segue un’interessante disamina sul rapporto tra occupati nel settore agricolo e dei servizi, con i problemi relativi al settore produttivo dei generi alimentari e al conseguente rincaro dei prezzi che porterà, secondo il NIA, ad un’inflazione a due cifre a brevissimo. La parte del documento è ampia ma molto significativa, vi invito a leggerla direttamente dal documento linkato). 

Sara Palin annuncerà che sta correndo per presidente come repubblicano. NIA ritiene che Sara Palin annuncerà la sua candidatura per la nomina repubblicana alle prossime elezioni già nel 2011. A loro parere, il candidato non sarebbe in grado di approntare le misure necessarie per risolvere i problemi economici attuali del paese.

 13 gennaio 2011

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Salvataggio Irlanda

Concluso il negoziato preliminare per il salvataggio della situazione finanziaria irlandese; governo, FMI e UE hanno, infatti, dato l’ok alla conclusione della faccenda entro la fine del mese in corso, anche se, presumibilmente, gli aiuti effettivi dovrebbero arrivare con il nuovo anno. Il commissario Ue agli affari economici e monetari, Olli Rehn, durante un convegno a Bruxelles, ieri, ha confermato la notizia, aggiungendo che “l'ammontare della cifra non è ancora stata resa nota ed è parte delle discussioni in corso”, anche se fonti affidabili hanno parlato di una somma tra gli 80 e i 90 miliardi di euro in 3 anni, per salvare banche e conti; all’operazione parteciperanno, in modo bilaterale, anche Gran Bretagna (il governo inglese sosterrà Dublino con 8 miliardi di euro) e Svezia. Sempre in una nota di Rehn:

"Dopo l'approvazione da parte del governo irlandese, il programma sarà avallato dall'Ecofin e dall'Eurogruppo, in linea con le procedure nazionali, sulla base di una valutazione della Commissione Ue e della Banca centrale europea; le decisioni prese ieri sono un passo in avanti cruciale negli sforzi congiunti per stabilizzare l'economia irlandese e salvaguardare la stabilità finanziaria in Europa. Il programma di assistenza finanziaria all'Irlanda affronterà le sfide dell'economia irlandese in un modo decisivo in quanto si baserà sugli aggiustamenti fiscali e le riforme strutturali che saranno portate avanti dalle autorità irlandesi nel loro piano quadriennale che sarà illustrato la prossima settimana, fornendo i dettagli dell'impegno del governo per raggiungere il consolidamento fiscale di 6 miliardi di euro per il 2011, in modo da arrivare a un deficit del 3% nel 2014".

I ministri europei delle Finanze, dunque, si sono detti favorevoli alla richiesta di aiuti economici avanzata dall'Irlanda, confermando la propria disponibilità  a un piano di sostegno analogo a quello approntato in primavera per la Grecia. Sempre dalla nota Ecofin si legge che “i ministri sono d'accordo sul fatto che fornire assistenza all'Irlanda significa salvaguardare la stabilità finanziaria della zona euro e di tutta l'Ue”, denotando come ci sia, da parte di tutti (o quasi) la volontà di salvare la stabilità della moneta unica europea. La decisione dei Sedici, che arriva otto mesi dopo il salvataggio della Grecia, sarà finanziata per la prima volta con il Fondo salva-Stati varato dai leader della Ue a maggio, per creare una rete di sicurezza per i Paesi euro in difficoltà. Lo European financial stabilty facility (Efsf), il cosiddetto Fondo di salvataggio dei Paesi della zona euro, è già operativo, con sede a Lussemburgo e 440 miliardi di euro di disponibilità. I prestiti dell'Efsf potranno essere combinati - come avverrà per l'Irlanda - con prestiti della Commissione Ue, fino a 60 miliardi di euro, e del Fondo monetario internazionale, fino a 250 miliardi di euro. 

Una voce fuori (in parte) dal coro. Il ministro tedesco delle Finanze, Schauble, ha affermato che, per ottenere gli aiuti supposti, l'Irlanda dovrà provare che l'aiuto dell'Unione europea e del Fmi è necessario per mantenere la stabilità dell'euro."Noi analizzeremo se la stabilità dell'euro nel suo insieme è realmente minacciata prima di accordare un eventuale contributo. Ed è una condizione necessaria, dal momento che noi non stiamo difendendo uno dei vari Stati membri della Ue, bensì, soprattutto, la stabilità della nostra moneta comune".

Intanto, a dispetto di chi, prematuramente, questa mattina ha brindato alla decisione, Moody's ha immediatamente annunciato un deciso taglio del rating all'Irlanda, con la motivazione che le incertezze economiche del Paese sono strettamente legate alla pesantissima situazione del debito pubblico, lasciando dunque intendere che, aiuti finanziari a parte, solo un concreto sforzo, sin da subito, del governo e delle componenti economiche del Paese potrebbero portare ad un miglioramento effettivo della situazione nel lungo periodo.

Vedremo nei prossimi 6/9 mesi i risvolti di questa decisione; al momento, almeno per quanto riguarda la Grecia, non si può certo dire che le cose siano migliorate in modo deciso ed energico. E’ chiaro, a mio avviso, che la stabilità economico-finanziaria dell’Area Euro viene prima di tutto, ma è anche possibile che se due salvataggi su due dovessero avere risultati scadenti, la prossima mossa (qualora se ne presentasse l'esigenza) potrebbe non essere quella di elargire liquidità ai bisognosi poco virtuosi, ma, piuttosto, di allontanare chi non merita di far parte di una nuova comunità internazionale come quella europea.

22 novembre 2010

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Cina: bolla speculativa in arrivo o non ancora?

Bufera, questa mattina, sui mercati finanziari cinesi: le attese che, a breve, la banca centrale del Dragone possa adottare nuove misure restrittive di politica monetaria, hanno creato l’opportunità per gli investitori di monetizzare e speculare su qualche vendita allo scoperto, situazione che ha portato l’indice di Shanghai a -5% e l’Hang Seng a -2% circa, seguiti a ruota dalle altre borse asiatiche (Bangkok -1,67%, Singapore -1,21%, Kuala Lampur -1,34% e Jakarta -1,58%).

Diamo un’occhiata all’indice Hang Seng sia nel lungo che nel medio periodo:

Dopo i minimi realizzati alla fine del 2008, il mercato cinese si è prontamente ripreso andando a recuperare, ad oggi, oltre il 60% delle cospicue perdite subite successivamente ai massimi storici del 2007. Come si può facilmente vedere sul grafico sopra, i due break realizzati sopra le trendline discendenti di resistenza hanno portato ad un'accelerazione del rialzo di periodo che, proprio durante il mese in corso, ha portato al raggiungimento dei due obbiettivi minimi definiti conseguentemente alle rottura indicate: 24200 e 24900 punti, rispettivamente. In rosso è segnalata la prima e più interessante trendline ascendente, quindi di supporto, valida prevalentemente per il medio periodo, almeno per il momento; è probabile che fino a quando la stessa sosterrà le quotazioni senza essere violata al ribasso dai prezzi di mercato, l'indice possa continuare a crescere e riavvicinarsi ai massimi storici, mentre il cedimento rischierebbe di creare una nuova ondata di vendite almeno sui livelli pari al minimo dell'anno in corso, area 19000 punti.

 

Nel grafico sopra, invece, è evidente sia l'andamento rialzista di lunghissimo periodo così come definito dalla proiezione rialzista del primo ampio movimento positivo che ha caratterizzato il movimento dell'indice dalla sua prima quotazione fino al 1997, anno del forte storno che ha dimezzato le quotazioni in circa 18 mesi, situazione ripetuta in modo quasi identico (per quanto riguarda i prezzi) all'inizio del nuovo millennio; i successivi minimi hanno dato origine al nuovo movimento rialzista che ha portato ai massimi storici sopra i 30000 punti. L'ultimo ribasso, come si può notare, è diverso dai tre precedenti relativi al 1987, 1997 e 2000/2003, mentre somiglia in modo più chiaro a quello avvenuto nel 1994. Il primo, infatti, nel 1987 si risolse con uno scossone memorabile ma nell'arco di due/tre mesi (in linea con i mercati finanziari americani), anche se in seguito il recupero ed il ritorno ai massimi precedenti fu caratterizzato da un duro e difficile lavoro che durò diversi anni. Gli altri (1997 e 2000) furono entrambi realizzati con movimenti a più gambe ribassiste, tre almeno nel '97 e anche di più nel 2000. Nel 1994, invece, seppure la discesa fu meno profonda di quella attuale, la situazione si risolse con due gambe ribassiste ed il mercato si fermò sopra il minimo di lungo periodo precedente. Se verrà mantenuta la similarità anche in futuro è possibile che la discussa e potenzialmente probabile bolla speculativa sui mercati cinesi debba ancora attendere prima di scoppiare, credibilmente anche dopo aver visto nuovi massimi dell'indice. Sarà importante, per la causa, la tenuta dell'ultimo minimo, relativo ma importante, di lungo periodo in area 19000 punti.

 

 Un grafico settimanale per meglio inquadrare il medio periodo; come si vede, il recupero è passato attraverso i vari ritracciamenti, "sentendoli" tutti e gestendo ogni break rialzista con successivi periodi di lateralità o storni più o meno controllati. Proprio in queste ultime due settimane i prezzi si trovano su uno di questi livelli e, a giudicare dal comportamento degli ultimi giorni, il mercato sta ripetendo quanto visto in precedenza. Il prossimo livello da raggiungere in caso di continuazione è, come si può vedere sul grafico, tra 26500 e 27000 punti circa, mentre il primo supporto, indiretto e di ritorno, appena sotto i valori attuali e coincidente con il livello stesso di cui sopra. In rosso sono segnalati i possibili supporti la cui violazione, in successione, potrebbe rischiare di indebolire il mercato; lo spessore delle linee stesse indica, almeno per quanto riguarda il mio pensiero, l'importanza stessa dei supporti.

12 novembre 2010

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Julius Baer sugli scudi

Con una certa frequenza arrivano mail che chiedono un mio parere sul settore bancario, così provato dalla crisi finanziaria, con particolare riferimento alla possibilità di avere indicazioni in merito ad eventuali titoli su cui investire per un futuro e possibile rialzo e una buona gestione del rischio, considerato le continue voci che, negli ultimi due anni almeno, continuano a circolare sui potenziali nuovi fallimenti all’interno del settore stesso. Fermo restando alcuni punti:

- sapere SE si rivaluteranno i titoli di questo settore è difficile, sapere QUANDO è quasi impossibile;

- i dati conosciuti possono permettere di indirizzare la propria attenzione su solidità patrimoniale e crescita dell’utile operativo, sempre che gli stessi dati siano onestamente e regolarmente reali e realistici;

- in passato ho già dato alcune indicazioni, sulla base di studi e sensazioni personali, su alcuni titoli bancari (in Italia e all’estero, vedere nella pagina e nell’archivio, eventualmente); 

- per chi investe nel lungo e lunghissimo periodo è d’obbligo verificare lo stato di buona salute dell’azienda nella quale va ad investire ma, inevitabilmente, tale stato va verificato costantemente per evitare che il buy & hold classico si trasformi in una Caporetto nel giro di pochi mesi dopo, magari, anni di ottimi rendimenti;

- sempre per coloro che investono in un’ottica temporale di lungo termine, a mio avviso è sempre meglio attendere di investire dopo prolungati periodi di ribasso per cercare di sfruttare al meglio la combinazione "azienda sana-prezzo conveniente", anche a costo di entrare un po’ prematuramente. 

Detto questo passo ad illustrare un istituto di credito quotato su un mercato piccolo ma pur sempre appetibile, almeno in certi settori, provando a motivare la scelta non solo dal punto di vista tecnico ma anche fondamentale (solo parzialmente, per i dati patrimoniali fare riferimento al sito della banca o a documenti formali reperibili sul web. 

Julius Baer è il principale gestore patrimoniale (puro) in Svizzera; concentra la sua attività totalmente su private banking e asset management, sia per privati che per gli istituzionali.  Nell'area dell'Asset Management, l’istituto propone una vasta gamma di fondi d'investimento (compresi i settori di investimento alternativi come quello delle materie prime e gestione sostenibile), la cui completezza e varietà permette la migliore diversificazione per aree geografiche e settori, situazione che crea le condizioni necessarie per una buona diversificazione dei rischi operativi. Inoltre, vanta inoltre una solida esperienza nello sviluppo e nell'attuazione di soluzioni innovative per gli investimenti, tra cui i mandati personalizzati, fondi private label e prodotti strutturati.  

Di recente (mese di ottobre), il più importante gruppo svizzero di private banking  ha ricevuto i titoli di «Migliore banca privata della Svizzera» e «Migliore strategia di crescita nel private banking» dalle note pubblicazioni «Professional Wealth Management (PWM)» e «The Banker», appartenenti al gruppo Financial Times. Questi prestigiosi premi - assegnati ai leader di settore che stabiliscono i nuovi standard professionali nella gestione patrimoniale - rappresentano il riconoscimento del grande impegno di Julius Baer sul mercato svizzero e della redditizia strategia di crescita della Banca.

Julius Baer ha ottenuto il primo posto in entrambe le categorie, superando 75 istituti di private banking e gestione patrimoniale concorrenti in Europa, Nord America, America Latina, Asia e Medio Oriente. La giuria ha nominato Julius Baer «Migliore banca privata della Svizzera» in virtù di numerosi fattori, tra cui l’analisi di parametri chiave quali l’evoluzione degli attivi negli ultimi tre anni, la continua assunzione di consulenti e la solidità finanziaria della Banca. Sono inoltre state considerate dalla giuria le iniziative intraprese dalla Banca per farsi conoscere meglio dai potenziali clienti su scala globale e sul territorio nazionale.

Nella categoria «Migliore strategia di crescita nel private banking», i giurati hanno assegnato il premio a Julius Baer sulla base dei chiari principi di espansione esposti dal CEO della Banca, Boris Collardi, che ha anche fatto parte della rosa di candidati per il premio «Personalità dell’anno del private banking». I principali punti emersi durante le discussioni della giuria sono stati l’impegno e il rafforzamento della Banca al fine di attirare investimenti in Asia, che oggi rappresenta ufficialmente il «secondo mercato di riferimento» di Julius Baer, nonché in tutta la Svizzera.

Boris Collardi, CEO della Banca Julius Baer, ha così commentato l’assegnazione dei premi: «Si tratta di un successo estremamente gratificante e di un grande tributo a tutti i collaboratori di Julius Baer. Il livello dei risultati, della dedizione e della passione di ciascuno di loro è particolarmente evidente pensando anche solo alle difficoltà attraversate dai mercati negli ultimi mesi. Grazie al nostro fermo impegno nei confronti del mercato domestico svizzero e ai valori originari a cui si ispirano i capisaldi della strategia di crescita globale e della diversificazione geografica di Julius Baer, abbiamo consolidato ulteriormente la nostra posizione di protagonista nel settore del private banking.»

Vediamo ora il grafico:

A mio avviso sono ben definite due aree di sicuro interesse: in area 32 franchi si concentra il supporto principale, livello sul quale i prezzi si sono appoggiati per ben sei volte, rompendolo (per qualche giorno appena) in una sola occasione; in tutti i casi il titolo è rimbalzato in modo deciso e vigoroso e, dall'ultima volta, le quotazioni sono risalite fin sui massimi superiori segnati di recente. La seconda area è tra 38 e 39, livello che ha fornito resistenza per parecchio tempo e al quale sta nuovamente avvicinandosi il prezzo negli ultimi giorni, anche se, questa volta, lo fa da valori superiori. Due riferimenti grafici: il primo è la trendline che, al momento, passa poco sopra i 37 franchi e che andrà considerata come potenziale supporto di medio periodo, la cui rottura potrebbe generare nuovi ribassi in direzione del successivo supporto, questa volta di natura statica, rilevabile (cerchi rossi) intorno ai 35 franchi. Un'operatività aggressiva prevede acquisti tra 37,5 e 38,5, con stoploss poco sotto, quindi sul successivo supporto a 35 (idem come sopra per lo stop cautelativo); qualora si decidesse di attendere il prossimo storno dei mercati per entrare a prezzi migliori credo che l'area tra 32 e 34 franchi possa essere di sicuro interesse, chiaramente verificando, successivamente, la tenuta dell'ultimo ed inferiore supporto a 30 franchi circa, sotto al quale, in caso di conferme ribassiste, potrebbero aprirsi spazi verso area 22/23 franchi circa. Possibili target rialzisti, su tenuta dei supporti citati, a 48 franchi e 66/68 franchi, nel lungo periodo.

 11 novembre 2010

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Nuovo allarme: Portogallo e Irlanda a rischio, Italia non ancora al sicuro, almeno per GS.

Nelle ultime sedute, i titoli di stato dei Paesi sopraindicati hanno subito un vero e proprio attacco speculativo che ha generato un ribasso dei corsi quasi devastante. In questi giorni, infatti, lo spread tra i decennali della Germania, ormai sempre più punto di riferimento in quanto ritenuti maggiormente affidabili, e quelli dell'Irlanda e' salito ben oltre i 550 punti base, quello del Portogallo e' salito sopra i 450; nulla di rassicurante, anche se la speculazione sta facendo la sua parte. In termini di costi per il rifinanziamento a 10 anni del debito pubblico la Germania paga il 2,36%, il Portogallo 6,95%, l'Irlanda l'8,08%. Tanto la Goldman Sachs quanto l’agenzia di rating Fitch sono concordi nel ritenere questi due Paesi decisamente a rischio di default; se la seconda ha espresso giudizi non certo positivi, la banca d’affari ha dato quasi per certo il fatto che Irlanda e Portogallo saranno costretti a batter cassa all’UE ed al FMI. Debito pubblico esageratamente elevato ed in costante aumento e costi altissimi per finanziarlo rendono ormai imminente l’evento; è anche difficile, in questo momento ed in queste condizioni, pensare ad un recupero in tempi rapidi e tale da scongiurare il peggio. Non tanto meglio la condizione del sistema finanziario dei due Paesi europei: per entrambi, infatti, le banche hanno problemi di raccolta, soprattutto ora che, non avendo più accesso al mercato interbancario, dipendono quasi esclusivamente dalla BCE.

In condizioni non buone, anche se non critiche, seguono la ormai ben conosciuta Grecia, il cui differenziale in punti base con la Germania è salito a oltre 900, l’Austria, l’Italia e la Spagna. Queste ultime due fanno segnare, rispettivamente, differenze di 160 e 200 punti base circa.

9 novembre 2010

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Il documento del FOMC del 3 novembre 2010

Le informazioni derivanti dall’incontro di settembre del Federal Open Market Committee confermano che il ritmo della ripresa della produzione e dell'occupazione continua ad essere lento. La spesa delle famiglie è in graduale aumento, ma viene limitata da un'elevata disoccupazione, da una troppo modesta crescita dei redditi personali, dalla diminuzione della ricchezza immobiliare e dalla stretta creditizia. L’investimento delle imprese in strutture e software è in aumento, anche se meno rapidamente rispetto all'inizio dell'anno, mentre gli investimenti in strutture non residenziali continua ad essere debole. I datori di lavoro sono ancora restii ad assumere personale. Il settore delle nuove abitazioni sta tornando ad una fase di depressione. Rimangono stabili le aspettative sull’inflazione di lungo termine, mentre gli indicatori hanno mostrato tendenza al ribasso negli ultimi trimestri.

Coerentemente con il suo mandato statutario, il Comitato intende promuovere la massima occupazione e stabilità dei prezzi. Attualmente, il tasso di disoccupazione è elevato, e i valori dell'inflazione di fondo rimangono bassi, rispetto a quanto previsto per una migliore coordinazione anche con il lungo termine. Anche se il Comitato prevede un graduale ritorno a livelli più elevati di utilizzo delle risorse in un contesto di stabilità dei prezzi, i progressi a cui si è giunti in direzione degli obiettivi previsti sono piuttosto deludenti.

Per promuovere un miglior tasso di ripresa economica e per contribuire ad assicurare che l'inflazione, nel tempo, resti a livelli compatibili con il suo mandato, il Comitato ha deciso oggi di ampliare la propria disponibilità di titoli. Il Comitato manterrà la sua attuale politica di reinvestimento dei dividendi di capitale e delle sue partecipazioni in titoli. Inoltre, il Comitato intende acquistare ulteriori  600 miliardi di dollari in titoli del Tesoro a lungo termine entro la fine del secondo trimestre del 2011, ad un ritmo di circa 75 miliardi dollari al mese. Il Comitato esaminerà periodicamente il livello dei suoi acquisti di titoli e la dimensione globale del programma di acquisto di assets alla luce delle informazioni raccolte per meglio adattare il programma, qualora fosse necessario, allo scopo di favorire la massima occupazione e stabilità dei prezzi.

Il Comitato manterrà il range di valori, per il tasso dei fondi federali, tra 0 a 0,25% e continua a prevedere che le condizioni economiche, tra cui i bassi tassi di utilizzo delle risorse, l’inflazione sotto controllo e le aspettative di inflazione stabili nel lungo periodo, possano rimanere tali e giustificare livelli eccezionalmente bassi per il tasso dei fondi federali e per un periodo prolungato.

Il Comitato continuerà a monitorare le prospettive economiche e degli sviluppi finanziari e utilizzerà gli strumenti di politica in suo possesso per sostenere la ripresa economica e contribuire ad assicurare che l'inflazione, nel tempo, rimanga a livelli compatibili con il suo mandato.

Voti a favore delle azioni di politica monetaria del FOMC sono arrivati da: Ben S. Bernanke, presidente, William C. Dudley, Vice Presidente; James Bullard, Elizabeth A. Duke, Sandra Pianalto, Sarah Raskin Bloom, Eric S. Rosengren, Daniel K. Tarullo; Kevin M. Warsh; e Janet L. Yellen. Un voto contrario alla politica in oggetto è stato di Thomas M. Hoenig. Mr. Hoenig ritiene che i rischi derivanti da ulteriori acquisti di titoli possano superare i benefici. Mr. Hoenig è anche preoccupato del fatto che questo livello costantemente elevato di mantenimento di questa politica monetaria possa aumentare i rischi di futuri squilibri finanziari e, nel tempo, possa provocare un aumento delle aspettative di inflazione a lungo termine, situazone che potrebbe destabilizzare l'economia.

Il documento è stato tradotto dal sottoscritto, quindi chiedo perdono per eventuali errori di interpretazione, qualora ce ne fossero. Chi volesse leggerlo in lingua originale può far riferimento al link: http://www.federalreserve.gov/newsevents/press/monetary/20101103a.htm

4 novembre 2010

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Fitch prende la mira su banche e assicurazioni italiane

L'agenzia di rating Fitch prevede, per il settore assicurativo italiano, una crescita moderata per il 2011, almeno nel ramo vita, mentre per il ramo danni è atteso un ritorno agli utili tecnici solo a partire dallo stesso anno, i cui frutti andranno quindi verificati alla fine dell’anno/inizio 2012. Direttamente dal portavoce, la spiegazione: “il ramo vita ha già una forte crescita dei volumi, mentre sul ramo danni, invece c'è di fatto una decrescita perché la crescita dei volumi è molto modesta, in linea con l'inflazione. L'anno prossimo avremo una leggera accelerazione, ma più che altro più per merito dell'aumento delle tariffe mentre i volumi generali potrebbero decrescere. Le compagnie pongono maggiore attenzione ai rischi e assicurano con criteri sempre più stringenti''. La situazione attuale ci mette in svantaggio rispetto al resto dell’Europa: solo in Italia ed in Francia, l’agenzia di rating ha assegnato out look negativi. ''La ripresa rimane tuttavia ancora fragile e per questo non basta a far modificare l'outlook", ha spiegato il direttore generale di Fitch, Greg Carter, "la forte resistenza del settore ha portato ad un rimbalzo, ma gli utili rimangono ancora a livelli precedenti alla crisi attuale''. Nello specifico, Generali resta, in ogni caso, al top delle assicurazioni in Europa, dal momento che ha una situazione patrimoniale certamente più solida di quanto non lo fosse nel precedente anno. L'outlook sul Leone è stato rivisto, all’inizio del mese di ottobre, da negativo a stabile e nei prossimi 12-18 mesi dovrebbe rimanere invariato. Il giudizio assegnato a Generali è AA-, in linea con i migliori competitor europei e grazie al deciso recupero degli ultimi 18 mesi, situazione che ha portato, a livello patrimoniale, una situazione nettamente più solida dell’anno precedente a livello reddituale, sia in Italia che all’estero.

Peggiore la situazione per le banche: Fitch ritiene che la redditività delle banche italiane resterà sotto pressione anche il prossimo anno, a causa sia dei bassi tassi d'interesse che alla modesta crescita economica attesa nel prossimo biennio, soprattutto se rapportata alle attese degli altri paesi europei. Il maggior rischio per le banche nel medio termine è il deterioramento della qualità degli attivi, avvenuto nel corso degli ultimi due anni; inoltre, il totale dei prestiti in sofferenza continuerà ad avere un peso significativo sui bilanci delle banche italiane. Prendendo in considerazione le cinque principali banche italiane, quindi Unicredit, Intesa Sanpaolo,  Banca MPS, Ubi Banca e Banco Popolare, tutte hanno fatto registrare una diminuzione dell'utile operativo nel primo semestre dell’anno in corso e rispetto al precedente, nonostante si ritenga la loro struttura patrimoniale sostanzialmente solida. La maggior parte delle banche italiane, infatti, secondo Fitch, pur avendo risentito dei problemi sul mercato dei finanziamenti nel secondo trimestre del 2010, sono riuscite a sopperire grazie al loro forte profilo legato alla raccolta, sostenuto dagli ampi volumi di depositi e bond presso la clientela.

29 ottobre 2010

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Il pessimismo di Roubini. O forse no, grazie ad Obama.

""A distanza di circa tre anni dall'inizio della crisi finanziaria l'economia statunitense appare sempre più vulnerabile col rischio di ricadere in una fase recessiva. Infatti, gli Stati Uniti rimangono in una situazione di stallo cronico e mostrano un modestissimo tasso di crescita che, nel caso la situazione non dovesse cambiare, potrebbe portare ad un collasso della spesa media e ad una diminuzione della fiducia dei consumatori, del credito e di altri parametri considerati, tutti insieme, assolutamente necessari alla crescita economica. Qualunque sia il termine per definire la situazione attuale, è chiaro che stiamo parlando di un circolo vizioso dal quale potrebbe essere difficile uscire. E se Barack Obama vuole assestare un colpo decisivo in favore di un possibile secondo mandato, avrà bisogno di agire con rapidità e decisione per evitare questo scenario.

Il problema principale è la disoccupazione ormai prossima alla doppia cifra. Senza la creazione di nuovi posti di lavoro c'è carenza nella spesa dei consumatori, che attualmente rappresenta il 40 per cento del PIL nazionale. Ad oggi, il governo americano ha risposto in modo creativo ed in modo deciso al quasi collasso del sistema finanziario, con una serie di numerosi provvedimenti, dal salvataggio delle banche ai vari stimoli per la spesa con l’agevolazione tramite bassi tassi d'interesse. Insieme, queste politiche, hanno dunque evitato un ulteriore peggioramento in questa fase depressiva, ma hanno anche creato impedimenti che limitano l'utilità degli strumenti tradizionali e fiscali di politica monetaria monetaria.

Con i tassi di interesse vicino allo zero per cento la Federal Reserve ha ormai poche armi per rilanciare la crescita o per parare un altro eventuale crollo. Questo si era già evidenziato sin dal mese di agosto, quando il presidente della Fed Ben Bernanke ha parlato con una punta di rassegnazione sui nuovi interventi nei mercati obbligazionari e ipotecari: e certamente non aiuta il fatto che il deficit federale degli Stati Uniti ha raggiunto livelli estremamente pericolosi.

Eppure non tutto è perduto: se Obama riuscirà a lavorare energicamente sulla situazione e prendere nuovi e drastici provvedimenti, anche spaccando in due l’opinione politica, concentrandosi soprattutto su politiche che creano gettito fiscale e di stimolo nei confronti sia della domanda di lavoro che dei consumi, allora forse la situazione generale e la stabilità monetaria/finanziaria potrebbe tornare sotto il controllo dell’amministrazione. Per i prossimi due anni, Obama dovrebbe ridurre le tasse sui salari per i datori di lavoro e dipendenti; la riduzione per i datori di lavoro renderebbe meno gravoso il costo del lavoro e consentirebbe l'assunzione di più lavoratori, mentre per i dipendenti l'aumento degli emolumenti creerà una maggior propensione ai consumi. Dopo due anni, quando la crescita degli Stati Uniti sarà presumibilmente tornata in salute o, comunque, si dimostrerà più robusta di quanto non sia oggi ed il ritmo delle assunzioni del settore privato dovesse essere tornato a livelli accettabili, Obama potrà permettersi di eliminare gradualmente gli sgravi fiscali sui salari."" 

