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L'arte di investire

 

 

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Archivio 2007/2008/2009:

Idee di trading  

Nuovi orizzonti 

Nuovi articoli

 

 A chi interessa veramente lo SPREAD?

E' mai possibile che, in nome di questo ormai famigerato SPREAD btp-bund ogni abominio contro le nostre tasche sia permesso e, anzi, auspicato dai poteri forti? Quei poteri che, fino a ieri e, probabilmente, tutt'oggi sono coinvolti, quando non causa stessa, della situazione critica in cui versiamo? E, soprattutto, questa situazione è veramente critica, come ce la vogliono dare a intendere, a causa dello spread e del debito pubblico, o c'è dell'altro?? Invito a leggere un paio, fra i tanti, di articoli di circa una quindicina di anni fa, a dimostrazione che non solo con un elevato spread si può convivere ma, spesso, può essere perfino interessante per far migliorare la situazione di molte famiglie.

LA RIMONTA DI BTP E ' BONOS' (di ALESSANDRO GIUDICE). 18 marzo 1996
"Londra. NELLA seconda metà del ' 95, i titoli di Stato italiani hanno realizzato una perfomance di tutto rilievo rispetto ai principali mercati internazionali. Il differenziale di rendimento tra Btp decennali e Bund (i titoli di Stato tedeschi) si è progressivamente ridotto da un massimo di circa 6,5 punti, toccato nell' aprile del ' 95, fino ad un minimo di 4,75 a fine anno. Questa tendenza si è ulteriormente rafforzata nei primi due mesi del ' 96, allorché la riduzione dello spread di rendimento ha subito un' accelerazione, toccando per due volte i minimi intorno a 4,06-4,07, fino al livello attuale di 4,26. Il differenziale tra il rendimento di un titolo (nella fattispecie il Btp) ed un altro (il Bund) riveste particolare importanza per interpretare il rischio di credito di un emittente (nel caso specifico il Tesoro italiano), cioè il premio che il mercato chiede in cambio del rischio di acquistare un titolo piuttosto che un altro ritenuto sicuro (Btp piuttosto che Bund). In tal senso, è il termometro della fiducia che i mercati finanziari internazionali concedono ad un paese. Il miglioramento dei titoli italiani è il risultato di svariati fattori. 1) Un quadro macroeconomico più rassicurante, soprattutto sul fronte della politica fiscale. Gli interventi decisi dal governo dei tecnici, uniti ad un robusto tasso di crescita dell' economia, hanno concorso a rallentare la crescita del rapporto debito pubblico/Pil, legittimando la speranza che si possa arrivare presto ad una stabilizzazione di tale indicatore. 2) Il deciso recupero della lira, attestatasi in un range di 1040-1060 contro il marco tedesco. 3) Negli ultimi due mesi, le aspettative (finora confermate) di un apprezzabile rientro della pressione inflazionistica (al 5% secondo gli ultimi dati, con stime di un 4,5% per marzo). 4) Una sufficiente continuità nell' azione di governo. 5) Nelle ultime settimane, segnali di nervosismo su altri mercati ad alto rendimento (Spagna, Svezia) che hanno aiutato il Btp. [...] Per tutte queste ragioni sono in molti a prevedere un allargamento dello spread, secondo alcuni fino a 5 punti nel secondo semestre di quest' anno. Poiché anche gli scenari sul dollaro non sono tali da indurre all' ottimismo, soprattutto nel secondo semestre del ' 96, uno spread Btp-Bund vicino a quota 4,10 punti ed uno spread Bono-Bund vicino a 3,20 sono considerati bassi, e tali da indurre alla massima cautela."


BTP, IL FUTURO E' ALLE SPALLE MA NON CI SONO ALTERNATIVE. di GIULIA ADAMI. 25 novembre 1996
"Milano. Per gli investitori che hanno deciso di mantenere in portafoglio i Btp, il regalo di Natale è già pronto; grande, luccicante e posizionato in bella vista sotto l' Albero. Si tratta di una plusvalenza "storica" e probabilmente irripetibile. Dal primo gennaio ad oggi, infatti, in barba ai timori di ripresa dell' inflazione e a quelli di instabilità politica, il prezzo dei titoli di Stato a cedola fissa si è arrampicato inesorabilmente e al di là di ogni aspettativa, disintegrando, uno dopo l' altro, tutti i livelli di resistenza individuati, strada facendo, dagli analisti tecnici e quelli di equilibrio calcolati dagli economisti. Il regalo più generoso è sicuramente quello del Btp trentennale (Btp 1.11.2023 codice Abi 36665) che dall' inizio dell' anno ad oggi si è apprezzato di 28,22 lire, passando da una quotazione di 84,44 lire del 3 gennaio alle attuali 112,66 lire. In termini percentuali, si tratta di un guadagno del 33,44 per cento, senza considerare i flussi cedolari. Anche i Btp con scadenze più brevi hanno messo a segno performance invidiabili. Il Btp 1.2.2006 (codice Abi 36749) con tasso nominale annuo del 9,5%, emesso a febbraio a 98,28 lire, ad esempio, ha guadagnato il 15,09%; mentre per il Btp 1.2.2001 (codice Abi 36748) nel comparto dei titoli con scadenza quinquennale, il prezzo ha registrato una variazione positiva del 9%, tra il prezzo di emissione (100,92) e quello attuale pari a 110,05 lire. Che fare? Disinvestire i titoli a lunga scadenza, portare a casa i guadagni e cercare altre opportunità tra i titoli a tasso fisso a più breve scadenza o addirittura tra i Cct, oppure tenere duro e mantenere in portafoglio i Btp, nella speranza di vedere prezzi ancora più alti? E per quelli che, invece, hanno venduto molto tempo fa, rifugiandosi tra Bot e Ctz, cosa conviene fare, rientrare in gioco, per speculare sull' ultima fiammata di rialzi, oppure accontentarsi dei guadagni realizzati fino a questo momento in attesa che si verifichi un ridimensionamento delle quotazioni? Ciò che i mercati stanno palesemente scontando è che nel 1999 anche i paesi ad alto rendimento, come Italia, Portogallo e Spagna possano prendere parte all' Unione Europea. Non a caso i tassi di interesse italiani stanno convergendo verso quelli medi europei. La differenza tra i rendimenti del Btp decennale italiano e del Bund tedesco, che ad inizio anno era di 472 punti si è ridotta fino a raggiungere, in questi giorni, il valore minimo di 170 punti. Ciò significa che almeno sulle lunghe scadenze, la convergenza monetaria si è già concretizzata; lo spread Btp-Bund ha, infatti, raggiunto livelli uguali al differenziale di inflazione tra Italia e Germania, il rischio paese si è dunque azzerato. C' è da attendersi, pertanto, che il prezzo dei Btp decennali si muoverà molto più di prima in sintonia con il decennale tedesco. Per decidere, dunque, se vendere o rimanere sui titoli a lunga scadenza è necessario dapprima valutare a quale livello potrà arrivare l' inflazione italiana e poi quanto potrà durare il rallentamento dell' economia europea. Le aspettative degli economisti sono per una riduzione sia dell' inflazione, che potrebbe andare al di sotto dell' attuale 3%, sia dei tassi ufficiali che potrebbero ancora essere abbassati di almeno mezzo punto in Italia. Ma questi eventi sono già da tempo scontati nei prezzi ed è pertanto prevedibile che le quotazioni dei Btp possano continuare a oscillare nelle zone di massimo, senza manifestare però significativi spunti al rialzo. Si potrebbe dunque vendere i Btp decennali e il trentennale, ma per comprare cosa? Il settore dei Btp a tre anni potrebbe essere un' alternativa, per chi vuol restare nell' ambito dei titoli a cedola fissa, ma i prezzi di quelli che scadono nel 2000 sono ampiamente sopra le 100 lire, cioè del prezzo di rimborso. Tanto vale guardare al di là della data di inizio dell' Unione Europea e acquistare il Bund, che rende il 5,80 per cento, ma in marchi tedeschi. In questo modo, tra le altre cose, ci si cautela da una ormai improbabile eventualità che l' Italia si ritrovi ad avere una qualche difficoltà a entrare in Europa. Per chi, invece, vuol dormire sonni tranquilli è consigliabile investire nei Cct, scegliendo tra gli ultimi emessi, quelli che hanno l' indicizzazione ai Bot a sei mesi. Questi titoli rimangono relativamente stabili in termini di prezzo anche se con un livello cedolare che si è appiattito molto nell' ultimo anno."

Ora basta andare a vedere come stava l'economia italiana in quegli anni e come è andata in quelli immediatamente successivi e, infine, verificare se e quali manovre sono state fatte dai governi in carica; forse la cosa potrà sembrarvi strana ma, a differenza di quanto succede oggi con il governo di presunti tecnici che dovrebbero risollevare le sorti del paese, le misure adottate non si avvicinano nemmeno a quelle pesantissime a cui siamo soggetti attualmente. Anzi, moltissimi investitori, non solo speculatori di professione, hanno ben guadagnato da questi rialzi-ribassi, anche piccoli risparmiatori, senza nulla rubare, frodare o approfittando di qualche illecito: si chiama investimento a rischio, quello che, poco chiaramente, anche la Consob ha bloccato per mesi! Perché contro chi ruba e froda poco o nulla si fa ma a chi cerca di racimolare qualche euro in più lavorando sui mercati finanziari e rischiando grosso "del suo" si impedisce di farlo. Che dire, forse in questo paese conviene fare solo due cose, per poter essere benestanti e intoccabili: il politico o l'evasore!

10 maggio 2012

 

Dax index: il più forte?

E' fuori discussione che l'indice tedesco sia il migliore in Europa da anni a questa parte, così come lo è quest'anno, soprattutto alla luce delle performance (si fa per dire) degli indici francesi, spagnolo, italiano e, via via, tutti gli altri. E allora mi vien da pensare che, soprattutto in borsa, quasi mai quel che si vede fin troppo bene corrisponde alla realtà o, per meglio dire, è destinato a durare a lungo. E, dunque, se lo stesso Dax index, alla fine, decidesse di scendere ancora un po' in questo periodo, per fare un minimo, diciamo, intorno al mese di luglio e, dopo un successivo, veloce e discreto rimbalzo, riprendesse a scendere questa volta ampiamente e in modo tanto risoluto da riproporre la tipica speculazione già vista e, spesso, sofferta negli ultimi anni? Ragionando in termini macro, seppure superficialmente, essendo un campo dove, riconosco, non ho grandi possibilità di competere: se la Germania decidesse, finalmente, di aiutare a braccia aperte i paesi dell'Area Euro in difficoltà inevitabilmente accuserebbe il colpo dal punto di vista finanziario ed economico, se non lo facesse e più di uno di questi paesi fosse costretto ad uscire dall'Area stessa la svalutazione che ne deriverebbe creerebbe notevoli vantaggi alle esportazioni a danno di paesi più forti, almeno nel breve termine e, presumibilmente, incanalerebbe investimenti stranieri dovuti più alle nuove e decisamente convenienti condizioni che non alle reali prospettive di crescita, quindi attirerebbe speculazione "positiva" a danno di quei paesi dove la misura è già ampiamente colma e dove si verificherebbero disinvestimenti massicci a favore di ben più vantaggiose situazioni. Primo obbiettivo, dunque, area 6000/6200 prima del rimbalzo e del definitivo tracollo? Forse ... fantascienza o reale possibilità? Ai posteri ....

7 maggio 2012

 

Response Biomedical Corp. (OBB)

Un altro titolo il cui prezzo, circa 10 cts di dollaro, giustificherebbe un'operatività con rapporto rischio/rendimento sproporzionatamente a favore del secondo. In evidenza il fatto che il prezzo sembra voglia stare stabilmente sopra la sua media di riferimento che più volte, negli ultimi due anni, ha provato a rompere ma non ha mai confermato seriamente; il ROC, ugualmente, per la prima volta da parecchio tempo riesce a passare più tempo sopra la mediana che sotto e la fase attuale di chiara e duratura congestione, accompagnata da bassi/nulli volumi, purtroppo, è comunque sintomo che quell'area indicata dalla linea spessa rossa, livello di precedenti forti accumulazioni nonché area di minimo di lungo termine, qualche riscontro lo trova. Come detto sopra, il rischio max è pari a circa 10 cts (o meno se si decidesse di comprare su supporto inferiore e, quindi, tra 5 e 8 cts), mentre i potenziali livelli di profit sarebbero, nell'ordine 45/50 cts e 75/80 cts almeno. Ma il problema più grosso, con questi titoli, è spessissimo il tempo di attesa, qualora anche l'operazione fosse ben impostata.

4 maggio 2012

 

PDEX - Penny stock*

Il titolo potrebbe essere vicino alla fine della fase di congestione; qualora si volesse attuare una strategia senza alcuna cautela, proporrei un acquisto in caso di chiusura e break settimanale sulla media (in questo caso la media 100 periodi non perché la ritenga meglio di altre ma perché, basta vedere, sempre in sintonia con il titolo da almeno un paio d'anni). Altra possibilità sarebbe attendere l'eventuale discesa ancora in area 1,5/1,7 dollari e, da lì, tentare un'entrata con stop da valutare in caso di conferma proprio sotto il minimo in questione. Infine, sia il SAR che la resistenza statica più evidente definita dalla linea orizzontale gialla superiore, potrebbero convalidare, in caso di break confermati, un potenziale long-trend destinato a portare le quotazioni almeno in area 5,5/6 dollari.

*Le Penny stocks sono azioni ordinarie di piccole aziende che vengono scambiate sul mercato a meno di $ 1.00, sono titoli considerati altamente speculativi e ad alto/altissimo rischio ma, come contraltare, hanno altresì grande potenziale di profitto. Vengono generalmente scambiati over-the-counter su OTC Bulletin Board, Pink Sheets e anche sul NASDAQ.

30 aprile 2012

 

Fib di brevissimo

 

La situazione generale vede il nostro derivato non solo in una fase chiaramente negativa di breve periodo ma, al contempo, anche decisamente debole rispetto alla maggior parte degli altri mercati finanziari europei ed internazionali. Non mi soffermo sui fondamentali che, come più volte ribadito, non sono il mio forte anche perché l'analisi che segue riguarda esclusivamente il brevissimo termine e dunque ha poche pretese se non quelle di cercare di identificare livelli di ingresso per sfruttare movimenti di qualche giorno. Quindi:

l'ultimo ribasso ha portato le quotazioni a ridosso di area 14000 punti, facendo segnare uno dei movimenti più ampi degli ultimi mesi, soprattutto considerandone la velocità di discesa. La debolezza strutturale ha creato una negatività tale da permettere la rottura direzionale del canale che ha guidato il movimento e di diversi sottocanali dello stesso; solo ieri, per la prima volta, si è verificato un tentativo, riuscito almeno in close, di riproporre i prezzi sopra la trend-line più immediata, tentativo che necessiterà di una chiara conferma per poter esser valutato come l'inizio di un piccolo ma deciso ritracciamento. A supporto dei prezzi, almeno per ora, la divergenza rialzista del Detrended e la divergenza singola sul Derivative, due situazioni che potrebbero giocare a favore dei compratori di brevissimo. Per evitare di dilungare l'analisi in una discussione sterile e fine a sé stessa passerei a dare qualche valore:

- il break sopra area 14750 potrebbe essere la conferma necessaria per dare fiato ai rialzisti nei prossimi giorni, con obbiettivi da valutare in area 15200, 15500 e, eventualmente, 15900 punti circa. Valutazione cautelativa, entrata a prezzi meno vantaggiosi.

- Un ritracciamento nell'area di prezzi tra 14250 e 14450 potrebbe essere vista come opportunità di entrata sulla potenziale forza di brevissimo e, allo stesso tempo, sulla possibile debolezza intraday. Valutazione più aggressiva, entrata a prezzi mediamente vantaggiosi.

- Un ritracciamento più profondo e in area 14150/14200 potrebbe essere valutato come ulteriormente interessante per un entrata sulla debolezza di brevissimo termine/intraday. Valutazione aggressiva comunque, vista l'assenza di conferme sul break di cui sopra, così come la precedente entrata tra 14250 e 14450, ma sicuramente un'operatività con un ottimale rapporto rischio/rendimento.

Per tutti i casi lo stop andrebbe collocato sotto l'ultimo minimo, soprattutto valutandone la conferma in close giornaliera.

18 aprile 2012

 

 

Grano: opportunità per il futuro?

I mercati azionari non stanno dando soddisfazioni da almeno un decennio abbondante agli investitori di lungo termine che mirano a tenere titoli o strumenti alternativi (fondi, gestioni patrimoniali ecc.) per molti anni con l'intento di sfruttarne la rivalutazione delle quotazioni in base all'assunto che, prima o poi, l'investimento azionario "paga". Come la realtà dei fatti ci sta dando modo di vedere/capire, è possibile che ciò non accada sempre e che, talvolta, il lungo termine possa diventare lunghissimo termine (e non per scelta, purtroppo), richiedendo non più anni (o qualche lustro) ma decenni. A questo si deve aggiungere il fatto che, per chi investe in singoli titoli, in un lasso di tempo così lungo la possibilità di fallimento di un'azienda, in passato ritenuta sicura, è sempre in agguato, mentre per chi investe in fondi o similari fin troppo spesso le commissioni di gestione, che si pagano sempre e comunque, possano influire in modo eccessivo sulla performance tanto a lungo attesa.

Un'alternativa storica a questo è sicuramente l'investimento in materie prime che, speculazione temporanea a parte, hanno sempre a monte un bene materiale oggetto di domanda e offerta reali sul mercato economico; la finanza come riflesso diretto e realistico dell'economia reale, in parole povere. Tra queste, una in particolare è il grano, da sempre alla base della catena alimentare dell'uomo e, dunque, una delle più rappresentative del mercato sociale-economico-finanziario mondiale. Qui sotto pubblico un grafico di lungo termine e due osservazioni, senza pretese visto la mia modesta conoscenza del mercato.

Sul grafico sono indicati i livelli di supporto e resistenza più immediati: la resistenza è lo statico che ha fermato il rialzo nell'ultimo periodo generando massimi relativi su livelli molto vicini tra loro, mentre al ribasso si possono rilevare due aree di un certo interesse che, qualora raggiunte o superate proprio nel mese di giugno, potrebbero generare una discreta spinta per un corposo rimbalzo o una ripresa del trend rialzista, 560 e area 488/518 appunto. Questo per quanto riguarda l'operatività più "stretta", mentre per quella a più ampio respiro direi che non dovrebbe esserci una gran fretta, considerando che, storni a parte, le prospettive per i mercati azionari (con particolare riferimento agli USA) sono ancora discretamente interessanti per l'anno in corso; per tale motivo le motivazioni della prima parte dell'articolo potrebbero riguardare più direttamente gli anni 2013 e 2014, soprattutto qualora la situazione legata a inflazione e debito pubblico statunitense non dovesse migliorare significativamente.

29 marzo 2012

 

 

Oro

Dopo una discesa ben articolata di quasi 400 punti l'oro ha ricominciato a salire in direzione dei massimi realizzati sopra area 1900; come si può vedere sul grafico, infatti, i due minimi di periodo realizzati a 1560 e 1530 circa coincidono con un livello statico di possibile supporto di medio e lungo periodo, condizione che ha permesso, in entrambi i casi, corposi recuperi delle quotazioni. Il fatto, tuttavia, che gli operatori non si siano sentiti rassicurati dalla tenuta del livello ed abbiano affossato nuovamente i prezzi sotto lo stesso indica una possibile debolezza nel medio periodo, situazione confermata anche dal doppio massimo relativo in area 1800, inferiore al massimo principale e che, in entrambi i casi, ha costretto a ritracciare con decisione e velocità. Ciò potrebbe lasciar intendere, quindi, che nuovi cedimenti possano portare ulteriori deprezzamenti verso 1450/1500 almeno.

In merito all'operatività di breve, le possibilità, al momento e almeno fino a che non siano rotti i minimi ultimi intorno a 1630, vede un'opportunità di entrata long sopra 1680 (più speculativa) o sopra 1700 (più cautelativa), così come una potenziale entrata limite (speculativa in un'ottica di riduzione del rischio operativo in termini di stop-loss) in area 1640 circa; la chiusura proprio sotto l'ultimo minimo decreterebbe un possibile fallimento del nuovo tentativi di recupero, il che impone lo stop proprio su quei valori. In caso di rialzo, invece, 1750/1755 primo obbiettivo, quindi 1770/1780 superiore; in caso di posizione con trailing stop a seguire l'eventuale movimento rialzista, è chiaro che in area 1800 si giocherebbe molto del possibile movimento successivo rialzista.

28 marzo 2012

 

 

Expedia (Nyse)

Il titolo è vicino ad un livello di notevole importanza che rappresenta il suo massimo assoluto; in questi giorni le quotazioni sono marginalmente sopra il livello stesso ma, in situazioni come questa, è meglio, il più delle volte, lavorare su grafici settimanali onde evitare che un supporto o una resistenza di lungo termine sia rotto senza adeguate conferme e solo su base daily, configurando un falso break di medio periodo destinato a stoppare l'eventuale posizione. Qualora la rottura si confermi tale sul time-frame designato, le possibilità di entrare long sono essenzialmente due:

1) entrata sulla forza e, quindi, direttamente sulla conferma successiva al break di cui sopra; in tal caso, non essendo possibile stabilire uno stop loss limitato e, al contempo, tecnicamente logico, almeno nell'immediato, lo stesso potrebbe rivelarsi nell'ordine del 15/20% o anche più, a seconda del livello che il titolo raggiungerà in fase di conferma per l'entrata long.

2) una volta confermata la rottura si posticipa l'entrata, qualora se ne avesse la possibilità, ovviamente, cercando di entrare sul titolo in caso di futuri ritracciamenti all'interno dell'area che ha gestito parecchi scambi nell'ultimo periodo e che è facilmente visibile sul grafico sotto: area 33/35 dollari circa. E' chiaro che attendendo un nuovo ritracciamento potrebbe essere più facile riconoscere eventuali punti di appoggio e livelli di possibile ripresa, stabilendo al contempo anche uno stop loss cautelativo di maggior rilievo e identificando eventuali nuove aree di break rialzisti in direzione del trend di fondo.

Fanno da supporto all'attuale positività sia il MACD che lo Stocastico lento, entrambi ben positivi e direzionati al rialzo, in chiaro incrocio rialzista anche con le rispettive medie mobili; in merito a quanto detto sopra, sia per quanto riguarda l'attenzione da porre su eventuali falsi segnali che in merito alla possibilità di effettuare entrate dopo ritracciamenti dai massimi di conferma, proprio i due indicatori potrebbero fornire un valido aiuto, con particolare riferimento all'individuazione di potenziali divergenze ribassiste, qualora si formassero e fossero confermate.

 

 

27 marzo 2012

 

Fib ad una svolta?