Insomma, Roubini non vede molto bene la situazione attuale, ma ritiene che con grandi sforzi da parte dell’amministrazione del presidente Obama si possa non solo mettere una pezza ma anche recuperare un discreto livello di crescita in un futuro nemmeno tanto lontano. Già, sforzi…. Come se, fino ad ora, lo stesso Obama (e prima di lui, a fine mandato, lo stesso Bush) non ne abbia già fatti e contati! Vedremo, intanto il bilancio è questo: il rischio di un peggioramento c’è tuttora, salvo interventi decisi e concreti per impedirlo. Quindi? Punto e a capo: forse si, forse no!

14 ottobre 2010

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Indice Case-Shiller


L'indice S&P Case-Shiller è un indicatore a carattere nazionale, valido per valutare la situazione del mercato immobiliare statunitense, che misura i prezzi delle case unifamiliari nelle 20 principali città del Paese: Atlanta, Boston, Charlotte, Chicago, Cleveland, Dallas, Denver, Detroit, Las Vegas, Los Angeles, Miami, Minneapolis, New York, Phoenix, Portland, San Diego, San Francisco, Seattle, Tampa e Washington. Esiste, inoltre, anche un secondo indice, aggregato al primo, che viene calcolato sulla media di 10 grandi aree metropolitane e oltre ai dati relativi ad ogni singola area. E’ un indicatore che viene rilasciato mensilmente da Standard & Poor's (l’ultimo martedì di ogni mese, alle 9 del mattino ora locale) ed è riferito alla variazione di valore di due mesi precedenti) e che ha come base un valore di 100 punti: ogni punto oltre il 100 rappresenterà, quindi, l’incremento percentuale corrispettivo rispetto alla base di partenza (sullo stesso valore di 100 punti, quindi).

Come si può ben vedere dal grafico, la rivalutazione dell'indice avvenuta nell'ultimo decennio non ha avuto eguali in nessun altro periodo tra quelli considerati a partire dal 1890 circa. La precedente maggior performance positiva, infatti, risale al periodo successivo alla "Grande depressione" e a cavallo degli anni della seconda guerra mondiale, anni in cui l'indice passò da meno di 70 punti a 115/120 punti. Seguirono, alternandosi, flessioni e momenti di normalizzazione e stallo, almeno fino alla prima parte degli anni '90. Nemmeno durante i due periodi di boom economico, tra il 1970 ed il 1990, si realizzò un tale aumento di valore quanto si è visto negli ultimi anni. motivo per cui l'esplosione della bolla speculativa, ora, appare più chiaro per chiunque: se incrementi nettamente inferiori, nei decenni precedenti, spesso sostenuti da una sana ripresa economica, sono comunque stati corretti da talvolta anche decise correzioni, a maggior ragione questo aumento di valore veloce ed estremamente elevato , soprattutto perché non accompagnato da una proporzionata ascesa economica, risultava sicuramente eccessivo.

Qui sotto i dati ufficiali rilasciati da S&P a partire (per mia scelta) dal mese di maggio del 2009, periodo in cui l'indice ha toccato il livello minimo. Ultimo rilascio alla fine di settembre e dunque dato valido per il mese di luglio 2010:        

Composite-10 Composite-20
CSXR-SA SPCS20R-SA

152,04

140,83

153,20

141,78

154,70

143,07

156,53

144,54

156,75

144,51

156,85

144,73

157,29

145,16

157,98

145,75

158,61

146,20

158,73

146,04

158,73

145,74

159,55

146,65

160,36

147,39

160,85

147,74

160,90

147,55

14 ottobre 2010

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Bank of Japan taglia

Mossa a sorpresa della Bank of Japan, che porta i tassi a zero, annunciando anche un aggressivo programma di acquisto assets. Un intervento era atteso da parte degli economisti, ma non in una misura così aggressiva. Il Consiglio direttivo della Banca Centrale del Giappone (BOJ), tenutosi oggi, ha deciso di tagliare l'attuale politica monetaria abbassando i tassi di interesse tra lo zero e lo 0,1%, rispetto al precedente 0,1%.

L'Istituto centrale nipponico ha garantito che manterrà tale politica fino a quando i prezzi non si stabilizzeranno, aggiungendo di voler istituire un fondo da 35 trilioni di yen per acquistare varie tipologie di assets: bond governativi, obbligazioni societarie, ETF e fondi immobiliari.

La banca ha inoltre affermato che, se l'economia giapponese sta mostrando i segnali di una moderata ripresa, il ritmo di tale ripresa sta peggiorando e la crescita sarà più lenta di quanto stimato in seno all'outlook diffuso a luglio. A pesare sull'economia nipponica contribuiscono l'eccessivo apprezzamento dello yen ed il rallentamento delle altre maggiori economie mondiali.
” (Fonte: Teleborsa - 5 ottobre)

Sorpresi tutti, quindi, da questa manovra inattesa che porta il tasso di riferimento overnight dallo 0,1% ad una forchetta compresa tra lo zero e lo 0,1% e che mira ad una decisa e definitiva stabilizzazione dei prezzi. Creato, inoltre, un fondo di 420 miliardi di $ le cui risorse serviranno alla BOJ per acquistare titoli e altre attività finanziarie, nell’intento di porre fine a questa insistita e prolungata condizione di deflazione.

 

Niente di fatto, invece, da parte della Banca Centrale Australiana che lascia invariato il costo del denaro al 4,5% (in questo caso gli analisti erano divisi sulle previsioni). La Reserve Bank of Australia si è detta pronto ad aumentare i tassi in futuro per assicurarsi che l'inflazione resti entro canoni accettabili, almeno per quanto riguarda il medio termine, lasciando comunque intendere che una tale decisione non sarà, presumibilmente, imminente.

6 ottobre 2010

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Finanza inglese: nuova crisi?

Un numero imprecisato di banche inglesi potrebbe nuovamente aver bisogno di altri aiuti di stato a cavallo tra la fine dell’anno in corso ed il prossimi; il loro indebitamento potrebbe raggiungere i 25 miliardi di sterline su base mensile (quasi il doppio delle cifre attuali). A sostenerlo è l'istituto di ricerca New Economics Foundation (Nef) che ha esaminato i dati della Bank of England. Royal Bank of Scotland e Lloyds sono state parzialmente nazionalizzate a causa delle elevate perdite accusate dai loro bilanci durante l’ultima crisi del credito, altri istituti come Barclays e HSBC hanno invece potuto beneficiare delle agevolazioni di accesso al credito a basso costo fornito dalla banca centrale inglese.

Alcuni tra gli elementi che avrebbero permesso questa realistica considerazione sono:

- le banche inglesi, durante il prossimo anno, si avvicineranno alla data del gennaio 2012, termine ultimo per rimborsare i quasi 200 miliardi di sterline che presi in prestito dalla Banca d'Inghilterra contro i quasi 300 miliardi di sterline di attività illiquide, mutui residenziali, ecc.).

- la nuova normativa stabilita con Basilea3, normativa che sarà introdotta gradualmente nei prossimi anni e sino all’inizio del 2019, richiede una maggiore detenzione di quota capitale da parte delle banche e, soprattutto, una diversa identificazione dei parametri che regolano questi quantitativi. Requisito indispensabile, infatti, sarà un Tier1 (capital ratio) minimo del 7%, livello al quale parte di queste banche già sono giunte ma, sempre con riferimento ai nuovi parametri, lo stesso potrebbe non essere sufficiente.

Nel rapporto del Nef si riscontrano, in particolare, tre punti di grande importanza: 

-          la mancanza di una corretta informazione (che, legittimamente, anche l’opinione pubblica si aspetta) sulle modalità con le quali sono stati impiegati i capitali pubblici, in quali direzione e secondo quali criteri di importanza e priorità.

-          i tassi applicati dalle banche ai prestiti, sia alle famiglie che alle imprese, non sono minimamente diminuiti se rapportati a quelli precedenti la crisi finanziaria, nonostante gli aiuti di cui sopra e nonostante, soprattutto, l’abbassamento dei tassi applicati dalla BOI.

-          La richiesta di accesso al credito stesso, anche per i motivi di cui sopra, rimane decisamente basso, sia da parte delle imprese che delle famiglie. Il che, ovviamente, contribuisce a peggiorare la situazione generale già di per sé non facile.           

C’è, però, anche chi va decisamente controcorrente: Moody's, infatti, continua a credere nella Gran Bretagna. Nonostante lo scenario macroeconomico di cui sopra, Moody’s ha recentemente confermato un outlook “stabile” per il rating “AAA” di cui attualmente gode la Gran Bretagna (come emittente sovrano), a dispetto delle possibili nuove problematiche del suo sistema bancario. Dall’Agenzia hanno comunicato di attendersi una crescita economica moderata e un graduale rientro dei conti pubblici con ritorno ad una condizione di surplus primario entro il 2014, ed i costi per la ristrutturazione del sistema bancario non dovrebbero essere preoccupanti, così come l’adeguamento dei parametri finanziari alla nuova normativa Basilea3. 

Quindi, in definitiva: da una parte c’è chi sostiene che le banche inglesi soffriranno in un futuro nemmeno troppo lontano e che ciò potrebbe creari altri problemi all’economia già provata negli ultimi anni; dall’altra, invece, c’è chi sostiene non solo che questi problemi saranno relativamente contenuti per il sistema bancario, ma addirittura non si prevedono minimamente conseguenze per l’economia britannica che, anzi, dovrebbe avere sviluppi sufficientemente interessanti… 

Tutto nella norma, quindi!

4 ottobre 2010

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Oro: bolla speculativa o investimento ancora appetibile?

La risposta, qualora avessi l'ambizione non solo di esprimerla, ma anche di farlo correttamente, presupporrebbe, da parte mia (e non solo da parte mia), non poche doti di preveggente, nonché il possesso di una sfera magica. In realtà, il dubbio che potrebbe frenare da una parte e incoraggiare dall'altra l'investimento ai prezzi attuali è legato a due fattori essenziali: il primo di natura tecnico-logica sulla base dell'andamento dei prezzi ed il secondo, invece, dipendente dalla situazione macroeconomica attuale.

Primo fattore. L'oro sta salendo da circa 10 anni, dopo che il precedente ribasso era culminato in area 252 punti nel 2000; ciò significa che il mercato è salito di oltre il 500% in questo lasso di tempo. Nuovi massimi storici, rialzi sbalorditivi, incremento di quasi il 100% rispetto al massimo di lungo periodo realizzato alla fine degli anni '70: tutto ciò lascia pensare, per logica appunto, che le possibilità di salire ancora molto, rispetto a quelle di qualche anno fa, potrebbero essersi drasticamente ridotte. Bolla si, bolla no, anche un normalissimo storno (salutare) potrebbe, in futuro, mettere in difficoltà l'investitore che entrasse su questi valori, in particolare se questo storno avvenisse a breve.

Secondo fattore. I mercati azionari si sono ripresi dal marzo 2009 ma, a ben vedere, chi optasse per il buy and hold classico potrebbe avere qualche problema ad investire pesantemente. Semplicemente guardandosi indietro noterebbe che, nell'ultimo decennio, tra alti e bassi, nuovi massimi di lungo termine o doppi massimi relativi, a seconda del mercato azionario in questione, ai valori attuali la maggior parte dei listini è sotto le quotazioni di inizio millennio: soddisfazioni, dunque, nessuna, almeno per il cassettista. I tassi dei bond sono bassi, bassissimi, mentre i governi si guardano bene dall'attuare una diversa manovra di questi tempi (ne è un esempio la politica dei tassi a zero della FED, attualmente). Si aggiunga che, in diversi casi, gli stessi governi si "passano la palla" della svalutazione della propria moneta per supportare economia, finanza, esportazioni, i listini stessi ecc, motivo per cui, che l'oro scenda o meno, di sicuro parlare di bolla speculativa è un azzardo da evitare.

Mettiamo ora in conto anche un aspetto psicologico: oggi sono decisamente molti di più gli investitori soddisfatti dell'investimento in oro di quelli insoddisfatti (parlo, ovviamente, di chi opera nel medio e lungo periodo, non certo dei traders di brevissimo o degli scalpers), motivo per cui, presumibilmente, non dovrebbero essere moltissimi coloro i quali vogliono disfarsi dello stesso vendendo le loro quote sul mercato. Il che significa che chi vuole entrare trova meno offerta di quanto si possa aspettare e sarà dunque costretto ad alzare il presso per poter acquiatare. In definitiva: chi è contento del proprio investimento tenderà ad ottimizzare lo stesso mantenendo le posizioni ed eventualmente incrementandole, per logica.

Considerato tutto questo direi che se entrare su questi massimi storici può essere psicologicamente difficile, l'alternativa, fermo restando la considerazione ovvia che il trend di lungo periodo rimane tuttora al rialzo, è quella di attendere un ritracciamento più o meno consistente ed acquistare su un supporto statico o dinamico (un esempio, banale, potrebbe essere in prossimità di un precedente minimo di medio periodo o su un massimo relativo precedente rotto e confermato tempo prima). Stop, trailing stop e stop-profit dovranno necessariamente continuare a far parte, anche in questo caso, del repertorio dell'investitore accorto.

Vediamo un grafico settimanale che esprime l'andamento di mercato nel medio e medio-lungo periodo.

 

Come si può ben vedere, l'oro si sta muovendo in un canale rialzista che, dalla fine del 2008, lo sta guidando in questa salita decisa e solida. Il break della trend-line avvenuto proprio ad inizio 2009 ha infatti permesso al mercato di confermare la ripresa del trend precedente e, anzi, rafforzarlo in modo chiaro ed inequivocabile; in tutto il periodo successivo gli storni sono stati limitati a ritracciamenti si breve e medio periodo, tutti in coincidenza di precedenti rialzi che hanno portato a nuovi massimi e tutti (o quasi) in fasi di ipercomprato di periodo, spesso gestito da divergenze ribassiste abbastanza evidenti, come si può ben vedere. Nell'ultimo anno e mezzo, inoltre, anche l'oscillatore sui prezzi indica la forza del mercato: l'ipercomprato permette discese abbastanza veloci e non estreme, mentre è sufficiente che il valore si avvicini o fori di poco la mediana per innescare immediatamente nuovi rialzi verso nuovi record. Unica aggiunta: dall''inizio 2009 i massimi superiori più importanti hanno coinciso con valori in diminuzione dell'oscillatore, generano qualche apprensione, in futuro, qualora la stessa divergenza fosse confermata anche dai prezzi di mercato, oltre che dai valori dell'oscillatore stesso.

Passiamo ora al grafico mensile di lungo termine.

Direi che si nota come, dopo il minimo del 2000 ed il successivo break rialzista tra la fine del 2002 e l'inizio del 2003, il trend di fondi si sia mantenuto positivo senza dubbio alcuno; fa eccezione, per modo di dire, un tentativo di inversione realizzato nel 2008, ma la sequenza dei movimenti di ritracciamento ed il recupero immediato della media mobile di lungo periodo hanno fermato la discesa e innescato il recupero sfociato poi nel successivo rialzo sopra i precedenti massimi. Le linee tratteggiare rosse sono i possibili livelli di resistenza di natura statica e di lungo periodo; in genere, salvo eccezioni, gli stessi forniscono una barriera, il più delle volte solo temporanea, alla continuazione del movimento in essere e, in molti casi, diventano poi supporti di ritorno una volta rotti e confermati. Il prossimo sarà a 1330/1340 circa: la tenuta potrebbe favorire qualche storno verso 1180/1200 punti, mentre il break creerebbe le condizioni per un nuovo massimo storico verso i 1450/1500 punti circa.

A seguire il grafico di breve e breve-medio termine a compressione giornaliera.

Anche in questo caso si nota come, nonostante alti e bassi siano, ovviamente, più frequenti, la base rialzista resta sempre intatta: la media di lungo periodo rimane sempre sotto le quotazioni e ben impostata al rialzo, seppure, ultimamente, appaia in una condizione di rallentamento. Data la maggiore velocità (o rumore che dir si voglia) associabile ad un grafico giornaliero rispetto ad uno settimanale o mensile, è ancora più evidente come i prezzi reagiscano molto bene alle fasi di ipervenduto anche lieve (o semplicemente anche solo di avvicinamento alla linea di ipervenduto), mentre gli storni richiedano più frequentemente una o più divergenze. inoltre, l'accelerazione durante le fasi di recupero delle quotazioni è quasi sempre migliore di quella delle fasi negative. Per chi opera nel breve e brevissimo termine, lo stocastico associato ad una media a parametri non eccessivamente lenti né veloci dovrebbe riuscire a dare buone indicazioni per le entrate.

23 settembre 2010

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Hindenburg Omen

In questo ultimo periodo ho ricevuto alcune email che chiedevano una spiegazione relativa all'indicatore in oggetto, soprattutto per capirne la reale attendibilità nel prevedere i crolli dei mercati azionari. Vediamo di seguito, dunque.

Si tratta di un segnale applicato ai mercati azionari che ha lo scopo di individuare un crash imminente. Nel momento in cui si verifica la coincidenza di diversi fattori, atti a misurare la condizione generale delle azioni (con particolare riferimento al NYSE), le probabilità' che sullo stesso mercato si verifichi una correzione superiore alla media o un vero e proprio crollo sono elevate. 

La base del ragionamento che è servito per la valutazione del mercato in tal senso (e quindi alla costruzione dell’Hindenburg H.) è semplice: un mercato in salute sarà caratterizzato da una evidente uniformità in merito al movimento delle azioni che lo compongono. Ciò significa che difficilmente in un mercato rialzista e destinato a continuare la sua corsa si verificheranno tanti nuovi massimi ed altrettanti nuovi minimi annuali tra le azioni sottostanti; qualora questo si verificasse, infatti, sarà molto più probabile che una tale divergenza stia ad indicare che la positività del momento è presumibilmente legata più ad un fatto di rotazione settoriale che non a presupposti idonei a livello macroeconomico o per motivazioni tecnico-fodamentali valide. Vediamo quale sono i filtri che vengono esaminati e che determinano la composizione dell’indicatore.

1: Il numero di azioni del NYSE che fa segnare nuovi massimi e di quelle che fa segnare nuovi minimi settimanali nelle 52 settimane precedenti, devono essere entrambi superiori al 2.2% del numero totale di titoli contrattati in quella seduta. Il minore di questi numeri deve essere maggiore di 75.
 
2: La media mobile a 10 periodi (su base settimanale) del NYSE deve essere al rialzo.

3: L'oscillatore di McClellan deve essere negativo nella stessa seduta.

4: I nuovi massimi a un anno (52 settimane precedenti) non possono essere numericamente maggiori al doppio dei nuovi minimi a 52 settimane (non vale però il contrario).

I dati relativi e necessari al calcolo vengono generalmente rilevati dal Wall Street Journal per coerenza. Una volta che tutti i parametri sono soddisfatti, l’Hindenburg Omen si ritiene sia in formazione a partire da quel momento; qualora, entro i successivi 36 giorni di borsa, si verifichi un secondo segnale la figura è automaticamente confermata ed è lecito attendersi, con buona probabilità, una nuova discesa a breve. 

Storicamente, la statistica informa che le probabilità che si formi un movimento ribassista di grande portata (classico crollo) è del 24%, quella di un panic-selling del 41%; in ogni caso, le probabilità di un ribasso almeno superiore al 5% entro i 41 giorni successivi al segnale è di quasi l’80%.

Indipendentemente dal fatto che ci si creda o meno (potrebbe trattarsi, comunque, di una serie di convergenze legate da una quantità elevata di dati verificati contestualmente e non necessariamente specificatamente rilevanti allo scopo) la cosa che fa pensare è che, per esempio e solo negli ultimi 30 anni, poche sono state le volte che il segnale ha fallito; in alcuni casi ha originato vere e proprie discese da panico, in molti invece storni tra il 5 ed il 15/16% circa ma, comunque, per ora si è spesso rivelato un indicatore abbastanza affidabile.

22 settembre 2010

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Divorzio Profumo-Unicredit banca

Possibili dimissioni, oggi nel pomeriggio durante la riunione straordinaria del CDA, per Alessandro Profumo dopo oltre 13 anni alla guida della banca che proprio lui è riuscito a trasformare in un uno dei maggiori gruppi internazionali. Il banchiere è oggetto di feroci critiche da parte dei soci per l'operazione nella quale, all'insaputa del presidente Dieter Rampl, i libici hanno aumentato la loro partecipazione al capitale sociale dell’azienda;  e proprio Rampl, probabilmente, verrà designato come successore.

Da quanto è emerso negli ultimi giorni e nonostante l’ammonimento da parte dei soci ad accettare l’”affare”, Profumo non avrebbe impedito ma, anzi, incoraggiato la scalata da parte del governo libico alla sua banca. La Lybian investment authority ha infatti aumentato la sua partecipazione in Unicredit al 2,6% circa alla fine del mese di agosto, come da conferme da parte delle Consob, portando così al 7,6% circa l’investimento totale da parte di Tripoli, se si comprendono le quote, pari a circa il 5%, in possesso di Central Bank of Lybia.

Attendendo nuovi sviluppo di natura tecnica e “politica”, diamo un’ occhiata al grafico del titolo Unicredit negli ultimi mesi.

Da sei mesi a questa parte il titolo si trova in un'ampia area di trading range di medio periodo compresa tra 1,50/1,60 e 2,30 euro circa. La posizione di breve termine vede il titolo in una fase di media positività (ma a rischio grafico superiore alla media) ed ultimi prezzi in condizione di ritracciamento di brevissimo in area 1,90/1,95; l'ultimo minimo realizzato alla fine di agosto coincide con un supporto statico intermedio abbastanza interessante e, come si può evincere dal grafico, idoneo a permettere la tenuta ed il rimbalzo dei corsi, almeno in prima istanza. Attualmente i minimi degli ultimi giorni si sono nuovamente avvicinati a questi valori che, al momento, fanno rilevare anche la presenza di un potenziale supporto di carattere dinamico di una certa importanza. Qualora, nei prossimi giorni, i prezzi dovessero continuare a scendere e far rilevare il break di questo livello, l'eventuale conferma anche su oscillatore e indicatore grafico potrebbe creare le condizioni necessarie ad un maggiore affondo delle quotazioni, con possibili ribassi almeno in area 1,60 circa e, in caso di maggiore debolezza, eventualmente anche 1,30/1,40 entro 1-3 mesi.

21 settembre 2010

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Basilea 3

E’ una vera e propria riforma del sistema (in modifica agli accordi di Basilea 2 che, negli ultimi due anni, non sono stati sufficienti a scongiurare fallimenti e statalizzazioni forzate) o, almeno, di una parte di esso; quella parte che, sulla carta e una volta modificata secondo canoni più restrittivi, dovrebbe evitare, nella gran parte dei casi, nuovi fallimenti in casi di crisi finanziaria prolungata come quella che stiamo vivendo. Una sorta di energico rafforzamento dalle fondamenta.  Gli accordi di Basilea sono, infatti, quelli che definiscono, in modo inequivocabile, modi e tempi per il controllo della patrimonialità degli istituti di credito. Partendo dal presupposto che l’attività finanziaria svolta dalla banca (sia l’intermediazione che l’erogazione) comporta dei rischi, questi accordi prevedono che le banche costruiscano, nel vero senso della parola, una riserva di capitale.

Dopo l’approvazione dei nuovi accordi da parte dei Governatori delle Banche centrali, gli istituti di credito avranno tempo fino 2019 per adeguarsi pienamente agli standard minimi previsti; in questo modo, l'entrata in vigore sarà graduale, a partire dal gennaio 2013 per arrivare alla piena attuazione al primo gennaio 2019.

L’accordo non è, ovviamente, stato un’impresa semplice: nonostante la consapevolezza della necessità di irrobustire la situazione patrimoniale degli istituti di credito, i banchieri avevano mostrato preoccupazione, alla vigilia, per il fatto che i nuovi parametri potessero in qualche modo limitare la loro attività, tenendo immobilizzati capitali che sarebbero diventati inutilizzabili per la normale operatività creditizia. Altro problema sollevato era relativo alla possibilità che un eccessivo ricorso al “parcheggio” a tempo indefinito di grandi riserve di capitale le avrebbe potute rendere meno propense all’erogazione del credito, limitando quindi gli investimenti delle imprese e, necessariamente, lo sviluppo dei settori economici più sensibili all’indebitamento.

Tuttavia, la forte diluizione nel tempo per l’adeguamento al piano concordato ha permesso un alleggerimento della pressione da parte dei banchieri che hanno visto, da parte loro, una sorta di discreto compromesso tra norme decisamente severe e tempi utili per la loro applicazione definitiva.

Il punto fondamentale sul quale si sono concentrate le nuove norme è stato rapporto tra patrimonio di vigilanza, ovvero quella parte del capitale su cui una banca può maggiormente contare in una situazione di emergenza, ed il totale delle sue attività.  Si è dunque deciso di alzare questo rapporto, imponendo che le banche, per potere operare liberamente, debbano avere un patrimonio di vigilanza più alto di quanto ne sia richiesto attualmente, rimanendo quindi meno esposta ad eventuali conseguenze nefaste in caso di crisi. Inoltre, lo stesso patrimonio di vigilanza dovrà adeguarsi automaticamente all’eventuale incremento delle attività dell’istituto; questo potrebbe (potrebbe) far diminuire parzialmente la redditività delle banche ma, allo stesso tempo, permettere un notevole aumento della solidità delle stesse, a maggiore garanzia dei risparmiatori ma anche con un evidente vantaggio delle istituzioni governative nazionali ed agli stessi istituti i quali, in qualità di aderenti al circuito bancario, godranno di una minore esposizione al rischio tra di loro. L’indicazione tecnicamente più rilevante è questa:  

i parametri di capitale delle banche vengono dunque elevati, con particolare riferimento all’indicatore patrimoniale Capital Tier 1 che, dall'attuale minimo del 2% salirà al 3,5% a partire dal 2013 ed al 4,5% finale nel 2015. Una successiva capitalizzazione obbligatoria si renderà necessaria dal primo gennaio 2016 e per un ulteriore aumento dello 0,625% per giungere poi a gennaio 2019 con il definitivo 2,5%. Il che porterà il valore percentuale minimo del capitale di garanzia al 7% nel 2019, mentre il Tier1 passerà dall'attuale 4% al 6% a partire già dal 2015. Inoltre, verranno applicate rigide attività di controllo per verificare gli effettivi adeguamenti ai nuovi standard operativi, a partire già dal 2013. 

Dopo la conferma delle decisioni in merito ai nuovi parametri, Fitch ha dato qualche indicazione generale in merito a varie simulazioni sulla base degli aggiornamenti approvati: Fitch non prevede grossi  problemi per le grandi banche ad adeguarsi alla soglia minima del 6% per i ratio patrimoniali tier 1, mentre appaiono comunque limitati gli istituti non adeguati al core tier 1 (la soglia del patrimonio minimo rispetto alle attività ponderate per il rischio). Considerando la soglia principale del 7% a regime, per l'agenzia di rating sarebbero 17 le banche mondiali fuori posto, per quasi 94 miliardi di euro di capitali complessivi mancanti (e dunque da ricapitalizzare nei prossimi anni). Il tempi per adeguarsi, comunque, è stato concesso. 

Secondo Goldman Sachs, la maggioranza delle banche d’affari sarebbe comunque già in regola o, al limite, non dovrebbero sopportare grossi sforzi per raggiungere i parametri minimi. In Italia, secondo appunto GS, tre banche sarebbero sotto la soglia del coefficiente core tier 1 al 7%. Si tratta del Banco Popolare, del Credito Valtellinese (che sarebbero al 6,4%) e di Mps (al 6,9%).

 14 settembre 2010

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Aumento di capitale Deutsche Bank

Deutsche Bank (DB) ha approvato un aumento di capitale da quasi 10 miliardi di euro, ufficialmente finalizzato all'acquisizione di Deutsche Postbank (di cui è già azionista per il 30% circa del capitale); l’offerta, al momento, per gli azionisti di Postbank dovrebbe essere di 24-25 euro per ogni azione (orientativamente), anche se il prezzo effettivo verrà definito entro una settimana. 

DB è la maggiore banca tedesca, in quanto a capitalizzazione, e la cifra di circa 10 miliardi (che corrisponde a circa il 25% del suo patrimonio netto) fa abbastanza scalpore, visto che nessuno nel 2010 s’era spinto a chiedere tanto al mercato europeo. Obbiettivo principale dell’acquisizione sono le attività tradizionali: retail e gestione del risparmio; con l’intento, tra l’altro, di svincolarsi, almeno in parte, dall’incertezza derivante dall’attività di investment banking. L’entità dell’aumento di capitale ha anche lo scopo di preparare l’istituto alle nuove e più stringenti norme finanziarie previste nel vertice su “Basilea 3”, al fine, sperano i dirigenti DB, di migliorare lo squilibrio tra attivi e patrimonio netto (pari a 45 a 1, non certo soddisfacente nonostante sia quasi stato dimezzato negli ultimi temi) e un coefficiente patrimoniale Tier1 solo al 6,6%.