Ci sono più indizi che mettono in evidenza come, almeno sulla carta, in questi giorni si stiano verificando le condizioni per un massimo di periodo seguito da un movimento di storno più o meno consistente. Ragionando, infatti, nell'ottica di medio periodo è chiaro che proprio  poco prima della fine del mese di marzo coincidano più date di una certa o almeno presunta importanza: ci troviamo, infatti, a circa 180 giorni dal minimo dello scorso anno ed in una delle date (21 marzo) che, storicamente, crea le condizioni ideali per la fine o l'inizio di un nuovo trend; inoltre, come si può vedere dal grafico sotto, dai minimi del settembre 2011 si sono susseguiti cicli ripetitivi a partire dallo stesso minimo e altri legati alla prima onda rialzista, la maggior parte dei quali ha dato discreti segnali di massimi o minimi relativi di periodo e che, proprio nella data di cui sopra, coincideranno a loro volta, il che potrebbe significare che si starebbe sviluppando un set-up temporale di una certa importanza. Sul CCI di medio periodo, infine, si stanno verificando evidenti divergenze negative che potrebbero aiutare e rafforzare il set-up, con implicazioni negative per le settimane successive, almeno. Vediamo il grafico:

Attenzione, dunque, ad eventuali break statici e/o dinamici nei prossimi giorni, situazione che potrebbe preludere all'inizio del movimento di storno come indicato sopra.

20 marzo 2012

 

Grecia e poi ....

Risolto il problema Grecia, sempre che sia veramente risolto (considerando il fatto che, almeno per ora, l’unica cosa certa è che il rapporto Deficit/Pil di un Paese praticamente fallito rimarrà oltre il 120% anche dopo le riforme e dopo l’iniezione di una cospicua somma grazie al fondo salva-stati europeo), si ripresentano con una certa prepotenza i due problemi più impellenti e solo parzialmente “accantonati” negli ultimi mesi: Portogallo e Irlanda.

Stime direttamente dalla BCE evidenziano la possibilità che il Paese lusitano possa necessitare di un aiuto da parte dell’Area Euro pari almeno a un centinaio di miliardi per uscire dalla grave crisi finanziaria ed economica attuale e scongiurare, quindi, un probabile default; il differenziale di rendimento tra i titoli di stato decennali portoghesi e i bund oscilla ultimamente tra i 1.000 e i 1.200 punti base (rendimenti tra il 13% ed il 14%), mentre l’economia versa in una grave crisi che creerà un’inevitabile contrazione nell’ordine del 3,5/4% circa almeno, dato poco rassicurante se si pensa che la Grecia avrà una crescita negativa nell’ordine del 4,5% circa. Anche l’Irlanda si trova in condizioni decisamente poco rassicuranti e, proprio in questi giorni, la valutazione della BCE in merito è stata categorica: Portogallo e Irlanda sono, all’incirca, nelle stesse condizioni che hanno portato al default la Grecia, il che impone, sin da subito, maggiore attenzione al problema e la messa in atto di misure per sostenere i due Paesi (si parla, appunto, di una cifra vicina ai 200 miliardi di euro).

La BCE, dunque, insieme al FMI per alcune situazioni, eroga soldi ai Paesi a rischio default e, contemporaneamente, denaro fresco e liquido alle banche che, nella maggior parte dei casi, lo reimpiegano proprio depositandolo alla BCE a tassi ridicoli, pagando lo spread (seppur leggero, ai tassi di mercato attuali) tra tasso a debito e remunerazione a favore. Che significa? Impieghi zero, crescita assolutamente non sostenuta, mancanza di fiducia nel sistema anche tra gli operatori stessi, liquidità in circolazione in deciso aumento e senza un ritorno in termini di economia reale.

Ma la ricetta, quindi, servirà seriamente a curare un malato in più parti e a creare le condizioni di una, seppur lenta, guarigione definitiva o, più semplicemente, allungherà una lenta agonia determinata dal fatto che ogni volta che si cura una parte immediatamente se ne ammala un’altra e nonostante il servizio medico continui ad aumentare gli stipendi dei suoi assistenti questi ultimi si guardino bene dall’esporsi ed operare realmente e con successo il malato? Insomma: si danno soldi a chi ha già soldi per scongiurare problemi di liquidità e fallimenti del settore finanziario; questi soldi ritornano al mittente sotto forma di depositi, le banche chiudono i rubinetti del credito e alla fine, nonostante una grandissima e, soprattutto, di nuova creazione liquidità in circolazione, nessuno sostiene il rilancio dell’economia, anzi! Ma che cura sarà mai questa??

16 marzo 2012

 

Cysco S. (USA - Nasdaq)

 

Dal grafico si desume che il titolo è in un buon up-trend ormai, almeno, dal mese di settembre o, cautelativamente, dalla prima parte del mese di ottobre 2011, su prezzi, rispettivamente e indicativamente, a partire dai 16,1/16,2 e 16,3/16,5 dollari circa, quindi due segnali su quotazioni quasi identiche.  I valori attuali, poco sotto i 20 dollari, si trovano dunque a oltre il 20% dai precedenti livelli e a circa il 45/50% dai minimi di periodo realizzati ad agosto dello scorso anno; ciò merita sicuramente un'attenta analisi con la dovuta cautela da un lato, in virtù del notevole recupero del titolo ma, d'altro canto, è chiara la tendenza di fondo che guida il movimento principale e che, almeno per ora, garantisce una evidente direzionalità rialzista. In questo momento, infine, i prezzi si sono appoggiati sulla media principale di riferimento valida per il medio periodo e, soprattutto, sulla trend-line che definisce proprio il movimento suddetto; come reazione i prezzi si sono spinti, rimbalzando, a contatto con la trend-line di resistenza di breve periodo, proprio sui valori attuali e ciò permette di effettuare una buona analisi operativa per i prossimi giorni: un break, confermato, sopra la trend-line dovrebbe consentire un'ulteriore balzo in avanti delle quotazioni con possibile obbiettivo superiore in area massimi precedente, mentre lo stop, per logica, andrà sotto la stessa di supporto o, in alternativa, sotto lo statico che attualmente rappresenta il minimo di periodo nonché livello spartiacque ultimo.

12 marzo 2012

 

India e investimenti

L’India è un Paese con oltre 1,2 miliardi di abitanti, dunque il secondo più popolato del nostro pianeta. E’ chiaro che, in un tale contesto, le proiezioni di un eventuale incremento dei consumi e della produttività mostrano risultati eclatanti, in previsione almeno; anche perché un numero estremamente alto di queste persone vive ancora nella povertà assoluta e sul limite della stessa, il che lascia veramente ampi margini di espansione delle attività in ogni senso. Se a questo aggiungiamo che circa un terzo della popolazione è giovanissima (sotto i 15 anni) e che il settore della tecnologia (anche scolastica) è in costante aumento, il gioco è (o sembra, almeno) fatto.

La lingua inglese, causa il colonialismo targato UK, è radicata e ben conosciuta, motivo per cui il Paese rimane in prima linea per le potenzialità di sviluppo del settore tecnologico: gran parte della popolazione giovane abile al lavoro, infatti, risulta, per questo, una enorme fonte di risorse umane a costi estremamente competitivi e con un’ottima conoscenza della lingua.

Se le attese degli analisti finanziari saranno soddisfatte, il PIL indiano, seppure in diminuzione rispetto all’anno precedente (8% circa) dovrebbe attestarsi intorno al 7%, il che la dice lunga sull’attuale stato di salute dell’economia, soprattutto se visto in relazione alla contingente crisi mondiale.

I problemi, tuttavia, non mancano, soprattutto perché investire in India non è cosa semplice: gli ostacoli alla liberalizzazione del mercato e i molti impedimenti che vietano agli investitori stranieri di partecipare allo sviluppo di settori economici importanti e strategici per il Paese, nonché l’assenza, almeno per il momento, di una coscienza generale politica volta all’apertura in tal senso (se non marginale..)  rendono ancora poco avvicinabile una strategia vincente entro tempi ragionevolmente accettabili.

Solo ultimamente, tuttavia, qualche tentativo di apertura sembra profilarsi all’orizzonte:

1)   il parlamento ha approvato una norma che permette agli stranieri di investire nei collocamenti e negli aumenti di capitale delle aziende quotate;

2)   è allo studio un nuovo progetto per la liberalizzazione della distribuzione al dettaglio.

L’inflazione è elevatissima, la disoccupazione anche, il deficit difficile da contenere (debito/Pil oltre il 60% in aumento), il settore agricolo in grave difficoltà per il notevole incremento di bocche da sfamare e quello industriale ancora troppo oberato dai tassi di interesse gravosi a causa proprio dell’inflazione e dell’aumento del costo del denaro in generale nel finanziario; settore, quello finanziario, ancora troppo in mano allo stato (come del resto molti altri settori), quindi maggiormente interessato all’investimento nel pubblico piuttosto che nel privato. Tutto ciò rende anche possibili futuri disordini sociali, a meno che non vengano adottate manovre estreme e innovative in grado di arginare l’ondata di problematiche che lo sviluppo di questi ultimi anni ha portato ai limiti dell’accettabile.

Questo significa, a mio avviso, che ancora potrebbe essere prematuro buttarsi sin d'ora a capofitto nella creazione di una strategia di investimento nel Paese, se non altro a causa dei troppi dubbi sulla strada o le strade da seguire, dubbi che potranno essere fugati solo se e quando sarà intrapresa la via della liberalizzazione degli investimenti stranieri. In ogni caso, qualora le principali (e forti) problematiche sociali ed economiche fossero almeno in buona parte risolte dall'intervento politico, sarà inevitabile, dunque, che in prospettiva l’idea che il futuro possa essere appannaggio di Cina, India e ben pochi altri si concretizzerà sempre di più, anche se, la storia insegna, il nuovo che avanza fin troppo spesso paga a caro prezzo e per tempi lunghi la mancanza di esperienza…

2 marzo 2012

 

Possibile operazione con un buon rapporto rischio/rendimento?

Guardando il grafico di Fiat Priv. si nota come i prezzi stiano sopra le due medie maggiormente rappresentative del trend generale e, dopo una buona salita, hanno operato un discreto ritracciamento che li ha portati a ridosso di entrambe tra l'altro, proprio ora, in fase di incrocio. Senza dilungarmi, direi che a favore si notano valori superiori alla 50 e 200 periodi e che la figura a candlestick singola denota la possibilità che riprenda la salita in caso di rottura, possibilmente senza break del massimo intraday di oggi, mentre contro, sicuramente, influisce il fatto che la media lunga è ancora sopra quella di medio periodo, quindi evidenzia ancora una certa debolezza strutturale. Lo stop però sarebbe leggero, appena sotto il minimo della stessa barra, motivo per cui un tentativo lo si potrebbe anche fare. Sempre sul grafico si nota il canale formato dalle trend-line superiore, inferiore e intermedia (molto vicina ai prezzi attuali).

Buon trading

1 marzo 2012

 

Vendite allo scoperto

Si è estinto venerdì 24 febbraio il divieto di vendite allo scoperto sui titoli e derivati della borsa italiana. Qui si può leggere per intero il comunicato della Consob:

http://www.consob.it/main/consob/comunicati_interventi/comunicati/cstampa.html?queryid=cstampa&resultmethod=cstampa&maxres=1&search=1&symblink=/main/consob/comunicati_interventi/comunicati/index.html#20120224

Era ora. E, comunque, la cosa più interessante da rilevare è che in un tale contesto di speculazione, ribassi da incubo soprattutto sui titoli finanziari e milioni di risparmiatori che hanno visto volatilizzati buona parte dei propri risparmi l'unica cosa che è riuscito a fare l'organismo più rappresentativo del nostro paese in materia di borsa e finanza è stato quello di vietare le vendite allo scoperto. Provvedimento che, alla fine, probabilmente, ha interessato solo i piccoli trader italiani che hanno aperto conti con piattaforme di trading in Italia e la dimostrazione la si vede senza possibilità di smentita sull'andamento del mercato nel periodo "incriminato".

Insomma, per i piccoli nulla è cambiato a dimostrazione del fatto che i provvedimenti sono fatti sempre e comunque a beneficio di ricchi e potenti... mi sorge solo una domanda: ma dov'era la Consob quando, soprattutto nel 1999/2000 (e non solo) il rialzo del mercato, che coinvolse quasi tutto il listino, portò ad una sopravvalutazione di moltissimi titoli anche del 1000% e oltre e che, a distanza di 6/12 mesi, distrusse interi patrimoni di moltissimi piccoli risparmiatori?? Quando mai ha adottato provvedimenti per evitare che titoli, il cui valore di prima quotazione era correttamente stimato, subissero rialzi del 300/400% in poche settimane senza alcuna giustificazione reale e realistica? Non si trattava, dunque, di mera speculazione a vantaggio di grossi investitori a danno dei risparmiatori e piccoli trader? Ha mai sospeso gli acquisti su un titolo per mesi o, almeno, per giorni, la cui quotazione aveva assunto valori perfino ridicoli rispetto al suo valore reale di mercato per evitare che qualcuno fosse tratto in inganno e "ci lasciasse le penne", ossia i risparmi di una vita?? Ha mai punito qualcuno di quegli analisti che sostenevano che titoli già vergognosamente sopravvalutati dovessero salire ancora e parecchio e che, a distanza di pochi mesi, stavano in un poco religioso silenzio o, peggio ancora, si prodigavano ad abbassare target price già parecchio limati in precedenza, senza vergogna e senza pudore? Se si, attendo notizie in merito: mi piacerebbe avere la certezza che a controllare la regolarità dei mercati e degli investimenti dei risparmiatori ci sono persone competenti, consapevoli e oneste, perché avrei molto meno la sensazione che, per l'ennesima volta e l'ennesimo caso, nel nostro paese si buttino i soldi dei contribuenti per qualcosa di inutile ma costoso.

Ma ho l'impressione che aspetterò invano e inutilmente, ora e in futuro.

27 febbraio 2012

 

Indici americano: S&P500

L'indice in oggetto è, indubbiamente, l'indice di riferimento non solo per la finanza USA, ma anche per quella mondiale, con particolare riferimento a quella europea e visto che raccoglie le quotazioni di centinaia di titoli con maggiore capitalizzazione su base internazionale è chiaro il perché. Tecnicamente, è evidente come ben quattro precedenti rotture, su base settimanale, abbiano dato vita alla ripresa del precedente trend rialzista, dopo la pausa di ritracciamento iniziata a maggio 2011 e culminata a ottobre dello stesso anno) che ancora guida la direzione degli investimenti generali: il break dello statico, nonché primo massimo dopo il minimo (1074 punti) di medio-lungo periodo in area 1230 punti circa, quindi la conferma sopra 1260 punti (primo massimo direzionale) e, successivamente, la rottura di ben due trendline di sicura importanza, concretizzatasi sopra 1265 e 1315 punti circa. Su tenuta dei relativi supporti, che successivamente vedremo, si possono identificare più obbiettivi di lungo termine generatisi proprio in seguito alle rotture appena descritte:

area 1364-1379 punti quale primo target su base dinamica;

area 1420-1430 punti quale primo target su base statica;

area 1480/1490 punti quale secondo target su base statica;

area 1510-1520 punti quale secondo target su base dinamica.

 

Tutti questi obbiettivi sono i target minimi identificabili nei prossimi mesi, non necessariamente livelli oltre i quali il mercato non potrebbe andare, situazione, questa, che potrebbe anche verificarsi qualora la positività dovesse continuare a manifestarsi così come negli ultimi tempi. In merito al primo livello, area 1370 punti, aggiungo che è affiancato da una possibile resistenza, sempre di carattere statico, di media-alta importanza; già a maggio del 2011 la stessa è stata solo sfiorata e da quel livello il mercato ha iniziato il ritracciamento di una certa consistenza che ha portato le quotazioni a 1074 punti, base dalla quale il trend di medio periodo è nuovamente girato al rialzo, almeno fino ai giorni nostri. Graficamente, il mercato ci arriva dopo due serie di movimenti di lungo periodo (il primo rialzista ed il secondo ribassista) completi, motivo per cui il superamento, ovviamente confermato (e su base mensile) creerebbe nuove opportunità per i compratori, generando, presumibilmente, nuove aspettative rialziste in grado di far pensare a nuovi massimi storici o, almeno, ad un bis sui precedenti; nel medio periodo, invece, si attende ancora, come indicato dai target sopra, la fine del secondo movimento rialzista, fine che potrebbe arrivare proprio sul primo dei due livelli statici, oppure su uno dei successivi. E' importante, tuttavia, soffermarsi sul primo di questi valori, area 1370 punti circa, proprio perché, comunque lo si guardi, potrebbe essere in grado di dare indicazioni importanti sulle possibilità di continuazione o meno della tendenza di fondo. La mancata rottura e conferma potrebbe evolversi, dunque, in un deciso ritracciamento almeno fino ai 1220-1230 punti circa, obbiettivo minimo dello stesso, nonché valore sul quale potrebbe, infine, "giocarsi" il futuro della tendenza di medio-lungo periodo, alla stessa stregua di quanto potrebbe succedere, come detto sopra, sui 1370 punti circa. Supporti:

area 1330 punti, statico

area 1300 punti, dinamico (valido per febbraio e marzo)

area 1285 punti, statico e dinamico.

 

Questi sono dunque i livelli che, almeno per ora, mantengono il trend al rialzo e permettono di prevedere un'evoluzione positiva futura; al di sotto di quei livelli, invece, la struttura generale subirebbe una o più modificazioni che annullerebbero o limiterebbero parecchio i presupposti sulla base dei quali sono stati sviluppati i target di cui sopra. Non solo: a livello statico e grafico, infatti, potrebbero dare il via ad un movimento ribassista complesso e, pertanto, con una maggiore incisività sull'andamento futuro dei prezzi in prospettiva negativa (situazione che verificherò in seguito, in questa sezione, qualora si presenti l'occasione).

 

20 febbraio 2012

 

Mediaset è sicuramente uno dei titoli che maggiormente ha risentito dei ribassi del mercato. Le motivazioni sono almeno due: una, in quanto parte del paniere principale dei titoli azionari italiano e, dunque, soggetto, come gli altri, alle massicce vendite da parte degli operatori istituzionali e non, in linea con il ribasso del mercato nei mesi passati; l'altra motivazione va invece ricercata nelle problematiche, legali e, per diretta conseguenza, finanziarie, a cui è/è stata soggetta ultimamente. Non volendo entrare nel merito dei fondamentali del titolo, come sempre, non essendo sufficientemente preparato in merito, analizzo brevemente e superficialmente la situazione tecnica attuale su grafico giornaliero e valutando le possibile future implicazioni per il brevissimo/breve periodo ma che potrebbero anche, eventualmente, diventare successivamente interessanti per il breve/medio periodo.

La prima cosa da notare sono i due canali, il primo discendente di lungo periodo (linee nere intere) ed il secondo rialzista di breve periodo (linee nere tratteggiate); è chiaro, in tal modo, capire come la struttura di fondo del trend principale rimanga tuttora negativa e ben delineata, mai sporcata, almeno da parecchi mesi a questa parte, nella sua base resistenziale. Ciò non impedisce, comunque, di valutare il titolo anche per possibili acquisti che, almeno per il momento, potrebbero essere considerate speculazioni di breve periodo ma, per coloro i quali lavorano preferibilmente con stoploss e trailing stop cercando di sfruttare gli eventuali trend in corso, sarebbero un potenziale punto di partenza per eventuali posizioni di maggior respiro (qualora la direzionalità fosse confermata e la struttura generale del mercato evolvesse a favore in un secondo momento). Le due frecce verdi indicano i due momenti nei quali i segnali di possibile cambiamento del trend si sono verificati, almeno secondo le mie analisi; all'incirca, come si nota dal grafico, area 2,10 e, successivamente, area 2,30 euro circa hanno rappresentato i punti di possibile entrata, il primo più rischioso in quanto anticipatore di una probabile continuazione del rimbalzo in atto ed il secondo come conferma dello stesso. Le frecce nere indicano resistenze e supporti di periodo, relativi al passato ed anche i livelli futuri più interessanti; in particolare, lo statico prima resistenza e ora possibile supporto, combinato con la trendline inferiore che definisce il canale inferiore, danno l'idea di un possibile punto di entrata per coloro i quali, non volendo entrare sulla forza (e dunque ai prezzi attuali), preferiscono attendere qualche ritracciamento per spuntare prezzi migliori. Tale livello è identificabile proprio intorno all'area di 2,3 euro, livello di break che ha confermato le potenzialità rialziste del titolo per il breve periodo almeno. Lo stop loss andrebbe collocato sotto la trendline stess, essendo, almeno per il momento, lo strumento che meglio identifica l'andamento positivo di periodo, mentre un obbiettivo interessante, abbastanza ambizioso nel breve termine, potrebbe essere rappresentato dall'incrocio dei due canali di lungo e breve/medio termine già citati o, in alternativa, dalla trendline superiore e speculare di quella di supporto.

Per riepilogare e qualora i movimenti si sviluppassero senza una lunga attesa (che farebbe modificare i vari livelli): possibile buy tra 2,25 e 2,30 euro, stoploss iniziale a 2,10 euro circa e possibile profit (o step sul quale operare in modi alternativi alla chiusura di posizione) a 3/3,20 euro circa.

10 febbraio 2012

 

Risparmi a rischio?

Mi sono arrivate diverse mail, negli ultimi mesi, in merito agli investimenti fattibili ai giorni nostri, nel tentativo di non incorrere in qualche nuovo disastro finanziario e, allo stesso tempo, di non vedere i propri risparmi erosi dal tempo e dalle spese di gestione degli stessi. Fermo restando che il rischio-zero è ormai utopia, direi che qualche cosa si può fare anche ai giorni nostri, pur considerando il fatto che un buon compromesso tra un seppur minimo tasso di rendimento ed un accettabile rischio finanziario sia d’obbligo per non essere costretti a rimanere a guardare senza far nulla (e non è detto, comunque, che sia del tutto sbagliato). Qui una di queste mail:

 

Gent. Sig, Marco, sono un assiduo frequentatore del suo sito finanziario ormai da parecchi anni. La seguo con interesse perche' ormai nel mondo internet sono diventate come le mosche bianche persone che hanno la sua competenza e ancor piu' la sua serieta' in un ambiente pieno di "furbetti del quartiere". Pensando e sperando di interpretare il pensiero di molti altri suoi utenti, con la presente  sono a chiederle un consiglio su un argomento che attualmente va per la maggiore: "che fine faranno i nostri sudati risparmi"? Infatti, le notizie che si susseguono negli ultimi tempi, mettono in discussione certezze che da decenni sembravano immutabili, anche i titoli di stato non sono piu' sicuri. Vengo alla domanda. Ho acquistato in data 19 Novembre 2009 due trance di BTP con le seguenti caratteristiche: 

- BTP 1 Agosto 2021 € 20.000 - Rendimento lordo 3,75 Acquistati a 96,97

- BTP 1 Agosto 2023 € 30.000 - Rendimento lordo 4,75 Acquistati a 100,02 

1) mi conviene venderli o mantenerli?