DB potrebbe dunque fare da apripista tra i grandi istituti finanziari europei nella corsa alla raccolta di fondi freschi, soprattutto per far fronte alle nuove norme di Basilea 3.

 

13 settembre 2010

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Giappone in ripresa ma ancora a rischio

Mentre il Giappone, economicamente, latita ormai da anni riuscendo a mantenere la seconda piazza tra le economie mondiali grazie alla corsa dei decenni precedenti, più che alla ripresa effettiva recente, la Cina si fa avanti e, ormai, come da notizie ufficiali degli ultimi due mesi, sembra in grado di superare i nipponici in questa seconda parte del 2010, mostrando sufficiente vigore per poter ambire, in futuro (tuttavia, probabilmente ancora abbastanza lontano), alla testa del gruppo dei Paesi più industrializzati, scalzando clamorosamente gli USA che, ormai da tempo, ne sentono sempre di più il fiato sul collo, pur consci del fatto che la loro posizione economica rimane tuttora forte di una capitalizzazione nettamente superiore a quella cinese, seppure gravata da un debito pubblico mostruosamente pesante.

In particolare, stando a quanto comunicato dagli organi ufficiali delle due potenze economiche, il rallentamento della crescita finanziaria nipponica frena lo sviluppo economico del Paese che, in ogni caso, con un prodotto interno lordo pari a 2578 miliardi di dollari contro i 2532 di quello cinese, riesce ancora a mantenere la posizione che, tuttavia, vacilla sempre di più sotto i colpi di acceleratore insistenti e più o meno costanti dello sviluppo economico-finanziario dell’inseguitore.

Per questi motivi gli analisti si aspettano, per la fine dell’anno in corso, il sorpasso ufficiale dei cinesi sull’impero del Sol Levante; negli ultimi 10 anni la Cina, partendo dal settimo posto nella scala dei valori mondiali, ha scalzato senza soste anche Inghilterra, Francia e Germania (l’Italia è al settimo posto dietro i Paesi appena citati e sopra il Brasile). E’ pur vero che se in un decennio è passata dal settimo posto al secondo (in prospettiva ma ormai quasi ufficiale), probabilmente non sarà così facile ora raggiungere e superare gli USA: se, però, anche nei prossimi 8-10 anni lo sviluppo cinese si manterrà su livelli di crescita accettabili e gli americani non riusciranno a riprendersi ed accelerare come ai bei tempi, allora dal 2020 si potrebbe anche avere una nuova guida a livello mondiale.

Uno sguardo alla storia dell’economia nipponica nell’ultimo ventennio.

A partire dall’inizio degli anni novanta l’impero nipponico ha conosciuto un periodo prolungato di forte crisi economica, con una contrazione della crescita del PIL a livelli inferiori all’1% (mediamente, dal 1992 alla fine del decennio circa, la crescita media è stata dello 0,8% circa), situazione ulteriormente peggiorata con una crescita addirittura negativa all’inizio del nuovo millennio. Alla base di tutto questo, come del resto è successo per molti Paesi emergenti o, anche in taluni casi, già forti di una crescita sostenuta nel tempo, una cattiva gestione del sistema industriale (cartelli, ecc.), la lentezza causata dall’eccessiva burocratizzazione ed altri problemi strettamente legati alle tipiche falle di un’economia cresciuta a ritmi elevati ma non sempre giustificati (speculazione sui mercati finanziari ed edilizi); ciò ha portato alla costruzione di un castello di sabbia su fondamenta solide, il che ha creato i presupposti, in tempi recenti appunto, per la crisi lunga e pesante i cui effetti ancora sono evidenti ed attuali ma, fortunatamente, che ha impedito il collasso generale del sistema economico, mantenendo una base da cui ripartire.

E proprio la crisi di fine anni ottanta-inizio anni novanta, aggravata da quella di fine secolo del 1997-1998 che ha coinvolto tutti i principali mercati asiatici, ha frenato e, successivamente, azzerato la crescita economico-finanziaria giapponese, generando questa successiva e prolungata fase di stallo che, almeno dai dati ufficiali, è giunta fino almeno al 2005-2006. Infatti, solo dal biennio 2006-2007 la situazione generale ha cominciato a mostrare alcuni decisi segnali di ripresa, grazie ad una crescita discretamente sostenuta dalla crescita del PIL superiore ai 3 punti percentuali; il mantenimento di tali miglioramenti fa presumere, ai giorni nostri e nonostante la corsa della Cina, che la crisi possa essere messa definitivamente alle spalle, almeno nelle sue fasi più critiche. Tuttavia, e proprio da parte di Masaaki Shirakawa, governatore della BoJ, alcune dichiarazioni ufficiali lasciano intendere che, almeno per il momento, ancora “non si possono escludere revisioni al ribasso dell'economia giapponese perché i rischi di una deriva al ribasso sono superiori alle possibilità di un rialzo”.

Prossime misure per sostenere la ripresa economica sono previste anche e soprattutto a causa della forte rivalutazione dello yen; oltre 900 miliardi di yen saranno infatti messi a disposizione a partire dalla metà di settembre per aiutare il rafforzamento del sistema economico-finanziario interno, mentre azioni quali il mantenimento del tasso di riferimento giapponese allo 0,1% e l’offerta di ulteriori 10 mila miliardi di yen di prestiti a breve termine attuati dalla Banca Centrale dovrebbero ammortizzare l’impatto derivante dall’impennata della moneta nazionale (nelle ultime settimane il dollaro è sceso sui minimi da 15 anni nei confronti della valuta giapponese, poco sopra gli 83 punti,  appesantito dai timori di un forte rallentamento dell'economia Usa e dall'aspettative di imminenti e drastici provvedimenti di politica monetaria da parte della Fed).

2 settembre 2010

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Sono arrivate, nelle ultime settimane, più messaggi di posta che chiedono come identificare le aree di trading range e come utilizzarle, in particolare, cercando di sfruttarne il break direzionale. Da quello che mi pare di capire, la situazione attuale (in particolare degli ultimi due/tre mesi almeno) crea problemi alla direzionalità e rende nervosi gli operatori che, preferibilmente, cercano di lavorare esclusivamente, o quasi, con metodi di tipo trendfollowing.

Personalmente ritengo di non poter dare indicazioni supplementari o migliorative a quanto già scritto, detto, spiegato in ogni dove in merito all'argomento. La logicità dello stesso permette di valutare ogni area di trading range come base per future opportunità relative a movimenti direzionali più o meno consistenti (spesso in dipendenza proprio della tipologia di range che li ha preceduti); il mio parere è, infatti, che la decisione di lavorare principalmente in queste fasi di compressione dei prezzi cercando di sfruttare supporti e resistenze per acquisti sulla debolezza e vendite sulla forza, piuttosto che osservarne la formazione ed il conseguente break per aprire posizioni di maggior respiro, nell'ottica di un'operatività di tipo trend-following, dipenda molto dal mercato sul quale decidiamo di lavorare: mercati più speculativi, più trattati, più legati alla stagionalità, più veloci ecc. potrebbero essere più opportunamente sfruttati proprio per i loro ampi movimenti, in caso contrario la tattica di comprare e vendere su livelli statici e, magari, con l'ausilio di qualche oscillatore, potrebbe ugualmente rivelarsi interessante.

Detto questo credo che la cosa più semplice e più diretta da fare sia pubblicare una serie di esempi corredati di una semplice introduzione esplicativa dell'argomento.

Qui 

21 luglio 2010

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Fiat convince (poco) Fitch

Giudizio poco lusinghiero da parte dell’Agenzia di rating Fitch su Fiat: la decisione di scorporare le attività legate alla produzione di macchine agricole e per le costruzioni (e non solo) crea non pochi dubbi sulla struttura finanziaria e sulla sua evoluzione futura. Per questo, pur confermando un giudizio BB+ sul debito a lungo termine della casa torinese e B per quanto riguarda quello a breve, Fitch non ritiene di avere dati migliorativi per modificare il suo out look negativo, almeno per ora. L’Agenzia ritiene, infatti, che Fiat, Renault e Peugeot siano aziende eccessivamente esposte, in caso di una ricaduta grave della crisi economica sulsettore, verso i mercati dell'Europa meridionale, quelli cioè, in effetti, che potrebbero maggiormente risentirne.

A giugno 2009, la stessa  Fitch riteneva  decisamente positivo,  alla luce  della “questione Chrysler”, l’operato di Fiat e del suo Ad Marchionne. L’accordo con Chrysler pur

comportando alti rischi ma non  contemplando  un reale esborso finanziario  (Fiat, infatti, non ha utilizzato contanti  per acquisire la casa americana), fu  ritenuto un passo

deciso  e  decisivo  verso  un’espansione  necessaria a  livello  industriale e  nell’ottica  di rafforzare  la struttura interna  per i periodi  di crisi come quella  appena  vissuta.

Le intenzioni di diversificare  il proprio prodotto,  anche in base a ll’area  geografica e su  un mercato importante  come  quello USA, hanno indotto l’Agenzia a  promuovere

l’operato dei vertici aziendali.”Fiat ha dimostrato un grande impegno  nel cercare  di risollevare  il settore auto”, sosteneva allora l’Agenzia, “dimostrandosi uno dei principali

attori nel consolidamento dell’industria dell’auto”.

Dalla Fiat, di recente. 

L’Ad Sergio Marchionne, in tempi recenti, si è mostrato estremamente positivo sulle possibilità che la casa automobilistica americana rilevata dalla Fiat possa tornare alla quotazione di borsa entro tempi ragionevoli (12-18 mesi); positività generata sia dal buon andamento dell’attività di Chrysler negli ultimi mesi (quasi insperata, almeno in questi termini) che dalla disponibilità di accordo finanziario mostrato da Chrysler stessa e GM. Situazione, sempre secondo Marchionne, che permetterà a Chrysler di dimostrare, a breve, di essere una società in grado di sostenersi da sola, situazione che consentirà il ritorno della fiducia di investitori privati e istituzionali, permettendo di ottenere nuovi finanziamenti necessari ai futuri sviluppi dell’azienda. Tra questi, per esempio, i finanziamenti statali per la costruzione e la vendita di auto ecologiche, vero pallino dell’amministrazione Obama per cercare di aiutare, almeno marginalmente, a diminuire l’inquinamento da trasporti. Altra attesa positiva è quella che ci si aspetta dal futuro buon andamento delle vendite della 500 elettrica, il cui lancio è previsto per il 2012.

L’obiettivo principale, dunque, è quello di lavorare per una ricostruzione aziendale che faccia fondamento su basi solide capaci di mantenersi tali anche di fronte ad un’eventuale nuova crisi, come detto sopra; lo stesso Ad di Fiat, infatti, sostiene che quella che oggi viene definita “ripresa economica”, a suo avviso, sia più che altro un “rimbalzo” dalla condizione di grave criticità in cui l’economia stessa è caduta, forse troppo velocemente, durante il 2008 e il 2009. Non essendo basata su cambiamenti strutturali radicali potrebbe non essere affatto positiva all’economia in generale, creando, invece, le condizioni peggiori negli ultimi 3-4 anni e rischiando di far nuovamente crollare il mercato.

20 luglio 2010

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Africa: la longa manus della Cina

Economicamente parlando, gli ultimi anni sono stati caratterizzati da un netto e palese avanzamento di Paesi, un tempo emergenti, quali Cina ed India che, a suon di conferme di crescite annuali a due cifre, stanno facendo di tutto per cercare di cambiare radicalmente la struttura gerarchica mondiale, a danno delle economie occidentali. In particolare, proprio la Cina ha da tempo iniziato, con buoni frutti ed uno “stato avanzamento lavori” di tutto rispetto, ad imporsi nel continente africano a danno di Europa e America, soprattutto in riferimento alle regioni dell’Africa sub-Sahariana, stringendo rapporti commerciali stretti e, soprattutto, in molti casi bilaterali.

Va detto, prima di continuare il discorso, che la Cina, nonostante la sua politica finanziaria ed il suo sviluppo economico siano un fatto conclamato solo recentemente, era presente in Africa già negli anni cinquanta e sessanta, principalmente a titolo di supporto per i movimenti di liberazione del continente nero, supporto favorevolmente elargito a sostegno dei comuni interessi ideologici. Oggi, l’enorme quanto rapido sviluppo economico cinese degli anni ottanta ha indotto la classe dirigente (politica e industriale) cinese a riorganizzare dalle basi la loro politica internazionale, ponendo l’accento, soprattutto nel caso dell’Africa, sui vantaggi (reciproci) dal punto di vista commerciale e di politica economica.

Un fatto su tutti, ben conosciuto da sempre ma, evidentemente, sempre troppo sottovalutato dai governi occidentali è che il continente africano ha indubbiamente ancora un numero di Paesi ad economia gravemente “malata”, ma può anche far conto su realtà di crescita ormai ben consolidate da anni e, soprattutto, dovrebbe essere ormai chiaro che, in talune condizioni, i margini di miglioramento (in tutti i sensi) futuri sono estremamente elevati, per chiunque ne sappia approfittare nel giusto modo. E proprio qui, a mio avviso, si nota la differenza che sta decisamente avvantaggiando i cinesi nei confronti del Vecchio Continente: portare merci, lavoro, tecnologia, manodopera e denaro, importando prodotti locali, a tutto beneficio del settore import-export a 360 gradi, di quello del lavoro e degli investimenti internazionali, in coincidenza con l’assunzione di manodopera in loco con conseguente connettività delle due realtà lavorative che, in tal modo, interagiscono nel tessuto economico e sociale del Paese. Il che è certamente differente dalla metodologia fin troppo usata (e abusata) nei decenni precedenti dal resto del mondo e che vede l’esportazione di strutture e tecnologia insieme a manodopera specializzata che, isolata ed a compartimenti stagni, opera, produce e reimporta, con l’unico scopo di ottenere materie prime o, in alternativa, di produrre a costi inferiori.

Oltre a quelli economici, i risvolti politici (in questo caso conseguenza diretta e non cercati a priori e come base di collaborazioni mai sostenute da strutture e investimenti ma, piuttosto, da promesse quasi mai mantenute) sono e saranno sempre maggiormente chiari in futuro: quando i Paesi africani cominceranno a “svegliarsi” dal secolare torpore che li ha relegati nel ruolo (forzato ma, tuttavia, spesso meritato) di Terzo Mondo e come bacino di sfruttamento per le materie prime e smistamento di merci altrimenti rifiutate negli altri continenti, la Cina inevitabilmente beneficerà dell’appoggio della maggioranza di essi, grazie al continuo e crescente intreccio delle collaborazioni su più basi tra i due soggetti (e già ormai si vedono le prime conferme).

Commercio e manodopera a parte, non si devono sottovalutare anche gli ingenti investimenti diretti che vengono erogati dalle anche statali cinesi, come per esempio la ExIm, così come considerare che la Cina, sin dagli anni ’80, interviene in Africa in modo massiccio giocando, come base di affermazione e di primaria collaborazione, la carta delle grandi infrastrutture, certamente favorita da notevoli quantità di prestiti agevolati. Questo permette al governo cinese di assicurarsi collaborazione economica, appoggio politico e, nel caso in cui questi paesi non riescano a risanare il debito contratto, una sufficiente e continua fornitura di materie prime destinata a coprire costi e, presumibilmente, interessi di questi generosi aiuti. E, soprattutto, molto spesso, in ragione di quanto appena discusso, il più delle volte è lo stesso governo cinese a indicare dove reinvestire i finanziamenti ricevuti, interni ed esteri, guadagnando due volte e coprendosi le spalle, finanziariamente parlando.

Inoltre, cosa non da poco, a differenza (molto spesso) dei Paesi occidentali, alla Cina non interessano le qualità morali del proprio partner economico. Per essere chiari, visto il palese comportamento degli stessi cinesi riguardo al rispetto dei diritti umani, non è motivo inibitorio, per esempio, il fatto che un governo possa essersi macchiato (o lo stia facendo attualmente) di crimini contro l’umanità o abbia violato le norme internazionali sui diritti umani, il che, alla luce di quanto stabiliscono le normative internazionali che generalmente i Paesi occidentali rispettano o tentano di rispettare, permette loro di stare sempre un passo avanti, almeno in alcune realtà africane.

Alla luce di questi fatti è inevitabile pensare che, senza un’inversione di rotta nel comportamento di Europa e America per quanto riguarda i rapporti con il Continente Nero, il futuro parlerà sempre più cinese intorno alle potenze politiche ed economiche del passato. Probabilmente, solo un adeguamento degli investimenti occidentali (di denaro e di forza lavoro specializzata) e la costruzione di una serie di rapporti bilaterali tra i governi potranno, nei prossimi decenni, assicurare da una parte una migliore e più razionale ripartizione della presenza internazionale (finanziariamente parlando) sul territorio africano, dall’altra un ribilanciamento delle forze in campo a livello mondiale.

E proprio in un periodo di crisi queste situazioni andrebbero prese in considerazione; l’immobilità, in fasi come questa, può solo favorire chi, senza eccessiva fatica, può permettersi di guardare lontano ponendo le basi, come è stato negli ultimi anni, per una capillarizzazione delle proprie attività nel mondo, situazione che, alla luce di quanto sta succedendo ora, creerà un ulteriore cuscinetto sul quale adagiare le prossime crisi economiche cinesi, a danno, ancora una volta, di chi non riuscirà ad approfittarne come oggi sta succedendo a ruoli invertiti.

Insomma: stringere ancora di più la cinghia, seppure difficile, per pensare ad un futuro migliore, oppure pensare a restare a galla dignitosamente oggi ma rinunciando alla propria autonomia domani.

Qui sotto le presenze cinesi in Africa in termini di investimenti e rapporti commerciali in genere ("$") e di forniture di petrolio (goccia), con l'indicazione anche di ulteriori aree di potenziale interesse, in futuro, per l'economia gialla.

 

15 luglio 2010

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"Volevo innanzitutto complimentarmi per le tue analisi giornaliere  su dax e fib, quasi sempre precise, puntuali e corrette. Se possibile, vorrei chiederti un consiglio su un argomento che esula dal mondo derivati, ma abbastanza di moda in questo periodo  molto particolare : le obbligazioni e loro rendimenti. Come tutti ben sappiamo, i nostri conti correnti, vengono remunerati con dei miseri 0,4/0,5% lordi (se si e' bravi a negoziare con il direttore). Mi e' giunta ultimamente e senza richiederla, una e-mail relativa all'oggetto che allego alla presente. Perdonami se dico quello che penso, ma in un mondo dove la truffa e l'inganno e' sempre dietro all'angolo, leggere di obbligazioni che danno rendimenti come quelli riportati nel file (inverse floater, scudo 6x6) anche se di banca del calibro della Barclays mi sembrano inverosimili. Forse per la mia scarsa conoscenza del prodotto non riesco a  leggere bene tra le righe, oppure e' tutto oro quello che riluce? In attesa di un tuo gradito riscontro, ti ringrazio anticipatamente su quello che saprai dirmi. Cordiali saluti (Massimo dalla città di Ancona)"

Parto con l'elenco delle ultime obbligazioni quotate: dal 21 giugno, sul MOT, sono state autorizzate le negoziazioni di quattro nuove obbligazioni denominate “Scudo” ed emesse da Barclays Capital, tutte con rimborso al valore nominale del capitale alla scadenza prefissata.

La prima obbligazione, "Barclays Scudo Mensilità", è la prima obbligazione Barclays Scudo quotata sul mercato che offre cedole mensili lorde pari al tasso Euribor 3 mesi + 0,75% su base annuale, con un rendimento minimo pari al 3% lordo annuale (2,625% netto), fino alla scadenza fissata al 16 giugno 2019.

La seconda obbligazione, "Barclays Scudo 6x6", assicura per i primi sei anni un rendimento fisso pagato semestralmente del 6% annuale lordo ( pari al 5,25% netto). Per ogni semestre successivo e fino alla scadenza del 16 giugno 2025 è previsto un rendimento lordo pari al 6% meno il valore del tasso Euribor 6 mesi su base annuale, con un rendimento minimo del 2% lordo annuale (pari all’ 1,75% netto).

La terza obbligazione, "Barclays Scudo 10,5% Inverse Floater", prevede per i primi due anni un flusso cedolare semestrale pari al 10,5% annuale lordo (pari al 9,188% netto) e successivamente, fino alla scadenza, cedole semestrali lorde pari al 9% meno il tasso Euribor 6 mesi su base annuale moltiplicato per 2, con un rendimento minimo dell'1% lordo annuale (0,875% netto).

Infine "Barclays Scudo Fisso 4,60%", la più “classica” e che prevede una cedola fissa annuale lorda pari al 4,60% ( quindi pari al 4,025% netto). 

Punti fermi: 

1)       trattasi di obbligazioni reverse floater (o rate), quindi rientrano nella categoria delle “strutturate”; 

2)       il rendimento può essere fisso o scomponibile, come da regolamento dell’ente emittente, e, nel caso di rendimento combinato, calcolato in due fasi ben distinte: una iniziale con rendimento prefissato nel valore percentuale ed una successiva con rendimento composto da un parametro fisso ed uno, una volta ancora, variabile; 

3)        alla scadenza il rimborso del capitale sarà pari al 100% dell’investimento iniziale; 

4)       Rendimento minimo prestabilito. 

Dal primo punto si evince che, essendo strutturate, il rendimento ottenuto dal gestore è generalmente derivato con diversificazione su più categorie di sottostanti e come segue:  

-          strumenti obbligazionari tradizionali;

-          strumenti derivati. 

Questo porta ad una difficile valutazione del rischio dell’obbligazione stessa, sia al momento della sottoscrizione che in momenti successivi, che la stessa sia quotata sui mercati finanziari, nei settori di appartenenza o meno il MOT nella fattispecie). Per questo motivo è opportuno che l’investitore si documenti nei minimi particolari e riceva le dovute e necessarie spiegazioni in merito proprio all’aspetto “rischio” da parte dell’ente emittente o dell’ente che colloca il prodotto. 

Il secondo tipo di rischio riguarda l’emittente stesso, quindi la banca. Qualora, infatti, lo stesso non fosse in grado, per motivi finanziari o altro, di onorare i proprio impegni per quanto riguarda il credito nei confronti degli investitori che hanno sottoscritto il prodotto in oggetto, il rimborso stesso, in tutto o in parte, ne potrebbe essere pregiudicato. 

Il punto due richiama l’attenzione sulla differenza tra il rendimento iniziale, fisso e per una durata certa, e quello successivo, legato a parametri variabili e con un minimo garantito, mentre il punto tre specifica uno dei concetti primari per coloro i quali vogliono evitare di accollarsi rischi, nel tempo, di non vedersi restituito almeno il capitale inizialmente investito; in questo caso, infatti, le obbligazioni rate vengono rimborsate per la totalità dell’importo sottoscritto alla scadenza prestabilita, sempre che, da regolamento delle stesse all’atto dell’emissione, non sia specificata la possibilità di un’estinzione anticipata da parte dell’emittente, il che annullerebbe la scadenza originale a favore della data di rimborso ridefinita. Vediamo il primo caso riportato: 

“..cedole mensili lorde pari al tasso Euribor 3 mesi + 0,75% su base annuale, con un rendimento minimo pari al 3% lordo annuale (2,625% netto)..” 

Durata massima dell’obbligazione 9 anni (scadenza 2019). Il calcolo è semplice, dal momento che il regolamento indica che, male che vada, l’investimento avrà un rendimento (mensile) del 3% al lordo della ritenuta fiscale, fino alla scadenza o, qualora previsto, del rimborso anticipato dall’emittente. Per la parte variabile il rendimento sarà dato, come riportato sopra, dala somma tra il parametro fisso dello 0,75% e il tasso (variabile) che corrisponde alla valutazione trimestrale dell’Euribor (oggi pari, ugualmente, allo 0,75%, che sommato al parametro fisso sempre pari allo 0,75% darebbe un risultato finale e totale dell’1,5% di cedola lorda).

Seconda situazione:

“i primi sei anni, un rendimento fisso pagato semestralmente pari al 6% annuale lordo (5,25% netto). Per ogni semestre seguente, fino alla scadenza fissata al 16 giugno 2025, è previsto un flusso cedolare lordo pari al 6% meno il valore del tasso Euribor 6 mesi su base annuale, con un rendimento minimo del 2% lordo annuale (1,75% netto)”.

Durata residua 15 anni. Dunque cedola semestrale (non mensile, come nel caso precedente) con tasso di rendimento fisso del 6% lordo, sicuramente appetibile attualmente, visti i tassi in circolazione (ricordo che l’Euribor a 5 anni è di poco superiore al 2% in questo momento). Dal settimo anno in poi il calcolo sarà fatto sottraendo dal 6% l’Euribor a 6 mesi, attualmente a 1,04, che comporterebbe un rendimento lordo intorno al 5% (comunque sempre molto valido se rapportato alla situazione attuale). In ogni caso è sempre stabilito un interesse minimo da corrispondere pari al 2%.

E così via anche per le altre due emissioni. Da tenere presente, quindi, che al momento i rendimenti offerti sono molto interessanti e che gli stessi diventerebbero meno appetibili nel caso i tassi di interesse dovessero cominciare a salire in modo deciso, per due motivi: il primo motivo è che in tal caso, inevitabilmente, la quotazione delle obbligazioni in questione sul MOT ne verrebbe penalizzata a causa da una parte della componente fissa e, soprattutto, dall’altra, dal parametro variabile (per le emissioni che lo contemplano) che indicizza al contrario (più è alto l’Euribor e maggiore è la quota che diminuisce la componente fissa di partenza per il calcolo del rendimento).

Per il resto: il rischio emittente esiste (da ricordare, comunque, che si parla di una banca di livello internazionale ad elevata affidabilità) ma è tale per tutte le emissioni, sia che si tratti di uno Stato che di un ente privato (con le dovute differenziazioni, sia chiaro), ma l’aspetto “obbligazione strutturata” rende inevitabilmente necessario, da parte dell’investitore, l’accettazione di un livello di rischio sicuramente maggiore di quello che si assumerebbe con un’obbligazione tradizionale (con le dovute proporzioni anche in merito ai differenti rendimenti), in particolare per chi non ha la certezza di attenderne il rimborso alla scadenza.

Spero queste informazioni ti siano utili a comprendere, almeno in parte, il funzionamento ed i rischi connessi alla tipologia di investimento in oggetto; dal momento che l'informazione è giunta via mail senza essere richiesta, ritengo comunque che la prima cosa da fare, qualora interessato, sia quella di andare sul sito della banca, visionarne il contenuto per la parte che desta interesse personale ed eventualmente chiamare il nr verde o mandare una mail con la richiesta di informazioni più dettagliate:  http://www.barclays.it/.

28 giugno 2010

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BP: una disfatta annunciata?

Un classico esempio, senza pretesa alcuna di considerare (o riconsiderare) responsabilità, aspetti generali di sicurezza e di negligenza, disastro ambientale ecologico ecc., di come un incidente, tramutatasi in questo caso in catastrofe, abbia "appoggiato" il sentiment negativo di medio-lungo periodo identificato dalla situazione analitica su basi tecniche classiche. Qualche indicazione in merito qui sotto.

La prima cosa che si può notare è come, praticamente da sempre, il titolo in questione rispetti con una certa affidabilità e continuità le figure più semplici dell'analisi tecnica: doppi e tripli max/min, trend-line, di supporto e di resistenza, divergenze sugli oscillatori (qui scelto senza un criterio ben preciso il MACD, ma sarebbe stato ugualmente indicativo e significativo uno Stocastico di lungo periodo o un RSI). Più volte, infatti, tanto la tenuta di un minimo o massimo  (o doppi), così come il break confermato dello stesso ha permesso rimbalzi, riprese del trend o accelerazioni giustificate, tutte di notevole entità e decisive per la definizione di nuovi massimi storici e/o minimi relativi ma con alta affidabilità in particolare nel medio e lungo periodo. Sul grafico, infatti, sono state identificate una parte delle opportunità operative, sia di acquisti/vendite sulla debolezza/forza che su break direzionali che hanno dato luogo a veri e propri movimenti direzionali di notevole importanza; con riferimento alle ultime vicissitudini, inoltre, si possono vedere due delle figure che normalmente vengono tenute molto in considerazione dagli investitori importanti: il testa/spalle ribassista e la figura sempre meritevole di attenzione del triplo minimo/massimo. Vediamo, per ordine, le stesse.