2) in caso di vendita dove e' piu' conveniente mettere la liquidita', sotto il materasso, in un conto corrente, in un conto svizzero,

 in una cassetta di sicurezza o altro?

3) in caso di default italia, cosa rischio mantenendo gli stessi titoli in portafoglio?

 

Mi scuso per le tante domande ma sono sicuro che ben capira' il mio/nostro stato d'animo attuale. Grazie. Cordiali saluti” (Email di Max della prov. di Ancona)

 

Per prima cosa rispondo direttamente a Max:

 

Domanda 1)  e 2) la convenienza a venderli o mantenerli, purtroppo, dipende da tanti di quei fattori, in una fase come questa, da rendere fin troppo difficile fare una corretta valutazione dei rischi. Occorre, quindi, valutare soggettivamente la situazione, prima ancora di andare a capire se l’emittente dei titoli in oggetto onorerà i suoi impegni in futuro oppure no. A mio avviso, infatti, le possibilità, seppur remotissime, di un fallimento dello stato italiano dovrebbero chiaramente indicare che la cosa migliore da fare sia quella di liquidare le posizioni e rimanere in attesa. E’ altresì vero, però, che qualora la liquidità rimanesse in Italia, su conti italiani, un default paese si tradurrebbe inevitabilmente in un default anche del sistema bancario italiano, con conseguente e presumibile annullamento della garanzia di rimborso (fino a 100 mila euro) della liquidità depositata sui conti correnti. E’ chiaro, quindi, che non si risolverebbe il problema salvo che la liquidità ottenuta fosse poi portata all’estero e depositata su conti di deposito che resterebbero estranei alle conseguenze di un fallimento italiano.

Passo quindi a una considerazione meramente tecnica: il BTP è titolo a tasso fisso, il che significa che, a prescindere dalla situazione contingente italiana e presumendo che il tutto si risolva per il meglio, se in futuro i tassi dovessero cominciare a salire il rendimento cedolare attuale potrebbe non essere più interessante mentre il corso dei due titoli potrebbe anche subire una vistosa svalutazione; è vero che portati a scadenza il rimborso sarebbe comunque pari al nominale (100) ma è anche vero che, qualora il rialzo generale dei tassi avvenisse entro tempi brevi, per parecchi anni si sarebbe costretti ad accontentarsi di un tasso inferiore alla media di mercato, a meno che si decida di vendere a prezzi inferiori a quelli di acquisto. E’ vero che la FED, di recente, ha comunicato che la politica dei tassi zero (o tassi bassi, in ogni caso) si prolungherà ancora per molto tempo, ma non è dato sapere se e come ad un certo punto questo rialzo avverrà e quanto condizionerà i titoli a tasso fisso con cedole di questa entità. Comunque, non ci dovrebbe essere fretta, almeno a valutare gli ultimi eventi macro.

 

Domanda 3) il rischio in caso di default è quello di rimetterci in parte o in toto il capitale investito, mentre l’interesse, così o di diversa entità, dovrebbe/potrebbe essere pagato nel tempo, anche se non è detto. Potrebbe, realisticamente, essere consolidato il debito pubblico e, di conseguenza, il capitale investito in titoli di stato non sarebbe più rimborsato, mentre verrebbe comunque pagata la cedola periodica al titolare del diritto stesso. E’ chiaro che il default potrebbe assumere dimensioni diverse, il che potrebbe significare anche solo una riduzione del capitale rimborsabile, oppure una riduzione dell’interesse percepibile, o un allungamento di alcuni anni della scadenza che diventerebbe dunque forzata ecc. 

 

Di seguito, cliccando sull’icona qui sotto, potrete leggere un documento di sintesi sui principali investimenti per il risparmiatore, la maggior parte dei quali conosciuti ormai da tutti.

27 gennaio 2012

 

 

Nuovo provvedimento della Consob

La Commissione di vigilanza sulla borsa ha prorogato fino al 24 febbraio 2012 il provvedimento restrittivo sulle posizioni nette corte sulle azioni del comparto finanziario, adottato il 12 agosto scorso e poi prorogato fino al 15 gennaio 2012 con la delibera n. 17992 dell’11 novembre scorso. Quindi non si possono assumere o incrementare le posizioni nette corte, ossia le posizioni ribassiste, calcolate come differenza fra le attività in vendita e in acquisto, tenuto conto di tutti gli strumenti finanziari, compresi quelli derivati e su indici. Restano invece in vigore a tempo indeterminato le altre misure a suo tempo adottate: gli obblighi di comunicazione alla Consob delle posizioni ribassiste su tutte le società quotate in Italia introdotti il 10 luglio scorso con la delibera n. 17862 e il divieto di vendite allo scoperto “nude” su tutte le azioni quotate sui mercati regolamentati italiani indipendentemente da dove sono negoziate previsto dalla delibera n. 17993 dell’11 novembre 2011. La decisione è stata presa in considerazione del perdurare «delle eccezionali condizioni di mercato che hanno giustificato la adozione delle misure tutte contenute nelle delibere sopra citate» e delle «analoghe disposizioni restrittive adottate dalle competenti Autorità di Francia, Belgio e Spagna in materia di posizioni nette corte». La Consob ritiene che «per garantire l’ordinato svolgimento delle negoziazioni e la tutela degli investitori, sia necessario e indifferibile prorogare le misure restrittive in materia di posizioni nette corte su titoli azionari del comparto finanziario, fatta salva la possibilità in ogni momento di una loro modifica o revoca, in ragione di mutamenti delle condizioni di mercato e, per quanto possibile, in accordo con le altre competenti Autorità europee che hanno adottato analoghe misure».

E vediamo, allora, gli effetti benefici che danno merito a questi pseudo genialoidi della consob di aver "raddrizzato" una situazione tragica e poco chiara:

FtsMib la seconda settimana di agosto quotava a 15900 punti circa, ora quota 15200 punti circa, con una perdita, rispetto al periodo ultimo utile pre-provvedimento, del 4,5% circa.

A Francoforte, invece, nessuno ha pensato di impedire agli operatori di scegliere, democraticamente, se comprare o vendere; ciò avrà quindi comportato un disastro a livello di indice, presumibilmente. E invece basta guardare e notare come a fronte di un livello di 6000 punti circa nello stesso periodo di agosto, ora le quotazioni stanno intorno ai 6200 punti, con un guadagno di oltre il 3%. Lo spread Italia-germania, dunque, è quantificabile in circa 7,5 punti percentuali. Non male, complimenti alla Consob!

Siamo proprio sicuri, quindi, che tali provvedimenti siano fatti per proteggere investitori e aziende??

 

Riporto qui sotto un articolo (vecchio di qualche mese) che mi permette di esprimere la mia personale opinione in merito senza faticare a scriverla, considerando che la penso esattamente come l'autore, Francesco Bruni:

"[...] Perché è stato introdotto lo short selling? Contrariamente a ciò che viene pompato dai media, è uno strumento di democrazia economica. Infatti, l’investimento in borsa, viene effettuato in base alla valutazione dell’azienda, del business, e soprattutto del management, che dovrebbe essere il garante della corretta gestione della crescita futura. Ecco perché un investitore decide di diventare azionista. Condivide le politiche di sviluppo dell’azienda e la finanzia. In questo modo, l’azienda ha somme disponibili come capitale di rischio, e non come capitale di terzi (le banche) che deve pagare (interessi) e rimborsare a scadenza. Chi possiede azioni, non deve essere rimborsato a scadenza, e l’interesse sul prestito (dividendo) può anche, per ragioni di varia natura, non essere corrisposto. Tuttavia, siccome il mercato è una cosa seria ( da noi non sempre… ), il problema era: come tutelare gli investitori dall’azione dei manager? Con lo short selling. Vuol dire che se l’investitore si convince, a torto o ragione, che l’azienda sia gestita male o in malafede, può vendere i titoli allo scoperto, determinando una riduzione della capitalizzazione di borsa. Con meno valore di mercato, i manager guadagnano meno, hanno maggiori difficoltà ad ottenere prestiti e devono pagarli più cari, e via dicendo. Insomma, almeno in teoria, non hanno convenienza a far andare male le cose. Da questa mattina (venerdì), per 15 gg, l’Esma (la Consob europea) su alcune piazze europee ha vietato lo short selling su banche, assicurazioni ed intermediari finanziari ma, a conferma che il problema sono deficit e i debiti pubblici, non gli hedge fund, se andiamo a vedere le chiusure di venerdì in Europa, come diciamo in altro articolo"??La forte salita odierna non ha nulla a che vedere con la proibizione dello short selling, vietato da oggi in Italia, Francia, Spagna e Belgio. Tant’e’ vero che l’indice Europeo delle blue chip, con una fortissima componente tedesca, ha chiuso con un rialzo superiore a quello di Piazza Affari“. E’ un rimbalzo tecnico, favorito da alcune circostanze particolari, come il progresso della vendite al dettaglio negli Usa e l’alta volatilita’.

Se usciamo dall’ambito politico, dove in genere si vedono di buon occhio queste manifestazioni di forza degli organismi di vigilanza, e andiamo a scrutare la societa’ civile, lato consumatori, cadiamo dalla padella alla brace: “Per la Federconsumatori e l‘Adusbef il divieto della Consob di bloccare lo short selling deve essere permanente“, questo si legge in  un comunicato stampa. Ma tornando ai piani alti dove si decide, la Consob, non aveva fatto sapere, dopo le recenti vendite massicce sui Btp, che queste non erano avvenute nella quasi totalita’ ad opera della speculazione, intendendo con questo termine vendite allo scoperto, ma da istituzioni che si stavano liberando dei titoli italiani (si venne poi a sapere che erano in particolare banche tedesche)? Come mai, allora, adesso pensa di risolvere il problema dei tonfi di borsa con la proibizione dello short selling? C’e’ qualche novita’ a noi sconosciuta?".

Che dire: una volta per vedere certe cose si andava al circo, oggi non sembra più necessario...

12 gennaio 2012

 

 

Il siderografo per il 2012

Il grafico del siderografo di Bradley indica, nello specifico, massimi e minimi relativi in un intervallo temporale che, solitamente, ha come riferimento l’intervallo di un anno.

In tali punti, identificati da date precise come da grafico, Bradley ritiene che potrebbero verificarsi delle potenziali Iinversioni, causate dalle polarità di cicli astrali e, di conseguenza, dei netti cambi di tendenza, più o meno marcati (a seconda della forza del punto di possibile inversione) dei prezzi di mercato. Non è detto che un massimo del siderografo di Bradley rappresenti un massimo sui prezzi di mercato o che un minimo rappresenti un minimo: è solo un momento di inversione potenziale con approssimazioni, sempre in base all'importanza del set-up stesso, di un periodo compreso tra 1 e 10 giorni. Un'interessante interpretazione indica che le inversioni migliori e più affidabili si verificano quando c’è divergenza fra prezzi e set-up del siderografo, ossia i prezzi si muovono in senso opposto a quello indicati sul grafico. Si basa, in pratica, sullo stesso concetto che le divergenze indichino elementi di un possibile ed imminente cambiamento nel trend di fondo.

Evidenzio, per il 2012, i 4 punti di svolta principali:

16/03/2012
12/06/2012
28/07/2012
22/12/2012

Quindi, all'approssimarsi delle date segnalate, consiglio di porre maggiore attenzione alla propria operatività, anche solo per controllo o conferma della stessa.

11 gennaio 2012

 

Indice Footsie Mib

Il nostro indice principale si trova tuttora in una evidente condizione di sofferenza; i tentativi di far girare il trend di lungo periodo, attuati tra la fine del 2010 e la metà del 2011, sono al momento falliti ed hanno ricondotto le quotazioni non molto distanti dai minimi storici, come evidenziato dal grafico sotto. L'area intorno alla quale sta quotando il mercato, 14600 punti circa, rappresenta un livello di sicuro interesse: è un ritracciamento intermedio di lunghissimo termine, uno statico di lungo termine e una proiezione della precedente gamba di ribasso dal massimo storico, oltre alla base del canale ribassista che sta governando i movimenti principali almeno dall'inizio del 2007; un cedimento, entro i prossimi mesi, sotto questo livello potrebbe creare ulteriori difficoltà e proiettare i prezzi verso nuovi minimi degli ultimi anni e creare, presumibilmente, un eccesso di ribasso destinato a dare il via al prossimo bull market di una certa consistenza. In caso di tenuta, invece, rimanderebbe alla prossima resistenza, qualora i prezzi dovessero ricominciare a salire, compresa tra area 20500 e 21500 punti circa, rispettivamente resistenza statica e dinamica di medio-lungo e  lungo periodo. Ciclicamente, marzo e settembre 2012 potrebbero rappresentare dei punti di svolta di medio o di medio-lungo periodo, mese piu'/mese meno (essendo analisi su base trimestrale), e dare origine a movimenti di tendenza di sicuro interesse.

10 gennaio 2012

 

Prospettive economiche generali per il 2012?


La Grecia e' sempre sull'orlo del baratro e impensierisce l'Area Euro e gli investitori internazionali in merito al possibile ed eventuale cedimento della valuta corrispondente in caso di definitivo default degli ellenici. Probabilmente, la situazione si evolverà in maniera meno drammatica, a meno di nuovi scenari che, stavolta, diventerebbero apocalittici con Italia e Spagna (e non solo) coinvolte nella debacle stessa; il governo greco taglierà nuovamente gli stipendi, sulla linea della svalutazione interna, e proporrà un accordo con le banche per la riduzione (drastica) degli interessi sui prestiti (su tutti o su una parte consistente degli stessi). Se la situazione evolverà in tale direzione le prospettive, tutt'altro che rosee, potrebbero portare a una risoluzione, comunque lunga e dolorosa, del problema greco per l'Europa. Qualora ciò non accadesse e volgesse, invece, al peggio, la primavera del nuovo anno sarebbe assai dolorosa anche per Spagna e Italia appunto, entrambe impegnata in un'ampia ristrutturazione per ridare fiducia agli investitori internazionali ed ai vertici di Bruxelles: in caso di default, infatti, le banche di questi due paesi (non solo, ovviamente) ne sarebbero colpite in modo cruento ed in una situazione come quella attuale sarebbe nuova e profonda crisi sicuramente.

A prescindere dalla Grecia, comunque, Italia e Spagna non passeranno bei momenti: la recessione è ormai cosa fatta, o quasi e, viste le premesse, direi che c'è ben poco da fare per i prossimi 2-3 anni almeno. Unico appunto: a mio avviso, nonostante la Spagna ci abbia clamorosamente anticipato nel proporre soluzioni e aggiustamenti economici per rientrare nelle grazie dei grandi dell'UE, direi che a livello strutturale anche loro siano messi veramente male, in quanto a riforme degne di tal nome. E, forse, visto il loro rapporto deficit/pil, seppure nella disgrazia potremmo avere qualche piccola soddisfazione nei loro confronti, nei prossimi 6-9 mesi. In ogni caso, c'è poco da stare allegri!

La Cina rimane decisamente forte e, forse per dare una mano alle economie mondiali (mano che torna sicuramente utile in futuro agli stessi cinesi) o, più probabilmente, per assicurarsi il mantenimento e, in futuro, l'incremento dei mercati di esportazione che l'hanno fatta forte, non accelera ormai da mesi, nonstante ne abbia mezzi e possibilità, soprattutto in questo momento. Nella speranza, ovviamente, che non segua un tracollo generalizzato di valute e mercati di riferimento, altrimenti l'invasione gialla rischierebbe di evolversi in una caduta degli invasori per mancanza di risorse con le quali mantenersi.

Gli USA si trovano nell'anno delle elezioni e la FED sicuramente non vorrà veder sviluppare nuovi problemi: non appena si dovessero profilare all'orizzonte possibili segnali di tempesta, a mio avviso, provvederà ad intervenire prontamente con nuove iniezioni di liquidità e sostegno all'industria americana. Certo, se anche ciò non dovesse funzionare, allora si che sarebbe la debacle storica per USA e alleati. Senza dimenticare, comunque, che l'economia americana sta andando al 2,5-3%, che il mercato del lavoro è in ripresa e che i mercati finanziari non hanno certo patito in modo particolare nel 2011.

Insomma: mentre Cina viaggia ancora bene, USA tiene, Giappone si barcamena senza novità da anni e qualche emergente continua a migliorare (vedi Brasile, per esempio, e India in testa), gli speculatori continueranno ancora per mesi, probabilmente, a battere il ferro caldo in Europa, con le solite e ben conosciute preferenze.

9 gennaio 2012
 

 

La cura Monti: pareggio di bilancio sulla pelle degli italiani? Si, ma solo di alcuni italiani

I politici più pagati d'Europa, gli evasori più prolifici del mondo, i truffatori (tra bancarotte fraudolente e falsi in bilancio) più tutelati dell'universo: questo è il pacchetto tutto-compreso che tocca a noi europei del sud... Un pacchetto che l'ha sempre fatta franca e sempre la farà, anzi, sempre meglio!

Comunque, un 2012 all'insegna dei sacrifici, ci dicono i nostri "nuovi" politici. Si, verissimo: benzina alle stelle, tassa sulla casa al top da sempre, iva in rialzo, lavoro sempre più precario e via dicendo. Insomma, a pagare saranno sempre i soliti noti. Le rendite finanziarie, dal primo gennaio, passeranno al 20%: a guadagnarci, dunque, saranno solo i correntisti incalliti cassettisti di contanti, in pratica. Per loro, infatti, guadagni assicurati anche senza incrementare la giacenza media, visto che abbasseranno la tassa sugli interessi di oltre il 25% (dal 27% al 20%, appunto), mentre chi decide di rischiare il proprio capitale in titoli obbligazionari o, peggio, fornendo denaro per la capitalizzazione delle nostre aziende quotate, si vedrà tassati maggiormente interessi da utili e cedole, alla faccia dell'incoraggiamento a investire nell'economia italiana! Poi, la genialata di Monti e combriccola: il calcolo del monte titoli per la tassa fissa periodica sui depositi sarà calcolata al nominale dei titoli stessi. Ottimo! Così se avrete delle azioni che valgono 10 euro emesse al vecchio nominale di 1000 lire (poco più di 50 cts) pagherete un'inezia, ma se avrete un titolo che già vi ha svalutato il capitale, avendolo per esempio comprato a 5/6 euro e ora di valore pari a 0,1 o peggio (e sono tanti...), sarete tartassati alla grande. Una domanda, egr. sig. Monti: e chi ha le argentina che, pur essendo già stata una clamorosa fregatura, sono ancora segnate sui dossier titoli di migliaia di italiani, cosa si troverà sotto l'albero di Natale del 2012? Altre fregature? Be', direi che Argentina o Italia, alle fregature dei governi non c'è mai fine!

PS: non parliamo della casa, perché mentre grandi evasori e politici si riempiono le tasche i lavoratori italiani, molti con mutui salati, si troveranno a subire l'ennesimo furto dell'ici (che ora cambia nome, giusto per darci l'idea che ogni governo deve darci una bastonata personalizzata, ci mancherebbe!), rinnovata e rimpinguata alla grande. Mettiamo tempo e risorse nel cambiamento del catasto, a prendere i furbetti con auto di lusso e barconi ci penseremo: intanto, quando capita, una visitina a Cortina e, magari, a Taormina, giusto per gradire, dovrebbe calmare quei fessi di italiani che si indignano ma, alla fine, che pagano e pagano e .... continuano a pagare!.

9 gennaio 2012

 

Ogni tanto, a tacere, si fa più bella figura ...

Un articolo ripreso dal link http://www.wallstreetitalia.com/article/1267856/crisi-sistemica/clear-present-danger-chiudere-subito-il-mercato-finanziario.aspx:

 

""Clear & present danger: chiudere subito il mercato finanziario

Luca Ciarrocca e' il direttore di Wall Street Italia

Wall Street Italia chiede al presidente del Consiglio Mario Monti di presentare una proposta con i caratteri dell'immediatezza e dell'urgenza per la chiusura a tempo indeterminato dei mercati azionari e obbligazionari, valute e commodities sia in Italia che in Europa. Obiettivo: fermare la speculazione e dare tempo e modo all'Unione Europea, in accordo con i singoli stati, di varare un piano credibile, dettagliato, raggiungibile che abbia due exit possibili: l'uscita dalla crisi o lo smantellamento dell'euro.

Con il tasso sui Btp a 2 anni all'8% l'Italia e' gia' in zona default tecnico. Gli interventi di salvataggio per Grecia, Portogallo e Irlanda sono stati impostati a tassi piu' bassi di quelli segnati dal titolo biennale italiano.

La domanda e': chi vuole un esito catastrofico e apocalittico della crisi, con l'Italia come catalizzatore e l'eurozona devastata?

Oltre ai rendimenti sui bond di Roma in zona pericolo, stiamo alle dichiarazioni ufficiali. Una nota di Palazzo Chigi di qualche minuto fa dice: "Nell'incontro di ieri a Strasburgo Sarkozy e Merkel hanno espresso piena fiducia nel Presidente Monti e nel suo Governo e ribadito il sostegno all'Italia, dicendosi consapevoli che un crollo dell'Italia porterebbe inevitabilmente alla fine dell'euro, provocando uno stallo del processo di integrazione europea dalle conseguenze imprevedibili". Ci rendiamo conto? Rileggiamo: un crollo dell'Italia porterebbe inevitabilmente alla fine dell'euro.

Puo' sembrare incredibile che il sito n.2 in Italia di economia, finanza e politica dopo il Sole24Ore chieda un intervento sostanziale con ripercussioni internazionali per fermare la speculazione sui mercati azionari e soprattutto obbligazionari ormai divenuti illiquidi e manipolabili con pochi pochi click di mouse.

Queste amare verita' non vi verranno MAI raccontate dai grandi giornali e siti online, impegnati nell'occultamento quotidiano del conflitto di interessi e nel varo di idiotiche campagne sul "BTP Day" (il cui esito sara' far incorrere in enormi perdite gli ignari investitori sobillati da banche avide e cieche).

Tuttavia, lo scandaloso comportamento degli hedge funds globali - giustamente definiti "cavallette" (per noi di WSI e' piu' appropriato sanguisughe o vampiri) - il comportamento di banche, banchieri, burocrati non eletti, politici incompetenti e corrotti, sta destabilizzando il mondo occidentale in modo ineluttabile e va fermato. Qui e ora. Subito.