La prima figura tecnica che balza all'occhio, proprio sui massimi storici del titolo (in area 80$), è il triplo massimo realizzato nel lasso di tempo 2006-2009, quindi certamente molto interessante per una valutazione oggettiva sulla base dell'eventuale tenuta del livello o del (mai avvenuto) nuovo break rialzista; il terzo massimo, tra l'altro, è stato il minore dei tre (nettamente del secondo, massimo superiore, poco sotto il primo) dando così ulteriore importanza alla figura e mettendo in evidenza una maggiore difficoltà, nel periodo incriminato, a toccare e superare quel livello relativamente più facilmente raggiunto in passato. In aggiunta, la stessa figura ha permesso il riconoscimento del classico testa/spalle, ben riconoscibile anche se, a livello temporale, si è creato uno sbilanciamento a favore della velocità di movimento max/min/max della terza fase di costruzione della stessa. Comunque la si veda, la figura grafica, sia sul triplo max che sul T/S ribassista il break inferiore è stato il segnale finale di ritorno alla negatività di lungo periodo, con cedimento del supporto di fondo tra 55 e 60 dollari e accelerazione ribassista conseguente. Ultima cosa da notare: il titolo oggi sta facendo la sua terza gamba di ribasso di lungo termine, dopo il rimbalzo deciso che aveva riportato le quotazioni proprio appena sopra i 60 dollari, ma resta comunque ben visibile il punto nel quale le quotazioni hanno attuato questo forte rimbalzo che ha permesso una rivalutazione (temporanea) del titolo di circa il 65% dal minimo appena toccato, punto coincidente con l'area di doppio minimo di lungo periodo disegnata sul grafico sottostante.

Per chiudere: il cedimento del triplo minimo potrebbe permettere la continuazione della discesa e si può vedere (in verde) come in zona 20 dollari e poco sopra sia rilevabile un'area corrispondente ad un vecchio doppio massimo realizzato tra l'87 e il 91, area dove potrebbe anche concretizzarsi un nuovo rimbalzo o, in alternativa, un periodo di lateralità. Seguono l'area 10 dollari e 4,5/5,5 dollari, la seconda delle quali corrispondente al minimo assoluto del titolo dalla sua prima quotazione.

Tutto ciò a prescindere, come detto sopra, dalla gravità dell'evento correlato e considerando comunque l'eventualità che il risarcimento che la società sarà tenuta a sostenere potrebbe rischiare, se confermato e non sufficientemente diluito nel tempo, a mettere in ginocchio il colosso inglese.

28 giugno 2010

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La Cina e lo Yuan "disamericanizzato"

Negli ultimi mesi la pressione degli USA nei confronti del governo e delle autorità monetarie cinesi si è fatta sentire sempre maggiormente; la richiesta di aumentare il valore dello yuan (o del reminbi, un altro nome dello yuan) in modo da correggere gli squilibri nel commercio internazionale e favorire la ripresa economica, sentita proprio dagli americani come necessità impellente in questi "tempi di magra", è stata accolta e la Cina renderà "più flessibile" la sua valuta in futuro. Questa decisione di dare maggiore flessibilità al tasso di cambio dello yuan, secondo la Bank of China, è stata presa considerando un certo margine di miglioramento dell' economia globale verificatosi nell’ultimo periodo: “la ripresa e la crescita dell'economia cinese hanno acquistato solidità con il rafforzamento della stabilità economica", si legge nel comunicato, motivo per cui “è opportuno procedere con la riforma del tasso di cambio del reminbi aumentandone una  flessibilita' del lo stesso”. Lo stesso comunicato continua: “una particolare e costante attenzione verrà attuata nel riflettere l'offerta e la domanda del mercato in riferimento ad un paniere di monete. La banda di oscillazione rimarrà la stessa che è stata indicata in precedenza sul mercato interbancario delle valute”.

 
Il segretario al tesoro USA, T. Geithner, ha da subito mostrato un evidente apprezzamento per la scelta delle autorità cinesi; ha, infatti, pubblicamente applaudito alle intenzioni manifestate dalla Cina di rendere più flessibile la propria moneta, con l’evidente intento di “forzare pacificamente” la situazione per evitare che il tutto si limiti a semplici manifestazione di intenti, un discorso di facciata, per intenderci: “Accogliamo favorevolmente la decisione della Cina di aumentare la flessibilità del tasso di cambio. Una realizzazione chiara darebbe un contributo positivo a una crescita globale forte ed equilibrata. Continueremo la nostra collaborazione con la Cina nel G20 per rafforzare la ripresa economica mondiale”.

Pur manifestando il suo compiacimento per il nuovo approccio alla politica valutaria da parte della Cina, uno tra gli economisti più importanti, Nouriel Roubini, mostra qualche perplessità in merito ai cambiamenti proclamati. L’economista, infatti, si aspetta anche la nefasta possibilità che la reazione possa essere inopportunamente opposta a quella che gli USA auspicano e attendono con palese soddisfazione: invece di un atteso rafforzamento della valuta cinese, il tutto si potrebbe anche tradurre in un possibile indebolimento (probabilmente non significativo, in valori assoluti, ma sufficiente a rendere vana la manovra) dello yuan, in particolar modo qualora, purtroppo, la moneta europea dovesse continuare a deprezzarsi come succede ormai da molti mesi a questa parte. “Lo yuan - ha detto l'economista della New York University - negli ultimi mesi si è rafforzato molto nei confronti dell'euro, evidentemente sotto pressione per i debiti di alcuni Paesi dell’Area Euro, condizione che potrebbe compromettere, nell’immediato futuro, il risultato atteso con la manovra, cioè uno yuan realmente più forte.” In aggiunta, Roubini precisa che, anche qualora la situazione evolvesse favorevolmente alle aspettative, la diminuzione del surplus commerciale cinese e la probabilmente conseguenza di un rallentamento della crescita economica in Cina limiterebbero e di molto (indicando non oltre il 3%) questo apprezzamento a livello reale, considerando anche che, sempre secondo l’economista, “la conflittualità nel mercato del lavoro resta una fonte di preoccupazione”, oltre che uno dei principali problemi interni.

25 giugno 2010

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USA: bilanci in miglioramento per le banche ?

A prima vista sembrerebbe che il peggio sia decisamente passato, almeno a giudicare dalla performance realizzata dagli istituti di credito americani negli ultimi mesi; secondo notizie ufficiali che giungono da Washington, infatti, le banche statunitensi avrebbero registrato circa 18 miliardi di dollari di utili netti nel primo trimestre del 2010, con un incremento di sicuro interesse rispetto a quelli dell’anno precedente (in pratica triplicati gli utili). Il miglioramento più sostanziale è stato registrato tra le banche di maggiori dimensioni, ma la maggioranza degli istituti ha comunque registrato una crescita dell'utile netto. Il fondo di assicurazione dei depositi della Federal Deposit Insurance Corporation (Fdic), che era andato a debito nella seconda metà dello scorso anno, ha registrato il suo primo miglioramento in due anni: il suo deficit è infatti diminuito da 145 milioni di dollari a 20 milioni di dollari circa. 

Nonostante questo, tuttavia, altre notizie meno confortanti indicano un evidente peggioramento del numero di istituti finanziari in difficoltà, almeno secondo quanto ha comunicato la stessa Fdic. Gli utili del primo trimestre del settore finanziatio USA sono stati i più alti negli ultimi due anni, ma il numero di banche in difficoltà è aumentato di circa il 10%, percentuale decisamente allarmante soprattutto perché realizzata in un periodo di tempo relativamente breve, portando il totale da 702 a 775. Studiando statisticamente il fenomento, appare subito evidente un dato: circa il 13% delle banche incluse nella lista della Fdic e relativa alle banche in difficoltà ha dichiarato bancarotta: nel 2009 ben 140 banche sono finite sotto la tutela della Fdic e, purtroppo, sono fallite, denotando un netto peggioramento della situazione generale rispetto all’anno precedente che aveva visto chiudere i battenti a “solo” 26 istituti.

Il miglioramento più sostanziale è stato registrato tra le banche di maggiori dimensioni, ma la maggioranza degli istituti ha comunque registrato una crescita dell'utile netto. Il fondo di assicurazione dei depositi della Fdic, che era andato a debito nella seconda metà dello scorso anno, ha registrato il suo primo miglioramento in due anni: il suo deficit è infatti diminuito da 145 milioni di dollari a 20 milioni di dollari circa.

14 giugno 2010

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Nuova offerta per le obbligazioni Argentina

La nuova offerta di scambio sui bond argentini è stata illustrata dal ministro delle finanze argentino, Amado Boudou, nel tentativo di convincere anche i creditori italiani ad aderire. Sin dalle prime battute ha lasciato però intendere che, adesione o meno da parte dei risparmiatori italiani, l'Argentina ha già la certezza (tra l’altro garantita da un gruppo di titolari di grandi crediti sui Tango bond) che le adesioni totali supereranno il 60 per cento, pur ammettendo che l'offerta ultima presentata non è migliorativa rispetto a quella del 2005 e alla quale aveva aderito il 76 per cento dei creditori.

L'offerta è iniziata il 3 maggio e si protrarrà fino al 7 giugno per gli investitori retail, in pratica quindi per tutti coloro che vantano crediti per somme fino a 50 mila dollari e per i quali è prevista l'assegnazione di nuovi bond con scadenza 2038 e per un valore pari al 100% di quello nominale dei Tango bond finiti in default, più una somma in contanti pari a 823 dollari per gli interessi non pagati tra il 2001 e il 2009. Il plafond complessivo a disposizione per tutta l’operazione, però, non supera i 2 miliardi di dollari.

Per tutti gli altri investitori, titolari di crediti superiori ai 50 mila dollari nominali, è invece prevista un’offerta discount (scaduta il giorno 12 maggio) che prevede l'assegnazione di nuovi bond pari al 33,7 per cento del valore delle obbligazioni finite in default, più un pagamento degli interessi arretrati (anche questo previsto in titoli).

Boudou ha affermato di sperare finalmente nella soluzione definitiva del contenzioso che, secondo il Ministro, “non è dipeso dall'attuale governo e nemmeno dai risparmiatori italiani, ma dall'ex presidente Adolfo Rodriguez Saá che dichiarò il default nel 2001, appunto. Questo interesse a chiudere l’offerta deriva dal fatto che in tal modo l’Argentina potrebbe rientrare nel mercato dei capitali, cosa probabilmente auspicata non solo da Bodou e dagli argentini…

In aggiunta, lo stesso Ministro delle finanze ha affermato: «è stato un errore consentire l'acquisto di titoli a rischio da parte di piccoli risparmiatori, è stato un errore non accettare l'offerta del 2005 e sarebbe un errore rifiutare lo swap dei prossimi giorni». 

Inutile dire che le associazioni dei consumatori non sono assolutamente d'accordo con una proposta che, a distanza di 5 anni dalla precedenza, nulla di più offre ma, soprattutto, che non contenga alcuna accettazione di responsabilità da parte delle banche collocatrici.

Prospetto disponibile sul sito www.argentina2010offer.com

24 maggio 2010

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Aiuti e accantonamenti dall’Unione Europea e dal Fondo monetario internazionale

Il “pacchetto salva-euro” è stato dunque approvato nei giorni scorsi e riguarda la ragguardevole cifra di 750 miliardi di euro da tenere a disposizione per situazioni critiche come quella che si sta verificando negli ultimi mesi in Grecia e che potrebbe avere un seguito se Spagna, Portogallo e Irlanda non riusciranno a risanare la situazione, almeno in parte, in tempi certi. Scopo principale è dunque contrastare le crisi economico-finanziarie che, nel tempo, possono affossare uno o più Paesi dell’area euro con evidenti difficoltà (o impossibilità) nel riassorbimento del debito pubblico, permettendogli di evitare la bancarotta e gli effetti che la stessa avrebbe sugli altri Paesi membri e sulla nostra valuta. Questo pacchetto consistente si va ad aggiungere al precedente di 110 miliardi stabilito nel mese di aprile e con unico beneficiario, in quell’occasione, la Grecia, che tra l’altro dovrebbe essere a brevissimo aiutata con una prima erogazione di 20 miliardi dei 110 previsti. Ma quali potrebbero essere i pro e i contro di questa manovra?

Un fatto positivo, indubbiamente, è che finalmente alcuni governi, fino a poco tempo fa restii a elargire stanziamenti ritenuti eccessivi, messi ora di fronte ad un evidente quanto inevitabile peggioramento della crisi, abbiano deciso di scendere a patti e approvare un piano di salvataggio che, almeno nel breve periodo, dovrebbe aiutare chi si trova in condizioni realmente difficili attualmente e, allo stesso tempo, rassicurare, almeno in parte, sulla stabilità del sistema anche di fronte a ulteriori problemi interni. Dall’altro lato, altri Paesi, ora necessariamente messi sotto pressione (“obbligati” a varare programmi importanti di risanamento e controllati a vista, pena la possibilità di vedersi negare gli aiuti suddetti), si sono finalmente impegnati ad intraprendere nuovi ed aggiuntivi sforzi per stabilizzare i loro bilanci (da anni in condizioni pessime).

C’è però da sottolineare che, pur non potendole valutare in pieno da subito, è anche possibile che queste misure rischino di creare problemi significativi a medio e lungo termine Questo perché il debito pubblico dei paesi in chiara difficoltà come la Grecia, in questo momento, verrà coperto e sanato principalmente dai contribuenti degli altri Paesi membri, almeno fino a che le misure interne di riorganizzazione non avranno successo, e ciò potrebbe rendere difficile l’attuazione di una nuova e necessaria politica fiscale moderata.

Un altro rischio potrebbe essere quello relativo agli eccessi di speculazione: se da una parte alcune realtà all’interno dell’eurozona potrebbero essere facilmente attaccabili, almeno in questa fase (e in tutte quelle che si manifesteranno in futuro con queste condizioni) e divenire mira di speculazioni selvagge, dall’altra i fondi e il piano di salvataggio servirebbe, in questi casi, a coprire falle lasciate, è vero, dal debito pubblico interno, ma notevolmente amplificate dalla speculazione stessa. In pratica gli speculatori attingerebbero spudoratamente ai soldi della comunità per riempirsi le tasche a danno delle risorse comunitarie e creando problemi alle economie e finanze locali anche per tempi lunghi.

Occorrerà poi vedere, quindi, che ruolo andrà a coprire la BCE in ambito comunitario ora che si è data l’impressione che, in caso di situazioni gravose come quelle attuali, occorre l’intervento e l’iniziativa di governi uniti e FMI; cosa che non si era verificata durante la prima fase della crisi nel 2008, nel cui ambito la Banca Centrale aveva dato l’impressione di immobilità prima ma di polso in un secondo momento, evitando di sacrificare troppe risorse sin da subito e mantenendo comunque un controllo della situazione in quelle fasi molto critica. In realtà occorre però considerare una cosa: i 750 miliardi di euro al momento sono solo una garanzia, non stanziamenti effettivi. Occorrerà essere veramente sicuri che, in casi contingenti, tutti i governi intervenuti e approvanti siano poi nelle condizioni, materiali e morali, di mettere in pratica quanto discusso e concertato. In caso contrario, soprattutto qualora si dovessero manifestare situazioni multiple difficili, si potrebbe anche pensare che qualcuno tornerà a bussare alla porta della BCE ed in tal caso, la Banca Centrale, dovrà aver mantenuto intatta la sua indipendenza ed aver dato ulteriore prova, nel tempo, di mantenimento della necessaria stabilità monetaria. Perché questa è il suo compito primario; dell’aspetto fiscale e di gestione della situazione bilancio/debito pubblico ogni Paese dovrà occuparsene da solo o insieme agli altri membri nell’ottica di quella unità economico-finanziaria richiesta ora più che mai, ma certamente non ne dovrà essere coinvolta la BCE che dovrà invece continuare a “proteggere” l’euro da speculazioni, manipolazioni e crisi finanziarie.

Un’ultima aggiunta: l’euro debole favorisce e non poco le esportazioni, a beneficio di aziende e Paesi in cui il settore ha grande importanza nell’economia nazionale. Il che potrebbe almeno in parte compensare il calo di domanda interna e permettere, in taluni casi non già gravati da situazioni eccessive e/op pregresse, di mantenere un minimo di stabilità in attesa di tempi migliori. Chiaramente, in situazioni di necessità, non intesa come regola…

 13 maggio 2010

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In attesa della definizione della "questione greca"

L’Eurozona si trova, in queste settimane, in un periodo particolarmente importante: una sorta di vera e propria verifica della propria stabilità e della propria solidità, almeno per quanto concerne l’aspetto finanziario ma anche valutario, non certo quello politico e/o economico generale, dal momento che, almeno per ora, non esiste un governo unico europeo ed il parlamento stesso è solo una parvenza di quelli che governano i vari stati membri. Qui, probabilmente, sta la vera differenza con gli USA, al di là della necessaria quanto doverosa diversificazione dovuta alla data di fondazione delle due aree.

La vera prova ora per l’Europa è quella di realizzare se i tempi sono (o saranno, vista l’entità dei cambiamenti in gioco) maturi per proporre o almeno pensare un prospettico cambiamento generale e futuro che porti ad una vera coesione dei Paesi membri e generi un’unica realtà economica e sociale intraeuropea, gestita quindi da un unico governo a partecipazione ponderata dei membri rappresentanti dei singoli Stati e, presumibilmente, a parametri variabili degli stessi in funzione del miglioramento interno della situazione di ciascun aderente.

E’ chiaro che un fallimento nella gestione del caso attuale che, è da ricordare, non riguarda unicamente la Grecia, pur essendo il simbolo eclatante della solita ed ennesima truffa colossale (in questo caso all’ennesima potenza) storicamente in voga nei Paesi del sud-Europa, finirebbe per segnare indelebilmente la buona riuscita del sistema Euro ed il mantenimento di una assolutamente necessaria struttura, più o meno integra e intatta, in grado di supplire alle carenze, anche multiple in taluni casi, degli aderenti alla stessa. La catena che si sta innestando con prossimi bersagli Spagna, Portogallo e probabilmente Irlanda rischierà di mettere a dura prova un sistema ancora giovane e quindi potenzialmente inadatto a correggere situazioni di sfaldamento multiple, sempre che da ciascun membro non arrivi un’idonea e coerente azione di sostentamento, sia dal punto di vista finanziario che politico.  

La Grecia, o meglio i suoi governanti, si sono comportanti certamente in modo irresponsabile per non dire ben oltre i limiti della scellerataggine, chiarendo una volta per tutte quale sia, per talune realtà anche di quelle dimensioni, l’idea di legalità e correttezza reciproca (in merito agli ultimi due concetti direi: nessuna idea o, al limite, molto personalizzata!). Oggi gli altri Paesi membri si trovano, a causa anche di questa disonestà, a dover gestire una situazione inattesa e certamente molto grave, alla luce, soprattutto, di quello che riserverà il futuro alla coalizione con i probabili e annunciati successivi disastri finanziari; ma, paradossalmente, sarà probabilmente la stessa Grecia a pagarne lo scotto peggiore, dal momento che da quando è entrata nell’Eurozona si è dovuta scordare le possibilità offerte, in casi limite come questo di una svalutazione della moneta locale. Banalizzando (il discorso sarebbe troppo lungo e complesso e potrebbe essere adeguatamente redatto solo da un economista e politologo completo e indipendente) si può facilmente pensare a quanti introiti sarebbero derivati, nei prossimi mesi, da un aumento esponenziale del fatturato derivante dal settore del turismo: la Grecia è già di per sé meta abbastanza ambita e, qualora i prezzi fossero divenuti di colpo molto appetibili, probabilmente il numero di turisti sarebbe aumentato in modo esponenziale, di pari passo con la svalutazione della vecchia e perduta, oltre che forse compianta, ora, dracma greca. Certo, i prezzi diminuiranno comunque e parte di questo maggior interesse potrebbe essere comunque recuperato, ma la parte più consistente sarebbe arrivata proprio dall’effetto svalutazione Dracma/Euro. Il che avrebbe portato lavoro, denaro, tasse, introiti indiretti e la conseguente e quasi immediata ripresa del settore trainante per eccellenza: l’immobiliare. E, necessariamente, molto, moltissimo denaro dall’estero per investimenti in attività commerciali e, inevitabilmente, immobiliari.

Fatta questa premessa vediamo quanto difficile saranno i prossimi giorni, visto che dalle decisioni che saranno prese si capirà se e come crisi di bilancio della Grecia potrà essere contenuta o se diventerà una bomba a orologeria il cui dubbio sarà solo quando deflagrerà, non se...
Per la fine della settimana, il Fondo monetario internazionale e il governo greco tenteranno di raggiungere un accordo fattibile e ragionevole da entrambe le parti dove, ovviamente, il maggior sacrificio economico e finanziario spetterà, nel presente, al Fondo e, in futuro, alla Grecia. Tre sono gli aspetti fondamentali

1)      il più importante è che la Grecia dovrà necessariamente presentare un programma strutturato (in tale fase, ovviamente, un programma di transizione) che permetta di far comprendere, senza trucco alcuno, questa volta, come riuscirà a trasformare un forte disavanzo primario in un'eccedenza altrettanto marcata senza provocare una devastante recessione dell'economia. L’unica cosa a mio avviso possibile in una tale condizione disastrata sarebbe un programma drastico e triennale che dichiari in modo dettagliato i vari tagli alla spesa e le inevitabili riforme strutturali da eseguire, supportato da uno quinquennale di maggior respiro in preventivo non tanto di non essere in grado di rispettare il primo (situazione da evitare per non tornare indietro ed a velocità maggiore) quanto di gestire in modo chiaro e già predisposto la situazione in transito tra triennio e quinquennio riformista. In tal caso si fugherebbero i dubbi almeno per ora, si deciderebbe un programma ben definito (se approvato dal resto dell’Unione) di breve e medio termine e, alla luce del mantenimento degli impegni presi o meno, l’Eurozona sarebbe autorizzata a gestire la situazione, nel bene o nel male, in tutta tranquillità e avendo preventivato ogni possibile azione futura.

2)   Il secondo è che il pacchetto di finanziamento da erogare in favore della Grecia dovrebbe essere nettamente superiore ai 45 miliardi di euro stanziati finora (i 30 miliardi dall'Unione Europea e il resto dall'Fmi che, ieri, si è anche dichiarato disposto ad aumentare di ulteriori 10 miliardi in un futuro molto prossimo). Il contributo dell’Unione Europea sarà valido solo per un anno e l’attuale situazione che vede diversi altri Paesi in condizioni critiche potrebbe impedire ulteriori aiuti per i prossimi due anni almeno. La Bundesbank ha stimato ultimamente che la Grecia avrà bisogno di almeno 80 miliardi di euro da erogare nei prossimi due/tre anni, non di meno, semmai una decina in più!. E senza copertura almeno per i prossimi due anni, se non per tre, sarà molto difficile per la Grecia riuscire a mettere in atto un piano credibile.

3)      Il terzo aspetto da non sottovalutare è la Germania. Il tentativo recente del governo di Berlino di aggiungere il prestito a favore della Grecia a una legge preesistente è finito male: la maggioranza si è pronunciata a sfavore (in modo deciso e quasi unanime) ed il provvedimento dovrà ora passare per il tradizionale iter legislativo. La Merkel in prima linea ed i suoi sostenitori (al momento la grande maggioranza degli esponenti politici di conto) hanno già ipotizzato la possibilità concreta di un voto contrario, preferendo di gran lunga che la Grecia lasciasse l'Eurozona per rientrare in un secondo momento se le condizioni lo dovessero permettere. Idea condivisa, a dispetto delle varie affermazioni di facciata, da moltissimi esponenti politici ed economici internazionali.

Ora: l’attuale trattato di Maastricht prevede l’IMPOSSIBILITA’ che un Paese membro sia costretto ad uscire e, addirittura, che un Paese decida autonomamente di andarsene. Il che significa che, per poter attuare quanto i tedeschi auspicano, si dovrebbe procedere alla modifica del trattato stesso, al momento probabilmente molto difficile, anche se possibile in futuro. Quindi: o si aiuta la Grecia oppure la si lascia al suo destino, provocandone il default ma all’interno dell’Unione. Difficile, pertanto, la sua estromissione, almeno non in tempi brevi. Cosa potrebbe succedere, quindi, in caso di fallimento qualora la Germania non si attivasse per fornire ulteriori finanziamenti? Una serie di catastrofiche perdite per molte banche francesi ma anche tedesche che possiedono ingenti quantità di titoli del debito greco, così come alcune italiane (minori per numero e meno esposte per volumi ma comunque almeno in parte interessate); questo è uno dei motivi per cui la Francia si è detta da subito disposta ad aiutare gli ellenici e, francamente, è difficile capire questa strenua resistenza opposta dal governo tedesco alla luce di queste possibili conseguenze sulla sua economia. Ed è anche il motivo per cui molti sperano che, alla fine, a muso duro la Germani comunque contribuirà ed in modo consistente al rifinanziamento. Almeno la speranza, al momento, rimane viva! A proposito di questo la Merkel ha deciso di posticipare il voto a dopo il 9 maggio, data in cui va al voto, in Germania, il Land del Nord Reno-Westfalia.

Insomma, stando così le cose, se non si adegueranno le proposte alle reali aspettative del mercato la Grecia andrà diritta verso il default e la crisi si estenderà, presumibilmente, a Spagna e Portogallo e forse oltre.

E l’Italia? Al momento non ci sono reali possibilità di un rischio così grave per il nostro Paese; la situazione potrebbe precipitare solo se venisse portato un attacco dall’esterno, in particolare, ovviamente, da oltreoceano per sfruttare la situazione attuale precaria per l’Unione e provare a scardinarla in uno dei tre pilastri portanti, al momento, che, oltre a costituirla, provano a sorreggerla nelle fasi critiche come quella attuale. Dobbiamo ricordare come la situazione difficile del debito pubblico e del Pil italiano sia ormai situazione consolidata non da anni ma da qualche decennio; le nostre istituzioni politiche e soprattutto economiche hanno imparato a coesistere e a gestire la situazione, in mezzo a mille difficoltà, in un modo non sempre valido ma che permette di mantenere un equilibrio nemmeno così tanto precario quanto potrebbe sembrare da fuori. Per questo è più facile vedere Paesi come Spagna, Portogallo e Irlanda rischiare molto più di noi. Non solo: i potenziali aiuti da parte della UE a nostro favore sarebbero presumibilmente più “facili” da ottenere per mille motivi, seppure necessariamente più consistenti a livello finanziario. E non dispero del fatto che potrebbero perfino intervenire forze esterne alla Unione stessa. La Spagna, invece, presenta dei conti anche peggiori di quelli greci, se visti in valori assoluti e rapportati alla struttura economica interna (secondo la Banca mondiale il debito estero del Paese, sia per il privato che per il pubblico, è a livelli esorbitanti: il 233% del Pil, di cui il 74% per il settore pubblico e il 159% per il settore privato. La situazione degli investimenti esteri è intorno al -100% del Pil mentre il disavanzo delle partite correnti rimarrà presumibilmente appena al di sotto del 10% del Pil, denotando una fortissima crisi del settore privato). Inoltre, sempre riguardo all'Italia, non dimentichiamo che pochi altri Paesi al mondo possono vantarsi di un risparmio privato interno così elevato, di una percentuale superiore all’83% di possessori di case e di un sistema bancario meno esposto anche nei casi di banche internazionali o gruppi multi-nazionali (efficienza quasi esclusivamente a favore delle stesse, sia chiaro, ma che in situazioni critiche aiuta il sistema finanziario a cadere, eventualmente, col paracadute).

In definitiva e per capirci: se entro il fine settimana non arriveranno aiuti sufficientemente consistenti alla Grecia è possibile che si innesti una reazione a catena molto pericolosa, in grado di destabilizzare nel tempo l’Unione Europea nell’unico punto di forza che ha a disposizione in questo momento critico: la riserva finanziaria ancora a disposizione non essendo stata necessaria per la crisi attuale, come invece è successo negli USA. La Germania, nonostante la crisi che il default della Grecia innescherebbe anche sulle banche tedesche e dunque in tutto il Paese, sta facendo un serrato ostruzionismo: riuscirà a breve a superare l’empasse e ad accettare un maggior sacrifico finanziario a favore degli ellenici o ne decreterà la fine causando l’atteso, anche se non sperato, effetto a catena? A giorni sapremo...

29 aprile 2010

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"Volevo chiedere un consiglio: siccome ho poco tempo per fare l’intraday e quelle volte che l’ho fatto sono quasi solo riuscito a perdere perché i guadagni erano sempre piuttosto limitati chiudendoli anticipatamente e le perdite invece consistenti, preferirei fare una sola operazione al giorno al massimo e cercare di prendere solo quelle giornate che in una certa percentuale potrebbero darmi un vantaggio sull’operazione che voglio fare. A questo proposito ho sentito parlare dei gap d’apertura e in particolare sul dax. In questo tipo di operazioni potrei lavorare nemmeno tutti i giorni e senza troppo impegno così da dedicarmi come al solito al mio lavoro e dovrei guardare solo il livello di apertura del mercato per mettere l’ordine. Lei cosa ne pensa? Potrebbe funzionar sul dax? E su altri future come bund e fib? Grazie e arrivederci.(Email di Giovanni da Rovigo)"

Per prima cosa direi che il discorso dell’operatività legata ai gap d’apertura può avere senso ma il mio consiglio è quello di considerare sempre la migliore conoscenza possibile degli strumenti che si va a utilizzare per operare, onde evitare brutte e inattese sorprese con qualche stop di troppo, di eccessiva consistenza e non preventivato.

Detto questo e dando per scontato che conoscenza degli strumenti e capitale necessario non siano un problema per chi legge direi che lavorare contro il trend definito dal livello di apertura è positivamente accettabile, dal momento che, in generale e nel medio-lungo periodo, il metodo paga. Le modalità sono diverse, volendo sfruttare l’apertura sopra il massimo o sotto il minimo del precedente giorno, ma in tutti i casi se apre sopra il massimo si venderà mentre se apre sotto il minimo si provvederà ad impostare un’operatività di tipo long. Le tre modalità che verifico solitamente (e qui in particolare per darti un’idea delle differenze valutazioni che si possono fare) per l’entrata dopo il gap iniziale sono:

1)       entrata sul ritorno sopra il minimo/sotto il massimo precedente;

2)       entrata sul ritorno sopra/sotto la chiusura precedente;

3)       entrata immediata 1 o 2 tick sopra/sotto il livello di apertura se apre in gap-up/down.

Nessun livello di stop e nessun livello di profit; questo perché l’adozione di un qualsiasi livello, più o meno ampio, relativo a obbiettivi o stoploss cautelativi, generalmente porta ad una drastica riduzione della performance operativa. Inoltre, l’ottimizzazione di un metodo che funziona discretamente con una semplice regola di base è spesso deleterio e comporta quasi esclusivamente maggiori rischi e minori profitti (in ogni caso chiunque può provare a effettuare uno studio con relativo back test per verificare l’attendibilità di questa informazione). I risultati, nell’ordine (1-2-3) come riportato sopra sono quelli pubblicati in formato EXL di seguito:

1                2                3

 

Inoltre, per verificarne la fattibilità anche su Bud e Fib ho effettuato questo back test nella forma più semplice di ingresso su ritorno sopra il minimo o sotto il massimo precedente:

Bund                                 Fib   

 28 aprile 2010

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Catastrofe Grecia

Mercati in crisi nella seduta di ieri; una scusa buona utilizzata dagli investitori istituzionali (e non) è stata la notizia ufficiale di Standard&Poor's della riduzione del rating di lungo e di breve della Grecia al primo livello 'junk' abbassandolo a 'BB+/B' e con outlook negativo. Una mazzata! L'agenzia di rating ha quindi peggiorato il suo giudizio sulla Grecia abbassandolo di tre livelli e giustificandolo con le quasi certe difficoltà a cui il Paese andrà incontro nel tentativo di ridurre il proprio debito pubblico. In breve:

- le prospettive di crescita, già non eccezionali, ora vengono valutate in diminuzione;

- l’aggiustamento della pressione fiscale produrrà quasi sicuramente grossi problemi alla ripresa economica di per sé già difficile;

- i titoli del debito pubblico rappresentano un problema ma, soprattutto, un grosso rischio e l’agenzia di rating non vede un miglioramento prospettico in futuro (le attese di recupero per i possessori di debito greco, per S&P, sono tra 30 e 50%, equivalente a un rating “4”).

Da considerare anche che l’outlook negativo lascia aperte le porte ad un ulteriore abbassamento del rating stesso, in linea quindi con la negativa visione per il futuro, motivata soprattutto, oltre che da quanto espresso sopra come motivi contingenti, dal fatto che il prossimo piano di riforma generale potrebbe ulteriormente indebolire la struttura economico-finanziaria ma anche politica del Paese. Tutto ciò potrebbe creare problemi al settore bancario in particolare ed a catena a immobiliare e dei servizi. Le stime di S&P per il rapporto debito/pil greco sono al 124% per il 2010, aumentate a 131% nel 2011. La crescita del prodotto nazionale è vista "quasi piatta" a tutto il 2016.

Nel frattempo dal Fondo monetario internazionale giungono voci sulla possibilità di erogare alla Grecia ulteriori contributi supplementari, dopo i 15 miliardi per i quali il Fondo si era già preso l’impegno. Questo in quanto i timori che il pacchetto da 30 miliardi già deliberato non riesca a riportare sotto controllo la situazione del debito pubblico di Atene sono ormai non solo realistici ma assolutamente giustificati. Tutto ciò mentre in Europa c’è chi si mostra meglio disposto a supportare in modo pesante e concreto la Grecia (vedi Francia) e chi, invece, sembra poco incline a fare sconti (in tal caso a portare aiuti) a chi ha fatto della menzogna il proprio lasciapassare per entrare in area Euro; la Germania, infatti, alla luce dei continui risvolti negativi della vicenda ha mostrato e continua a mostrare enormi perplessità sull’opportunità di aiutare oltremodo il governo greco dopo il danno che lo stesso ha causato e sta causando all’Europa; nonostante ciò, in Germania, la voce del ministro delle finanze rassicura sull’intervento tedesco in favore della Grecia. Mercoledì, infatti, Angela Merkel potrebbe presentare alcune risoluzioni e/o modificazioni all’attuale regolamento dell’area Euro, proprio per evitare che si possano ripresentare situazioni di questo tipo in momenti già molto difficili. Berlino sta predisponendo una legge denominata «Legge per mantenere la stabilità nell'Unione monetaria» e indica un'agenda informale che prevede la votazione da parte dei Paesi aderenti entro il 10 maggio. In base a questa bozza di legge, il Parlamento greco dovrà votare il qualche giorno prima un programma triennale di austerity. Inoltre il provvedimento stabilisce che i negoziati di Atene con Ue e Fmi si chiudano il 2 maggio.

Il problema è divenuto ogni settimana e, ultimamente, ogni giorno sempre più grave. L'allarme lanciato dal ministro delle Finanze, George Papaconstantinou, sull’incapacità della Grecia di rifinanziare sul mercato il suo debito pubblico  è stata un’altra pessima notizia, fra le tante, che hanno interessato l’Eurozona di questi tempi. Ha inoltre sottolineato che il deficit di bilancio del 2009, già corretto da Eurostat al 13,6%, potrebbe esser ancora rivisto in peggio e portato al 14% del Pil». A breve, il 19 maggio, andranno in scadenza 9 miliardi di euro di titoli di Stato e per quella data il governo dovrà cercare di reperire i fondi che, ormai, è impossibile pensare di prendere a prestito sul mercato. Ieri i rendimenti dei titoli di stato greci hanno segnato nuovi massimi, intorno al 10%, aumentando notevolmente e ulteriormente lo spread su quelli tedeschi. La borsa, ovviamente, è allo sbando.

Il tutto mentre la Banca centrale di Atene ammonisce (si fa per dire!) che per il 2010 la recessione potrebbe anche essere maggiore del 2% previsto finora: una riduzione del prodotto interno lordo superiore a quella calcolata rischierebbe di essere altamente probabile, nelle attuali condizioni di indigenza economica e finanziaria, caratterizzate anche socialmente e politicamente da un alto livello di incertezza. Cause principali il forte crollo degli investimenti e dei consumi privati, oltre che delle esportazioni.

Anche il governo italiano dovrebbe essere pronto, secondo quanto rivelato da fonti del Tesoro all’Agi, a fare la sua parte per cercare di salvare dal default la Grecia: è stato predisposto un decreto legge che dà il via libera agli aiuti stabiliti in 5,5 miliardi nell'ambito del pacchetto europeo da 30 miliardi. Lo rivelano all'Agi fonti del Tesoro.

28 aprile 2010

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Nuova paura per i subprime?

Un’ indagine speciale sulle attività britanniche di Goldman Sachs è stata annunciata dal premier inglese Gordon Brown, il quale si è detto scioccato per la “bancarotta morale” delle banche di investimento, per le quali ha chiesto nuove e migliori regole ed una tassa globale sull'industria finanziaria.

La Goldman Sachs è stata accusata di frode dalla Sec e la situazione ha creato il crollo del titolo a Wall Street; il valore di borsa dopo la conferma della notizia ha causato una perdita di oltre il 14% rispetto alla seduta precedente. Ma, a parte il caso singolo, i timori che la crisi finanziaria possa riaprirsi e che il problema subprime torni all’ordine del giorno hanno di fatto indebolito quasi tutti gli indici azionari  mondiali.

Fonte New York Times: la Sec, l'autorità della Borsa americana, ha formalmente accusato Goldman Sachs di frode per aver creato e venduto prodotti legati ai subprime all'inizio della attuale e pesante crisi economico-finanziaria. In particolare, l’azione legale è rivolta all’azienda e ad uno dei suoi vice presidenti, Fabrice Tourre, sospettato di aver frodato gli investitori attraverso dichiarazioni volutamente inesatte riguardo a prodotti finanziari legati ai subprime, quali i cdo (Colleteralized debt obligations») che hanno portato perdite agli investitori per oltre 1 miliardo di dollari. Lo strumento creato da Goldman al quale la Sec fa riferimento è chiamato Abacus 2007-AC1, ed è uno dei numerosi prodotti (oltre 20) creati da Goldman per consentire alla stessa banca e ad alcuni selezionati clienti di “scommettere” contro il mercato immobiliare. Le accuse contengono queste informazioni da parte della Sec: Goldman ha creato questo prodotto finanziario all’inizio del 2007 su richiesta di J. A. Paulson, un manager di hedge fund, il quale proprio nel 2007 ha guadagnato oltre 3,7 miliardi di dollari.

Wall Street, ovviamente, dopo che è stata resa nota l’accusa, ha cominciato a scendere, portando il Dow Jones a , perdere oltre 1 punto percentuale, così come il Nasdaq e lo S&P 500 (il peggiore dei tre poco dopo la notizia) Il titolo della Banca USA ha chiaramente mostrato grosse difficoltà scendendo di oltre l 14 per cento. E di questo hanno risentito pure le altre borse internazionali, con cali diffusi, come era lecito aspettarsi, tra bancari ed assicurativi. 

Da non sottovalutare una successiva ipotesi: oltre a Goldman Sachs anche qualche altra banca potrebbe essere coinvolta nella causa per frode intentata dalla Sec Commission. La fonte di questa ultima notizia è l'agenzia di stampa France Presse, secondo la quale la Sec non avrebbe escluso di allargare le indagini, evitando comunque di rispondere a una domanda specifica sull’eventuale coinvolgimento di Deutsche Bank.

19 aprile 2010

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Petrolio di nuovo verso i 100 $: condizione reale o mera speculazione? 

La nuova salita dell’oro nero che ha portato le quotazioni, proprio in questi giorni, nuovamente sopra gli 85 $, è realmente giustificata da una domanda in aumento sui mercati mondiali? In effetti, nonostante la crisi economico-finanziaria mondiale stia ancora attanagliando gran parte delle economie consolidate del pianeta, il consumo di petrolio e dei suoi raffinati ha subito un ridimensionamento solo parziale in tali Paesi e la diminuzione della domanda in questi mesi è stata nettamente controbilanciata da una maggior richiesta dai Paesi emergenti, i più ,evidentemente, relativi alle economie asiatiche. La Cina, tra l’altro, è la principale

Artefice di questo incremento di domanda: in gennaio (2010) la richiesta ha subito un balzo molto vicino al 30% in più rispetto al gennaio dell’anno precedente (dati forniti dall'Agenzia internazionale dell'energia, la IEA). La diminuzione della domanda da parte dei Paesi sviluppati, dunque, è stata ampiamente sostituita da questi nuovi “superconsumatori”, situazione che permarrà tale anche nel corso dell’anno, visto che la stessa IEA ha previsto un leggero calo di consumo (e dunque di richiesta) sempre e solo da parte delle economie sviluppate (0,3% circa).

E’ dunque in prospettiva, oltre che sulla base dei numeri ufficiali ed effettivi, di questi emergenti che il prezzo tende a salire e a consolidare, quindi a salire di nuovo e così via, innescando una inevitabile tendenza rialzista in apparenza senza fine; questo, almeno, fino a che le energie alternative non saranno seriamente prese in considerazione come valide alternative al petrolio stesso o, al limite, fino a che l’aumento sconsiderato, per indotto, di benzina e gasolio non sarà più sostenibile dalle maggiori economie mondiali. 

A tale proposito ricordo che, mentre analisti ed economisti prevedevano un prezzo nel breve periodo (qualcuno anche a fine 2008/metà 2009) sopra i 200 $ al barile, con quotazioni a quei tempi sui 130 $, gli arabi proprietari dei giacimenti si riunivano per evitare un eccessivo e troppo veloce innalzamento del prezzo del greggio; il risultato fu di 1 – 0 per gli sceicchi, considerando il fatto che il prezzo scesa dai 130 ai meno di 40 $ al barile in men che non si dica, prima di raddoppiare nuovamente da questi minimi fino ai giorni nostri, ma sempre abbondantemente lontano da quei valori previsionali. Inevitabilmente, analisi o meno, il prezzo dei derivati del greggio è in alcuni casi già insostenibile a questi livelli, figuriamoci a oltre 200 $ al barile in tempi rapidi!

7 aprile 2010

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BBC World News business: Grecia grave monito per tutti. 

Jim McCaughan, Chief Executive Officer di Principal Global Investors, ritiene che il problema greco sia tutt’altro che chiuso e contempla pure scenari critici possibili quali la rinegoziazione del debito o eventualmente anche il default.  

In effetti, accordo a parte, come l’esito dell’ultima riunione a Bruxell sul caso Grecia lascia intendere chiaramente, i ministri economici dell’area Euro sembrano in realtà poco convinti che la soluzione anti-collasso messa a punto possa essere veramente risolutiva. Dal punto di vista finanziario la salita di oltre 8 punti percentuali della borsa greca nel mese di marzo dà una parvenza di risoluzione del problema ma, in realtà, ciò potrebbe essere dettato esclusivamente da un rimbalzo fisiologico e ricorrente, normalmente, dopo l’identificazione finale di una situazione critica di tale portata. A livello economico, infatti, fanno da contraltare tanto l’ondata di scioperi in diversi settori economici (anche quello finanziario) ed il declassamento di Moody's di cinque banche del paese (NBG, Eurobank, Alpha Bank , Piraeus Bank e Banca Emporiki). 

Possibile dunque che il rialzo di borsa sia solo una mera speculazione, soprattutto alla luce del fatto che i capitali artefici di tale recupero sono quasi totalmente giunti dall’estero; e di ciò potrebbe esserne il termometro il mercato obbligazionario che, invece, mostra tuttora  i limiti dei tentativi interni ed internazionali di rimettere in sesto il Paese: in questi giorni, infatti, quando il governo greco ha cercato di vendere 5 miliardi di euro di obbligazioni, è stato costretto a offrire un tasso d'interesse più appetibile rispetto all’ultimo concesso, operazione effettuata appena una settimana prima!. Da considerare, inoltre, che i tassi attuali sono oltre il doppio di quelli tedeschi, per esempio, situazione che certo non facilita la possibilità di ottenere ulteriori interventi concreti da parte di FMI e Paesi Euro-zona. 

Un’altra volta, dunque, l’Euro si mostra valido solo quando le cose funzionano ma una vera e propria palla al piede, per Paesi con queste economie tutt’altro che strutturalmente sane, una sorta di boomerang inesorabilmente fastidioso. In altri tempi, infatti, con la stagione estiva in arrivo, una svalutazione (più o meno controllata) della dracma avrebbe sicuramente creato problemi iniziali non da poco (produzione interna, import ecc.) ma già a distanza di pochi mesi avrebbe favorito uno dei settori per la Grecia più interessanti e importanti: il turismo. Una moneta locale debole avrebbe infatti creato i presupposti per un boom di presenze straniere nei mesi primaverili, estivi e autunnali, favorendo così una migliore e più efficiente ripresa sin da subito, fatta di soldi reali e non di promesse o di allungamento prestiti e altre misure in alcuni casi veri e propri rattoppi momentanei e con poche prospettive positive per il futuro. 

Quindi, con un settore pubblico quasi allo sfascio (finanziariamente) e colpito dai tagli salariali, il settore corporate messo ko da esosi aumenti delle tasse e l'euro fisso ed inflessibile, l’unica speranza sarebbe potuta essere una decisa rivalutazione del mercato azionario locale, cosa che in effetti si è vista a marzo; anche questa tuttavia, ultimi rialzi presumibilmente speculativi a parte, potrebbe essere una situazione ormai abbastanza improbabile proprio alla luce delle ultime decisioni e che, anzi, potrebbe favorire nuovi cali in futuro, non appena si vedrà più chiaramente che le contromisure avranno ben pochi effetti positivi almeno in prima istanza.  

Alla luce dell’attuale situazione economico finanziaria di Grecia, Portogallo, Spagna e pure Inghilterra (seppure fuori dall’area Euro) è lecito aspettarsi, nei prossimi 1-2 anni, qualche default poco rassicurante per moneta ed economia europea).

6 aprile 2010

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IPad di Apple

Apple conferma la vendita di oltre 300.000 computer iPad nel giorno di lancio negli Stati Uniti. Le cifre sono relative all’ultimo sabato ed includono i pre-ordini del dispositivo, così come le vendite nei negozi Apple in tutto il paese. La notizia estremamente positiva ha permesso ad Apple Inc di incrementare il suo valore borsistico nella seduta di ieri, la prima dopo Pasqua, dell’ +1,1% per una chiusura decisamente interessante di 238,49 dollari.

Il nuovo iPad non è ancora disponibile in tutto il mondo, almeno per ora, ma sarà in vendita in alcuni Paesi europei, del Canada e dell’Australia entro la fine di aprile. Sarà quindi interessante verificare se sarà replicato il successo ottenuto dal prodotto begli USA appunto: in generale nel primo week end di vendita, quello pasquale appunto, Apple ha confermato vendite per oltre 525.000 pezzi. Al dettaglio, da ricordare, che il prezzo di vendita è tra i 499 e 829 dollari, mentre negli altri Paesi non è ancora stato confermato. Il successo è quindi ancora atteso in incremento, in relazione anche al fatto che Apple ha affermato che gli utenti iPad hanno scaricato più di un milione di applicazioni dal suo App Store e più di 250.000 e-books.

 L'iPad è un tablet computer prodotto da Apple in grado di riprodurre contenuti multimediali e di navigare su Internet. È inoltre in grado di eseguire la maggior parte delle applicazioni per iPhone OS. Il dispositivo dispone di uno schermo da 9,7 pollici con retroilluminazione a LED e supporto al multi-touch. Continua l’approfondimento su wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/IPad

Per informazioni sul prodotto direttamente dalla casa produttrice (in italiano): http://www.apple.com/it/ipad/ 

Proprio su questo sito Apple è stato uno dei titoli caldamente raccomandati per il lungo termine; il primo articolo fu pubblicato nell’estate del 2008 (giugno-luglio) in piena crisi finanziaria e borsistica e con il titolo sulle montagne russe ad un prezzo decisamente altalenante in area 150 dollari circa. Nel frattempo la crisi ha peggiorato la situazione economico-finanziaria mondiale e la maggior parte dei titoli hanno oggi quotazioni nettamente inferiori rispetto ai valori pre-crisi. Questo non succede, invece, per Apple che, attualmente e come si vede dal grafico qui sotto, si sta portando verso area 250 dollari, in aumento di circa il 60/70% rispetto quel periodo del 2008 (quindi ben lontani dai minimi dell’anno successivo) e del 300% quasi rispetto ai minimi del 2009. Sarà ancora interessante? Probabilmente si, per il lunghissimo periodo, almeno questa è la mia opinione; certo è che, dopo una rivalutazione di tali proporzioni, l’entrata massiccia in previsione di un investimento nel ruolo di cassettista potrebbe cautelativamente richiedere l’attesa di un nuovo ritracciamento più o meno corposo.

6 aprile 2010

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Petrolio e benzina

Normalmente non riporto articoli di altri siti e/o autori ma in questo caso faccio volentieri un'eccezione (e per intero, tra l'altro), citando gli autori appunto, chiaramente, dal  momento che lo ritengo molto interessante più a livello di specifica nell'economia di settore così come a livello pratico anzichè tipicamente borsistico-speculativo. Gli autori sono Massimo Calvi e Pietro Saccò.

Listini alle stelle, si invoca la riforma. Ecco perché

1 Quella della «doppia velocità» dei prezzi di petrolio e benzi­na è una sensazione diffusa tra automobilisti e consumatori, ma è difficile dimostrare rilevanti a­nomalie. Le ragioni sono principal­mente due: il prezzo di riferimento della materia prima per la benzina non è quello del petrolio, ma del­l’indice internazionale Platts, che re­gistra il prezzo medio a cui vengo­no venduti i prodotti raffinati dal pe­trolio e il cui andamento è spesso divergente rispetto alle quotazioni del greggio; inoltre, i barili di petro­lio sono pagati in dollari, mentre il prezzo della nostra benzina è in eu­ro, e dunque nel fare paragoni si de­ve tenere conto della variazione dei cambi. Grandi speculazioni si pos­sono verificare a monte, sui listini del greggio o nelle fasi di estrazione. Oppure nel passaggio della raffina­zione, dove tra scorte e stoccaggi i raffinatori possono compiere ma­novre ardite, quando sui mercati del greggio si registrano variazioni e­streme. L’effetto di questi interven­ti, in realtà, può essere importante sui grandi numeri, ma non è così e­vidente sul prezzo finale della ben­zina, che può essere confrontato con quello di altri Paesi. Una recente in­dagine dell’autorità Antitrust non ha trovato prove di distorsioni del mercato, e il presidente Antonio Catricalà ha dichiarato di pensa­re che ci sia qualcosa di anoma-­lo, ma che «i petrolieri riescono a produrre studi e ricerche che dimostrano il contrario».

2 Il fenomeno si verifica abbastanza puntual­mente. E non è esclu­so che le compagnie ne approfittino. Tuttavia, anche in questo caso, stu­di seri che possano dimo­strarlo sono difficili da tro­vare. Di certo c’è che, co­me avviene per i titoli delle società quotate, per i pomodori o i prezzi del­le case, anche il merca­to della benzina deve sottostare alla logica della domanda e del-­l’offerta: quando la do­manda aumenta cresce anche il prezzo, e vice­versa. La pazza altalena del valore del barile di petrolio tra il 2007 e il 2008 – con punte massi­me di 147 dollari e cadute fino a 36 dollari – è stata do­vuta a grossi fenomeni di spe­culazione sui mercati da parte di grandi investitori come gli hedge fund, ma a determinare il crollo è stato anche il calo della do­manda mondiale provocato dalla re­cessione. Decisivo resta così il nodo delle raffinerie (in Italia ne abbiamo 16, ma il settore è in forte crisi), pas­saggio obbligato per trasformare il greggio in benzina e gasolio. Fun­zionano come un imbuto: quando faticano nel far fronte alla doman­da, come avviene agli inizi dell’in­verno per l’accensione degli im­pianti di riscaldamento, o quando devono mandare ai distributori il carburante per le auto pronte a par­tire per le vacanze, i prezzi vanno in tensione. Anche per questo non sempre il prezzo della benzina e quello del Platts si muovono in pa­rallelo.

3 L’accisa sulla benzina negli anni è stata gonfiata di volta in volta dai governi per racco­gliere rapidamente denaro. La guerra d’Abissinia è la voce più in- credibile, ma stiamo ancora pagan­do per finanziare la solidarietà ai di­sastrati dei terremoti del Friuli (an­no 1976) o dell’alluvione di Firenze del 1966. In realtà tutte le voci del­l’accisa sono state unificate con un decreto legge del 1995, che fissava il valore della tassa sulla benzina a po­co più di 1.000 lire, cioè 51,8 cente­simi di euro. L’imposta è stata por­tata a 54,2 centesimi nel 2001, a 55,9 nel 2003 (per il rinnovo del contrat­to dei tranvieri) e a 56,4 centesimi nel giugno 2001, per «misure urgenti di tutela ambientale». Sui carburanti si paga anche una «tassa sulla tassa», visto che l’Iva della benzina si ap­plica anche all’accisa. In sostanza, se prendiamo i prezzi dell’8 marzo scorso, quando un litro di «verde» costava 1,352 euro, il prezzo indu­striale risultava di 56,3 centesimi, l’accisa di 56,4 centesimi l’Iva di 22,5 centesimi. In pratica su 50 euro di pieno, 29,15 euro (il 58,3%), se ne vanno in tasse.

4 Tra i Paesi dell’area euro, te­nendo come riferimento i prezzi dell’8 marzo, l’Italia con 1,352 euro al litro risultava al quinto posto tra i Paesi con la ben­zina più cara, dietro Olanda (1,480 al litro), Grecia (1,369), Finlandia e Germania (1,363). Le differenze so­no dovute soprattutto a ragioni fi­scali, dato che i 77 centesimi medi di tasse su ogni litro pagati dagli ita­liani nel 2009 sono più della media europea (che è stata di 66,2 centesimi), ma in linea con quello delle al­tre grandi nazioni: 85,6 centesimi al litro le tasse dei tedeschi, 80,4 cen­tesimi quelle dei francesi. Il vero pro­blema italiano, dunque, è il prezzo industriale, che al netto delle tasse non ha pari in Europa. La differen­za tra il nostro prezzo industriale e quello europeo ha registrato una media di 3,47 centesimi tra il 2005 e il 2009 (anche se nell’ultima rileva­zione, quella del 15 marzo, è scesa a 2,6 centesimi). È il cosiddetto «stac­co » italiano, ed è particolarmente e­levato.  Tutti gli sforzi, oggi, sono o­rientati a ridurre questo divario.

5 Il prezzo Platts per la materia prima è rilevato a livello in­ternazionale. Più importante per capire chi guadagna sui carburanti risulta invece la voce «ri­cavi industriali», che vale circa 14,7 centesimi su 1,236 euro al litro, cir­ca il 12%. Questa voce copre vari co­sti: il margine per il gestore della pompa (4,4 centesimi), il costo del­la distribuzione e del trasporto (1,1), i soldi investiti sul punto vendita (5,3), tasse e canoni (1,1), promo­zioni, spese per le carte di credito e pubblicità (1,3), manutenzione de­gli impianti (0,5). Resta 1 centesimo, l’utile netto della compagnia petro­lifera. Una cifra minima, che diven­ta enorme se si considera che l’an­no scorso in Italia sono stati consu­mati circa 40 miliardi di litri di car­burante, ma che su un rifornimen­to da 50 litri incide per circa 50 cen­tesimi. Il centro studi bolognese Pro­meteia ha confrontato i prezzi di pe­trolio e benzina dal 1997 al 2009 ed è arrivata alla conclusione che non vi sono anomalie degne di nota.

6 Per ridurre il « divario » con l’Europa occorre concentrar­si sulla riforma del sistema di distribuzione. La pensano co­sì anche le maggiori associazioni dei consumatori, che invocano gli effetti benefici di una maggiore pre­senza di distributori nei supermer­cati (Federconsumatori) o su ridu­zioni della componente fiscale (le chiede l’Adoc). Secondo uno stu­dio di Nomisma Energia, i 3,5 cen­tesimi di stacco con l’Europa pos­sono essere recuperati con varie a­zioni. Eccole. Una maggiore diffu­sione dei distributori nei super­mercati porterebbe risparmi da 0,6 centesimi al litro, una riduzione della nostra rete (che conta 22.800 pompe contro le 12.700 della Fran­cia e le 14-800 della Germania) ta­glierebbe il prezzo di altri 0,7 cen­tesimi. Un altro centesimo si po­trebbe ottenere permettendo ai di­stributori di vendere più prodotti diversi dalla benzina, dai giornali ai tabacchi, e un ulteriore rispar­mio da 1,1 centesimi sarebbe ga­rantito da un maggiore uso del self­service, da noi usato nel 29% dei casi contro una media europea che arriva al 90%. Tutti punti, questi, al­lo studio del ministero dello Svi­luppo economico che da mesi, as­sieme all’Unione petrolifera e alle associazioni dei consumatori pre­para una riforma del settore. Tra le proposte c’è anche quella di ag­giornare i prezzi solo settimanal­mente. Nel frattempo, chi cerca ri­sparmi sicuri può rivolgersi alle « pompe bianche » , stazioni di di­stribuzione indipendenti che rie­scono a fare prezzi inferiori a quel­li delle compagnie tradizionali. Si può trovare la stazione più econo­mica del proprio quartiere sul sito
www.prezzibenzina.it, aggiornato quotidianamente. Informarsi, è il miglior modo per risparmiare.

 25 marzo 2010

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La Merkel contro tutti

Il cancelliere tedesco Angela Merkel ritiene sia indispensabile che in futuro, a titolo cautelativo, venga ammessa la possibilità di decidere, in casi estremamente gravi e particolari, l’esclusione di un Paese membro dall’area Euro. Ciò, chiaramente, se si dovesse rendere necessario operare in tal senso per scongiurare una eventuale crisi globale e solo dopo aver valutato ogni altra possibilità di risoluzione del problema stesso.  