La verita' e' che le scommesse ribassiste di poche decine di persone - il male assoluto di questo millennio - le trame distruttive degli hedge funds e delle banche globali stanno fruttando miliardi di profitto a pochi delinquenti che dovrebbero marcire in galera a vita, il tutto sulle spalle di milioni di persone e cittadini normali per i quali il 2012 sara' un anno 10 volte peggiore rispetto al 1929, se non cambia qualcosa. Per questo bisogna che gli speculatori paghino. Paghino caro. Paghino tutto.

Presidente Monti, abbiamo fiducia in lei. Chiuda il mercato finanziario. Fermi la speculazione, o in alternativa si faccia promotore di un divieto europeo di fare trading sui future, sui Cds e altri derivati e strumenti puramenti speculativi, chieda una riforma seria al G20, a Barack Obama e a Mario Draghi facendo cosi' imporre a tutti scambi senza leva, un semplice 1:1 in borsa e su tutti i mercati, oppure forti tasse sulle transazioni finanziarie (Tobin Tax).

L'Italia ha purtroppo alle spalle decenni di colpe e malagestione delle Caste politiche di governo (e di finta opposizione) ma e' venuto il momento storico per dare una drammatica scossa al sistema. Per ripartire. Se non lo fa lei che e' un tecnico, finiremo come l'Argentina, no gracias.""

 

Ultimamente, si improvvisano tutti salvatori della patria. Peccato che, appunto, fino anche a pochi mesi fa nessuno si sognava di porre rimedi anche molto meno drastici e molto meno impegnativi; poi, quando i buoi ormai sono fuori, arrivano tutti a chiudere le porte e a urlare a squarciagola.

Sono, questi, gli interventi di chi, nel tempo, non ha mai saputo scattare una vera fotografia della situazione; un po' come politici ed economisti europei, mentre la crisi finanziaria incombeva pesante e aggressiva, quasi la snobbavano: l'Europa ha banche più solide e bilanci meno affossati da subprime ecc. Invece eccoci qui e ora, moltissimi di questi personaggi, presi dal panico recuperano il tempo e il terreno perduto, passando da un eccesso ad un altro.

Caro il mio direttore, prima di impugnare la penna, si fa per dire, e scrivere frasi sciroccate come queste, pensi che intorno al sistema non lavorano solo gli hedge ed i grossi speculatori ma migliaia e migliaia di operatori, impiegati, segretarie ecc. Pensi che non tutti, evidentemente, come anche Lei forse (scusi se mi permetto e comunque lo desumo dal Suo articolo che probabilmente lei non ne avrebbe un danno eccessivo), possono far a meno di lavorare per vivere e chiudere i mercati finanziari non renderebbe la vita certamente troppo difficile ai grandi finanzieri e ai grossi speculatori che, grazie a Dio o grazie a qualche bella soffiata, si sono ampiamente assicurati liquidazione e vecchiaia già da tempo. Farebbero un bel giro da qualche altra parte e si butterebbero in nuove e interessanti speculazioni: spennato un pollo se ne trova subito un altro. E poi? Si provvederebbe a chiudere anche quei mercati? E poi altri e altri ancora? Bell'idea, togliamo di mezzo pure la moneta e torniamo al baratto, così si inchioda anche l'inflazione!

Ma poi, perché allora non dovremmo chiudere le pompe di benzina, bruciare i raccolti del mais, buttare a mare il mosto e far saltare l'agenzia delle entrate?? Mi sembra che, da anni, siano tutte situazioni ormai poco sopportabili per il cittadino medio che, ormai di mese in mese vede erodere il proprio potere d'acquisto ed in maniera molto consistenze a causa dei rincari di questi ed altri beni di consumo primari, dovuti principalmente alla speculazione, nonché a causa dell'aumento smisurato di tasse e imposte! Perché, dunque, caro Sig. direttore, non comincia Lei ad abbandonare l'auto e lo scooter e a mangiare il riso cinese al posto del pane, della pizza, della pasta? E a bere acqua del rubinetto al posto di un bel bardolino?

Vorrei, in ultimo, che i lettori si soffermassero un attimo a pensare quali sarebbero le conseguenze, assolutamente drammatiche, della totale assenza a tempo indeterminato di una piazza finanziaria nazionale; ai milioni di sottoscrittori di fondi di investimento che, se da un lato potrebbero essere soddisfatti di veder bloccate le loro perdite nell'immediato, ma sempre nel dubbio che questo non sia il minimo del loro investimento (o quasi), sarebbero comunque costretti a pagare commissioni spesso salate sulla totale inattività dei loro gestori. Mi viene in mente che, così come si è verificato in moltissime altre occasioni di forti ribassi di borsa, nel giro anche solo di un trimestre o due gli stessi indici e, a braccetto, i fondi collegati, recuperassero anche il 30/40% dai minimi. E, qualora fosse questo il caso, che faremmo poi? Che farebbero Monti e compagnia bella? Manderebbero una bella letterina a ciascun sottoscrittore dicendo cose del tipo: "ci scusi tanto, so che se ci fossimo astenuti dal fare queste pistolate ora lei avrebbe il 40% in più sul suo investimento, ma che ci vuol fare, è per il bene della nazione!. La prossima volta magari la imbrocchiamo, si sa mai..."

Mah, tante volte se la gente si fermasse a ragionare un minuto, non tanto, basterebbe veramente poco  ...

25 novembre 2011

 

 

Per Soros anche l'Europa dei grandi non è messa bene

Per Soros, il mercato dei bond dell'Eurozona sta attraversando un periodo simile a quello che il sistema finanziario ha sofferto nel 2008; e, se non si agisce subito, le pressioni recessive si intensificheranno al punto da peggiorare ulteriormente la performance dei titoli di stato europei. "Si tratta di un perfetto circolo vizioso", ha detto il presidente di Soros Fund Management, in un articolo scritto insieme a Peter Bofinger, della Wurzurg University, pubblicato sul Financial Times. Visto che la Germania, sotto l'egida della cancelliera Angela Merkel, non vuole accettare l'opzione degli eurobond, e considerata la scarsa credibilità del Fondo Salva stati - lo European Financial Stability Fund - ha presso gli investitori, Soros ritiene che la Bce sia l'unico istituto che può risolvere la crisi. Insomma, la Bce deve essere pronta ad acquistare un ammontare illimitato di bond almeno fino a quando i mercati non capiranno che la banca centrale difenderà i loro livelli chiave. "I mercati finanziari stanno mettendo alla prova la Bce per scoprire cosa le è permesso di fare", ha scritto il miliardario, aggiungendo che è imperativo che la Bce non fallisca nel suo prossimo test. Ma come dovrebbe agire l'istituto di Francoforte? (che poi ha le mani legate dagli stessi tedeschi?): secondo Soros, "il modo migliore di agire nel breve termine è imporre un tetto massimo sui rendimenti dei titoli di stato che vengono emessi da quei governi che adottano politiche fiscali responsabili e non sono soggetti a programmi di aggiustamento". Fissando il tetto massimo al 5% e diminuendo gli interessi, la Banca centrale europea potrebbe preparasi all'acquisto di bond in modo illimitato. "Normalmente, le banche centrali fissano solo tassi di interesse nel breve termine. Ma questi non sono tempi normali (...) i bond italiani e spagnoli sono considerati troppo rischiosi da acquistare, visto che i rendimenti che si attestano al 7% li rendeno agli occhi degli investitori tossici. Inoltre, i rendimenti potrebbero facilmente balzare al 10%. Questi stessi bond diventerebbero però appetibili nel lungo termine nel contesto deflazionario attuale, diciamo al 4%, nel caso in cui il rischio eccessivo venisse rimosso, imponendo un limite del 5% sui tassi di interesse".

22 novembre 2011

 

Per Roubini l'Italia è già "andata"

(Fonte TMNews) - L'Italia ha già oltrepassato il punto di non ritorno della sua crisi finanziaria e nel 2012 sarà obbligata a varare una ristrutturazione obbligata del suo debito pubblico. E' la tesi del centro di ricerche Roubini Global Economics (Rge) dell'economista della New York University Nouriel Roubini che sottolinea come, avendo oltrepassato il rendimento del 7% sui titoli decennali per la prima volta lo scorso 9 novembre, la situazione appaia già compromessa. "Fino a ora nessun paese dell'area euro è riuscito a recuperare la fiducia del mercato una volta che i titoli di Stato hanno oltrepassato la soglia del 7%, con la Grecia, l'Irlanda e il Portogallo che hanno dovuto richiedere un salvataggio finanziario poco dopo", si legge nella nota riportata dall'agenzia Dow Jones nella quale si ritiene estremamente difficile recuperare la fiducia del mercato una volta che i rendimenti sono saliti fino a tale livello". Rge avverte poi che la dimensione dell'assistenza finanziaria che sarebbe necessaria per l'Italia insieme all'inadeguatezza di una strategia di salvataggio per l'area euro esclude un pacchetto di aiuti attuabile e probabilmente obbligherebbe l'Italia a una ristrutturazione del debito già nel 2012. "Non prevediamo che l'Italia sia in grado di reagire in tempo per affrontare il suo problema del debito con un adeguato consolidamento fiscale e un piano di riforme strutturali".

22 novembre 2011

 

 

Finmeccanica - grafico settimanale

 

Molto velocemente l'analisi di medio e lungo periodo di Finmeccanica che, nella sola seduta odierna, perde circa il 20% dalla chiusura precedente. Come si può vedere dal grafico settimanale, il break sotto i 7,3 euro ha permesso l'accelerazione ribassista ancora in atto; ora, sempre che la situazione non cambi radicalmente nel corso dei prossimi giorni, con questo nuovo minimo (non necessariamente finale) e i volumi in discesa, si possono tracciare almeno due livelli sopra i quali la pressione ribassista potrebbe ridursi di molto o, addirittura, estinguersi. In particolare, salite sopra i 4,8 euro farebbero allontanare parte dei venditori di medio termine, mentre una chiusura sopra 5,18 euro creerebbe nuove opportunità per i compratori.

 

Finmeccanica - grafico mensile

 

Per il lungo termine, faccio riferimento al grafico mensile che rivela, più che altro, un dato molto interessante: la linea tratteggiata in corrispondenza dei prezzi attuali parte dal minimo di lunghissimo periodo, il che impone al trader di verificare attentamente ogni possibile segnale di esaurimento potenziale del movimento in atto. In questo caso, una chiusura sopra 5,7/5,8 potrebbe anticipare una ripresa delle quotazioni.

 

Possibile operatività

 

Infine, ma solo per chi è abituato a speculare in modo aggressivo, indicherei area 3,2/3,35 come possibile supporto sul quale aprire qualche posizione a rischio elevato: il livello è la proiezione al ribasso del precedente range superiore, dalla cui base è partita l'attuale negatività, uno statico di medio su base settimanale ed uno di lungo periodo su base mensile. Tre livelli che si concentrano in una fascia di prezzi decisamente limitata e, dunque, appetibile. Occorre, ovviamente, un attento controllo del rischio ed un' ottica temporale adeguata all'operatività stessa.

 

Come si fa ad essere stipendiati per propinare buffonate? Ci si fa assumere alla consob

"Vendite allo scoperto: proroga fino al 15 gennaio 2012 delle restrizioni sui titoli finanziari. A tempo indeterminato gli obblighi di comunicazione. Su tutto il listino divieto di operazioni "nude" (comunicato stampa dell'11 novembre 2011)

La Consob ha deciso oggi di prorogare fino al 15 gennaio 2012 il provvedimento restrittivo in materia di posizioni nette corte sulle azioni del comparto finanziario, adottato il 12 agosto scorso (delibera n. 17902) e poi prorogato fino all’11 novembre (delibera n. 17951). Resta quindi in vigore il divieto di assumere o incrementare le posizioni nette corte sui titoli azionari del settore bancario-assicurativo.

Restano altresì in vigore gli obblighi di comunicazione alla Consob delle posizioni ribassiste rilevanti su tutte le società quotate in Italia, introdotti il 10 luglio scorso (delibera n. 17862). Misure analoghe sono in vigore in altri Paesi europei e saranno delineate nel futuro regolamento comunitario in materia di vendite allo scoperto.

La Consob ha anche deciso di proibire le vendite allo scoperto "nude", cioè quelle non assistite dalla disponibilità dei titoli al momento dell’ordine. Il nuovo divieto vale per tutte le azioni quotate sui mercati regolamentati italiani indipendentemente da dove sono negoziate. Il provvedimento ha efficacia dalle ore 00.00 del 1° dicembre 2011.

Le misure sono state adottate alla luce dell’attuale situazione dei mercati finanziari, caratterizzata da forte volatilità; potranno essere modificate o revocate secondo le condizioni di mercato e, per quanto possibile, in accordo con le altre autorità europee che hanno adottato analoghe misure.

Le delibere (n. 17992 e 17993 dell’11 novembre 2011) sono disponibili sul sito internet dell’Istituto (www.consob.it)."

 

In un momento di crisi per tutti aiutiamo i grossi speculatori ed i market maker (per i quali le regole non valgono) ad affossare ancora peggio i piccoli investitori e trader. Qualcuno, come sempre, ci guadagnerà da queste insensate manovre, vero?

11 novembre 2011

 

 

Fai la crisi che tanto la pagano gli altri!

"Roma - E' un paradosso. Una spirale senza ritorno. BNP Paribas SA e Commerzbank AG, così come tanti altri grandi istituti della regione, in linea con la fuga generalizzata dai debiti governativi dei paesi europei, starebbero vendendo bond anche a costo di registrare delle perdite, non facendo altro che esacerbare la crisi dell’area. Bnp Paribas, la più grande banca francese, avrebbe registrato perdite per €812 milioni negli ultimi 4 mesi, proprio attraverso il processo di riduzione dell’esposizione al debito europeo. In perdita anche Commerzbank, dopo aver ridotto del 22% gli investimenti nei Piigs, a €13 miliardi. Con gli investitori che puniscono le società con forte esposizione al debito sovrano della periferia europea e con le autorità che invitano ad aumenti di capitale e a prezzare il valore degli asset a valore di mercato, gli istituti continuano a vendere, in questo modo non facendo altro che estendere la crisi, alzando in continuazione il costo del prestito pagato dai vari paesi. Un processo a spirale."

Bei tempi, per le banche, quando la crisi non era globalizzata e nemmeno tanto pubblicizzata ma si limitava a singole situazioni quali Cirio, Parmalat, Argentina, Lehman ecc. Si, bei tempi perché in quei momenti non erano costrette a vendere sul mercato a prezzi ribassati a compratori forse ingenui o, forse, molto più furbi e intelligentemente attendisti (e fiduciosi), rimettendoci anche le ciabatte o quasi; no, a quei tempi era più semplice vendere le obbligazioni a plafond a ignari risparmiatori e/o sottoscrittori che, allettati dall'ottimo rendimento, si buttavano a capofitto a erogare generosamente e inconsapevolmente buona parte dei propri risparmi sudati (non sempre ma in buona parte dei casi si, sudati). Ora, invece, gli amministratori delle banche cercano in tutti i modi di buttare a mare la zavorra, ossia titoli del debito italiano, portoghese, spagnolo, irlandese e pure di qualche altro paese, lasciando sul terreno perdite a non finire; tanto, tra qualche aiutino da BCE o FMI, qualche bel colpetto ai danni dei risparmiatori (spese, costi accessori, qualche nuovo quanto inutile servizio a costo quasi zero venduto a costi elevati e altro ancora), sono tutti convinti di rientrare, prima o poi. E se ciò non avverrà, allora via con qualche intervento statale, ricapitalizzazioni o altro ancora; in tal caso, buona parte degli amministratori se ne andrebbe comunque con una bella sommetta in tasca, pronti a rientrare dalla finestra o, al limite, di andare a infoltire le fila di qualche altra banca sul mercato. Perché il sistema bancario, quasi sempre, è uno dei pochissimi che premia le alte sfere a prescindere da ciò che hanno combinato, nel bene e nel male. Per questo il ragionamento di un testone (senza offesa, sia chiaro, nel senso di testa grossa figurata, alias cervello grosso...) di banchiere può essere facilmente individuato:

- se tengo i titoli e poi accade un default la mia perdita sarà comunque elevata e io potrei essere ritenuto responsabile; sui generosi emolumenti finali e di buonuscita non ci sarebbero problemi, ma qualche piccolo problema potrei averlo a ricollocarmi velocemente nell'ambito finanziario "locale".

- se svendo certifico la perdita ai valori attuali, motivo per cui qualora si verificasse il default io sarei il salvatore della patria, in caso contrario avrei agito nell'interesse della banca e dei suoi clienti; chiaro, anche in questo caso, che il portafogli rimarrebbe bello gonfio e, in più, non correrei alcun rischio a livello professionale.

Quindi, perché mai un amministratore dovrebbe provare a fare il proprio mestiere dimostrando saggezza e competenza quando, facendo banalmente quello che qualsiasi ragioniere o impiegato con un minimo di senso logico, non rischia né sedere né busta paga? Ma la mia domanda è un'altra, in particolare:

come è possibile che nessuno imponga alle banche - a quelle stesse banche che hanno creato un sistema in grado di produrre, per loro stesse, enormi profitti in termini di tempo relativamente brevi, a quelle stesse banche che hanno sempre, o quasi, impunemente potuto sfruttare spread elevatissimi tra raccolta ed erogato, alle quali è stato sempre permesso di evitare l'assunzione di seppur minimi rischi nei finanziamenti destinati ad aumentare la produttività nazionale ma, chissà perché, alle quali non è quasi mai stato proibito, invece, di assumersi rischi enormi su strumenti estremamente speculativi spesso anche e soprattutto ai danni dei risparmiatori stessi - di partecipare attivamente e in modo coeso alla risoluzione dei gravi problemi che la crisi, di cui sicuramente sono principali artefici, sta creando e portando avanti da tempo? Non aiutano le imprese, non favoriscono i risparmiatori, non intervengono per aiutare altre banche in difficoltà, non aiutano ma, anzi, affossano il debito pubblico dei paesi dei quali posseggono i titoli, sfruttano al massimo gli interessi sui depositi liquidi inviati alla BCE creando, quindi, ulteriori costi al sistema... ma, in definitiva, a che ci servono le banche? A depositare soldi che alla fine non ci renderanno alcunché ma, in compenso, ci daranno solo costi? Per evitare che qualcuno ce li rubi o che vadano persi? Ma, allora, non basterebbe la posta?? Ho l'impressione che le banche, così spesso accusate da politici e grandi imprenditori, alla fine, siano invece una manna proprio per i soliti noti; per chi tira le fila di molti pupazzi messi nei consigli di amministrazione, per chi necessita di operazioni finanziarie "particolari", trasferimenti vari in qualche paradiso fiscale (bello, per un credente, sentir parlare di paradiso, che dovrebbe essere il posto puro per eccellenza, in riferimento ad un luogo in cui vengono fatte confluire somme sottratte al fisco e, quindi, che generano un reato di "ladrocinio multiplo a più mani".

8 novembre 2011

 

USA opportunity

Intel è un'azienda di certificata solidità, almeno a quanto si sa, e di questi tempi non è cosa da poco. Comunque, voglio dare due semplici indicazioni su questo titolo perché si potrebbe prospettare una doppia possibilità di trading: break rialzista con conseguente potenziale allungo per un rendimento percentuale a due cifre oppure fallimento del tentativo e ritorno su due obbiettivi ribassisti.

Il primo dei due casi, rialzo, prevede l'incapacità che il titolo chiuda sopra l'ultimo massimo realizzato in coincidenza della resistenza determinata del massimo precedente, seppur relativo, di lungo periodo, risalente alla fine del 2008 circa. Al momento, il livello ha perfettamente evidenziato la sua naturale resistenza all'avanzamento dei prezzi creando qualche opportunità per i ribassisti di breve periodo ma, qualora le quotazioni dovessero scendere per qualche giorno sotto il minimo infrasettimanale ultimo, allora si potrebbe anche ragionevolmente pensare che il movimento di discesa possa anche prendere maggiore vigore e identificare due possibili target interessanti: il primo, interessante, tra 19,2 e 19,7 ed il secondo, inferiore e potenziale spartiacque anche di medio-lungo, a ridosso dei 18 dollari.

Il secondo caso, invece, richiederebbe l'entrata long a seguito di una chiusura confermata su base settimanale proprio sopra i livello di resistenza; questo perché, in effetti, al momento si è già verificata la rottura in direzione rialzista al di fuori dell'area di congestione che ha caratterizzato i movimenti degli ultimi 13/14 mesi, motivo per cui un nuovo break dovrebbe garantire una doppia conferma e permettere un allungo deciso verso 29/30 dollari almeno.

7 novembre 2011

 

Opinioni sulla crisi e una sua evoluzione tragica.

Su diversi siti/blog )wallstreetitalia, yahoo e altri ancora) ho letto questo articolo a mio avviso poco realistico, ma è solo un'impressione personale:

"La crisi del debito in un grafico: l'effetto domino nell'area euro

New York - I fondamentali della crisi dell'area euro si possono sintetizzare in un solo grafico: il domino del debito sovrano europeo. Allo stato attuale, non c'e' alcun modo con cui le autorita' europee possano arginare il default della Grecia, o le svalutazioni massicce del debito in possesso dei creditori. Questo evento scatenera' un effetto domino che non potra' essere fermato. Come un masso soggetto alla forza di gravita'. E l'impatto sara' inevitabile. In un contesto di questo tipo le banche cariche di debito diventeranno ufficialmente insolventi quando verranno spinte ad ammettere le perdite accusate.  L'unica possibilita' che hanno i governi e' quella di ricapitalizzare le banche con i soldi dei contribuenti e spremere ancora una volta i cittadini, alzando le tasse e varando misure di austerita'. Ma a quel punto la crisi di liquidita' delle banche scatenera' una serie di downgrade dei paesi piu' solidi dell'area core, come la Francia. Il rialzo dei tassi di interesse rendera' qualsiasi piano di salvataggio delle banche ancora piu' costoso per i cittadini, che dovranno fare i conti con una riduzione dei salari per via della recessione. Il calo dei consumi strozzera' le entrate delle aziende. Infine, quando le banche e gli obbligazionisti accetteranno una svalutazione del debito ellenico del 50-75%, le altre nazioni indebitate dell'area periferica vorranno avere il diritto di chiedere lo stesso trattamento per i loro debiti ingenti. Una dinamica tale richiede 3 mila miliardi di euro di misure di salvataggio per poterne uscire senza mietere vittime. Sono tanti soldi, troppi. E la Germania non e' abbastanza grande e forte da poter finanziare un piano di salvataggio di tale portata. Le perdite complessive manderanno in fumo i bilanci delle banche e metteranno in ginocchio i detentori di debito sovrano. La conclusione inevitabile e' il ritorno al marco e il fallimento in massa degli istituti di credito del continente."