Angela Merkel ha affermato al Bundestag (parlamento tedesco) che non ritiene le attuali norme UE abbastanza forti per affrontare l'attuale crisi innescata dalla Grecia. L'esclusione della Grecia dal gruppo di 16 nazioni della zona euro sarebbe eventualmente l’ultima ed estrema risorsa, ha aggiunto il cancelliere, lasciando intendere, tuttavia, che ulteriori situazioni di questo tipo saranno mal tollerate in seno al Parlamento europeo. E, nonostante il Primo Ministro della Grecia ritiene che non ci sia alcuna possibilità che il suo Paese esca dall’ area euro, la Germania si mostra abbastanza restia a lanciarsi a occhi chiusi nel salvataggio finanziario per risolvere il grave problema del debito pubblico greco. Ha tuttavia anche aggiunto che nessun Paese della zona euro, né oggi né in futuro, sarà lasciato a sé stesso nell’ affrontare una crisi di questo tipo (quella greca porta sulle spalle un deficit di bilancio pari a quattro volte e oltre rispetto a quanto permesso dalle norme UE), sempre che la chiarezza, prima, durante e dopo la fase critica, la faccia da padrone.

Attuale situazione della Grecia:

-Deficit: 12,7% della produzione, quattro volte superiore a quello fissato dalla UE

-Debito: 300 miliardi di euro

-Disoccupazione: + 10%

-Inflazione: 2,8% (da accertare) 

La Merkel sostiene dunque che "in futuro avremo bisogno di una voce nella sezione UE al fine di dichiarare effettiva, in ultima istanza, la possibilità di escludere un Paese della zona euro, qualora le condizioni minime necessarie non dovessero essere soddisfatte nuovamente o non dovessero essere ripristinate (anche in prospettiva) nel lungo termine". Le ritiene misure assolutamente necessarie per garantire la stabilità della zona euro oggi ma, soprattutto, in futuro e a lungo termine. Continua: "l'euro sta affrontando la sfida più forte che abbia mai dovuto affrontare ed un atto di solidarietà rapido e senza chiarimenti né forte di un programma efficace e concreto per la risoluzione del problema non è sicuramente la risposta giusta."  

In definitiva, opinione personale: la crisi è ancora forte, i risvolti della stessa continuano a farsi sentire e qualcuno nutre seri dubbia sul fatto che la sua risoluzione sia così vicina come vorrebbero farci credere. Un eventuale aggravamento della stessa in un ambito economico-finanziario già provato dai recenti problemi potrebbe mettere a tappeto l’economia europea e l’euro stesso, annullando di fatto quella discreta stabilità raggiunta proprio nel periodo pre-crisi. E la Germania, oggi Paese trainante della comunità europea, non vuole mettere a repentaglio il sistema e la sua leadership all’interno dello stesso. E quindi Portogallo e Spagna sono avvisati; speriamo l'Italia non ne debba mai fare le spese!

 

18 marzo 2010

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Un’ occhiata (senza pretese) alla situazione economica italiana all’inizio del nuovo anno.

La produzione industriale

La produzione industriale italiana è cresciuta, secondo i dati ISTAT, del 2,6% (nel mese di gennaio 2010). Il dato in sé porta ad una doppia valutazione: 

1)       è chiaro che, visto l’argomento, un dato positivo è validamente a supporto della tesi di una imminente ripresa e, in termini assoluti, comunque certamente e nettamente meglio di un dato neutrale o, peggio ancora, negativo. 

2)      La situazione effettiva, rispetto ai livelli di crescita raggiunti negli anni scorsi, è però ancora poco incoraggiante (anche se occorre necessariamente considerare la portata della crisi che attualmente stiamo vivendo). Infatti, fatto 100 il valore base relativo alla produzione del 2005, la produzione industriale italiana ha raggiunto il suo picco massimo nella prima metà del 2008 con un valore, in proporzione, pari a 108,9. Il collasso di fine 2008 l’ha fatta precipitare fino a toccare, nel marzo 2009, un valore minimo di 81,1 punti, in discesa di oltre 25 punti percentuali dunque rispetto al massimo. Attualmente l’ultimo dato informa che l’indice di gennaio è risalito al punteggio di 87,9, il che non significa certamente che siamo tornati ai valori pre-crisi ma, almeno ci siamo parzialmente ripresi dall’abisso in cui eravamo caduti. Secondo gli analisti la produzione industriale, a questo ritmo, tornerà ai livelli pre-crisi nel 2013 circa.

La disoccupazione

Il tasso di disoccupazione rilevato a gennaio raggiunge il livello dell’ 8,6%, in leggera salita rispetto all’8,5% relativo al dato di fine 2009. Anche in questo caso, dunque, la situazione non è certamente molto rassicurante; è altresì vero che la disoccupazione è un problema che segue la crisi e non certo la anticipa, motivo per cui, evoluzione della crisi a parte, ci può stare che peggiori ulteriormente anche se altri dati stallano o si notano in fase di miglioramento. Per quanto riguarda il tasso di disoccupazione giovanile l'Istat di dice che è pari al 26%, in leggera crescita rispetto al mese precedente e in crescita più decisa rispetto a gennaio del 2009. 

Occorre considerare una situazione pregressa: la crisi che si è manifestata nel pieno vigore nell’ultima parte del 2008 ha colto l’Italia in una situazione già decisamente poco fiorente a livello economico. A partire dal 2002, infatti, la crescita del nostro prodotto interno è stata mediamente appena dello 0,6% fino al 2005 almeno e poco di più nei due anni successivi, in evidente ritardo rispetto ai concorrenti europei (tranne la Germania che era sui nostri stessi livelli, più o meno). E’ quindi chiaro che la situazione generale si è aggravata aumentando questo sbilancio nei confronti di buona parte dei Paesi dell’area Euro, portandoci ad una discesa del Pil più maggiore della media europea (come sappiamo 5-6% circa). 

I numeri parlano sempre chiaro: se la crisi è finita o sta finendo ci aspettano alcuni anni di fatiche per riportarci su livelli accettabili e, speriamo, per rivedere la nostra economia ad un ritmo di sviluppo decente. In caso contrario il peggioramento di una situazione già abbastanza critica come quella attuale sarebbe veramente poco rassicurante per il mondo del lavoro.

 16 marzo 2010

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USA: attacco all'euro?

Notizie d’oltreoceano risalenti già alla seconda metà del mese di febbraio svelano, basandosi su alcune fonti nazionali di rilievo, un massiccio attacco alla valuta europea operato dalle maggiori banche americane con l’aiuto degli hedge fund più importanti, iniziata sui valori intorno a 1,50 circa, ultimo massimo (relativo e di medio periodo) raggiunto dall’euro negli ultimi mesi. Obbiettivo: la parità con il dollaro. Causa principale (oltre chiaramente alla speculazione stessa): la convinzione che il debito della Grecia e degli altri Paesi europei quali Spagna e Irlanda, oltre al Portogallo già evidenziato in questi giorni, possa creare le condizioni per una svalutazione corposa della nostra valuta.

Da un articolo del Wall street Journal, infatti, si apprende che gli istituti di cui sopra stanno accumulando Credit defaults swaps, i titoli assicurativi contro la bancarotta della Grecia, e che gli stessi, in un solo anno, sono praticamente raddoppiati, passando dai precedenti  40 miliardi ai circa 80/90 miliardi di dollari, iniziando ultimamente anche l’accumulo di certificati contro la bancarotta dei suoi compagni. Principali e scottanti rivelazioni: il Soros Fund managment e la Sac capital advisors in prima fila, coadiuvati da altre importanti istituzioni finanziarie private di Wall Street, si sarebbero riuniti poco tempo fa ritenendo inevitabile la “caduta” economico-finanziaria della Grecia, convinti quindi che l’euro crollerà e che i CDS porteranno ai loro possessori guadagni ingenti degni delle migliori speculazioni finanziarie a livello internazionale (tanto care a Soros, per esempio, negli anni “90). Infatti, continua il giornale. Potrebbe trattarsi della più grande speculazione monetaria dopo quella del ’92 contro la sterlina inglese che fruttò a George Soros, lo speculatore per eccellenza delle valute oltre 1 miliardo di dollari.

A causa di questo (non solo, a mio parere, visti i tempi che corrono e il denaro che il governo USA ha immesso nelle casse di molte banche principali) la Federal reserve ha annunciato di avere aperto un’inchiesta sulle banche e sugli hedge funds in questione, principalmente per due motivi:

1) perché, secondo Bernanke, negli ultimi anni hanno aiutato la Grecia a nascondere il suo debito;

2) perché scommettono sulla sua bancarotta, un potenziale caso di conflitto di interessi. “Usare i CDS per destabilizzare una società o un paese è controproducente” ha ribadito Bernanke, “ conduce al loro dissesto, nel caso dell’euro alla sua svalutazione, come accadde a suo tempo alla sterlina”.

E occorre non dimenticare, come dice bene lo stesso bernanke, il disastro dei mutui subprime e la Lehman brothers nel crack del 2008 quando, proprio mentre li finanziavano, le banche e gli hedge funds comprarono i titoli assicurativi contro la loro bancarotta, intascando miliardi di dollari al loro crollo.

Sono d’accordo sull’iniziativa del presidente della FED sull’inchiesta ma, occorre tenere ben presente, che se le leggi necessarie (e auspicate da tempo) a scongiurare nuove crisi pesanti come quella attuale (in merito principalmente proprio alla regolamentazione del funzionamento dei CDS) fossero state legiferate e approvate ora, probabilmente, non si sarebbe arrivati a questo punto e non sarebbe necessaria alcuna inchiesta (da ricordare che la leva su questi strumenti è elevatissima: con 1 milione di dollari si possono accumulare certificati per 20!) e ciò porta alla speculazione selvaggia, rischi e benefici proporzionali tra loro, sia chiaro, ma non equamente ripartiti tra gli attori in campo, purtroppo, e l’ultimo default finanziario ne è la prova!

10 marzo 2010

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Portogallo in crisi, come da copione

Il Portogallo ha annunciato una serie di nuove misure interne al fine di evitare una crisi del debito pubblico  come quella che attualmente sta colpendo direttamente la Grecia. Il governo portoghese si trova dunque nella necessità di tagliare i costi, in particolare, del settore pubblico, iniziando al momento con la sospensione della creazione di nuovi posti di lavoro e, in seguito e qualora il primo atto non desse sufficienti risultati, anche di tagliare eventualmente in parte i costi nel settore. Un secondo provvedimento sarà mirato invece ad aumentare le tasse per i redditi più elevati: il ministro delle Finanze Fernando Teixeira dos Santos ha dichiarato la sua intenzione di introdurre una nuova aliquota 45% delle imposte sul reddito per le persone che guadagnano più di 150.000 euro all'anno; il tutto per un obbiettivo dichiarato di passare da un attuale deficit dell’8,3% al 3% o meno per rientrare nei livelli previsti dalla comunità europea.

C’è da ricordare che tanto il Portogallo quanto la Spagna si trovano a navigare in acque poco sicure ultimamente e la paura del FMI è proprio quella di trovare questi due Paesi nelle stesse condizioni della Grecia, anche se il direttore del FMI Dominique Strauss-Kahn ha dichiarato all'agenzia di stampa Reuters: "Nessuno sa cosa succederà domani, ma per ora non c'è alcun motivo per ritenere che i problemi del Portogallo siano altrettanto gravi di quelli della Grecia né che possano aggravare quelli della Spagna".

Un ulteriore provvedimento riguarderà probabilmente i tagli alla spesa militare: obbiettivo dell’attuale governo socialista, infatti, è quello di tagliare le spese per attrezzature militari per i prossimi quattro anni del 40%, e di rinviare i piani per costruire un nuovo collegamento ferroviario ad alta velocità per la Spagna.

Il tutto mentre i Paesi europei, Francia in particolare, insieme al FMI stanno cercando di capire e verificare la reale situazione attuale e, soprattutto, prospettica della Grecia, per decidere se attuare o meno interventi concreti atti a mantenere il più possibile la stabilità finanziaria dell’area Euro.

9 marzo 2010

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Una mail di un lettore del sito mi chiede se mi ispiro a qualche regola in particolare quando faccio trading. In realtà le regole sono moltissime: personalmente, come già detto altre volte, preferisco un'attività legata a sistemi e metodologie trend-following, motivo per cui, per esempio, nella homepage del sito si possono trovare in modo stringato le regole di fondo del grande Ed Seykota. Cerco, nei limiti del possibile, di utilizzare quando adattabile la strategia di Gann, situazione che tuttavia riesco a verificare principalmente sulle tendenze di medio e lungo termine. Se però dovessi indicare una lista esaustiva e allo stesso tempo semplice da comprendere e da mettere in pratica direi che la cosa migliore sia studiare e mettere in pratica gli accorgimenti suggeriti da Murphy. Di seguito una spiegazione abbastanza stringata delle regole di trading di John J. Murphy.

Fare una mappa precisa e storica delle tendenze di mercato.

In pratica studiare i grafici di lungo termine: analizzare graficamente dati mensili e settimanali possibilmente su uno storico dati di molti anni. Una mappa del mercato ragionando su compressioni temporali alte fornisce sicuramente una maggiore visibilità e una migliore prospettiva di lungo periodo del mercato stesso. Una volta stabilito il trend di lungo termine sarà possibile passare allo studio (ed eventualmente intervenire) dei grafici daily e intraday. Una visione del solo mercato di breve termine, infatti, spesso può essere ingannevole: anche se si fa un trading esclusivamente di brevissimo termine è sempre opportuno agire nella stessa direzione del trend principale di medio e lungo termine.

Individuare il trend principale e seguirlo.

Le tendenze di mercato si presentano in svariati modi: dal brevissimo termine (pochissimi giorni) al lungo e lunghissimo termine (mesi e anni), motivo per cui la prima cosa da fare è sempre determinare con quale tipo di trend si vuole fare trading ed utilizzare il grafico più appropriato, assicurandosi di fare trading nella stessa direzione di quello stesso trend. Se il trend è in salita acquistare in corrispondenza dei ritracciamenti (buy on dips), se il trend è al ribasso vendere in corrispondenza dei rimbalzi ( sell rallies). Se si sta facendo trading utilizzando il trading intermedio, utilizzare grafici settimanali e giornalieri. Se si fa trading intraday, utilizzare grafici daily e intraday. Ma in ogni caso deve essere il grafico con il range più lungo a determinare il trend, e quindi usare il grafico a più breve termine per la tempificazione del trading.

Trovare il minimo e il massimo dei movimenti.

In sostanza: individuare i livelli di supporto e resistenza generatisi dei movimenti più recenti ma non solo. Il prezzo migliore per acquistare un titolo è vicino ai livelli di supporto, quello per venderlo sulle resistenze. Di solito un buon supporto è una reazione precedente di minimo, una resistenza è invece nei pressi di un picco precedente. Dopo che un picco di resistenza è stato violato, esso normalmente fornirà un supporto nei pullback successivi. In altre parole, i vecchi “massimi” diventano i nuovi “minimi”. Allo stesso modo, quando un livello di supporto è stato violato, esso di solito provoca delle vendite sui rally successivi – il vecchio “minimo” può diventare il nuovo “massimo”.

Studiare i ritracciamenti normali e non.

Procedere quindi alla misurazione dei ritracciamenti in termini percentuali; le correzioni di mercato, al rialzo o al ribasso, di solito ritracciano una porzione significativa del movimento precedente.  Uno dei più comuni ritracciamenti corrisponde al cinquanta per cento di un movimento precedente, ritracciamenti inferiori minimi vale normalmente circa un terzo del movimento precedente menre quello superiore generalmente arriva ai due terzi (del trend precedente). Vale la pena di considerare anche i ritracciamenti di Fibonacci del 38,2% e del 61,8%. Pertanto durante un pullback in un trend al rialzo, i punti iniziali di acquisto sono ubicati nell’area di ritracciamento 33-38% se il trend si dimostra molto forte, sul 50% in situazioni normali e sul 61-66% in casi diversi.

Tracciare le trend-line.

Le trendline sono uno degli strumenti grafici più semplici ed efficaci e per tracciarle serve semplicemente unire due punti significativi su un grafico: le trendline al ribasso sono tracciate unendo due massimi successivi, le trendline al rialzo sono tracciate unendo due minimi successivi. Spesso i prezzi ritracciano fino alle trendline prima di reimpostare il nuovo trend. La violazione di una trendline di solito segnala un cambiamento nel trend. Una trendline valida dovrebbe essere toccata almeno tre volte. La trendline diventa tanto più importante quanto maggiore è stata la sua durata e quanto maggiore è il numero di volte in cui è stata toccata.

Seguire le medie mobili.

Le medie mobili forniscono segnali di acquisto e di vendita obiettivi, esenti da elaborazioni estremizzate e da indicazioni soggettive ed emozionali. Esse ci dicono se il trend è ancora in movimento e ci aiutano a rilevare l’eventuale e potenziale cambiamento di tendenza sui nuovi break dei loro valori, anche se le stesse non ci dicono in anticipo che è imminente un cambiamento del trend. Il modo più popolare per individuare segnali di trading è quello di utilizzare un grafico con la combinazione di due medie mobili: alcune combinazioni popolari per i futures sono quelle di medie mobili con periodi di 4 e 9 giorni, 9 e 18 giorni, 5 e 20 giorni. I segnali sono generati quando la media mobile con il periodo più breve incrocia la media mobile tarata sul periodo più lungo. Anche l’incrocio, al rialzo e al ribasso, del prezzo con una media mobile a 20 o a 40 giorni genera buoni segnali di trading. Poiché le medie mobili sono indicatori trend following, funzionano meglio in un mercato in trend.

Comprendere i punti di svolta.

Gli oscillatori identificano le condizioni di ipercomprato e di ipervenduto del mercato per cui è importante seguirli nelle evoluzioni delle fasi di mercato. Se è vero che le medie mobili offrono una conferma di un cambiamento del trend di mercato, è altrettanto vero che gli oscillatori, spesso, ci preavvisano che un mercato è salito (o sceso) troppo e presto effettuerà una inversione. Due fra gli indicatori più popolari sono il Relative Strength Index (RSI) e lo Stocastico: entrambi utilizzano una scala da 0 a 100. Utilizzando l’RSI, quando il valore si trova sopra 70 ci si trova in condizione di ipercomprato mentre con un valore sotto 30 ci si trova in condizione di ipervenduto. I valori di ipercomprato e di ipervenduto per lo Stocastico sono 80 e 20. La maggior parte dei trader utilizzano 14 giorni (o settimane) per lo Stocastico, mentre per l’RSI si utilizzano sia 9 che 14 giorni (o settimane). Le svolte di mercato spesso sono preannunciate dalle divergenze degli oscillatori. Questi strumenti funzionano meglio in un mercato in trading range (orizzontale). I segnali settimanali possono essere utilizzati come filtri per i segnali giornalieri, mentre i segnali daily possono fungere da filtro per i segnali intraday.

Conoscere i segnali di allerta.

Utilizzare il MACD per il trading. L’indicatore Moving Average Convergence Divergence (sviluppato da Gerald Appel) combina un sistema di incrocio di medie mobili con gli elementi di ipercomprato/ipervenduto di un oscillatore. Viene generato un segnale di acquisto quando la media più veloce incrocia al rialzo la media più lenta ed entrambe si trovano sotto la linea dello zero. Per converso viene generato un segnale di vendita quando la media più veloce incrocia al ribasso la media più lenta ed entrambe si trovano sopra la linea dello zero. I segnali settimanali hanno la precedenza sui segnali giornalieri. Un istogramma MACD traccia la differenza tra le due linee e fornisce segnali anticipatori anche del cambiamento del trend. Si chiama “istogramma” perché sono usate delle barre verticali per mostrare la differenza tra due linee del grafico.

Tendenza o trading range.

Allo scopo utilizzare l’ADX. La linea dell’Average Directional Movement Index (ADX) serve a determinare se il mercato si trova in una fase di trend o di trading range e misura il grado di trend o direzione del mercato. Una linea ADX crescente suggerisce la presenza di un forte trend, una linea ADX discendente suggerisce la presenza di una fase di trading range e l’assenza di un trend. Un ADX crescente privilegia le medie mobili; un ADX in declino privilegia gli oscillatori. Il trader può, grazie al tracciamento della direzione della linea ADX, determinare, in funzione delle condizioni attuali del mercato, quali siano lo stile di trading e quali gli indicatori più appropriati.

Conoscere i segnali di conferma.

Utilizzare il volume e l’open interest. Volume e open interest sono importanti indicatori di conferma nei mercati futures in quanto solitamente il volume precede i prezzi. È importante verificare che vi siano volumi crescenti nella direzione del trend prevalente: in un trend rialzista i volumi crescenti dovrebbero essere coincidenti con i giorni al rialzo ed una open interest crescente conferma che nuovi capitali stanno supportando il trend prevalente. Una open interest decrescente è invece spesso un segnale indicante che il trend è vicino al completamento. Un sano incremento di prezzo dovrebbe essere accompagnato da volume crescente e anche da un crescente open interest.

9 marzo 2010

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Assicurazioni UK: Admiral in crescita nel 2009

Admiral ha riportato profitti record grazie ad una  forte crescita di periodo che ha consentito alla compagnia di assicurazioni di raggiungere un fatturato superiore a 1 miliardo di sterline per la prima volta nella sua storia. L’utile prima delle imposte nel 2009 è stato di £ 215.8m, rispetto a € 202.5m nel 2008, con un incremento del 7%. L'amministratore delegato, Enrico Engelhardt ha detto che il ramo auto del Regno Unito è stato fondamentale per il successo dell’impresa; il rendimento del settore, infatti, ha dato come risultato un utile pre-imposta  di ben £ 206.9m. "Nel 2009 Admiral ha continuato la forte crescita economica ci ha permesso di superare il fatturato di 1 miliardo di sterline per la prima volta nella nostra storia, situazione positiva e che ci permetterà di pagare dividendi record" ha detto Engelhardt. "Questa non è un'impresa da poco a prescindere dalle circostanze, ma dato che il 2009 è stato un anno di recessione e bassi rendimenti degli investimenti, ottenere questo record in tali condizioni è un risultato eccezionale". Ha poi aggiunto: "In definitiva, è stato un ottimo anno, il che significa che ogni membro del personale in ogni paese avrà massima resa dalle azioni, considerando il nostro sistema di partecipazione azionaria dei dipendenti, con un valore totale di oltre £ 9m per il 2009. Tutti lo hanno meritato. "  

Il numero di clienti è aumentato del 17% e i premi medi sono aumentati del 12%, aumenti definiti da Engelhardt "sostanzialmente in linea con il mercato del Regno Unito", sostenendo che, dopo un periodo di rincari minimi, i premi erano ormai destinati ad aumentare "per compensare i crediti di inflazione in questi ultimi anni". Admiral ha continuato a sviluppare le operazioni e le attività anche al di fuori del Regno Unito e ora ha più di 120.000 clienti nel ramo auto all’estero. "Queste attività hanno contribuito £ 47.2m di fatturato nel 2009," ha detto sempre Engelhardt, che ha aggiunto: "non è tutto rose e fiori e la creazione di imprese al di fuori del Regno Unito ha i suoi problemi e le sue incombenze. Ci vogliono tempo e soldi per costruire una crescita duratura lavorando sulle imprese veramente redditizie. "Tuttavia, se potessi andare avanti nel tempo di 10 anni mi aspetterei di vedere queste imprese  quali principali fattori chiave della nostra crescita".

2 marzo 2010

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Inghilterra: governo e Northern Bank

Northern rock, uno dei principali istituti di credito britannici e specializzato nei mutui immobiliari, è stata la prima banca europea di primaria importanza ad essere fortemente colpita dalla crisi finanziaria mondiale. Alla fine dell’estate del 2007, infatti, voci allarmanti sulle difficoltà finanziarie, con particolare riferimento alle disponibilità (o indisponibilità) di liquidi causa soprattutto la sfiducia del sistema interbancario nei suoi confronti, convinsero le migliaia di risparmiatori e clienti della banca, presi dal panico per la paura di perdere i loro risparmi, a correre nelle filiali per chiedere i propri soldi (curiose, anche se preoccupanti, le file di risparmiatori che attendevano il proprio turno per servirsi degli sportelli della banca, in stile USA durante la crisi del ’29). Tutto ciò nonostante il tentativo, da parte delle Istituzioni inglesi (della Banca d'Inghilterra in primis), che affermavano che i depositi non correvano rischi e che la crisi non avrebbe causato danni a chi aveva già ricevuto prestiti dalla banca stessa; stessa cosa da parte dell’organo di controllo inglese, l’ Fsa, che lanciò un chiaro invito alla calma (“crediamo che l'istituto sia solvente, che soddisfi tutti i parametri sulla capitalizzazione e che abbia un buona qualità del credito”).  

Il problema, tra colpe assegnate e scaricabarili vari, furono sicuramente da ripartire, ma è indubbio che la politica adottata dall’istituto creditizio negli ultimi anni, in particolare, portato a concedere ai clienti prestiti sino a cinque volte l'ammontare dei salari e fino al 125% del valore delle case, nonostante tutti gli avvertimenti sull'instabilità economica e il possibile crollo delle quotazioni degli immobili, creò quell’enorme e difficilmente colmabile buco nelle finanze della banca. Quello che successe in seguito, come si sa, fu che la banca centrale britannica riuscì ad evitare peggiori danni, provvedendo successivamente alla nazionalizzazione della Northern, situazione che permise alla banca di continuare a “vivere” grazie ad una linea di credito d'emergenza da 25 miliardi di sterline concessa appunto dall BOI.  

Ora giungono nuove notizie in merito a provvedimenti che saranno presi a breve: I risparmiatori, correntisti della Northern Rock, perderanno la garanzia del 100% fornita da parte del governo britannico sui loro depositi a partire dalla fine di maggio.  La garanzia, introdotta proprio nell'autunno del 2007 per fermare la corsa dei risparmiatori al ritiro dei loro soldi dalle casse della banca, terminerà dunque il 24 maggio 2010; in realtà, comunque, tutti i risparmiatori continueranno a beneficiare della garanzia di £ 50.000, ai sensi del Financial Services Compensation Scheme (FSC).  

Il crollo della Northern Rock, nell'autunno del 2007 segnò l'inizio “cronologico” della crisi bancaria inglese (e non solo) e costrinse il governo a prendere provvedimenti di emergenza per garantire la continuità della fiducia del pubblico in quella banca (così come per le altre, successive che dovettero affrontare il rischio di un collasso finanziario). Il denaro dei risparmiatori è attualmente detenuto in conti gestiti da Northern Rock PLC, costituita il 1 ° gennaio, quando la vecchia banca fu formalmente scorporata tramite la totale riorganizzazione e la sua divisione in due istituti: altra metà della vecchia banca, la Northern Rock Asset management, detiene e gestisce la maggior parte dei vecchi mutui della banca originaria.  

Provvedimenti come questo, così come l’intenzione che mostra il governo inglese di vendere Northern Rock PLC appare legittimo, nonostante i reclami da più parti, in quanto l’intento di recuperare almeno una parte dei miliardi di sterline di denaro pubblico iniettato nelle casse della banca per evitare il fallimento appare legittimo, alla luce dei costi che ogni inglese ha dovuto sopportare (e sopporta) tuttora a causa della crisi economica.

24 febbraio 2010

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Economia: un giro per il mondo "in spiccioli"

Exxon Mobil comunica un calo dei profitti nel quarto trimestre del 2009. Il gigante petrolifero Usa ha infatti riportato un calo del 23% nei profitti, ma il risultato è stato migliore delle previsioni degli analisti. Exxon ha realizzato un profitto netto di 6.05bn $ nel quarto trimestre del 2009, rispetto ai 7.82bn registrati nello stesso periodo nel 2008. Nonostante la debole domanda di carburante durante il rallentamento economico globale l'attività della società di raffinazione si è mantenuta su buoni livelli, compensando in parte le perdite. Nel 2009 Exxon ha dunque realizzato un utile di 19.28bn di euro, meno della metà di quanto ha fatto nel 2008. Nonostante ciò il valore delle azioni di Exxon Mobil sul mercato Usa sono aumentato di circa il 2%.

Conti migliori nella produzione: gli amministratori di Exxon hanno informato che, comunque, nell’ultimo periodo le spese in conto capitale per la ricerca e lo sviluppo sono aumentate del 4% nel corso del 2009. "La nostra forza finanziaria ci ha fornito le basi per continuare ad investire in nuovi rifornimenti energetici per contribuire a soddisfare la domanda globale di energia e ad alimentare la crescita economica", ha detto in particolare il presidente della Exxon Rex Tillerson. "Il capitale investito è stato di 27.1bn $ nel 2009, un altro anno record, decisamente in linea con il nostro piano di sviluppo di lungo termine". La produzione di petrolio e di gas è aumentata quasi del 2% nel quarto trimestre, fornendo dati finali migliori delle aspettative, mentre i ricavi sono aumentati del 6% a 89.84bn $.