Personalmente credo che, sebbene il pessimismo sia giustificato in situazioni come quella che stiamo vivendo attualmente, quanto espresso qui sopra sia esagerato oltre ogni limite. Prevede, infatti, una continuazione inevitabile, quanto progressiva, del peggioramento delle condizioni economico-finanziarie che l’Area Euro sta attraversando, senza alcuna soluzione di continuità. E se la prima, una continuazione, sia purtroppo credibile, viste le misure al momento insufficienti adottate dai vari Paesi aderenti, è invece poco credibile che tutti, ma proprio tutti, stiano a guardare la situazione precipitare semplicemente adattandosi alla stessa; intendo dire che i banchieri in primis, qualora si verificasse la catastrofe auspicata sopra, ad un certo punto comincerebbero a fare quadrato per evitare l’evoluzione della crisi tale da non poter più tornare indietro. Questo perché, prima di arrivare a svalutare, chiedere soldi per ricapitalizzazioni varie ecc., banchieri e grandi investitori dovrebbero fare i conti con la possibilità di nazionalizzazione delle banche, soprattutto quelle più importanti. Il che, per i capitani della finanza internazionale, significherebbe rinunciare non solo ai loro lauti stipendi ma, soprattutto, al loro prestigio universalmente riconosciuto da un mondo economico che base, ormai e, forse, purtroppo, gran parte della propria sussistenza proprio sulla finanza stessa.

Anche il fatto stesso di dover, eventualmente, ricorrere a finanziamenti di 3000 e passa miliardi di euro per evitare di “mietere vittime” parte da un presupposto necessariamente sbagliato: non è detto che, obbligatoriamente, non si possano concedere “vittime” al nemico (la crisi). E se è vero che, in tal caso, ogni default o fallimento che sia potrebbe innestare una serie di altri problemi, è anche vero che in crisi di questa portata si è sempre resa necessaria una sorta di pulizia più o meno graduale, fino al raggiungimento del picco di negatività dal quale ripartire, debolmente e faticosamente, verso la ricostituzione di un mercato più sano e scevro di una parte di zavorra e causa parziale o preponderante della crisi stessa. 

Faccio inoltre presente un’ultima cosa: il facile collegamento (anche a livello discorsivo-logico) crisi-mancanza di liquidità-richiesta soldi-aumento tasse-aumento tassi d’interesse-diminuzione stipendi-minore spesa privata-chiusura aziende risulta assai impreciso e, talvolta, precipitoso. Se così fosse, infatti, ogni qualvolta una crisi di liquidità sul mercato finanziario si palesasse sul panorama economico, rischieremmo di trovarci di fronte ad un potenziale default finanziario ed economico che potrebbe coinvolgere tutto il mondo. 

Infine, c’è questa brutta abitudine di non riuscire proprio a considerare l’Area Euro come un organismo economico di nuova costituzione, se non proprio di nuova generazione, ragionando ancora su base nazionalista; e credo che proprio questo, la mentalità dei popoli che compongono questa nuova istituzione, rimanga, al momento, l’ostacolo più grosso da superare. Ci si dimentica in fretta, infatti, di come anche potenze economiche come il Giappone, una volta iniziata la ristrutturazione per entrare tra le grandi potenze mondiali, si sia trovato a dover fare i conti con una serie di leggi e regolamenti (ufficiali o da prassi consolidate) che lo hanno messo in ginocchio, costringendolo ad una situazione dalla quale, tuttora, fatica a riprendersi. Ma non per questo, comunque, la crisi è sfociata in un fallimento totale e irrecuperabile. Certo, lì si tratta di una nazione coesa e non di tanti popoli in erba in merito ad una richiesta di globalizzazione, soprattutto culturale, ma è comunque prova del fatto che il suicidio collettivo, soprattutto da parte di chi detiene il potere economico, non è un comportamento che gode di particolare simpatia.

26 ottobre 2011

 

Nuovi orizzonti di investimento

Tempo fa scrissi un articolo su quanto, potenzialmente ed in previsione dell’evoluzione della situazione mondiale nei prossimi decenni, investire nel settore delle acque potabili potrebbe rivelarsi molto interessante e redditizio, sia a livello di acquisizione di partecipazioni azionarie e sia come attività lavorativa. Ora vorrei centrare l’attenzione, in poche righe e solo come infarinatura senza alcuna presunzione di poter esplicare in modo esaustivo un argomento di tale portata, sulle stesse possibilità che l’investimento nel settore agricolo potrebbe avere, ugualmente a quello delle acque ma sicuramente in forma meno generalizzata, nei prossimi decenni. 

Precisazione: in Italia il settore vive da anni una crisi perpetua e progressiva ma, a mio avviso, la colpa è di una cattiva gestione dell’attività dall’una e dall’altra parte, sia dal punto di vista della politica inefficace e incompetente che da quello dell’incapacità degli addetti ai lavori di creare un sistema realmente redditizio. D’altronde, se nella maggior parte dei Paesi europei i redditi agricoli sono saliti a due cifre nell’ultimo quinquennio-decennio (con tassi di crescita record del 30% e anche del 50%), significa che tanto il governo (italiano ed europeo) quanto gli occupati hanno colpe gravi e inequivocabili.  

Proseguendo, è chiaro a tutti come, negli ultimi anni, sulla falsariga di quanto successo nel ventennio appena passato ma in modo più eclatante e sproporzionato al resto dei settori produttivi, l’aumento del prezzo delle materie prime abbia fatto raggiungere, alle stesse, valori eccezionali, esplosi poi con l’attuale crisi economica soprattutto a favore di quelle storicamente considerati beni rifugio (oro e argento) e di quelle più soggette alla speculazione (petrolio). Il discorso, però, non può non interessare, soprattutto in futuro, proprio le materie prime agricole che, da sempre e in modo necessariamente più evidente nei prossimi anni, erano e rimarranno indispensabili per la vita dell’uomo e degli animali necessari alla sua alimentazione. Il mais, per esempio (solo una fra tante materie prime), ha raggiunto prezzi record negli ultimi due anni, con una incessante crescita sui listini mondiali e con chiare ripercussioni sull’inflazione e sul commercio; ma del mais non se ne può fare a meno, considerando, soprattutto, che la stragrande maggioranza degli animali da reddito si cibano proprio di questo prodotto. Considerando i fattori quali: 

-          cambiamenti climatici che, soprattutto (secondo gli esperti), potrebbero interessare l’Europa meridionale e gli Stati Uniti, nonché l’Asia centrale quali prolungati periodi di piogge e ugualmente lunghi periodi di siccità in alternanza tra loro;

-          la diminuzione continua dello spazio che è o potrebbe essere destinato a nuove attività agricole a favore, invece, di abitazioni e spazi commerciali;

-          il progressivo fallimento delle colture ogm, non accettate in diverse parti del mondo (almeno nella prospettiva legata all’alimentazione umana);

-          l’aumento della popolazione previsto e inevitabile

 dovrebbe essere sufficientemente evidente che i prezzi delle materie prime agricole e, di conseguenza, dei prodotti derivanti dalle stesse siano destinati ad aumentare ancora e a dismisura, diventando, probabilmente, l’oro del futuro.

A supporto di queste considerazioni ci sono non solo dichiarazioni d’intenti ma, soprattutto, fatti reali che, inequivocabilmente, denotano come il settore stia diventando interessante anche per i grandi investitori della terra. Non a caso, da qualche anno a questa parte, si stanno muovendo in questa direzione. 

Jim Rogers, considerato come uno dei maggiori esperti mondiali di materie prime, non ha dubbi in proposito ed ha chiaramente espresso il suo parere in una recente intervista alla BBC: “Le uniche aree dell’economia mondiale che vedo ancora in forte espansione sono le risorse naturali. L’agricoltura sarà una delle migliori professioni dei prossimi 10, 20 o 30 anni”. In aggiunta, sempre secondo l’analista, le persone che sfrutteranno il boom del settore nei prossimi anni, in un futuro non troppo lontano faranno una fortuna enorme.  

Di recente, ancora, Bill Gates, che non è certamente uno sprovveduto, ha comunicato di essere diventato il primo azionista per importanza in una delle maggiori aziende agricole a livello internazionale, con un maxi investimento di 1, 4 miliardi di dollari.  

Jim Cramer, presidente di “The Street.com” e oggi uno dei più ascoltati Guru internazionali (il suo hedge fund dal 1987 al 2001 ottenne una performance media del 24% annuo), da tempo sottolinea nei suoi interventi la progressiva carenza di disponibilità di generi alimentari a livello mondiale, trend destinato ad aggravarsi nel corso dei prossimi decenni: “Chiunque oggi può notare questo trend, con un continuo aumento dei prezzi dei generi alimentari in un qualsiasi supermercato”. 

Non certamente l’ultimo arrivato nel campo degli investimenti, Soros, oltre a consigliare già da tempo l’investimento in terreni agricoli (ed a sconsigliare quello in oro, da qualche mese a questa parte), tramite uno dei suoi fondi di investimento ha acquisito il 23,4 per cento dell’azienda agricola sudamericana Adecoagro. 

Ora: qualcuno di questi potrà anche sbagliarsi, ma così tanti (non sono solo quelli citati, ovviamente) risulta difficile; è possibile anche obiettare che, cifre alla mano, questi grossi investitori sono talmente pieni di risorse finanziarie che questi capitali potrebbero rappresentare (non in tutti i casi, comunque) solo una quota marginale destinata, per logica, ad una corretta diversificazione del rischio. Tuttavia, credo sia chiaro a tutti che, anche solo per quanto riguarda i nomi di cui sopra, trattasi di personaggi che difficilmente sprecano tempo e denaro o che investono in un settore esclusivamente “per provare” o “tanto per diversificare”. Tutti hanno dato prova, nel passato, di fare sempre scelte mirate e ben ponderate, motivo per cui, a mio avviso e sulla base dei dati reperibili oggi, la questione è calda e potrebbe, in un imminente futuro, diventare scottante.

14 ottobre 2011

 

Crisi finanziaria: ultimi aggiornamenti

L’ultima notizia sulla breccia, davvero poco rassicurante, riguarda l’incremento dei depositi overnight da parte degli istituti di credito presso la Banca Centrale Europea; gli stessi, proprio in questi giorni, hanno, infatti, toccato il record dall’ultimo picco della metà di luglio dello scorso anno, raggiungendo la ragguardevole cifra di circa 210 miliardi.

E’ chiaro, dunque, che le banche europee continuano a sfiduciarsi ed a sfiduciare il sistema stesso (era già successo in un recente passato) e lo mostrano chiaramente con questa crescente e volontaria difficoltà ad accedere, come in precedenza, al sistema dei prestiti interbancari. A confermarlo, lo spread tasso Euribor/Ois, che rappresenta il miglior indicatore di fiducia tra le banche, salito in modo costante e deciso negli ultimi mesi, portandosi dal precedente 0,3% allo 0,8% attuale indicando, dunque, un netto aumento delle tensioni sul mercato interbancario.

Per coloro i quali non fosse chiaro, depositare denaro alla BCE rende decisamente meno (attualmente 0,75%) di quanto una banca possa pensare di ottenere prestando le stesse cifre ad altre banche; se, nonostante questo, cresce a dismisura la quota di deposito alla Banca Centrale e, quindi, la diffidenza nel sistema interbancario, è abbastanza chiaro a tutti che il rischio di illiquidità per alcuni istituti di credito è reale e attuale.

La situazione appare dunque critica, come del resto già da almeno un anno a questa parte; la Grecia e la sua disastrosa situazione (in aggiunta, il rinvio dell’erogazione della tranche da 8 miliardi di euro) rimane sempre in primo piano, ma le nubi nerissime apparse all’orizzonte negli ultimi tempi e che coinvolgono il nostro Paese, i dubbi (vecchi) sulla stabilità economica di Spagna e Portogallo mai risolti e, ultimo ma certamente altrettanto pericoloso, il problema contingente che lascia più di una perplessità sulla liquidità di non poche banche europee, alcune anche di rilievo nel panorama finanziario mondiale, hanno aggravato la situazione e incentivato le stesse banche a trovare il modo di abbassare i già notevoli rischi ai quali sono soggette. E visto che, difficilmente, le banche del sistema moderno riescono ad inventarsi qualcosa di buono ed efficace (ora e nel lungo termine), non resta loro che riparare sulle cure della “mamma” per eccellenza, la BCE appunto. E pensare che, quando si tratta di “inventarsi” contratti di investimento cosiddetti “spazzatura” o altri stratagemmi per racimolare soldi a buon prezzo, solitamente, non mancano di inventiva!

Inevitabilmente, tutte queste tensioni che si stanno verificando, con tendenza al peggioramento negli ultimi giorni, contagiano, in particolare, il mercato dei titoli di stato italiani: ultimamente, la situazione generale vede il differenziale tassi con il Bund tra 360 e 390 bp e proprio nelle ultime ore lo stesso si aggira sulla parte alta della fascia indicata, a dimostrazione che, nella debolezza generale, i nostri mercati risentono di un doppio declassamento: come appartenenti all’UE e a livello nazionale interno.

I segnali dalla BCE stessa indicano, in linea con la FED, l’intenzione di non abbandonare a sé stesse eventuali defezioni anche a livello bancario, creando aspettative positive di un eventuale intervento a suon di soldoni nel caso che qualche istituto comincia dare chiari e gravi segnali di un possibile default. Positivo, da una parte: dichiarazioni di questo tipo danno fiducia al sistema sia ad alti che a bassi livelli, evitando la corsa agli sportelli (che aggraverebbe la situazione patrimoniale degli istituti) e la tendenza ad espatriare capitale al di fuori della UE. Dall’altra, come è logico succeda quando l’azione di immissione di liquidità nel sistema non rimane una condizione di urgenza limitata nel tempo ma diventa una costante necessità, in aumento e reiterata, aumenta il timore che, prima o poi, ogni intervento non riesca a diventare risolutivo e, soprattutto, fattibile. 

Dunque, le conseguenze facilmente verificabili nelle ultime ore preoccupano sempre di più i mercati finanziari: Atene ha comunicato di avere riserve di liquidità per far fronte al pagamento di pensioni e stipendi al massimo fino alla metà di novembre; alla Borsa greca i titoli finanziari vengono svenduti senza ripensamenti, basti pensare ai ribassi a due cifre degli ultimi giorni per Nationak Bank ed Eurobank. A Parigi il titolo Dexia crolla del 20/30% (in altri tempi tra il 10% ed il 20% di ribasso sarebbero passate settimane o mesi, non ore o minuti!) sulle indiscrezioni che l'istituto abbia serie difficoltà di liquidità. L’Italia viene nuovamente declassata da Moody, giusto per non farci mancare nulla.

Una riflessione personale: questa non è chiaramente la prima crisi mondiale da che la società industriale ha preso il posto di quella rurale. Ma siamo sicuri che le precedenti possano aiutare a pensare in positivo o, addirittura, a fornire almeno in parte una o più soluzioni al problema? Anche nel 1929, per esempio (al momento, sicuramente la più recente alla quale far riferimento per qualche similitudine con l’attuale), le banche furono al centro della nascita e dell’estensione della crisi stessa ma gli strumenti che principalmente crearono i presupposti per il default generale erano ben altra cosa di quelli attuali. Non solo: gli strumenti, ben più sofisticati e rischiosi rispetto al passato, che hanno dato il via al fallimento di più di una banca internazionale, ai giorni nostri, sembrano essere solo la punta di un iceberg di un sistema ormai corroso dall’interno e che, presumibilmente se non si attueranno cambiamenti a livello strutturale, rischierà di implodere.

Una provocazione (o due): siamo sicuri che continuare a stampare moneta per soccorrere il sistema sia una buona idea per resuscitarlo e non, invece, una semplice cura per un malato terminale destinata solo a prolungarne l’agonia? In ultimo: è mai possibile che ci si renda conto solo ora, in condizioni estremamente pericolose, che un sistema generalmente basato più sull’aspetto finanziario (produzione spesso virtuale) che non economico (produttività sempre effettiva) sia dannatamente pericoloso non solo per il sistema stesso ma anche per tutti quelli collegati e correlati? O meglio: ce ne stiamo veramente rendendo conto? Credo, a mio avviso, che lo vedremo nei prossimi 18/24 mesi circa.

5 ottobre 2011

 

La Tobin tax

Al varo la Tobin tax europea, presentata oggi da Barroso al Parlamento europeo; la tassa in oggetto prevede un prelievo dello 0,1% sugli scambi in azioni e bond e dello 0,01% su strumenti derivati (percentuali ancora da verificare e decidere, comunque). Il gettito, a partire dal 2014, anno di prima applicazione della stessa (salvo modifiche dell'ultima ora) è stimato fra i 30 e i 55 miliardi di euro. Perché una differenza così alta nelle stime? Perché, ovviamente, bisognerà vedere la posizione che intermediari finanziari e privati investitori (soprattutto grossi investitori) prenderanno in seguito all'applicazione della tassa. E non andranno sottovalutati nemmeno i piccoli trader che, attualmente, operano intraday su azioni e derivati, spesso con tecniche di scalping; se è vero ce il capitale medio per operazione, in tali casi, non è elevatissimo, è altresì vero che svariate decine di operazioni giornaliere anche su capitali di poche decine di migliaia di euro generano un controvalore finale decisamente elevato (20 operazioni corrispondono a 40 eseguiti ed anche qualora fossero solo per una cifra ripetitiva di 10000 euro si tratterebbe di un controvalore giornaliero di 400.000 euro. Proviamo a moltiplicarlo per un buon numero di scalper in tutta Europa ...). Cosa faranno, dunque? Smetteranno di fare trading? O, più semplicemente, trasferiranno i capitali verso broker esteri in Paesi in cui la Tobin tax non sarà introdotta? Molti, probabilmente continueranno, ma sicuramente limitando l'operatività che, sommata al trasferimento di parte di capitali destinati al trading e alle soluzioni estreme di cambiare attività, incideranno non poco sul totale della tassa stessa. Se a questo aggiungiamo il fatto che molto broker saranno costretti a chiudere i battenti e il gettito fiscale degli stessi andrà perso .... direi che la somma delle entrate auspicata potrebbe ridimensionarsi drasticamente.

Inutile, però, che politici ed economisti continuino a nascondere il fatto che la tassa si renderebbe necessaria proprio perché la loro incapacità, da un lato di prevedere le crisi e le possibili soluzioni, dall'altra di mettere in atto giuste ed opportune manovre strutturali, ha creato i presupposti per una o più manovre correttive in grado di apportare nuove entrate, linfa vitale per economie sull'orlo del baratro. Invece di ristrutturare il sistema bancario e finanziario in generale in tempi e con modalità adatte, se non a evitare la crisi, almeno a renderla più indolore, in tutti questi decenni governanti e grandi capitalisti si sono spartiti il mercato del risparmio e dei risparmiatori; e ora, non paghi di averli spremuti all'inverosimile (entrambe le parti, sia chiaro), hanno deciso di aggiungere altra pressione, una sorta di tassa sulla tassa sulle tasse. Insomma, come a dire: risparmiatori tutti, pagate e morite!  E si, perché il risparmio deriva dal lavoro, tassato alla fonte o meno, e sul risparmio (sui frutti del risparmio, quando ci sono ...) si paga un'altra tassa, la ritenuta fiscale. e ora? La Tobin tax. Quindi, per capirci: se risparmio, a fatica, 100 euro dalle mie entrate e li investo in borsa, di questi tempi ci lascio le penne e pure la pelle, come si può ben vedere. Se per caso ho investito con cedola, sulla stessa ci pago la ritenuta fiscale. E ora, se faccio operazioni sui bond o sulle azioni, pago un'ulteriore tassa sul controvalore. Insomma: perché non tenere i soldi sotto al materasso, almeno fino a che i tassi rimarranno prossimi allo zero ed i rischi emittente elevati come ora, le spese bancarie sostenute e i nostri risparmi azzannati da ogni parte? Certo, pagheranno le banche, i grandi investitori, i grossi speculatori, ma chi pensate troverà per primo e meglio il mondo per evitare in tutto o in parte questa nuova tassazione? Il piccolo risparmiatore? Sicuro ...

Comunque, già ora le “dark pools” esistono e sono convinto che, dal 2013 in poi (in ragionevole anticipo, qualora la proposta diventasse normativa), comincerebbero a nascere come funghi le grandi Borse offshore, paradiso fiscale, finalmente, non solo per gli evasori ma anche per i risparmiatori!

 28 settembre 2011

 

 

Fib di breve/medio periodo

Riprendo un argomento in merito al quale ho pubblicato già due articoli in precedenza, articoli che invito ad andare a verificare prima di leggere questo. Il grafico aggiornato mostra ancora una volta i due passi fondamentali descritti in passato: l'importante resistenza statica a 23160 punti centrata in modo chirurgicamente quasi perfetto e il supporto inferiore a 20200/20400 punti. La tenuta della prima sul movimento rialzista ed il conseguente cedimento del supporto, circa tre mesi dopo, hanno creato le condizioni ideali affinché si verificasse un buon affondo; i risultati hanno poi decisamente superato le aspettative ma l'analisi di base iniziale si è rivelata molto buona. La situazione attuale è ben riportata sul grafico, succinta e chiara: su questi minimi in area 13000 il mercato ha creato una base di possibile supporto esattamente tra 12400 e 13200 punti, livello dal quale, qualora gli operatori decidessero che per ora potrebbe essere finito il ribasso attuale, potrebbe ripartire almeno un buon rimbalzo. Un'eventuale chiusura sotto, invece, peggiorerebbe le cose, almeno sul breve periodo. Un ritorno confermato sopra i 14500 punti, per i più prudenti che preferiscono valutare sulla forza e non anticipare sulla debolezza, sarebbe altresì un segnale di possibile allentamento della pressione ribassista.

 

23 settembre 2011

 

Usciamo dall'euro?

Uscire dall’Area Euro costerebbe sicuramente molto, forse troppo; ma siamo sicuri che costi meno restarci? Un’Italia di nuovo indipendente, ovviamente, creerebbe una immediata e pesantissima svalutazione, la negazione, qualora ce ne fosse realmente bisogno, di un aiuto finanziario deciso e importante da parte della coalizione di Eurozona, il ritorno ad una regolamentazione della vita pubblica e privata pre-unione (almeno per quelle situazioni dove si renda necessario reimpostare leggi e regolamenti ad uso internazionale, essendo, in tal caso, il concetto di internazionale necessariamente mutato); il tutto mantenendo in essere tutte le attuali problematiche che ci stanno creando l’ormai conosciuto imbarazzo oltre al ben più importante disagio economico-finanziario. E questi (non solo, purtroppo, ma i più eclatanti, sono i problemi principali di una eventuale uscita).

Eppure: fatto salvo l’enorme problema della svalutazione che, per almeno due/tre anni, si abbatterebbe come una scure sul potere d’acquisto dei cittadini, a livello nazionale, siamo così sicuri che una tale situazione non potrebbe, col tempo, volgere infine a nostro favore? Mi vengono in mente alcune possibili situazioni a nostro vantaggio:

- autonomia monetaria/politica/finanziaria: manovre in autonomia nei tempi e modi non dettati da altri in base, principalmente, alle esigenze altrui; autonomia sui tassi di interesse e autonomia di decidere se, quando e quanto svalutare la nostra “vecchia” moneta (ovviamente in relazione alle reali esigenze del Paese ma sempre in linea con le potenzialità economico/finanziarie locali).

- Nessun ultimatum da sopportare da Paesi strutturalmente ed economicamente più forti che, per questo, gestiscono il potere decisionale principalmente per i loro interessi (qualcuno si è chiesto come mai Francia e Germania si siano infine prodigate così tanto per la Grecia e siano rimaste piuttosto fredde nei confronti dei reali e potenziali problemi di Portogallo, Irlanda, Spagna e Italia, queste ultime due, in particolare, in prospettiva? Qualcuno si è chiesto quanto del debito pubblico greco sia nelle casse pubbliche e private di francesi e tedeschi?

- Aumento della competitività per il vero “Made in Italy”, proprio in virtù della inevitabile e pesante svalutazione del che si renderebbe necessaria.

- Ripresa netta e forte per il turismo, uno dei settori economici importantissimi per l’Italia.

- Una migliore distinzione, a livello finanziario, degli asset di banche e grandi imprese italiane con una possibile migliore diversificazione del rischio di investimento. 

Non possiamo dimenticarci che l’Europa attuale ci impone tasse che si traducono in qualche decina di miliardi di euro l’anno, politiche economiche non sempre in grado di supportare i nostri settori meno forti (vedi l’agroalimentare, la pesca ecc.) e spesso pesanti da subire, soprattutto in fasi come questa, anche per l’industria. L’Europa che, quando si vede chiedere aiuti per l’immigrazione, per esempio, risponde picche e che, in qualche caso, ci giudica imponendoci di rinnegare le nostri origine cristiane.

 

Ma tutto ciò è fattibile/possibile? Probabilmente no, con grande gioia dei più. Ma qualora succedesse, siamo sicuri che ne verremmo fuori bene, alla fine? Argentina docet…

23 settembre 2011

 

 Roubini sui rischi contingenti

AMSTERDAM (fonte Project Syndicate). I dati economici più recenti suggeriscono che le economie più avanzate stanno ricadendo in recessione, con i mercati finanziari che stanno raggiungendo livelli di stress mai visti dal collasso di Lehman Brothers nel 2008. È alto il rischio di una crisi economica e finanziaria ancora peggiore della precedente, poiché, questa volta, coinvolgerebbe non soltanto il settore privato ma anche gli stati prossimi all’insolvenza. Dunque cosa si può fare per ridurre al minimo le conseguenze di un’altra contrazione economica e per prevenire una depressione più profonda ed un tracollo finanziario?

Primo: si deve accettare che le misure di austerità, necessarie ad evitare un disastroso deragliamento finanziario, comportino anche effetti recessivi. Allora, se i paesi periferici dell’Eurozona sono costretti ad assumere misure di austerità fiscale, i paesi in grado di fornire incentivi a breve termine dovrebbero farlo e rimandare i loro sforzi di rigore. Questi paesi includono gli Stati Uniti, il Regno Unito, la Germania, il “cuore” dell’Eurozona, il Giappone. Dovrebbero essere altresì creati servizi bancari per finanziare le necessarie infrastrutture pubbliche.

Secondo: poiché la politica monetaria ha effetti limitati quando i problemi derivano dall’eccessivo indebitamento e dall’insolvenza piuttosto che dalla illiquidità, può essere utile una distensione delle condizioni di credito piuttosto che il solo allentamento quantitativo. La Banca Centrale Europea dovrebbe ritornare sulla propria decisone sbagliata di alzare i tassi di interesse. Delle politiche monetarie e creditizie sarebbero necessarie anche da parte della Federal Reserve, della Banca del Giappone, della Banca di Inghilterra, e della Banca Nazionale Svizzera. L’inflazione sarà presto l’ultimo dei problemi che le banche centrali avranno da temere, poiché una rinnovata stagnazione sul mercato dei beni, su quello del lavoro, su quello immobiliare e delle materie prime alimenta pressioni deflazionistiche.

Terzo: per ripristinare la crescita del credito, si dovrebbero rinforzare le banche della zona euro ed i sistemi bancari sotto-capitalizzati con finanziamenti pubblici mediante un piano ad ampio raggio dell’Unione Europea. Per evitare un’ulteriore crisi del credito dovuta ad una diminuzione della leva finanziaria delle banche, si dovrebbe avere con queste una certa tolleranza a breve termine sui requisiti riguardo a capitale e liquidità. Inoltre, dal momento che sembra poco verosimile che i sistemi finanziari degli Stati Uniti e dell’Unione Europea forniscano credito alle piccole e medie imprese, è essenziale che vi sia una provvisione governativa di credito diretto verso le PMI solventi ma senza liquidità.

Quarto: sono necessarie condizioni di liquidità su larga scala verso i governi solventi sono necessarie per evitare un picco negli spread ed una perdita di accesso al mercato che trasformerebbero la non- liquidità in mancanza di solvibilità. Anche con cambiamenti nelle loro politiche, ci vuole del tempo prima che i governi ristabiliscano la loro credibilità. Fino a quel momento i mercati faranno pressione sui debiti sovrani, facendo probabilmente in modo che la crisi si auto- alimenti.

Oggi, Spagna ed Italia sono a rischio di perdere l’accesso al mercato. È necessario triplicare le risorse ufficiali mediante un più ampio Piano Europeo di Stabilità Finanziaria (EFSF), Eurobonds, o una massiccia azione della BCE- per evitare speculazioni disastrose ai danni di questi paesi.

Quinto: gli oneri del debito che non possono essere alleggeriti dallo sviluppo, dal risparmio, o dall’inflazione devono essere resi sostenibili mediante la ristrutturazione metodica del debito, la sua riduzione, e la sua conversione in azioni. Ciò va fatto per i governi insolventi, gli azionisti, e similmente per le istituzioni finanziarie.

Sesto: anche se è stato dato un aiuto significativo sul debito alla Grecia e ad altri paesi periferici dell’Eurozona, non vi sarà una crescita economica fintanto che non venga ripristinata la competitività. E senza una rapida ripresa dello sviluppo non si potranno evitare ulteriori default – e tumulti sociali.

Ci sono tre opzioni per ristabilire competitività nell’Eurozona, tutte richiedono che vi sia una svalutazione reale –e nessuna è perseguibile:


• Un attento indebolimento dell’euro verso la parità con il dollaro, cosa improbabile, in quanto gli Stai Uniti si sono anch’essi indeboliti.


• Una rapida riduzione dei costi unitari del lavoro, mediante l’accelerazione di una riforma strutturale e della crescita della produttività rispetto all’aumento dei salari, è altrettanto improbabile, poiché con quel tipo di processo la Germania ha impiegato 15 anni per ristabilire la competitività.


• Una deflazione cumulativa a cinque anni del 30% di prezzi e salari – in Grecia, per esempio- che vorrebbe dire cinque anni di depressione sempre più grave ed inaccettabile sul piano sociale: ammesso che sia realizzabile, tale livello di deflazione inasprirebbe l’insolvenza, dato un aumento del 30% del valore effettivo del debito.

In considerazione del fatto che tali opzioni non possono funzionare, l’unica alternativa possibile è l’uscita dalla zona euro della Grecia e di qualche altro paese membro. Soltanto il ritorno alla moneta nazionale e ad un’attenta svalutazione di quella valuta può ristabilire competitività e sviluppo.

Lasciare la valuta normale naturalmente comporterebbe la minaccia di danni collaterali per il paese in uscita e l’aumento del rischio di contagio per gli altri fragili membri dell’Eurozona. Gli effetti del bilanciamento sugli euro debiti generati dalla svalutazione della nuova moneta nazionale dovrebbe essere dunque manovrata mediante una conversione regolata e negoziata delle passività in euro nelle nuove monete nazionali. Per contenere danni collaterali ed il contagio sarebbe necessario l’uso appropriato delle risorse a disposizione, compresa la ricapitalizzazione delle banche della zona euro.

Settimo, le ragioni per gli alti livelli di disoccupazione e la crescita anemica delle economie avanzate sono strutturali ed includono l’aumento della competitività dei mercati emergenti. La risposta adeguata a tali intensi cambiamenti non può essere il protezionismo. Al contrario, le economie avanzate hanno bisogno di un piano a medio termine per ripristinare competitività ed occupazione mediante nuovi massicci investimenti in istruzione di alto livello, formazione lavorativa, miglioramenti del capitale umano, infrastrutture, ed energia alternativa/rinnovabile. Solamente un programma di tal genere può fornire ai lavoratori di economie avanzate gli strumenti necessari per competere a livello globale.

Ottavo, le economie emergenti hanno a disposizione un maggior numero di misure di politica economica di quanto non facciano le economie avanzate, e perciò dovrebbero allentare la politica monetaria e quella fiscale. Il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale possono fornire prestiti in ultima istanza ai mercati emergenti a rischio di perdere l’accesso al mercato, a condizione di mettere in atto adeguate riforme di policy. E paesi come la Cina, che per la crescita si basa in modo eccessivo sulle esportazioni nette, dovrebbero accelerare le riforme, incluso una più rapida rivalutazione della moneta, in modo da incrementare la domanda ed il consumo interno.

I rischi che abbiamo davanti non sono solo una blanda “doppia” recessione (“double dip”), ma una grave contrazione che potrebbe trasformarsi nella Grande Depressione II, in modo particolare se la crisi della zona euro diventa caotica e porta ad un collasso finanziario globale. Nel corso della prima Grande Depressione, politiche ostinatamente sbagliate portarono a guerre commerciali e valutarie, turbolenti default del debito, deflazione, crescente ineguaglianza di redditi e patrimoni, povertà, disperazione, ed instabilità politica e sociale che alla fine condussero al sorgere di regimi autoritari e alla seconda guerra mondiale. Il miglior modo per evitare che si ripeti tale sequenza è di mettere in atto adesso una politica globale decisa ed aggressiva.

22 settembre 2011

 

Fissato il cambio Franco/Euro

<<ZURIGO (Reuters) - La Swiss National Bank ha fissato il target minimo di cambio della moneta svizzera a 1,20 franchi per euro e lo farà rispettare comprando valuta estera in quantità illimitata. "Con effetto immediato, (la Snb) non tollererà più un cambio euro/franco sotto la soglia minima di 1,20 franchi. La Snb imporrà questo minimo con la più grande determinazione ed è pronta ad acquistare valuta estera in quantità illimitata", ha detto la banca centrale in una nota. Il franco è salito contro euro e dollaro negli ultimi mesi arrivando quasi alla parità con la moneta unica europea il 9 agosto per gli acquisti degli investitori in cerca di un porto sicuro nel mezzo della tempesta finanziaria.>>

Ma la decisione è più finanziario-economica, seriamente legata alle necessità elvetiche, oppure figlia di un disegno politico dovuto a una chiarissima condizione di doppia fragilità contingente? Qui sotto la mia idea.

Da parecchi mesi, dopo il preventivo monito in periodo di rimpatrio dei capitali per il condono fiscale, il governo italiano faceva pressioni su Berna per avere maggiore partecipazione alla causa della lotta all'evasione fiscale, ormai la piaga principale del nostro paese, nonché tra le cause primarie della crisi attuale economica e finanziaria legata, soprattutto, al consistente debito pubblico. Servivano e servono soldi, da qualsiasi parte essi arrivano e il denaro degli evasori è la migliore entrata possibile per governi e contribuenti onesti.

E' notizia recente, anche se dietro le quinte la situazione non sembrava pacifica nemmeno uno o due anni fa, in pieno disastro finanziario USA, che Obama e il suo staff stiano replicando le stesse pressioni ai danni del governo elvetico per la lotta alla presunta evasione fiscale dei contribuenti americani. Si è addirittura arrivati ad un vero e proprio ultimatum comunicato a fine agosto/inizi di settembre, pena ritorsioni dure contro diversi istituti bancari svizzeri in territorio americano. secondo quanto rivelato dalla stampa svizzera, infatti, le autorità americane chiedono di sapere quanti e quali clienti americani hanno esportato valuta americana in Svizzera tra il 2002 e il 2010, con riferimento a fondi superiori ai 50mila dollari. La richiesta riguarda in particolare il Credit Suisse, seconda banca elvetica, e nove altri istituti minori, tra cui Julius Baer, Wegelin e le banche cantonali di Zurigo e Basilea, che in caso si rifiutassero di collaborare rischierebbero una pesante ammenda (fonti non confermate parlano di 2,5 miliardi di dollari, oltre alla possibilità di perdere la licenza bancaria negli Stati Uniti). In base a un accordo su "assistenza amministrativa" firmato nel 2009, la Svizzera ha già fornito agli Usa, nel corso del 2010, almeno 4.450 dossier di clienti della banca UBS sospettati di aver evaso il fisco statunitense, dopo l’apertura negli Stati Uniti di un'inchiesta contro UBS, sospettata di aver aiutato migliaia di clienti ad evadere il fisco. Per evitare l'avvio di procedimenti contro la grande banca svizzera negli Usa, il governo svizzero assecondò le richieste americane. La situazione sembra ora ripresentarsi negli stessi termini ed anche in questo caso le autorità di Berna sono al lavoro per trovare un accordo di compromesso.

Se poi ci si mette il fatto che un franco eccessivamente forte diventava imbarazzante per gli inglesi e, nell'ambito dell'Area Euro, invece, per Francia e Germania, ormai ultimi paladini dei futuri (forse, ma molto futuri) nuovi Stati Uniti d'Europa, ecco che ci si spiega perché lla decisione della Banca Svizzera possa essere una favorevolmente attesa unione tra l'utile e il dilettevole: l'utilità di ridare fiato alle esportazioni svizzere e il diletto di accontentare, in un sol botto, mezzo mondo finanziario.

6 settembre 2011

 

Investimento azzerato: è sempre tutta colpa delle autorità finanziarie?

A questo link http://www.wallstreetitalia.com/article/1200518/truffe/come-perdere-tutto-il-capitale-con-il-copyright-dell-europa.aspx rilevo un interessante articolo che copio qui sotto:

Una filiale della Bank of Ireland.

La lettrice di Wall Street Italia Maria Teresa Musante, pensionata, ci ha scritto una lettera che abbiamo deciso di pubblicare, con la sua autorizzazione, poiche' e' l'ennesima conferma di quante ingiustize e truffe si compiono nel comparto degli investimenti finanziari. I piccoli investitori sembrano in balia di un gioco sporco molto piu' grande di loro, dove vincono lobby ricche e oscure, in questo caso all'ombra della casa comune europea. Ringraziamo la signora Musante per il coraggio che ha nel voler denunciare pubblicamente il sopruso subito, la sua azione puo' essere di esempio e stimolo per molti altri investitori. Se qualcuno, soprattutto tra gli avvocati specializzati che ci leggono, e' in grado di aiutarla con la necessaria consulenza tecnica allo scopo di cercare di recuperare il capitale perduto, WSI fara' in modo di pubblicare tutti i suggerimenti. Ecco la lettera della signora Musante:

________

Bank of Ireland mi ha chiuso anticipatamente a fine luglio 2011 l'obbligazione xs0186652557 dandomi 0,20 euro su 20000 euro nominali!!!!!! nessuno mi ha avvisato di nulla, ho trovato tutto a cose fatte 0,20 euro!!!! sul conto corrente.

Avevo investito 18800 euro dei miei risparmi due anni fa, il rating era A. Nessuno parla di questa operazione peggiore di quella del fallimento della Argentina, c'è solo on line un articolo sul sole24ore che parla dello strano comportamento delle banche irlandesi.

Cosa si può fare? non è una banca fallita come è possibile un tale comportamento???

chi ci può aiutare? è possibile una cosa del genere quando diamo tanti soldi per salvare i paesi in crisi?

grazie per l'attenzione
Maria Teresa Musante

QUI SOTTO LA RISPOSTA DELLA CONSOB DOPO UNA RICHIESTA DI CHIARIMENTO:

Gentile sig.ra Musante,

in riferimento alle richieste da Lei inoltrate all'attenzione della Consob, aventi ad oggetto una richiesta di informazioni/doglianza afferente al prestito obbligazionario emesso da Bank of Ireland con scadenza 2019, La informiamo che i titoli individuati nella suddetta richiesta non sembrano essere stati ammessi a quotazione su mercati regolamentati italiani, né essere stati oggetto di sollecitazione al pubblico in Italia. Pertanto, la Consob, relativamente a tali emissioni, non ha svolto alcuna istruttoria finalizzata alla pubblicazione di prospetti di ammissione a quotazione ovvero di sollecitazione all’investimento.

In merito all'offerta di scambio proposta dalla Bank of Ireland, emittente estero soggetto all'autorizzazione e alla vigilanza delle Autorità estere, della Central Bank of Ireland e della FSA (Autorità di vigilanza sui mercati del Regno Unito), si fa presente che nel documento di scambio in lingua inglese (allegato), disponibile sul sito dell'emittente www.bankofireland.com, è indicato espressamente come lo stesso non sia oggetto di autorizzazione dell'Autorità di vigilanza dei mercati italiani, essendo l'offerta rivolta soltanto ad investitori qualificati e quindi esente dall'obbligo di redigere un prospetto in lingua italiana ai sensi della normativa primaria e secondaria in vigore (d.lgs. n. 58/1998 e Reg. Emittenti n. 11971/1999).

Conclusivamente, l'emittente e l'intermediario non possono svolgere attività informativa e promozionale in Italia in assenza del documento informativo, ma ciò non impedisce all'investitore, autonomamente e di sua iniziativa, di voler aderire all'operazione e chiedere la cessione/scambio dei propri titoli, subordinatamente all'accettazione dell'emittente che nel caso di specie ha però dichiarato espressamente nel documento informativo come gli investitori italiani diversi da quelli qualificati non potessero partecipare all'offerta di scambio.

Cordiali saluti
CONSOB
Ufficio Relazioni con il Pubblico

Le mie impressioni in merito:

sicuramente non si deve giustificare una situazione nella quale un investitore si vede azzerato il proprio investimento, questo deve essere chiaro a tutti. E' anche chiaro che, in casi come questo, la giustizia dovrebbe fare il proprio corso in modo regolare e senza favoritismi, come spesso è accaduto, purtroppo. Ma per il resto, quale sarebbe il problema reale da imputare a terzi? Leggete il prospetto informativo a questo link http://www.investimenti.unicredit.it/pdf/info/XS0186652557.pdf?1196261920000 e noterete che è specificato, al di là di parole e considerazioni varie, oltre alle caratteristiche tecniche anche tutta una serie di rischi in cui si sarebbe incorsi sottoscrivendola. E credo, ormai da tempo, che sia troppo comodo continuare a dire cose del tipo "nessuno me lo aveva detto", "mi hanno assicurato che era un investimento tranquillo", "che non c'erano rischi" ecc.; negli ultimi anni, Mifid a parte che copre le spalle prima alle banche che non ai consumatori ma che, comunque, ha limitato drasticamente collocamenti selvaggi a chiunque, casi eclatanti come Parmalat, Cirio, Argentina, con annessi e risvolti, sono stati spulciati e pubblicati su qualsiasi giornale o rivista, forse pure su topolino!. In televisione tg e trasmissioni ne hanno parlato e straparlato in una sorta di telenovela infinita. Certo, l'Irlanda non è l'Argentina, ovviamente ... come la Parmalat non era la Cirio e via dicendo, vero?! Poi, al solito, l'investitore arriva in banca e chiede cosa comprare per avere la cedola. Bot? Btp o CCT? Obbligazioni tedesche statali? Mah, rendono troppo poco, non ci sarebbe qualcosa di meglio? E certo che c'è ma, come ho letto spesso in giro, "non ci sono pasti gratis in finanza"!

Mi dispiace per la signora, mi dispiace per chiunque perda i propri risparmi in questo modo ma, ripeto, se l'ignoranza non è un'arma valida in nessun caso, il volere di più sempre e comunque è anche peggio di un'arma a doppio taglio. Se sottoscrivo bund o bot e un bel giorno Germania o Italia dichiarano default e si incamerano i miei risparmi ho sicuramente tutte le ragioni per arrabbiarmi e agire, in altri casi direi questo: finché c'era da prendere (più della media, spesso molto di più) si è preso senza se e senza ma, ora c'è da dare ... peccato!

26 agosto 2011

 

Anche il Giappone declassato

Moody's Investor Service ha declassato il debito sovrano giapponese, portando la sua valutazione da AA2 a AA3, con outlook stabile. Rispetto alla clamorosa decisione di Standard & Poor's di togliere la tripla A agli Usa, la mossa di Moody's non giunge a sorpresa ed era anzi attesa; inoltre l'agenzia di rating non fa che allinearsi alle decisioni già prese da S&P's (e sostanzialmente anche Fitch), che già da alcuni mesi ha assegnato al Giappone una valutazione al quarto - e non al terzo - gradino massimo della scala, per di più con outlook negativo. Per il Giappone la tripla A viene mantenuta solo dalle due agenzie di rating nazionali: una di esse, la R&I, ha però preannunciato che potrebbe toglierla nelle prossime settimane. Il Fondo monetario stima che quest'anno l'indebitamento – il più alto tra le economia avanzate - raggiungerà il 233% del Pil, mentre il Governo giapponese utilizza criteri più ristretti e lo proietta al 181 per cento.

L'abbassamento del rating, ha dichiarato Moody's «è determinato dall'ampio deficit del budget e dall'accumulo del debito governativo giapponese dalla recessione globale del 2009». La coincidenza con l'ennesimo cambio della guardia al Governo (settimana prossima ci sarà il sesto premier in sei anni) è casuale, visto che Moody's ha preso la decisione vicino alla scadenza ordinaria dei tre mesi di annunciata "messa sotto osservazione" in vista di un declassamento. Tuttavia «negli ultimi cinque anni, i frequenti cambiamenti nelle amministrazioni hanno impedito al Governo di intraprendere strategie fiscali ed economiche a lungo termine e politiche durature». In più «terremoto e tsunami dell'11 marzo e il susseguente disastro alla centrale nucleare di Fukushima Daiichi hanno ritardato il recupero dalla recessione globale del 2009 e aggravato le condizioni deflazionarie. Le prospettive di crescita economica sono deboli, il che rende più difficile per il Governo il raggiungimento degli obiettivi di riduzione del deficit e l'attuazione del suo piano di riforma complessiva della fiscalità e della sicurezza sociale» (Fonte Ilsole24ore).

24 agosto 2011

 

 

La Consob? Sempre la stessa roba!!