Warren Buffett ha rivelato nuovi investimenti in Nestlè e Exxon Mobil. Proprio in questi giorni dalla Berkshire Hathaway (la società statunitense dell’investitore miliardario Warren Buffett) hanno riferito che possiedono 1.280.000 di azioni del gigante petrolifero Exxon Mobil, del valore complessivo attuale di circa 87.6m di $. E’ chiaro che, come al solito, essendo uno dei più grandi investitori mondiali, gli stock Picks di Buffett sono guardati da vicino e, il più delle volte, rendono maggiormente appetibile l’azienda oggetto delle sue attenzioni. L'informativa con la quale il magnate americano ha comunicato il suo investimento riguarda anche la Nestlè, per un valore partecipativo di 144,7 m. di $.

22 febbraio 2010

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L'Asia è approfitta della recessione?

Si è svolta in questi giorni la riunione annuale delle 21 nazioni che compongono l'Asia-Pacific Economic Cooperation (APEC). Tra i leader, che si sono riuniti a Singapore, proprio il Primo Ministro di Singapore Lee Hsien Loong ha detto che, con la crescita chiaramente debole degli Stati Uniti negli ultimi mesi, l’Asia sarà necessariamente favorita nella corsa alle esportazioni e nell’arrivo di capitali esteri a titolo di investimento interno. Lee Kuan Yew ha indicato, in particolare, Cina e India, due paesi che hanno registrato una crescita annua (2009) superiore al 6%, risultato ancora più eclatante considerando che la maggior parte dei paesi in Occidente sono stati interessati da una delle crisi peggiori della loro storia economica. (Il Fondo monetario internazionale ha recentemente sostenuto, prima dei resoconti ufficiali, che l'Asia sarebbe cresciuta del 2,75% nel 2009 e 5,75% nel 2010, rispetto al piano di crescita negativa degli Stati Uniti e dell’Europa occidentale. "La crescita dei prossimi anni in tutto il mondo sarà ancora inevitabilmente lenta, ma, soprattutto nel lungo termine, l'Asia farà molto bene", ha confermato Lee.  

Ruolo della Cina

Il presidente cinese Hu Jintao ha affermato, al vertice, che le misure del suo governo sono stati uno stimolo non solo per la crescita dell’economia interna, ma anche una serie di iniziative di interesse internazionale di cui beneficia e beneficerà l'economia mondiale: "La serie di misure che la Cina ha adottato per contrastare la crisi finanziaria internazionale è favorevole alla costante ma relativamente rapida crescita dell'economia cinese”. Hu ha anche lasciato intendere che la Cina potrebbe anche ricorrere a misure supplementari per convincere i consumatori cinesi a spendere di più: "la Cina, attraverso nuove manovre, consentirà di migliorare ulteriormente la domanda interna, favorendo una chiara espansione del mercato interno e promuovendo una crescita equilibrata della domanda interna ed estera".  

Su questo sembra essere d’accordo anche il Segretario del Tesoro americano Timothy Geithner che, in merito all’importanza del supporto cinese al recupero economico mondiale, ha affermato: "se si guardano le linee della politica economica cinese si capisce che essa svolge un ruolo fondamentale nel contribuire al recupero globale. L’insieme delle riforme fornisce una base molto promettente per aiutare costruire non solo una base più solida per la crescita interna del Paese in futuro, ma addirittura in tutto il mondo”.

Insomma: la Cina potrebbe ora diventare anche un traino per le economie mondiali affossate da problemi finanziari e dalla lentezza di una ripresa economica che stenta ad avviarsi come si deve. Sempre che, in futuro (soprattutto negli anni che seguiranno la nuova e decisa ripresa economica mondiale), faccia attenzione a considerare ogni risvolto negativo che, solitamente, lo sviluppo economico continuo ed accelerato porta con sé.

16 febbraio 2010

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Japan returns?

La crescita dell'economia giapponese mostra ora un risultato migliore del previsto: il tasso di incremento ufficiale è stato pari all’ 1,1% nell'ultimo trimestre dello scorso anno, il che significa un aumento di oltre 4,5 punti percentuali su base annua. Nonostante ciò, sia i vertici economici e politici giapponesi, sia la comunità stessa, mostrano ancora pessimismo per il futuro; nonostante le problematiche che attanagliano gli USA a livello economico ormai da quasi due anni, le attuali condizioni economico-finanziaire interne giapponesi non permettono al Paese del Sol Levante di guardare con eccessiva fiducia al futuro, causa l’incedere sempre troppo eclatante, oltretutto e nonostante la crisi mondiale, dell’economia indiana e cinese. Questo però permette, almeno nel caso della Cina, di mantenere un certo tasso di ripresa proprio a favore dei giapponesi, considerando il fatto che proprio il ritorno alla crescita è stato favorito dalle esportazioni, in particolare proprio verso la Cina, che ora rappresenta il più grande partner commerciale ricettivo d'oltremare.

La spesa dei consumatori, che rappresenta circa il 60% dell'economia giapponese, è aumentato dello 0,7% rispetto al trimestre precedente, in quanto gli acquirenti hanno approfittato degli incentivi del governo sulle automobili e elettrodomestici. Tuttavia, la spesa globale resta ancora abbastanza debole, almeno a livello generale e se non calcolata su basi settoriali. Gli investimenti in conto capitale per le aziende sono aumentati dell'1% nel trimestre considerato, situazione che corrisponde alla prima vera espansione negli ultimi 18/20 mesi. Qualche altro dato: l’investimento pubblico è diminuito dell’ 1,6%, mentre le esportazioni, come precisato sopra e grazie i particolare modo alla Cina, sono aumentate in modo deciso pari ad un tasso del 5%.

In definitiva: la Cina si avvicina e rischia di superare il Giappone diventando così la seconda economia mondiale dopo gli USA ma, a dispetto di ciò, mai come ora i giapponesi sono costretti a sperare che la stessa Cina mantenga elevato il suo tasso di crescita, situazione che, almeno in questo momento, permette di contenere la crisi nazionale.

15 febbraio 2010

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Buonasera. Vorrei qualche delucidazione tecnica da lei in merito ad un acquisto che mi è stato consigliato in questi giorni da una newsletter alla quale sono abbonato. Il titolo in questione è americano e si chiama Alcoa (il simbolo ticket nel caso le servisse per trovarlo più velocemente è AA). Dice che, essendo leader mondiale nel campo dell'alluminio ed avendo anche una buona cedola annuale, ha ottime prospettive di rivalutazione con un target a 3-5 anni pari a oltre il 50% dai prezzi attuali. Lei cosa ne dice? Grazie e buon lavoro. (Email di Samuele della provincia di Imperia).

L’analisi deve essere necessariamente fatta a lungo termine e, come del resto ha già ben precisato lei nella sua mail, riguarda l’aspetto tecnico e non certamente quello dei fondamentali che, a quanto vedo, è già stato affrontato dagli analisti che le inviano la newsletter. Vediamo il grafico mensile a 10 anni:

Come si evince dal grafico, la figura ribassista che ha portato alla rottura del canale di lungo periodo è stata pienamente rispettata ed ha permesso, con buonissima precisione, il raggiungimento dell’obbiettivo principale minimo in prossimità dei 5 $ (area, tra l’altro, che corrisponde al primo max storico del titolo raggiunto qualche decennio fa, all’inizio degli anni ’80, e che, una volta rotto al rialzo, non era mai stato ritracciato in alcuna occasione successiva. Ora, visionando il grafico mensile, si possono notare alcuni segnali interessanti riguardo nuove potenzialità rialziste, qualcuno, invece, meno rassicurante su possibili resistenze che il mercato ha verificato di recente. Direi che l’ottimo recupero del momentum ed il suo passaggio in area positiva lascia propendere per una condizione di positività generalizzata; ugualmente il break sopra la media mobile di lungo periodo ha permesso l’allungo che ha portato i prezzi in area 17/18 dollari, permettendo dunque di triplicare (e più) i prezzi dai minimi di inizio 2009. Nota negativa il fatto che i prezzi, una volta tornati a contatto con un minimo di lungo periodo precedentemente rotto al ribasso (si nota sulla trendline piatta di colore bleu tracciata fino ai massimi di periodo attuali) abbiano avuto una reazione decisamente negativa.

In ogni caso direi che le possibilità ci sono; certo, lavorando per un obbiettivo di oltre il 50% di rivalutazione e in un’ottica temporale di 3 o più anni occorre tenere conto del fatto che, nel frattempo, si potrebbero verificare alti e bassi di una certa consistenza ed entità, motivo per cui lo stop loss, in casi come questi, o non si adotta o lo si lascia ampissimo per evitare di essere buttati fuori in una fase di ritracciamento del mercato. E’ chiaro che, essendo attualmente le quotazioni in area 13 $, ritorni anche poco sopra l’ultimo massimo realizzato ed appena visto sul grafico coinciderebbero con una rivalutazione del 40% circa, quindi poco inferiore a quanto prospettato nella newsletter. Personalmente, qualora il titolo mostrasse una certa forza e qualora le quotazioni tornassero veramente su questi livelli, propenderei per liquidare una parte della posizione e provare a tenere il rimanente quantitativo di azioni per tentare di portarlo fino al successivo potenziale obbiettivo (anche questo verificabile sul grafico ed indicato dalla X rossa) in area 22/23 $.

Spero di esserle stato utile.

 

12 febbraio 2010

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Default Grecia?

Il problema. L'entrata nell'area euro nel 2001 ha permesso alla Grecia l'accesso economico, finanziario e commerciale ai mercati internazionali, ma i problemi che il Paese sta attualmente mostrando minacciano seriamente la stabilità economica dell'intera area. Ciò che crea ancora più scontento tra gli investitori internazionali è il fatto che la Grecia abbia intenzionalmente tenuto nascosto all’Europa la reale entità del suo deficit nazionale, manipolando conti e cifre negli ultimi anni; ora si calcola che il debito sia salito a circa 300 miliardi di euro. Entro i prossimi mesi lo Stato dovrà rifinanziare una buona parte di questo debito o l’attuale rischio di insolvenza sui suoi prestiti potrebbe tramutarsi in una tragica realtà, trasformandosi in un durissimo colpo per la credibilità di tutta l'economia dell’area euro.

La situazione attuale si è evoluta nel corso degli ultimi 10 anni circa, in particolare; l’adesione all'euro ha dato al governo greco una nuova e interessante posizione nei mercati finanziari (e non solo). Ciò ha portato il governo greco a sfruttare pienamente (e, forse, eccessivamente) la situazione favorevole, attuando una sorta di spesa folle con conseguente emissione di prestiti alla ricerca di quegli enormi capitali indispensabili a permettere il boom economico auspicato; in effetti l’economia è cresciuta ad un ritmo molto buono ma i risultati di questa politica finanziaria selvaggia e altamente speculativa sono ora sotto gli occhi di tutti, così come le conseguenze interne al Paese: la spesa pubblica ed il costo del lavoro nel settore pubblico sono praticamente raddoppiati in questo lasso di tempo. A ciò si aggiunga che la crescita economica ha portato con sé la cattiva prassi (o abitudine che dir si voglia, ben diffusa in Italia) dell’evasione fiscale che impedisce ovviamente una corretta corrispondenza tra erogato in termini di agevolazioni, sovvenzioni e finanziamenti, sgravi fiscali, ed un imponibile assolutamente falsato sul quale il governo ottiene le importantissime entrate fiscali.

Non solo: quando la crisi finanziaria globale ha colpito la Grecia, il Paese non era assolutamente preparato a farvi fronte. Tutte queste concause hanno portato quindi il deficit nazionale al 12,7%, di oltre quattro volte superiore rispetto a quanto consentito dalle norme dell’area euro (max 3% del PIL).

Iniziative attuali. Il piano di riduzione del deficit a lungo termine mira ad un drastico ridimensionamento dello stesso dal  12,7% del PIL a meno del 3% entro il 2012. Condizione raggiungibile, tuttavia, solo se il governo si atterrà scrupolosamente alle regole adottate per la buona riuscita del piano: aumento delle tasse, maggiori controlli fiscali per ridurre l’evasione, congelamento delle retribuzioni del settore pubblico, aumento dell’età pensionabile, possibile quanto inevitabile aumento dei prezzi del petrolio e suoi derivati (mi sembra di vedere l’Italia del boom, solo che noi i problemi ce li teniamo da decenni e ci conviviamo, almeno fino a che non si arriverà alla famosa goccia che fa traboccar…)

L’Europa. Proprio oggi, in una riunione nel corso di un vertice a Bruxelles, I leader dell'Unione europea sono pronti a discutere l'economia greca i leader dell'Unione europea sono pronti a discutere la situazione attuale dell'economia greca; l’intervento anche del presidente della Banca centrale europea, Jean-Claude Trichet, come annunciato, ha dato fiducia, nei giorni scorsi, ai mercati finanziari che hanno interpretato la notizia come una sorta di promessa per un pacchetto di aiuti presumibilmente già in avanzata fase di preparazione.

Impatto sull’euro. Le crescenti preoccupazioni per l’elevato disavanzo in Grecia ma anche Spagna e Portogallo hanno spinto l'euro nettamente più bassa negli ultimi tempi, creando le condizioni per una discesa decisa che ha riportato le quotazioni indietro di qualche mese; eventuali rassicurazioni da parte della Banca Centrale ed eventualmente degli altri Paesi dell’area euro potrebbero permettere un nuovo recupero della nostra moneta.

Risvolti negativi a livello economico. Il timore che gli attuali problemi della Grecia trovi sfogo a livello internazionale ed influenzi negativamente i mercati finanziari potrebbe anche innescare un effetto domino e dunque portare al’estremo i problemi di altri Paesi membri ( e già poco stabili) della zona euro, come Irlanda, Portogallo, Spagna e, non ultima, l’ Italia, che dovranno necessariamente affrontare i problemi di riequilibrio dei bilanci

11 febbraio 2010

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Crisi economica: un giro per il mondo "in spiccioli"

Siemens. Il gruppo tedesco di ingegneria ha registrato un balzo dei profitti negli ultimi tre mesi dello scorso anno, performance in gran parte dovuta ad una decisa riduzione dei costi. L'utile netto del trimestre si è infatti attestato a 1.53bn euro ($ 2.16bn; £ 1.33bn), con un incremento del 24% sui 1.23bn di euro registrato nello stesso periodo dell'anno precedente. Tuttavia, i ricavi complessivi sono diminuiti del 12%, passando da 19.6bn euro a 17.4bn euro, situazione causata in particolare dalla performance deludente nel settore industriale, dove le entrate sono diminuite di oltre il 13%. Inoltre, le entrate provenienti da prodotti energetici sono diminuiti del 10%. Nonostante un discreto ottimismo, la società è stata cauta nelle sue prospettive per il prossimo anno: "Siemens prevede che le condizioni del settore manifatturiero e dei mercati finanziari mondiali rimarranno difficili nel 2010 fiscale", hanno fatto sapere dalla Siemens.

Philips ha registrato un utile netto di 251m di euro nel corso degli ultimi tre mesi del 2009. Il profitto inverte una situazione critica precedente e che aveva visto un risultato negativo pari ad una perdita di 1,2 miliardi di euro nello stesso periodo di un anno fa. Anche in questo caso il miglioramento è dovuto in gran parte dal taglio di posti di lavoro hanno contribuito a raggiungere questo risultato operativo: 5.474 posti di lavoro nel corso dell'anno passato. Negativo, invece, il livello delle vendite, sceso del 3,4% a 7,3 miliardi di euro.

3 febbraio 2010

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Sfida cinese nei cieli  

Si sta facendo largo nel panorama dei produttori di velivoli la cinese Singapore Air Show, azienda che, alla luce degli ultimi sviluppi, creerà sicuramente una grande minaccia ai produttori occidentali..

E’ dunque questa la risposta della Cina alla Boeing e alla Airbus: per la prima volta sta pubblicizzando fuori dai confini nazionali  un nuovo modello di velivolo, il C919 Comac. Il velivolo, progettato e costruito interamente in Cina, sarà in concorrenza diretta con l’ A320 ed il Boeing 737, ed è parte importante dell’ obiettivo dichiarato dalla Cina di sviluppare un settore aerospaziale home-made, che possa un giorno sfidare Airbus e Boeing su tutti i fronti. L’intento è quello di riuscire quindi a costruire oltre 2000 velivoli C919s nei prossimi due decenni ed acquisire almeno una quota del 10% del mercato mondiale degli aerei di questa categoria.

L’ascesa economica e professionale dell’azienda è 'stata fulminea, dal momento che l’inizio dell’attività risale appena ad un anno e mezzo fa circa. Con sede a Shanghai, la società è interamente sostenuta sia da parte del governo centrale che da parte del governo locale oltre che da un certo numero di imprese di proprietà statale, come Chinalco e Baosteel.

Comac ha già venduto più di 240 dei suoi ARJ-21 jet bimotore per le compagnie aeree cinesi, oltre che ad un vettore laotiano e ad una unità della General Electric. Gli esperti del settore ritengono che ci vorranno circa dai 10 ai 20 anni affinchè l’azienda e la Cina in generale possano affermarsi nel settore dell'aviazione commerciale. E’ questa, quindi, una prospettiva che sta attirando molti fornitori occidentali come Rockwell Collins, General Electric e Honeywell. Proprio quest’ultima ambisce alla vendita dei suoi sistemi meccanici ed elettronici per l’utilizzo nell’assemblaggio del C919. Primo passo importante: il produttore americano si è già assicurato i contratti per i suoi comandi di volo e sistemi di navigazione inerziale. Ma l’obbiettivo è ben più imponente: .

guardando al futuro l'azienda spera di fornire pezzi per l'unità aeromobili del Aviation Industry Corporation of China, o Avic. Il gruppo è in fase di sviluppo del MA700, un aereo di linea quattro motori turboelica regionali (Ma l'obiettivo della Cina di diventare un gigante aerospaziale potrebbe essere limitato da un eventuale embargo degli Stati Uniti sul trasferimento di tecnologia militare) La Cina fa sempre più paura, questo è chiaro, ed  i motivi ci sono e sono evidenti a tutti. E’ pur vero che un ventennio fa, circa, anche il Giappone preoccupava, e non poco!.

Qui sotto una fotografie dei velivoli COMAC.

3 febbraio 2010

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Vorrei sapere se ritenete corretto utilizzare l’indicatore Abraham per prendere posizione su un titolo o su un future come per esempio l’eurodollaro (principalmente intraday e a 15 minuti). Ho letto su internet che sarebbe un indicatore di volatilità e che si dovrebbe usare più che altro come stop e trailing stop ma a me sembra che sia valido anche usato come inversione della posizione da long a short e viceversa. Cosa ne pensate? Grazie e buon lavoro. (Email di G.M. di Reggio Emilia) 

Spiegazioni ed esempi sull’indicatore in questione si possono trovare, insieme a riferimenti vari, anche sul sito. Essenzialmente può essere utilizzato sia come trailing stop per evitare di uscire prematuramente da una posizione e quindi cercare di sfruttare il trend fino in fondo, sia come stop e reverse di una o più posizioni sul mercato. Pensandoci la cosa è abbastanza logica: se lo stop serve, infatti, a chiudere una posizione in quanto il trend dovrebbe essere finito e pronto ad invertire, non si capisce perché, a questo punto, l’utilizzo quale inversione della stessa debba essere ritenuto sbagliato o prematuramente valido. 

In realtà, ma solo secondo me, l’indicatore non è largamente utilizzato poiché, come molti altri se utilizzato solo, non è esente da falsi segnali; in alcune situazioni, in particolare con condizioni di insistita lateralità, sono tanti e spesso “fastidiosi” e, cumulandosi, creano problemi anche psicologici al trader.  

Qualcuno consiglia di utilizzarlo insieme ad altri oscillatori/indicatori ma, a mio avviso, è di gran lunga preferibile ragionare a livello grafico ed impostare esclusivamente un’operatività di ampio respiro (potenzialmente) dopo che il mercato ha realizzato forti e prolungati movimenti di salita/discesa culminati con massimi/minimi importanti e seguiti sa figure grafiche (classiche o meno). O, in alternativa, quando un trend è ben identificato e deciso, per rientrare dopo un ritracciamento di media o bassa consistenza.

Per avvalorare entrambi queste tesi direi di seguire i due grafici sottostanti (sull’Euro/Dollaro, come portato ad esempio dal visitatore del sito, a 15 minuti); quindi grafici su un titolo azionario compreso un paio di riferimenti a situazioni di massimo/minimo di lungo periodo e di una certa importanza.

Grafici

 26 gennaio 2010

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Crisi economica: un giro per il mondo "in spiccioli"

Fiat ringrazia l’aiuto del governo: netto l'impatto positivo conseguente al provvedimento per gli incentivi sulla rottamazione di autoveicoli vecchi e non più conformi alla normativa antinquinamento attuale.  L'azienda italiana ha confermato vendite globali del gruppo Fiat, Lancia e Alfa Romeo per 1,84 milioni di automobili nel 2009, con un incremento del 5,7%. Ha specificato che il regime di rottamazione in Germania ha permesso addirittura un raddoppio delle vendite, mentre nel Regno Unito sono aumentate di quasi il 18%. Nonostante il brillante risultato commerciale, la capogruppo ha registrato una perdita netta annuale dovuta principalmente, secondo i vertici, dall’ assunzione della partecipazione del 20% in Chrysler.

Anche se il gruppo Fiat non ha pagato per rilevare il pacchetto azionario dal costruttore statunitense lo scorso giugno, "il riallineamento strategico con Chrysler", si informa tramite il comunicato, “ha causato notevoli costi di ristrutturazione e svalutazioni”. Ciò ha creato, quale risultato operativo. una perdita annua di 800 milioni di euro ($ 1,1 miliardi circa), che a fronte invece di un utile di 1,7 miliardi di euro dell’anno precedente. Fiat Group ha detto che prevede di tornare all'utile nel 2010 se i vari regimi di rottamazione dovessero continuare. 

Ericsson, il colosso svedese delle telecomunicazioni, ha dichiarato che si sta avviando a tagliare ulteriori 1.500 posti di lavoro, a causa di un nuovo calo (di oltre il 90%) nei profitti trimestrali. Colpito dal costo per ingenti lavori di ristrutturazione, e affossato da un calo considerevole quanto costante degli ordini, l’ utile netto per il periodo ottobre-dicembre è stato nettamente inferiore a quello del precedente periodo economico-finanziario di riferimento (trimestre anno prima). Questo ulteriore taglio di posti di lavoro si aggiunge ai 5.000 licenziamenti che la società ha operato lo scorso anno. Le spese di ristrutturazione ed una diminuzione degli ordini del 13%,  a causa principalmente della concorrenza cinese, hanno causato nuovi problemi alla struttura economico-finanziaria dell’azienda, tale da rendere necessaria questa nuova manovra. Peggioramento su tutti i fronti, dunque: mancato rispetto degli obbiettivi annuali, perdita consistente dell’utile netto trimestrale e annuale, mancato raggiungimento dei target di vendita minimi. E la riduzione dei costi operando sul settore del lavoro non può, a lungo termine, sistemare in via definitiva la situazione aziendale; da rivedere, dunque, nel corso del 2010, obbiettivi finanziari e politica economica aziendale.  

Il gigante americano Wal-Mart conferma di essere in procinto di tagliare ben 11.200 posti di lavoro presso la sua catena di magazzini commerciali Sam's Club negli Stati Uniti. Prima della fine dello scorso anno, infatti, l’amministratore delegato Mike Duke aveva già dichiarato che la situazione nell’ambito commerciale per tutto il gruppo era estremamente difficile. Il Sam's Club occupa circa 110.000 dipendenti in 600 negozi, quindi il taglio riguarderebbe oltre il 10% degli stessi, dopo i 1500 posti già tagliati appena pochissimo tempo fa.  Anche in questo caso il mancato rispetto degli obbiettivi causa crisi economica e concorrenza spietata hanno impedito il conseguimento dei targets minimi previsti, motivo per cui l’azienda ha deciso di ricorrere nuovamente ai ripari con l’unica (ahimè) arma che ha ora a disposizione.

Provvedimenti, questi, che la dicono lunga sulla situazione attuale delle grandi aziende a livello mondiale. La crisi sarà realmente finita o si è presa solo una pausa??

 25 gennaio 2010

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Finanza etica – Parte 2°

MAG

I primi segnali dell’arrivo sul mercato di operatori specializzati risale alla fine degli anni ’70 - inizio anni ’80 con le Mag (Mutua Auto Gestione), cooperative finanziarie nate per promuovere l’economia solidale e il lavoro autogestito. Obbiettivo principale quello di valorizzare le risorse del territorio, in tutte le sue sfaccettature, per sostenere un’economia moralmente ed economicamente responsabile, permettendo lo sviluppo del mercato locale e far circolare denaro e servizi.

A partire dall’inizio degli anni ’90 le Mag (inizialmente 9 in tutto, distribuite prevalentemente nel Norditalia) si sono dovute adeguare a nuove leggi in materia di antiriciclaggio e raccolta del risparmio, leggi che hanno di fatto favorito in tutto e per tutto le banche a scapito di altre organizzazioni finanziarie come queste. Ciò ha modificato struttura e numero delle cooperative che si sono in parte trasformate in cooperative di servizi ed in parte “fuse” facendo confluire i capitali in un numero inferiore delle stesse, in modo da raggiungere l’ammontare richiesto per legge (600.000 euro). Ad oggi, per poter continuare ad operare come soggetti finanziatori, possono raccogliere risparmio attraverso quote di capitale sociale o di partecipazione al rischio per cui possono finanziare solo i propri soci e non soggetti terzi. Esse, dunque, operano come intermediari finanziari e sono attive unicamente nel proprio territorio.

Le Mag conservano tuttora, comunque, lo spirito di autogestione del risparmio; coincidono quindi con organizzazioni create a beneficio della comunità che si organizzano per creare i presupposti ad una valida risposta alle aspettative della collettività centro del loro interesse. Nascono e si sviluppano sul territorio grazie a una rete di relazioni sociali e di fiducia molto forti perciò utilizzano il denaro a fini di utilità collettiva per arrivare ad aiutare il singolo, attraverso molteplici canali, finanziari e sociali.

Banca Etica

Di più recente fondazione, invece, è Banca Etica, nata per volere di ben 22 organizzazioni non profit insieme ad altre finanziarie nel 1999. Risponde, chiaramente, ai canoni di una banca innovativa le cui attività, principali e secondarie, sono tutte ispirate ai principi della finanza etica, così come già discussi nel precedente articolo (Parte 1°), quindi il “diritto” di accesso al credito, la trasparenza, gli interessi della comunità e dell’ambiente come ideali naturali, correttezza e morale negli investimenti ecc. (investe solo in particolari settori ritenuti rispettosi della dignità umana e della natura e sostiene solo progetti etici). La stessa garantisce anche i servizi di base come le altre banche: gestione del risparmio e raccolta tramite conti correnti, carte di credito e bancomat.

I dati di Banca Etica, con riferimento all’anno 2009, sono questi:

-capitale sociale di 22.828 milioni di euro;

-13 filiali in Italia;

-più di 25 mila soci (tra persone fisiche e persone giuridiche, tra cui nove regioni, 40 province e oltre 300 comuni italiani)

-quasi 500 milioni di euro di depositi;

-più di 2.300 progetti di economia solidale finanziati per un valore di circa 360 milioni di euro.

-attività esterna di promotori finanziari;

Le destinazioni dei finanziamenti vengono scelte e confermate solo se realmente portano a benefici e sviluppo della persona e delle attività, sempre che abbiano risvolti positivi anche a livello di impatto sociale ed ambientale. Principali, dunque:

- cooperazione sociale;

- cooperazione internazionale;

- cultura e società civile;

- ambiente;

Vedremo se in futuro questa Banca manterrà i ritmi ed il livello di crescita raggiunti a 10 anni (nel 2009) dalla sua costituzione; qualora la conferma continuasse a manifestarsi tale anche in futuro ci si potrebbe (e dovrebbe) aspettare la nascita di altre realtà simili e la conversione (probabilmente solo parziale) di qualche istituto da banca tradizionale a banca etica (difficile a breve, certamente).

InvestiEtico

E’ il primo fondo etico chiuso,  nato nel marzo del 2002 e gestito da AEDES BPM R.E. SGR; è quotato in Borsa dall’inizio del 2004 e la sua struttura (fondo chiuso) fa sì che i rimborsi delle quote possano avvenire solo in momenti prestabiliti, ma, in caso di disinvestimento, possono essere effettuati dei rimborsi parziali. Il fondo ha una durata di 10 anni e gli investimenti sono approvati dopo un’esame da parte di un Comitato Etico che collabora con il Consiglio di Amministrazione per verificare l’attinenza delle scelte di investimento ai principi etici cui si ispira il fondo. Il patrimonio viene investito principalmente su immobili e diritti reali di godimento su beni immobili utilizzati per attività ad alto contenuto sociale nelle aree operative di Milano e, solo una piccola parte, di Torino e a Roma.