Qualche settimana fa, nell'articolo "Consob: imparare dai propri errori", riportavo le mie impressioni sul fatto che la società di controllo avesse (positivamente e per fortuna!), deciso di non rinnovare il divieto di vendita allo scoperto sui titoli italiani, cosa che aveva fatto in precedenza con risvolti decisamente negativi: "La Consob, dunque, non ripete la decisione di vietare la vendita allo scoperto come fece nel settembre del 2008, per fortuna. Quello che accadde allora ce lo ricordiamo: .. [segue]".

Infatti:

Consob adotta misure restrittive sulle vendite allo scoperto (comunicato stampa del 12 agosto 2011)

La Commissione ha deciso oggi, con la delibera n. 17902, l’adozione di misure restrittive sulle posizioni nette corte. La decisione - presa sulla base l'articolo 74 del Tuf, che assegna alla Consob il compito di vigilare sui mercati regolamentati al fine di assicurare la trasparenza, l'ordinato svolgimento delle negoziazioni e la tutela degli investitori adottando, in caso di necessità e urgenza, i provvedimenti necessari - tiene conto della la straordinarietà delle condizioni di mercato rilevate nelle sedute del mese di agosto 2011, caratterizzate da un rilevante incremento della volatilità.

Ritenuto non più sufficiente, alla luce delle mutate condizioni di mercato, il regime di comunicazione delle posizioni nette corte, adottato lo scorso 10 luglio, e considerati i provvedimenti in materia di posizioni nette corte adottati dalle competenti Autorità francese, spagnola e belga, la Commissione ha deliberato il divieto di assumere posizioni nette corte ovvero incrementare posizioni nette corte esistenti, anche intraday, in relazione al capitale degli emittenti del settore finanziario.

Tale divieto si applica a chiunque, persone fisiche o  giuridiche e altri soggetti giuridici, sia italiani che esteri.

Restano valide, in ogni caso, le disposizione definite con la Delibera n. 17862 in materia di reporting delle posizioni nette corte.

Le disposizioni hanno effetto dal 12 agosto 2011 alle ore 9:00 e resteranno in vigore per 15 giorni. 

La delibera è pubblicata nel sito internet e nel bollettino della Consob.

 

Oggi, quindi, devo ricredermi: evidentemente fare un'idiozia e constatarne i risultati non vieta che la stessa idiozia venga riproposta. Certo, qualche titolo l'ha scampata rispetto alla volta precedente, ma di sale in zucca, a mio avviso, se ne vede ben poco! Cosa dovrebbe pensare e, quindi, fare di conseguenza un trader/investitore di fronte a situazioni di questo tipo? Semplice:

1) spaventarsi ulteriormente, visto che ciò può significare solo che non esiste altra soluzione (economica, finanziaria o politica) in grado di rimettere le cose a posto.

2) far spostare capitali per avere la disponibilità dei margini su altri mercati; certo, va bene al momento per evitare lo scoperto speculativo, ma quanti di questi capitali, poi, rimarranno lontani definitivamente? Scommetto una buona parte.

Inoltre, come già dissi in precedenza: e quando mai un piccolo investitore è stato protetto (con i suoi risparmi di una vita, spesso) dalla selvaggia e fuori luogo speculazione finanziaria che ha portato (e porterà in futuro) alle classiche bolle post-crollo (e conseguente disperazione per molti risparmiatori)?

Una domanda mi sorge spontanea (a pensar male si fa peccato ma talvolta....): non è che per caso stiamo parlando di incompetenti e, soprattutto, di persone interessate più che altro a servire le mani forti, non certo a fare equamente il bene di tutti gli operatori, indistintamente. Spero di no ma, dati e fatti alla mano, giudicate voi!

16 agosto 2011

 

La Cina comincia a mostrare segni di sofferenza?

Ci sono discordanze, negli ultimi tempi, in merito al voto che diverse agenzie di rating internazionali hanno deciso di assegnare al debito cinese. Mentre Moody’s e Standard & Poor’s rimangono più ottimiste, Fitch, pur mantenendo AA- come parametro definitivo, ritiene che un abbassamento dell’outlook da stabile a negativo risponda meglio alla condizione attuale della situazione finanziaria cinese. Tre sono, principalmente, le situazioni da considerare per la valutazione e che, negli ultimi anni, evidenziano valori abbastanza preoccupanti: 

- un’elevata crescita del credito; 

- l’aumento, costante, del valore degli immobili;     

- Inflazione crescente. 

Se a questi fattori primari si aggiungono l’indebitamento elevato raggiunto dalle amministrazioni locali e, soprattutto, dal sistema bancario, si incominciano a intravedere le condizioni ideali, probabilmente non ancora una necessità impellente al momento, per un intervento governativo a sostegno del sistema stesso. E’ previsto, infatti, un aumento dei crediti in sofferenza nei prossimi tre anni come diretta conseguenza dell’espansione esponenziale, soprattutto negli ultimissimi anni, del credito ai privati (previsioni ultime stimano fino ad un ammontare pari a circa il 140% del PIL).

Come successo negli ultimi anni in altri paesi finanziariamente evoluti, c’è un’elevata probabilità che la qualità degli asset del sistema bancario cinese subisca un drastico peggioramento nei prossimi tre/quattro anni, con un potenziale aumento dei crediti in sofferenza stimato tra il 15% e il 30%. Ciò renderebbe necessari decisi interventi per stabilizzare il sistema, interventi che potrebbero essere pari ad una somma tra il 10% e il 30% del PIL. 

In particolare, secondo Fitch, il problema principale deriva dalla situazione maturata in Cina dopo lo scoppio della crisi finanziaria globale. Per evitare un rallentamento dell’economia interna, tra il 2009 e la fine del 2010 le banche cinesi, su direttiva del governo, hanno concesso nuovi prestiti per quasi miliardi di euro. Una buona parte di questa somma è stata concessa alle LIC, Local Investment Companies, agenzie parastatali controllate dalle amministrazioni locali che hanno offerto, come garanzia alle banche, i terreni a loro disposizione. Le LIC hanno impiegato il fiume di finanziamenti per la realizzazione di immensi progetti immobiliari, dei quali in molti casi è in dubbio un realistico e interessante un ritorno economico. Allo stesso modo, il privato cinese ha puntato gran parte dei propri investimenti sul mattone, determinando, solo nel 2010, un incremento di quasi il 20% dei prezzi, condizione che rende attualmente sempre più difficile l’acquisto di un’abitazione per la classe medio-bassa. 

Secondo un rapporto della China Banking Regulatory Commission, le LIC avrebbero ottenuto prestiti per 839 miliardi di euro, dei quali il 23% andrebbe ormai classificato come credito in sofferenza e il 50% come possibile esito “incerto”. Secondo una stima indipendente del gruppo di ricercatori della Northwestern University of Illinois, i prestiti concessi alle LIC ammonterebbero invece a più di 1205 miliardi di euro, quasi il 50% in più di quelli ufficialmente dichiarati, dunque.  

La visione più ottimistica delle altre agenzie di rating, comunque, come ammesso anche da Fitch stessa, deriva dal fatto che Cina detiene le più imponenti riserve in valuta estera del mondo, stimate in 2850 miliardi di dollari alla fine del 2010, che la rendono quasi invulnerabile agli shock esterni. Qualora il crollo dei prezzi delle case dovesse realmente verificarsi nei prossimi tre/quattro anni, comunque, sarà da vedere se queste riserve riusciranno a garantire la necessaria stabilità al sistema finanziario o, almeno, un morbido atterraggio su un piano più accettabile dal sistema stesso.

5 agosto 2011

 

Dax di lungo periodo

L'indice tedesco è certamente uno tra quelli che, dopo il minimo realizzato nel 2009 (peraltro superiore a quello del 2003), ha recuperato meglio, riportando il proprio valore di mercato non troppo distante dai massimi storici in area 8000 punti circa, livello che nel 2000 e nel 2007/2008 ha creato opportunità chiare e nettissime per i venditori di breve, medio e lungo periodo. Attualmente e da circa sei mesi la situazione appare in stallo: dopo i recenti massimi a 7600 punti, l'indice sta soffrendo in un'area di trading range di circa 500/600 punti, tra 7000 e 7600 circa. Come si può evincere dal grafico, rotta la prima vera resistenza di lungo periodo in zona 6500/6550 punti, il dax è riuscito ad avanzare agevolmente fino ai livelli appena descritti, realizzando anche un precisissimo pullback veloce e profondo che ha generato ulteriore spinta rialzista. Proprio negli ultimi mesi, poi, i compratori stanno trovando qualche difficoltà a mantenere il trend probabilmente a causa della nuova area di resistenza proprio a 7100/7200 punti, livello che sta facendo da polo di attrazione in modo sempre più evidente. Per il futuro: come descritto sul grafico prima avvisaglia di possibile inversione sarebbe una chiusura sotto 7050/7070, quindi in conferma anche sotto 6990/7000 circa. Da notare il triangolo di lungo periodo che sta controllando l'area di movimento e che si sta restringendo sempre di più, situazione che obbligherà il mercato ad una fuoriuscita entro pochi mesi dando, presumibilmente, maggiori e migliori indicazioni in merito; inoltre, poco sotto area 6000 si concentrano più valori di supporto di sicuro interesse, il che vuol dire che, qualora si ragioni nel lungo periodo, anche ritracciamenti corposi che tuttavia riuscissero a mantenersi al di sopra di tali livelli non indicherebbero necessariamente altri potenziali crolli. Viceversa, il cedimento confermato potrebbe dimostrare, nei mesi successivi, l'esatto opposto. In aiuto, tanto l'indicatore di trend di lungo periodo quanto le Supermedie indicano, per ora, la tenuta del trend rialzista, in attesa di eventuali evoluzioni future che provvederò a riconsiderare nei prossimi mesi con successivi articoli in merito.

29 luglio 2011

 

Un po' di OT giusto per farsi due risate in compagnia

Dal link Wallstreetitalia.com riporto un articolo che ha come titolo "Post contro i trader"

"Ieri 22/07/2011 alle 0.32.52 l'utente marcopezzi ha inviato il seguente post, che ripubblichiamo sulla home page di WSI perche' parla di una questione importante che interessa tutti.

fabio 33 è un utente che mi piace, ha una popolarità incredibilmente negativa, infatti è forse l'unico che ha il coraggio di ammettere un fatto importante: l'investimento in azioni funziona proprio quando la maggior parte delle persone non se ne interessano più perchè hanno perso la fiducia.

Dai commenti che leggo sugli articoli di wall street italia (sono utente da una settimana soltanto) mi sono fatto un'idea precisa del lettrore (o perlomeno commentatore) medio di questo sito. Trader alle prime-medie armi con una parvenza di conoscenza dell'analisi tecnica e grafica: il classico "ciuccio" che va short quando le notizie per le quali andare short sono già uscite e che va long (dopo aver perso soldi nell'essere stato short) quando ormai le notizie per essere long sono conosciute anche dagli asini. E' quello che in termini tecnici si chiama venditore/compratore sulla notizia.

All'utente medio vorrei ricordare che l'investimento in azioni è fine a se stesso. Sono titoli che certificano una "proprietà" in una azienda. Ne dovrete condividere gioie e dolori. Mi chiedo cosa diavolo passi per il cervello di questi sostenitori dei trend, short selling, supporti e resistenze, fibonacci e altre intuizioni matematico-logiche applicate al comportamento umano. Mi chiedo come sia possibile entrare ed uscire da un titolo ogni ora, giorno, ogni settimana, ogni mese cercando di individuare il trend futuro (è scientificamente provato: è impossibile predire il futuro in un trend, tutto si risolve ad una questione di caso "leggi di culo" 50% su 50% giu').

Mi aspetto che questi personaggi perdano soldi anche nei vari giochi gratta e vinci, casino online e superenalotto. Le probabilità infatti sono le stesse: sempre e comunque a favore del banco.

L'ignoranza su una materia fondamentale (per chi investe in borsa) e cioè la finanza aziendale è colossale, direi cosmica. Ho letto di tutto, mi aspetto di tutto. Una cosa è certa: prima di investire in una azienda dovrei sapere tutto di quell'azienda, dei concorrenti, del mercato nella quale opera. Soprattutto dovrei essere in grado di leggerne i bilanci. Poi non dovrei far altro che selezionare e aspettare. Cosa? i momenti come questi, quando le masse impaurite svendono i propri titoli trascinati nel vortice emotivo del contagio "psicologico".

Infatti non serve a nulla individuare una buona azienda se poi la paghiamo troppo cara. Fortunatamente ci sono i momenti di depressione generale che rendono le cose un po' piu facili a noi sostenitori della value. Infatti nel corso della vita un titolo vedrà alti e bassi incredibili, anche nel breve termine (sotto l'anno). Alla domanda: perchè? i molti sostenitori dell'analisi tecnica risponderebbero snocciolandovi teoremi e ragionamenti infarciti di formule e proiezioni. I sostenitori della value invece risponderebbero: chi se ne frega. (e subito dopo): e meno male!

Che cosa è quel bene che quando scende di prezzo nessuno lo vuole e anzi fa di tutto per liberarsene? l'azione. Credo sia l'unica cosa al mondo soggetta a questa curiosa legge emotiva. Persino il cibo per cani, quando è in offerta al supermercato, tenta le persone che non hanno animali domestici a comprarlo. Questo è neuromarketing, ed è incredibile.

Ai disfattisti (quelli che vedono la fine del mondo l'anno prossimo) ed ai disfattisti ossessivi compulsivi (quelli che vedono la fine del mondo ad ogni minuto) consiglio la lettura di vari testi specifici sulle crisi avvenute negli ultimi 400 anni al mondo. Può darsi che il prendere coscienza di fatti passati che si stanno ripetendo di nuovo (ed esattamente nella stessa maniera) riuscirà ad illuminarli sull'unica filosofia in grado di governare i mercati.

Primo: che non c'è bisogno di rovinarsi la vita perdendo sonno e denaro dimostrando di avere ragione. Secondo: le crisi e le espansioni sono l'una la conseguenza dell'altra. Questa finirà e ne comincerà un'altra. Punto e basta.

Nell'attesa di aumentare la mia impopolarità con devastante effetto leva (sarebbe la conferma alle mie intuizioni) porgo distinti saluti."

 

A mio avviso trattasi del solito genietto che ha capito tutto, magari dopo aver frequentato corsi costosi, letto decine di libri inutili sul trading e provato sulla propria pelle che investire o fare trading sui mercati azionari non è come andare in ufficio, scartabellare qualche fascicoletto e poi portarsi lo stipendio a casina a fine mese. E siccome è capitato a lui allora sarà così per tutti: perdite devastanti, notti insonni, crisi di nervi, esaurimenti ecc., insomma, una massa di poveri disgraziati siamo. O forse no, semplicemente non sapendo che fare o che dire se l'è presa con i trader che hanno deciso di lavorare in un settore storicamente tra i più difficili in assoluto. Ma, quindi, quale sarebbe la soluzione per guadagnare in borsa? Semplice, basta attendere le crisi economico-finanziarie, conoscere perfettamente i bilanci delle aziende quotate e quindi fare semplicemente 2+2; in pratica, dopo che le borse sono scese a dismisura e le aziende quotate hanno perso gran parte del loro valore si deve comprare quei titoli scesi parecchio e che, sulla base dei dati di bilancio, valgono molto di più di quanto quotino in quel momento. Veramente un genio, a mio avviso! Infatti è noto a tutti che quando le borse scendono i titoli ottimi, per prospettive e bilanci solidi e attività in espansione, tracollano! Mah...

Ci penso e, come dice sempre il mio amico Max: "ma che si alzano a fare i panettieri alle 2 del mattino, allora?". Nel senso: basta aspettare questa bella crisi, come per esempio quella in corso, valutare le aziende sotto quotate e comprarle, quindi attendere il prossimo boom economico-finanziario e via, rivendere con lauti guadagni. E allora mi vengono in mente i forti ribassi di borsa precedenti, con gli analisti amanti dei fondamentali (evidentemente simpatici al nostro amico) che sostenevano che Benetton a 16 euro circa era un ottimo affare (30/35% sotto i massimi!), a 12/13 era regalata, a 10 non si poteva non comprare!! Ecco, ora Benetton sta a 5/6 euro, un affare veramente. O STM, a 75/76 era buona per 100 e 120 euro di target, ma dopo il tracollo ... nel 2001 come si poteva non comprare a 20/22 euro, santo cielo! Il settore era promettente ancora, eccome, l'azienda ottima con buone prospettive e sicuramente sotto-stimata. Peccato che oggi vale 6/7 euro, mah, solita sfortuna e, soprattutto, negli ultimi anni gli analisti (magari gli stessi!) l'hanno correttamente valutata ehehe, potere del voltafaccia senza vergogna. Parmalat non la cito nemmeno, giusto per il pudore di non infierire su coloro che, dati di bilancio alla mano (quelli ufficiali e pubblicati), comprarono a mani basse un titolo sotto-sotto-quotato. E già, la lista potrebbe continuare, in Italia e all'estero, ma sarebbe solo uno stillicidio inutile, questo si "fine a sè stesso"!

Caro il mio sostenitore dei fondamentali, ricordati che i pochi che possono permettersi, a ragione, di illuminare le platee con questi discorsi altrimenti sterili, sono i vari Buffet, Soros e compagnia bella che, in periodi come per esempio il 2000/2003 o il 2007/2009 (e altri in passato), non fanno una piega quando i loro portafogli scendono del 30/40% (loro e dei rispettivi investitori del fondo) perché il loro investimento è cosiddetto "a lungo termine", perché hanno talmente tanta liquidità a disposizione da permettersi di comprare partecipazioni in migliaia di aziende in tutto il mondo, il che porta a una diversificazione nelle attività, nelle aree geografiche e nelle aree politiche; che possono pagare fior fior di soldi per avere dati e notizie non solo di prima mano ma, soprattutto, il più affidabili possibili (non la lettura del bilancio ufficiale trovato magari girando un po' sul web). Perché, nei decenni, si sono portati a casa milioni e milioni in dividendi dai loro investimenti e i boom li hanno aiutati almeno quanto l'inflazione e la totale diversificazione ha permesso l'abbattimento massimo del rischio, così da evitare di risentire quando una o due o tre aziende, seppure di notevoli dimensioni finanziarie, falliscono destando stupore (sic!) e lasciando in mutande migliaia di investitori privati!

E si, mio caro e arrogante anti-trader, tu che la sai lunga e vuoi illuminare noi poveracci, trader non per scelta ma per malattia, derelitti destinati a perdere tutto e tutti perché incapaci di comprendere la "tua" semplicissima dinamica dei mercati finanziari .... tu che evidentemente sei o sarai fra qualche anno uno degli uomini più ricchi del pianeta grazie agli acquisti sui minimi ed alle vendite si massimi, tu che quando vedi uno che acquista un gratta e vinci subito lo metti nel gruppo dei perdenti, insieme ai trader di tutto il mondo, tu, per favore, vai dai compratori di STM, Unicredit, Fiat, Benetton, Parmalat, Worldcom, Lehmann e molte, molte altre ancora e spiega anche a loro come mai, nonostante i prezzi appetibili ed i bilanci a posto sono rimasti con un pugno di mosche o, nella migliore delle ipotesi, passano le notti (loro si!) a cercare di capire se è meglio vendere anche se stanno a -75% o tenere duro, tanto l'azienda è buona (se lo era a -60% dai massimi, come fa a non esserlo a -75/85/90% e, speriamo, non oltre??).

Tanti saluti,  caro il mio genietto e, mi raccomando, dalla tua posizione di favore, ogni tanto, butta un occhio a noi poveri dementi mani-bucate e onoraci di una dritta degna del tuo nome, così che con una semplice e indolore operazioncina, una ogni tanto, ci possiamo rifare delle enormi e continue perdite ottenuti da tutti i nostri trades poco intelligenti.

PS: scusa, genietto dai fondamentali facili, hai mai provato a chiederti se non sia tu a far parte, invece, del fin troppo stimato (dai grandi investitori) Parco Buoi??

22 luglio 2011

 

Un'altra delle mail che fa piacere e rinfranca il mio ego:

"Ciao Marco. Ti scrivo questo messaggio per ringraziarti di cuore per un eccellente investimento che feci ormai quasi tre anni fa. Ho pensato di scriverti in parecchi momenti ma sono riuscito ad aspettare almeno fino a quando ho realizzato una parte dell'investimento che mi ha dato grosse soddisfazioni. Ma il bello non dipende solo dal grande guadagno che ho accumulato senza fatica quanto dal fatto che nonostante le difficoltà di questi anni per le borse io non sono mai stato in affanno o preoccupato perchè il mio titoletto è sempre salito, qualche ritracciamento a parte. Il titolo è Apple, forse lo avrai già capito, io l'ho comprato a 164 dollari, una quindicina di dollari sopra il prezzo che aveva quando pubblicasti il primo articolo. Poi seguendoti ho letto il successivo che hai scritto quando stava sui 250 dollari ed io avevo già il 50% e oltre, nel dubbio se tenere o meno. Siccome dicevi che le prospettive rimanevano ottime anche se probabilmente ci sarebbe stato uno storno anche deciso ho pensato bene di mettere lo stop in pari e proseguire. Puntuale è arrivato il ritracciamento di circa il 20% ma la mia posizione non ha vacillato e l'ho portata avanti con costanza. Ora ho venduto 2/3 della posizione, una parte a 310 dollari e una a 350 dollari, praticamente realizzando in media oltre il doppio dell'investimento (seguendo alcuni tuoi metodi letti tra i download ho trovato questi livelli a cui vendere). Il restante ormai lo tengo con stop a 300 dollari così oltre a non rischiare più nulla ho in tasca un altro gain incredibile! Grazie ancora e buon lavoro, a presto." (Gianfranco della prov. di Bologna).

Che dire, sono proprio contento e colgo l'occasione per rinverdire l'analisi sul titolo in oggetto, prima di tutto riportando quanto detto nel mio secondo articolo (con ulteriore riferimento al primo):

"[...] il primo articolo fu pubblicato nell’estate del 2008 (giugno-luglio) in piena crisi finanziaria e borsistica e con il titolo sulle montagne russe ad un prezzo decisamente altalenante in area 150 dollari circa. Nel frattempo la crisi ha peggiorato la situazione economico-finanziaria mondiale e la maggior parte dei titoli hanno oggi quotazioni nettamente inferiori rispetto ai valori pre-crisi. Questo non succede, invece, per Apple che, attualmente e come si vede dal grafico qui sotto, si sta portando verso area 250 dollari, in aumento di circa il 60/70% rispetto quel periodo del 2008 (quindi ben lontani dai minimi dell’anno successivo) e del 300% quasi rispetto ai minimi del 2009. Sarà ancora interessante? Probabilmente si, per il lunghissimo periodo, almeno questa è la mia opinione; certo è che, dopo una rivalutazione di tali proporzioni, l’entrata massiccia in previsione di un investimento nel ruolo di cassettista potrebbe cautelativamente richiedere l’attesa di un nuovo ritracciamento più o meno corposo."