Alcuni dati salienti:

il patrimonio netto pari a  177,5 milioni di euro;

Investimento ripartito su 13 immobili per un totale di 123.586 m2;

Valore (ultimo recente) pari a circa 240 milioni di euro;

Scadenza: 12 dicembre 2012;

valore iniziale della singola quota pari a 2.500 euro;

valore attuale (al 30/06/2009) pari a 2.885,981 euro (extra proventi distribuiti).

Come ormai dovrebbe essere chiaro a tutti ogni singolo investimento deve e dovrà, anche in futuro, rispondere ai principi propri della finanza etica.

Banca Monte dei Paschi di Siena

MPS potrebbe rappresentare una sorta di anello di congiunzione, sin da ora così come in futuro, tra la banca tradizionale e la banca etica. Nata nel 1472 come Monte di Pietà per dare aiuto alle classi meno abbienti locali è divenuta S.p.A. solo nel 1995, con conseguente e successiva quotazione alla Borsa Valori di Milano. E’ attiva, oltre che nelle attività bancarie tradizionali, anche nell’attività relativa al credito speciale, bancassicurazione e investment banking. La banca si propone di fare del l’integrazione nel territorio, la qualità dei servizi ai clienti, la trasparenza e correttezza nei rapporti i suoi punti di forza; sono quindi stati creati investimenti con orientamento sociale come fondi pensione, fondi etici, fondazioni, per creare valore ma in modo sostenibile.

L’impegno di MPS è stato riconosciuto dalle più importanti agenzie di rating etico (Dow Jones Sustainabilty Index, Ethibel, Ftse4good Environmental leaders Europe) , che l’hanno inclusa tra le imprese maggiormente performanti, in termini di responsabilità d’impresa.

12 gennaio 2010

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L’economia cinese corre sulle quattro ruote?

Dati ufficiali resi noti proprio oggi indicano che lo scorso anno il mercato delle automobili cinesi ha avuto un’impennata con una rivalutazione incredibilmente elevata in termini percentuali rispetto all’anno precedente (già in pieno sviluppo), realizzando un incremento a due cifre delle vendite (indicazioni ufficiali mostrano un aumento, sul periodo di riferimento precedente, pari ad oltre 40 punti percentuali); niente male se si considera la situazione economica mondiale nel periodo in oggetto.  Il rappresentante  dell'Associazione dell'industria automobilistica cinese ha affermato che la dimensione della produzione e vendita di auto ha quindi superato quella statunitense, permettendo al Paese di diventare il primo al mondo nel settore. L’influenza di questi successi, in termini di PIL nazionale, è stimato in diversi punti percentuali.

Pur considerando la realtà dei fatti e la veridicità dei dati è necessario ricordare come, tuttavia, qualche precisazione in merito possa, almeno in parte, ridimensionare in qualche modo questo incredibile successo della nuova potenza economica in forte espansione ormai da anni. Infatti, è assolutamente vero che in Cina, proprio nel 2009, sono state vendute 13,5  milioni di auto circa  contro appena i 10,5 milioni negli Usa; occorre però non nascondere due elementi che cambiano parzialmente il significato di questo incredibile successo: per prima cosa, infatti, ad un più elevato numero di autovetture non corrispondono necessariamente introiti più elevati (le automobili negli USA costano mediamente  più che in Cina e ciò fa ancora di quello americano il mercato più ricco del mondo, in soldoni); secondo, gli Stati Uniti sono stati superati (praticamente quasi surclassati, ragionando sui numeri assoluti) in uno dei peggiori anni, per l’economia nazionale, dell’ultimo secolo e, soprattutto, dopo il record assoluto realizzati nel 2000, anno in cui vennero firmati 17,4 milioni di contratti di compravendita.  Sorpasso, dunque, aiutato dalla frenata della locomotiva d’oltreoceano.

A sostegno, invece, dei risultati dell’industria automobilistica cinese nei confronti di quella americana, c’è indubbiamente il fatto che il risultato è stato conseguito in una anno in cui l’Amministrazione Obama non ha lesinato sforzi ed “elargizioni” per sostenere il settore  automobilistico nazionale in parte sull’orlo del baratro: salvataggi, miliardi di dollari pubblici concessi in varia forma alle imprese e il programma di incentivi alla rottamazione da circa tre miliardi di dollari ai compratori, grazie al quale sono state vendute quasi 700 mila nuove vetture. Nonostante gli interventi, tuttavia, nel corso del 2009 oltre 1.500 concessionari americani si sono trovati nelle condizioni di dover chiudere. In aggiunta occorre anche mettere in conto situazioni tragicamente negative come la liquidazione da parte di General Motor dei marchi Buick e Pontiac e la cessione della divisione produttrice di Hummer alla cinese Sichuan Tengzhong.

Chiaramente non ciò ha consentito a molte altre industrie del settore nell’ambito dell’economia asiatica di far bene e seguire a ruota, più o meno, quella cinese (Hyundai e Kia per la Corea e Subaru in Giappone, tanto per citare qualche situazione). E’ chiaro che non è oro quello che luccica:  Toyota, leader indiscusso nel settore,  quest’anno ha perso 5 miliardi di dollari (e ha dovuto richiamare 3,8 milioni di auto) e Honda, pur diventando la quarta casa automobilistica in USA, ha subito un certo calo nelle vendite (avanzamento qindi più per demeriti altrui che per successi propri). Suzuki non molto bene e, una volta tanto, “salvata” non nel vero senso della parola, almeno per ora) dalla Volkswagen, che a dicembre ha rilevato una quota pari al 19% del capitale. A parte meriterebbe una citazione la situazione indiana che, eventualmente, affronterò più avanti e, comunque, grande artefice di questo processo di avanzamento economico.

Qualche dato da record: A breve la presentazione del primo modello di auto progettata appositamente per i mercati occidentali. La Geely Automotive Holdings (l'azienda che ha acquistato Volvo da Ford ) in un solo anno ha guadagnato oltre il 573% alla Borsa di Hong Kong e presenterà appunto la Emgrand, una compatta 4 porte che in Cina sarà venduta a partire da poco più di 8.000 Euro. Un prezzo che, qualora fosse applicato anche sul nostro mercato, creerebbe problemi non indifferenti alle nostre case automobilistiche, al momento certamente preoccupate di un’eventuale evoluzione in tal senso. Ottimo successo anche per la BYD, la casa che ha messo in vendita la prima auto ibrida al mondo, con un piccolo motore a benzina di supporto: lo scorso anno il valore delle sue azioni è aumentato in modo spettacolare come sopra. Situazioni, queste, che inevitabilmente permette di assumere una posizione predominante sul mercato degli investitori, facendone incetta sia in campo industriale che in ambito finanziario.  

Duplice sviluppo della situazione appena descritta in ambito europeo: 

- da un lato una vera e propria inondazione (potenzialmente destinata ad aumentare vistosamente in futuro) di auto prodotte dai cinesi, i quali, furbescamente, in molti casi altro non hanno fatto che scopiazzare modelli di punta già in commercio e prodotti dalle case automobilistiche del vecchio continente (abbastanza evidenti modelli ben conosciuti di Bmw, Daimler, Volkswagen e altri; Bmw e Daimler, per esempio, stanno sostenendo azioni legali, in particolare per la Ceo della Shuanghuan, decisamente simile alla Bmw X3, e per la Noble, vettura quasi identica alla Smart di Daimler). Al momento, tuttavia, nulla sembra poterne fermare l’avanzata.

- Il mercato europeo risente della crisi e di questa avanzata che, oltre all’invasione di mezzi materiali mette sul piatto della bilancia anche quella fatta con mezzi finanziari, situazione che induce anche grandi marchi, ultimamente in evidente difficoltà, a cedere alle lusinghe dei nuovi signori dell’economia. Saab e Volvo sono tra le ultime prede, situazione che fa seguito alle già ben note operazioni di acquisizione degli ultimi due anni e che precede, quasi sicuramente, altre certamente interessanti e clamorose nei prossimi anni (salvo risvolti legali, più che economici, negativi per i cinesi).

11 gennaio 2010

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Finanza etica - Parte 1°

La finanza etica è un nuovo modo di fare finanza e che tiene conto di tutto ciò che si è dimostrato e si dimostra assolutamente rispettoso dell’uomo e dell’ambiente che lo circonda, ritenendo soggetti meritori e quindi finanziabili tutti coloro che non hanno a che fare con settori quali, per esempio, tabacco, alcol, gioco d’azzardo, produzione di armi ed energia nucleare; produzione pornografica e settori che basano l’attività sulla divulgazione di fatti o immagini violente;  sfruttamento degli animali; collaborazione con regimi dittatoriali oppressivi; mancanza nella tutela dei diritti umani.

Investire in modo etico, in sostanza, significa quindi considerare attentamente tutti i principi etici nella scelta degli investimenti senza dare importanza (principalmente) al rendimento assoluto dell’operazione, valutando, invece, molto attentamente l’impiego che dei finanziamenti erogati verrà fatto. In questo modo il ritorno di interesse sul capitale finanziato resta un fattore importante, ma non a tal punto da permettere di prevaricare l’etica dell’utilizzo dei fondi stessi erogati: finanziare una operazione che produrrà, nel breve o nel lungo periodo, danni sociali o ambientali, inevitabilmente produrrà un maggior costo sotto diversi aspetti a noi o alla società in generale; e questo è proprio ciò che la finanza etica mira ad eliminare.

Evidente anche l’interazione tra intermediario finanziario ed il cliente dell’istituto che fornisce i fondi tramite conti e depositi. Infatti, l'intermediario finanziario etico pur avendo l’obbligo di riservatezza sulle informazioni relative ai risparmiatori, per garantire un rapporto trasparente con il cliente, impone la nominatività dei risparmi. Il cliente ha quindi la possibilità ed anche il diritto di venire a conoscenza in merito a quali sono e saranno le decisioni di utilizzo dei fondi stessi e gli investimenti che vengono fatti dall’istituzione finanziaria, indicando eventualmente delle preferenze nella loro destinazione.

Vengono dunque favorite tutte quelle iniziative rivolte a:

- attività ambientali e per controllo dell’inquinamento;

- qualità dei prodotti e dei servizi per l’uomo e l’ambiente;

- impegno sociale e pari opportunità;

- gestione qualitativa dell’informazione.

Gli strumenti che vengono utilizzati sono diversi:

1) il microcredito, cioè il finanziamento a piccole e piccolissime imprese e quindi spesso a quei soggetti che non possono fornire garanzie reali (pegni o ipoteche altro)

2) il finanziamento alle attività non profit;

3) finanza etica tradizionale, dove l’investitore rinuncia di sua volontà ad una parte degli utili per destinarla a scopi sociali;

4) socially responsible investing (SRI), ovvero strumenti di finanza tradizionale che però selezionano gli investimenti da fare in base a principi etici.

Evidenti e chiare, quindi, risultano essere le possibilità che la finanza etica offre e tanto ancora ha da offrire a tutte quelle attività che, nell’interesse sociale ed ambientale, decidono di investire nel futuro; ciò potrebbe permettere, speriamo presto, di creare una nuova categoria di imprenditori per i quali i frutti della loro attività potrebbe essere molteplici e, in parte, essere rivolti al miglioramento delle condizioni economico-sociali della comunità stessa, oltre che delle personali.

Occorre, tuttavia, con confondere il concetto di finanza etica con “beneficienza finanziaria”. Stiamo parlando, infatti, di attività finanziarie e di investimento capitali a carattere remunerativo; infatti, lo strumento finanziario etico è, secondo convenzione, l’offerta al risparmiatore della garanzia di un uso moralmente valido del suo denaro in qualità di investimento con un ritorno, oltre che economico, anche di utilità socio-ambientale. Ma, per quanto riguarda le caratteristiche tecniche degli strumenti finanziari etici, le analogie con quelli degli strumenti finanziari tradizionali sono molte ed evidenti. E’ altresì chiaro a tutti gli addetti ai lavori che fare investimenti nelle Corporate Social Responsibility richiede l’assunzione di un maggior costo iniziale, ma nel lungo periodo gli investimenti vengono premiati con ritorni maggiori (soprattutto se consideriamo la poliedricità di tali ritorni) e questo vale sia per la microimpresa che per aziende di grandi dimensioni e quotate sui mercati nazionali e internazionali.

Quale presente e quale futuro per questa tipologia di attività finanziaria?

Attualmente negli Usa gli investimenti in imprese che rispondono ai requisiti in oggetto riguardano oltre 2.000 miliardi di dollari, mentre in Europa si limitano a circa 500 miliardi di euro, di cui solo poco più di 3 in Italia; in continuo aumento, a dimostrazione del grande interesse che stanno suscitando tra gli operatori e intermediari, tra l’altro, in Europa anche i fondi etici che ormai si avvicinano al considerevole numero di 500. Il tutto, secondo fonti ufficiali, a scapito del risparmio gestito di tipo tradizionale; tutto ciò alimentato anche dal fatto che i rendimenti, negli ultimi anni, si sono rivelati uguali, per non dire migliori in molte fasi difficili dei mercati, rispetto agli strumenti tradizionali. Il tutto trova anche giustificazione nel fatto che le recenti vicissitudini di listini e aziende, con il fallimento Parmalat, Enron, Worldcom, Cirio, Argentina, Lehmann e molti altri ancora appaiano ormai come frutto della cattiva educazione finanziaria di una generazione che la comunità degli investitori sembra decisa a spazzare via, regolamentazione dedicata o meno. Ci vorrà sicuramente qualche decennio ma, alla fine, è possibile che gli impieghi altamente speculativi e, talvolta, al limite della legalità (quando non lo si oltrepassa!) lascino spazio (presumibilmente non tutto lo spazio e non in tutti i settori, chiaramente) all’investimento in capitale umano, sociale e ambientale e andando oltre il conflitto d’interesse che fin troppo spesso ha alzato e continua ad alzare le barricate tra investitore e utilizzatore o beneficiario dello stesso.

8 gennaio 2010

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Cicli della borsa americana

Una interessante classificazione ciclica di Ed Easterling, relativa all’andamento del mercato principale americano, con riferimento alle principali fasi di rialzo e ribasso dell’indice DJ ed alla loro durata:

1901-1920: bear market segnato dalla instabilità e dal continuo alternarsi di anni positivi (9) e anni negativi (11), che finirono per annullarsi reciprocamente. Alla fine del ventennio, l’indice Dow Jones, in termini nominali, era appena del 2% sopra il suo livello di partenza.

1921-1928: bull market che coincise con la nuova società dei consumi, basata sulla diffusione dell’auto, della radio, del cinema. In 7 anni su 8 il DJ chiuse con ritorni positivi realizzando un guadagno complessivo superiore al 300%.

1929-1933: bear market che caratterizzò il periodo dell’ormai ben noto crollo che sprofondò l’America nella Grande Depressione e che rovinò la vita di migliaia di persone (e ne causò la morte per suicidio di parecchie ancora). Il DJ scese per quattro anni di fila, facendo segnare una perdita dell’80%.

1933-1936: bull market durante il quale i livelli estremamente depressi toccati nel ’32 e l’avvio delle politiche espansive introdotte dalla nuova amministrazione Roosevelt consentirono DJ di riprendersi per quattro anni consecutivi, realizzando un progresso di poco superiore al 200%, pur restando ben lontano dai massimi raggiunti durante l’espansione degli anni ‘20.

1937-1941: bear market causato anche dalle inadatte manovre di restrizione monetaria e fiscale e l’aggravarsi della crisi internazionale precipitarono di nuovo l’America in un nuovo periodo di recessione economica. Il DJ finì in rosso quattro anni su cinque e al termine del quinquennio si trovava sotto di quasi il 40% rispetto all’inizio.

1942-1965: bull market che seguì dopo aver toccato il fondo nel momento peggiore della Seconda Guerra Mondiale. Il DJ si riprese dapprima cautamente e poi in modo sempre più deciso, accompagnando con i suoi rialzi gli anni della ricostruzione e del boom che caratterizzò il dopoguerra. In 18 anni su 24 l’indice chiuse in positivo e il guadagno complessivo fu del 774%.

1966-1981: bear market durante il quale la grave crisi dovuta al debito (finanziario e di sangue) dovuto alla scellerata guerra in Vietnam, insieme a due crisi petrolifere, imposero anni di austerità e generarono alta inflazione. Il DJ registrò 9 anni su 16 in positivo ed alla fine del periodo di lateralità, tra alti e bassi, l’indice si trovava il 10% sotto il livello iniziale.

1982-1999: bull market che caratterizzò la più straordinaria fase di rialzi della storia e che accompagnò due decenni di trionfi per l’economia e la finanza a stelle e strisce. Inflazione sotto controllo, il sistema produttivo in netta ripresa dopo le crisi degli anni, nuove scoperte scientifiche e susseguenti innovazioni tecnologiche: dalla diffusione di massa del computer a Internet e alle telecomunicazioni, dalla biotecnologia alla genetica. In ben 16 dei 18 anni compresi in questo ciclo il Dow Jones aumentò il proprio valore, realizzando uno generoso incremento del 1200% circa.

2000-2009: bear market ultimo, ai giorni nostri, caratterizzato da alcune tra le più grandi bolle speculative della storia economica mondiale ed i risultati, ancora forse da verificare in pieno, sono ora sotto gli occhi di tutti noi.  Su 10 anni, il Dow Jones ha chiuso in negativo per 5 volte ed ora resterà da verificare, nei prossimi anni, l’evoluzione di questa crisi ancora non definitivamente sconfitta.

8 gennaio 2010

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Banche USA: meglio o peggio di prima?

La crisi attuale ha lasciato (è da vedere se non lascerà ancora, in futuro) gravi segni del suo passaggio in tutti i settori economico-finanziari dell’economia, con particolare riferimento a quella USA, dal momento che da lì è partita e proprio lì sta giocando la sua partita più dura (e lunga). Colossi industriali e dell’auto a parte, le conseguenze negative più eclatanti e maggiormente recepite dalla popolazione mondiale, grazie soprattutto allo spropositato impatto mediatico ed al fatto che hanno lasciato anche in Europa una coda negativa, sono ascrivibili al settore bancario che, tra interventi massicci governativi, incorporazioni varie e fallimenti (controllati o meno) ha bruciato centinai a centinaia di miliardi di dollari.

Il bilancio delle banche americane vittime della crisi, infatti, è stato incredibilmente elevato (tra colossi bancari a livello mondiale e banche medie e minori), nonostante i segnali di stabilizzazione e ripresa dell’economia che già nella seconda parte dello scorso anno avrebbero dovuto rasserenare, in parte almeno, gli animi di soci e investitori. Nel 2009 sono stati ben 106 gli istituti di credito dichiarati falliti negli Usa: non era mai successo, dal 1992 ad oggi, che si superasse la fatidica quota di 100 fallimenti in un solo anno. E’ chiaro che si tratta per lo più di istituti regionali di medie e piccole dimensioni, ma il crescente numero di fallimenti continua a testimoniare le difficoltà tuttora da considerare a livello finanziario in particolare per quanto riguarda il tessuto socio-economico della comunità americana. Molto spesso (Florida insegna) questi fallimenti si sono verificati nelle zone in cui la crisi immobiliare si è fatta maggiormente sentire, creando un circolo vizioso dal quale uscirne, per chiunque, è sempre più difficile (in taluni casi, anche, impossibile). C’è quindi da chiedersi, ora, cosa succederà se il settore immobiliare non dovesse riprendersi, almeno in parte, a breve o se, addirittura, dovesse essere interessato da una seconda ondata di negatività figlia della mancata risoluzione dei problemi della prima crisi stessa. O, peggio, se qualche altro cataclisma finanziario (per esempio insolvenza oltre i limiti sopportabili dal sistema, in entrambi i sensi di marcia, delle carte di credito) dovesse mettere nuovamente a dura prova la struttura del sistema stesso!

Intanto, ciò crea una situazione che potrebbe perfino sembrare paradossale: negli ultimi tempi l’ammontare delle riserve detenute dal sistema bancario statunitense supera il minimo obbligatorio, richiesto dalla Federal Reserve, di circa 1.000 miliardi di dollari!! Il dato è eclatante se confrontato con quanto si poteva rilevare nel settembre 2008, prima della fase più critica della crisi in atto: a quei tempi, infatti, le riserve in eccesso si limitavano a, circa, un paio di miliardi di Dollari. Ciò significa, inevitabilmente, che in una situazione come quella attuale le banche mantengono una necessariamente bassa propensione a concedere prestiti, condizione che da una parte impedisce una migliore spinta dei consumi e quindi un rallentamento della già debole ripresa economica, dall’altra crea non poche preoccupazioni per il potenziale inflazionistico di una liquidità latente di tale entità. 

In effetti, le banche potrebbero cominciare prima o poi ad attivare questi fondi per concedere nuovi prestiti, per sostenere il tessuto economico  e per stimolare la domanda finale, e l’economia in generale, provocando, però, un ritorno delle pressioni inflazionistiche. D’altro canto, finché permane questo eccesso di riserve, non si può non pensare che le banche restino ancora molto caute e poco propense a fare nuovi prestiti, preferendo attendere e mantenere inutilizzata l’abbondante liquidità disponibile, peraltro remunerata a tassi pressoché nulli.  

Già all’inizio dell’ultimo trimestre dello scorso anno, un premio Nobel per l’economia, indicò le sue perplessità sul sistema bancario americano. Secondo Joseph Stiglitz, infatti, gli Stati uniti hanno di fatto fallito nel tentativo di superare i gravi problemi degli istituti di credito. Anzi, dopo il collasso di Lehman Brothers le condizioni di questi ultimi sono perfino peggiorate. In un passaggio:

 «Negli Usa e in molti altri paesi, le banche ‘troppo grandi per fallire’ sono diventate ancora più grandi – ha spiegato l’economista in un’intervista rilasciata a Parigi – e i loro problemi sono perfino più grandi di quelli precedenti alla crisi».

I dati mostrano come ad un anno dal crack di Lehman, e dopo che il Tesoro Usa ha dovuto immettere ingenti quantità di capitali per sostenere il sistema finanziario, gli asset di Bank of America sono aumentati, mentre quelli di un altro colosso come Citigroup sono rimasti gli stessi. USA a parte, giusto per fare una piccola disserzione nel Vecchio Continente, anche in Gran Bretagna Lloyds Bank (quasi metà in mano al governo ora) ha acquisito le attività di HBOS Plc, mentre in Francia il gruppo BNP Paribas controlla la belga-lussemburghese Fortis. Stiglitz ha, inoltre, aggiunto che il governo americano si trova in difficoltà non potendo «sfidare l’industria finanziaria» per ragioni prevalentemente politiche.

Personalmente ritengo che occorra fare molta attenzione più che al sistema in generale alle singole banche (intendendo quelle di una certa consistenza patrimoniale) come segnale premonitore per un eventuale nuovo dissesto incombente. Per fare questo scinderei le banche commerciali, tradizionalmente attivate sui prestiti, mutui, carte di credito, raccolta di liquidità dai canali tradizionali e impieghi nei confronti di aziende e privati, da quelle tipicamente definite “banche di investimento”. Queste ultime, infatti, molte delle quali a rischio fallimento anche meno di un anno fa, girano ora a mille (non tutte ma in buona parte). Il tutto grazie alle rivalutazioni delle quote capitali e azionarie, al trading, agli HFT , ai derivati e alla finanza creativa e speculativa in generale. Ne sono esempio Goldman Sachs e Merril Lynch che stanno facendo utili a iosa; il problema è che fino a che il sistema bancario lavorerà con queste due velocità e scorporando i sue settori in oggetto come se fossero due settori distinti il problema del default generalizzato potrebbe ripresentarsi ancora e più grave di prima. Basti guardare cosa sta succedendo a Bank of America: la neo-assorbita (grazie all’intervento statale) Merril L. produce utili trimestrali elevati, mentre la ben più tradizionale BoA arranca con i suoi debi ti ed i suoi pensieri. 

In pratica: una gamba è zoppa e l’altra è sana. Fino a quando quella sana riuscirà a sostenere il tronco? E, qualora non ci riuscisse, c’è ancora la possibilità di un sostegno ad oltranza da parte di FED e istituzioni in generale per fronteggiare un eventuale nuovo attacco al sistema? Forse si ma, almeno in queste condizioni, auguriamoci di non doverli mettere alla prova nuovamente.

8 gennaio 2010

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"Buonasera. Vorrei sapere, dal momento che leggo spesso correlazioni più o meno evidenti tra il passato e i giorni nostri sull'andamento degli indici mondiali, cosa ne pensate in merito e se voi utilizzate anche questo tipo di analisi per prendere le decisioni di investimento o per dare indicazioni sul sito. In particolare mi riferisco all'indice dow jones che spesso vedo preso ad esempio per la crisi del 1929 e quella attuale. grazie." (Email di Sara D. della prov. di Alessandria)

Personalmente non prendo spunto da un tale sistema di analisi/studio principalmente perchè ciò richiederebbe il rilevarne una eventuale utilità nel lungo e, soprattutto, nel lunghissimo periodo, il che poco, anzi nulla, si addice al tipo di operatività che svolgo. Qualora le valutazioni nate da questo o questi confronti dovessero avere riscontri positivi, comunque, ritengo che l'esito delle stesse possa essere usato, come in effetti succede quasi sempre, da economisti, analisti e storici del trading per pubblicare o promuovere documenti prospettici che diano una linea guida ai futuri e probabili movimenti del mercato; in alternativa il tutto potrebbe essere sfruttato per quel tipo di investitori che, lavorando su fondi di investimento (o loro evoluzioni) principalmente o essenzialmente, decidano di non rimanere totalmente passivi sui mercati, cercando quindi di sfruttare i movimenti più ampi entro in lassi di tempo di una certa consistenza. Comunque, visto che ormai l'argomento è stato toccato, metto due mie idee in merito, facilmente identificabili dal grafico qui sotto.

Quello che balza all'occhio al sottoscritto e che vorrei descrivere, in modo superficiale, sia chiaro, è che periodicamente si verificano pause gestite in laterale (se considerati i risultati percentuali sui prezzi di mercato) dagli operatori che durano 15-20 anni; anni in cui l'indice parte da un livello e si ritrova non molto distante dallo stesso alla fine del periodo considerato e, nei mesi precedenti il nuovo e definitivo break, realizza generalmente un "buon" minimo superiore su un altrettanto visibile supporto di medio/lungo periodo.

Se ora si guarda la configurazione grafica del mercato proprio tra il 2000 ed il 2007 si potrà notare come, per il momento, si siano verificate alcune similitudini facilmente distinguibili se confrontati coi periodi in questione precedenti. Qualora così fosse, nei prossimi 5-10 anni potremmo assistere a movimenti anche decisi e percentualmente interessanti ma potenzialmente racchiusi entro un range di prezzi definito dal massimo del 2007 e da un minimo identificabile tra l'ultimo bottom realizzato a marzo 2009 ed uno verosimilmente ed eventualmente anche inferiore e probabilmente allineato ai due minimi successivamente inferiori realizzati nel decennio che sta concludendosi. I tempi di realizzazione potrebbero essere dunque anch'essi simili a quelli realizzati nelle due precedenti lateralità di lungo termine risalenti al secolo scorso.

7 gennaio 2010

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I dati sul lavoro preoccupano gli USA

Le ultime notizie derivanti dai dati macro di questo inizio 2010 per quanto riguarda l’economia USA dicono questo, in poche parole (in attesa di altri indicatori nelle prossime settimane):

 

“L´economia degli Stati Uniti continua, tra alti e bassi, a far registrare miglioramenti, ma la ripresa economica sarà, presumibilmente, più lenta di quanto ottimismo e le notizie stesse lascino pensare attualmente. E ciò, almeno per quanto è dato di capire su questi primi dati indicativi, principalmente a causa delle difficoltà sul mercato del lavoro che frenano i consumi.

 

Almeno questo è ciò che emerge dalle Minute pubblicate dalla Federal Reserve relative all'ultimo meeting del Federal Open Market Committee che ha confermato il tasso di interesse Usa ai minimi storici nell´intervallo tra lo 0 e lo 0,25 per cento. La Banca centrale Usa ha poi lasciato intendere che non modificherà nel breve termine il proprio indirizzo di politica monetaria.

 

Del resto, queste nuove indicazioni non fanno altro che confermare quanto già rilevato nei mesi precedenti; già a ottobre 2009, infatti, la situazione generale per il mercato del lavoro Usa non era certo delle più rassicuranti. Il tasso di disoccupazione era volato sopra il 10%, picco massimo dall’inizio del 1983; dopo il miglioramento precedente (a settembre era al 9,8%) gli analisti si erano aspettati un aumento più contenuto (non oltre il 9,9%), condizione dunque disattesa. Sempre ad ottobre gli Stati Uniti avevano perso altri 190 mila posti, meno dei 219 mila persi a settembre (dato rivisto dagli iniziale 263 mila posti in meno), ma più