Dagli ultimissimi dati delle vendite: fatturato in crescita in crescita dell'82% rispetto al pari periodo del precedente esercizio (oltre 28,57 miliardi di dollari); utili a 7,31 miliardi di dollari, pari a 7,79 dollari per azione, più del doppio rispetto agli utili di un anno fa; la società ha venduto 20,34 milioni di iPhone, oltre le previsioni degli analisti e in crescita del 142% anno su anno; 9,25 milioni invece gli iPad, una cifra record.

Il che significa che l'azienda, almeno per il momento, gode ancora di ottima salute; le previsioni sono ancora buone, per i prossimi trimestri e sia la dirigenza che gli analisti sono concordi che le prossime cifre risulteranno ancora in crescita. A parte i fondamentali, diamo uno sguardo alla situazione tecnica attuale del titolo:

Che dire? Il trend di lungo periodo è fortemente positivo, i prezzi e gli indicatori lo evidenziano molto bene. Supporto principale potrebbe essere proprio l'ultimo minimo di medio periodo in area 300/310 dollari, livello sul quale mettere un eventuale stop per le posizioni di lungo periodo; per il resto, prospettive a parte, noto solo che, a differenza di quanto successo negli ultimi anni nelle fasi rialziste, il macd non sta seguendo il massimo superiore del prezzo di mercato. Questo non significa che ci sia per forza un segnale ribassista ma, avessi il titolo in portafoglio, aprirei gli occhi molto bene soprattutto su eventuali nuovi strappi rialzisti decisi o, eventualmente, sulla conferma della potenziale divergenza ribassista in atto. A presto per la prossima puntata su Apple.

20 luglio 2011

 

Niente stress per le banche italiane

Le cinque banche italiane coinvolte negli stress test europei, Unicredit, Intesa Sanpaolo, Mps, Banco popolare e Ubi banca, hanno passato la prova per valutare la resistenza degli istituti di credito in caso di situazioni economico-finanziarie particolarmente negative. Intesa Sanpaolo è risultato l’istituto migliore all'esame degli stress test, superato comunque senza grossi problemi anche dalle altre banche italiane coinvolte. In caso di choc severi sui mercati, i cinque maggiori istituti italiani dovrebbero riuscire a mantenere un livello di Core Tier 1 ampiamente superiore al minimo del 5% previsto. In particolare, nello scenario avverso ipotizzato, Intesa Sanpaolo avrebbe a fine 2012 un Core Tier 1 all'8,9%, mentre tutte le restanti quattro valori compresi tra il 5,7% e il 7,4%.

Secondo commentato il direttore generale di Bankitalia, Fabrizio Saccomanni, "i risultati degli stress test europei confermano che le banche italiane hanno margini sufficienti per assorbire ulteriori peggioramenti delle condizioni di mercato grazie alla loro prevalente natura di banche radicate nell'economia reale e sul territorio. I test condotti hanno confermato l'adeguatezza della capitalizzazione delle banche italiane e la capacità di assorbire l'impatto di un ulteriore deterioramento delle attuali condizioni macroeconomiche e di mercato con ampia margini.

In un comunicato ufficiale, Moody’s ha valutato positivamente il risultato generale del test effettuato sulle banche europee, soprattutto per il fatto che in tal modo si evidenzia in modo trasparente la situazione sulle esposizioni e sul credito e incentivano gli istituti di credito a rafforzare il loro capitale. Non manca però il monito, in quanto secondo Moody’s, nel suo outlook settimanale, ha sottolineato che i test sono positivi per le banche, in quanto migliora notevolmente la trasparenza sulle esposizioni e sul credito e incentiva gli istituti a rafforzare il loro capitale. Tuttavia, l'agenzia di rating ha espresso preoccupazioni per la severità delle prove e ha avvertito che una reale mancanza di coesione regolamentare tra l'Autorità bancaria europea e le autorità di vigilanza nazionali potrebbe danneggiare la fiducia degli investitori.

In generale, sono otto su novantasette le banche europee che non hanno passato gli stress test (fonte Eba), specificando che si tratta di 5 banche spagnole, 2 greche e una austriaca. Una banca tedesca su 13 non ha passato gli stress test. Dall'elenco delle 12 banche tedesche citate manca Helaba.

18 luglio 2011

 

 

Collasso banche: Unicredit

Unicredit è arrivata a sfiorare 1 euro tondo proprio nella seduta odierna, perdendo quasi la metà del suo valore solo negli ultimi 4/5 mesi; ma, almeno secondo le stime più prudenti degli ultimi tempi, solo di mezzi proprio il titolo varrebbe almeno 2,5/2,8 euro. Quindi, acquistare a questi prezzi può essere un vantaggio nel medio e lungo termine oppure no? 

Qui sotto i grafici con una breve spiegazione per ciascuno di essi.

Mensile

Il grafico mensile evidenzia due livelli di lungo termine estremamente importanti. Il primo coincide con l'ultimo minimo realizzato nel 2009 e rappresenta un supporto dinamico di certo interesse e dal quale è partito un rimbalzo particolarmente ampio che ha permesso al titolo di quintuplicare il suo valore dopo aver toccato 0,55 euro circa. Il secondo livello è rappresentato, invece, da tutta quella serie di minimi realizzati, nel lungo periodo, dal 1998 al 2003 e che mostrano, perciò, la sensibilità del valore stesso nel tempo; in effetti il rimbalzo di cui sopra è culminato proprio su tale livello e da quell'area è partita questa forte gamba ribassista che sta portando le quotazioni a ridosso di 1 euro. Ora i prezzi sono dunque all'interno dei due livelli interessati e, sempre per quanto riguarda il lungo termine, quelle sono le aree da considerare per un'operatività ad ampio respiro.

Settimanale

Anche in questo caso, sia a livello grafico che sugli indicatori di momentum, la tendenza di fondo è negativa; il tentativo precedente di tornare alla positività di medio periodo con il break sopra i 2 euro circa è riuscito ma è anche durato poco, annullato circa sei mesi dopo il segnale rialzista e, ancora una volta, con la nuova discesa proprio sotto gli stessi 2 euro di quotazione. Anche lo statico interessante che più volte, tra 1,5 e 1,6 euro ha permesso al titolo di ottenere supporto, ha infine ceduto creando i presupposti per quest'ultima accelerazione ribassista. Unica cosa da segnalare, salvo quanto appena detto, al momento ci sta formando una divergenza rialzista sui minimi attuali, ancora però da confermare sia sui valori dell'indicatore che sui prezzi di mercato, quindi al momento solo da seguire.

Giornaliero

Il grafico giornaliero mostra l'ultimo anno, circa, di operatività di un sistema di trading personale (solo per curiosità). In realtà, quello che vorrei mostrare è che ogni movimento dei prezzi evidenzia tutta una serie di rimbalzi inseriti in un trend ben definito e ribassista; il fatto che al terzo tentativo di tenuta di area 1,5 euro, dopo i precedenti due movimenti rialzisti, sia sfociato in un nuovo fallimento sempre a ridosso di area 2-2,2 euro non può che confermare quanto già noto in precedenza. E' anche probabile, quindi, che proprio tra 1,45 e 1,55, in caso di una veloce e decisa ripresa dai minimi di periodo, gli operatori provino a vendere nuovamente posizioni, almeno in prima istanza. Un'altra indicazione importante, a mio avviso, è relativa ad un possibile supporto di periodo e che sul grafico è evidenziato in giallo: tra 0,93 e 1,1 euro, infatti, ritengo che ci si possa attendere almeno un rimbalzo di breve periodo ma che potrebbe essere anche interessante, visto il margine utile da sfruttare (vedere per esempio il livello di cui sopra), mentre una chiusura confermata sotto la base inferiore dell'area stessa credo che possa creare ulteriori aspettative, a quel punto, di un nuovo e catastrofico movimento ribassista (opinione strettamente personale) che riporterà almeno in area 0,5/0,6 i prezzi. Oggi, mentre scrivo, le quotazioni si sono portate proprio all'interno dell'area incriminata ... staremo a vedere.

12 luglio 2011

 

Consob: imparare dai propri errori.

“”21:40 10 LUG 2011

(AGI) - Roma, 11 lug. - La Consob ha approvato un nuovo regime di trasparenza in materia di vendite allo scoperto. A partire da oggi gli investitori che detengano posizioni ribassiste rilevanti sui titoli azionari negoziati sui mercati regolamentati italiani sono tenuti a darne comunicazione alla Consob. E' quanto si legge in una nota. In particolare, dovranno essere rese note alla Consob le posizioni nette corte relative ai titoli azionari delle societa' quotate in Italia, quando superino determinate soglie quantitative. Il primo obbligo di comunicazione scatta al raggiungimento di una posizione netta corta uguale o superiore allo 0,2% del capitale dell'emittente, mentre successivamente si attiva per ogni variazione pari o superiore allo 0,1%. L'autorita' spiega che cosi' facendo "la normativa italiana viene allineata a quella in vigore nei principali Paesi europei, Germania in primis. Il provvedimento rafforza i poteri di vigilanza della Consob nell'attuale fase di mercato, caratterizzata da un elevato livello di volatilita' nell'andamento delle quotazioni". Il provvedimento ha efficacia da domani e restera' in vigore fino al 9 settembre 2011.”” 

La Consob, dunque, non ripete la decisione di vietare la vendita allo scoperto come fece nel settembre del 2008, per fortuna. Quello che accadde allora ce lo ricordiamo: una manovra estrema per limitare o, secondo le migliori intenzioni, annullare i consistenti ribassi generati dalla speculazione ma che, alla fine servì solo a infondere maggiori timori di peggiori conseguenze agli investitori, che videro nella manovra una sorta di ultima chance, il colpo di coda di un animale ferito e ormai moribondo. Situazione che, evidentemente, causò ulteriore negatività, facendo perdere la speranza ai più e che portò, dati alla mano, ad un semestre tra i peggiori della storia della nostra borsa valori.

Oggi, fortunatamente, le limitazioni sono destinate a migliorare la trasparenza dei movimenti di un certo spessore che ad altro e, almeno negli intenti, mirerebbero a rendere palesi i tentativi di massima speculazione da parte dei grossi capitali, non certo dei trader o dei piccoli investitori che cercano di lavorare anche nelle fasi più critiche dei mercati finanziari.

Vedremo il responso, anche questa volta ma, ovviamente, se in un mercato già messo male a causa della situazione socio-economica interna arrivano segnali di paura dalle istituzioni di controllo finanziario per eccellenza … direi che se non siamo alla frutta poco ci manca!

11 luglio 2011

 

L'eurozona si avvia al crollo (articolo di N. Roubini estratto dal dal Financial Times del 13 giugno)

L'approccio confuso alla crisi dell'eurozona non è riuscito a risolvere i problemi fondamentali sulla divergenza economica e di competitività nell'Unione. Andando avanti così l'Area euro si muoverà attraverso disordinati tentativi di trovare una soluzione ma, alla fine, arriverà a una spaccatura dell'unione monetaria stessa, con alcuni dei membri più deboli buttati fuori. L'Unione Economica e Monetaria non ha mai pienamente soddisfatto le aspettative di un'area valutaria ottimale. I suoi dirigenti speravano che l’assenza di una politica monetaria, fiscale e valutaria avrebbe provocato un'accelerazione delle riforme strutturali che, si sperava, avrebbero visto convergere la produttività e i tassi di crescita.

La realtà si è rivelata ben diversa. Paradossalmente, l'effetto secondario della precoce convergenza dei tassi di interesse ha permesso una maggiore divergenza delle politiche di bilancio. Una spericolata mancanza di disciplina in paesi come la Grecia e il Portogallo è stata solo dalla formazione di bolle speculative in altri, come Spagna e Irlanda. Le riforme strutturali sono state ritardate, mentre la crescita delle retribuzioni divergeva rispetto alla crescita della produttività. Il risultato è stato una perdita di competitività nelle aree periferiche dell’Eurozona. Tutte le unioni monetarie di successo sono state infine associate ad una unione politica e fiscale. Ma in Europea l'avanzamento verso l'unione politica è in stallo, mentre l'unione fiscale richiederebbe notevoli entrate a favore del bilancio federale centrale, oltre ad una maggiore diffusione di eurobonds, con i quali le tasse dei contribuenti tedeschi (e di altri paesi del centro dell'Unione), non finanzierebbero solo il debito del loro paese, ma anche il debito dei membri dei paesi periferici. Ed i contribuenti del centro europa è improbabile che possano accettarlo. La riduzione o la revisione del debito dell'Eurozona contribuirebbe a risolvere il problema del debito eccessivo in alcune economie insolventi, ma non creerebbe le condizioni necessarie per ripristinare la convergenza economica-valutaria, che richiede una maggiore competitività a livello fondamentale. Senza tutto ciò, la periferia dell’Eurozona, semplicemente, è destinata a  ristagna ed attendere.

Qui, le opzioni sono limitate. L'euro potrebbe ridursi drasticamente di valore verso, dicono, la parità con il dollaro USA, per favorire il ripristino della competitività delle aree periferiche; ma un netto calo dell'euro è improbabile data la forza commerciale della Germania e le politiche attente della Banca Centrale Europea. Il percorso tedesco, le riforme per aumentare la crescita della produttività e mantenere un tetto sulla crescita dei salari, non funzionerebbe. Nel breve periodo riforme di questo tipo tendono a ridurre la crescita economica e in Germania c'è voluto più di un decennio per ristabilire la propria competitività internazionale, un orizzonte troppo lungo per le economie periferiche che necessitano di crescita in tempi decisamente più rapidi. La deflazione è una terza opzione, ma anche questa è associata a una recessione persistente. L'Argentina ha tentato questa strada, ma dopo tre anni di una recessione sempre più profonda si arrese, e decise per il default e l'uscita dall'ancoraggio al dollaro della propria valuta. Anche se si attraversasse la deflazione, l'effetto sul bilancio sarebbe di aumentare il peso reale dei debiti pubblici e privati. Tutti i discorsi da parte della BCE e dell'Unione Europea di una svalutazione interna sono sbagliati, dato che la necessaria austerità fiscale ancora ha, nel breve periodo, un effetto negativo sulla crescita.

Quindi, dato che queste tre opzioni sono improbabili, non c'è davvero che un altro modo per ripristinare la competitività e la crescita dei periferici: lasciare l'euro, tornare alle monete nazionali e ottenere il massimo deprezzamento nominale e reale. In tutte le crisi finanziarie dei mercati emergenti da cui si è usciti, tornando finalmente alla crescita, un movimento verso tassi di cambio flessibili è stato necessario e inevitabile, prima dell'austerità e delle riforme e, in alcuni casi, della ristrutturazione e riduzione parziale del debito. Naturalmente oggi l'idea di lasciare l'euro viene considerata inconcepibile, anche ad Atene e Lisbona. L'uscita imporrebbe grandi perdite commerciali al resto della zona euro, attraverso un deprezzamento reale e gravose perdite di capitale dei creditori, così come avvenne a causa della ridenominazione in “pesos” del debito dell'Argentina in dollari, durante la sua ultima crisi. Ma gli scenari che vengono trattati come inconcepibili oggi non saranno poi così campati in aria tra cinque anni, soprattutto se le economie di alcuni dei paesi periferici rimarranno in stagnazione. La zona euro è stata tenuta insieme dalla convergenza dei bassi tassi di interesse reali per sostenere la crescita, dalla speranza che le riforme avrebbero potuto aumentare la convergenza, e dalla prospettiva di una eventuale unione fiscale e politica. Ma ora la convergenza è fallita, le riforme sono in stallo e l'unione fiscale e politica è un sogno lontano.

La ristrutturazione del debito arriverà, ma la domanda è: quando (prima o poi) e come (ordinata o disordinata). Ma anche la riduzione del debito non sarà sufficiente a ripristinare la competitività e la crescita. E, alla fine, la possibilità di uscire dall'unione monetaria diventerà una delle poche se non l’unica, in alcuni casi: i vantaggi di continuare a partecipare saranno inferiori ai benefici di uscirne, per quanto irregolare o disordinata l'uscita potrebbe finire con l'essere.


4 luglio 2011
 

 

Monsanto

Alcune informazioni generali (direttamente dal sito della società).

Monsanto è stata fondata nel 1901 a St. Louis, Stati Uniti - tuttora sede della società - da John Queeny, dipendente di una casa farmaceutica, con un capitale iniziale di 5.000 dollari. Nel corso della sua storia centenaria, la società si è via via trasformata passando dalla produzione di ingredienti per l'industria farmaceutica e dell'alimentazione nei primi venti anni del secolo a società impegnata nella produzione di prodotti chimici e fosfati, sino all'ingresso negli anni '60 nel settore dei prodotti per l'agricoltura per poi giungere, a partire dalla fine degli anni '70, all'impegno nel settore delle biotecnologie applicate all'agricoltura. Nel 1999 Monsanto ha portato a termine un progetto di fusione con Pharmacia & Upjohn per dare vita a Pharmacia, uno dei principali gruppi farmaceutici a livello mondiale. Nell' ottobre 2000 la neonata società ha scorporato la divisione agricoltura con il nome Monsanto e ha proceduto ad un'offerta pubblica di vendita (OPV) per il 14,7 per cento del capitale. Pharmacia ha completato lo spin-off di Monsanto nell'agosto 2002.

I Prodotti Tradizionali

Monsanto mette a disposizione degli agricoltori soluzioni integrate e a valore aggiunto per migliorare le rese e ottenere produzioni agricole di qualitàsuperiore. I prodotti per l'agricoltura sviluppati dalla società comprendono le famiglie di prodotti per il diserbo Roundup e Bolero e una gamma completa di sementi tradizionali per la coltivazione del mais, del girasole, del colza e del frumento duro.

Nel corso degli anni '80 Monsanto ha aperto la strada alle biotecnologie vegetali. Con oltre 20 anni di esperienza, Monsanto è oggi riconosciuta come leader mondiale diquesto settore. Risale, infatti, al 1996 l'introduzione negli Stati Uniti dei primi prodotti biotech Monsanto: le patate NewLeaf e il cotone Bollgard, in grado di auto-proteggersi dagli insetti e la soia Roundup Ready, prodotto resistente al diserbante Roundup. Oggi Monsanto commercializza, negli Stati Uniti e nei paesi dove la coltivazione di piante geneticamente modificate è autorizzata, colture quali la soia, il mais, il colza, il cotone e la patata.

Nel corso dei prossimi anni la società prevede di commercializzare una serie di nuovi prodotti con caratteristiche agronomiche che incidano sulla crescita o sulla resa delle colture così come prodotti con caratteristiche qualitative (output traits) che migliorino gli alimenti o le fibre prodotte dalle piante stesse, quali ad esempio l'olio di colza.

Gli Investimenti

Dal 1996 ad oggi Monsanto ha rafforzato il proprio impegno nelle biotecnologie investendo per acquisizioni e contratti esclusivi con importanti società operanti nel campo della genetica,tra le quali Calgene Inc., Ecogen Inc., Dekalb Genetics Corporation Agracetus e AsgrowAgronomics, Holdenís Foundation Seeds Inc, Corn States Hybrid Service Inc., CornStates International, Divergence Inc. e Devgen N.V..

A partire dal 1998, nel quadro della propria strategia di sviluppo nel settore agricolo e delle biotecnologie, Monsanto ha acquisito Dekalb Genetics Corporation, leader nel settore della genetica applicata all'agricoltura e in particolare nella produzione di ibridi di mais, la Divisione Internazionale Sementi di Cargill e Plant Breeding International Cambridge, società europea del gruppo Unilever leader nello sviluppo di nuove specie vegetali per l'agricoltura.

L'impegno di Monsanto nello studio dei geni (genomica) è testimoniato non solo dalla ricerca condotta in azienda ma anche dalla fitta rete di accordi raggiunti con società esterne e che coinvolgono oltre 200 scienziati.

Nel 2004 la società ha investito oltre 500 milioni di dollari in attività di ricerca e sviluppo. Importanti traguardi raggiunti nel corso dell'anno sono sicuramente rappresentati dalla disponibilità della prima pianta modificata in modo da riunire in sé tre differenti tratti genetici, associando nella stessa pianta di mais le tecnologie YieldGard Plus e Roundup Ready 2, ovvero la capacità di autoproteggersi dai devastanti attacchi degli insetti (piralide e diabrotica) e la flessibilità della tolleranza ai diserbanti coniugate in un unico seme. In Europa, invece, la Commissione europea ha dato il via libera al mais NK 603 resistente al glifosate per l'alimentazione umana, dopo che lo stesso prodotto era già stato approvato per l'importazione e la trasformazione per l'alimentazione animale.


La carica di President, Chairman e CEO della società è ricoperta da Hugh Grant.

Per chi fosse interessato, la sede dell'azienda nel nostro paese:


Monsanto Agricoltura Italia S.p.A.
Via Spadolini 5 - Palazzo A
20141 Milano MI
Tel 02 847801

Grafico

Da alcune settimane il titolo sta quotando tra 60 e 70 dollari, in un'area che ha segnato il minimo superiore della prima gamba ribassista dall'inizio della discesa dai massimi storici; possibile, dunque, che questo possa essere ritenuto un livello sensibile e l'eventualità che lo stesso, in questo frangente, possa creare un supporto idoneo a sostenere le quotazioni in questa fase poco positiva, supporterebbe un potenziale break rialzista destinato a durare nel medio-lungo periodo. In particolare, l'eventuale rottura qualificata e confermata sopra le resistenze dinamiche, fermo restando la successiva dei supporti indicati (e loro future progressioni), potrebbe portare ad un primo target rilevabile intorno ai 100 dollari, mentre un secondo, più ambizioso ed in linea con il doppio break rialzista, anche sopra i massimi storici (tra 150 e 160 dollari).

A livello di fondamentali i pochi dati riportati sopra riescono comunque a dare l'idea delle caratteristiche dell'azienda e le sue credenziali sia a livello finanziario che in merito alle possibilità di sviluppo futuro nei settori nei quali è da tempo impegnata; le mutevoli condizioni economico-sociali e i cambiamenti climatici e ambientali richiederanno sempre di più un'opera di studio, elaborazione e messa in commercio di prodotti idonei a sostenere le necessità di un'umanità in costante crescita ed una continua richiesta di nuovi e innovativi prodotti.

28 giugno 2011

 

 

Indice nostrano

Riprendo un discorso, per la verità mai iniziato se non a livello grafico (in quel frangente c’era poco da dire se non indicare con la massima precisione possibile il/i livelli che personalmente ritenevo interessanti), del 17 febbraio ultimo (vedere l’articolo precedente in questa pagina), relativo alla situazione del fib ed alle possibili complicazioni in merito alla tenuta di una specifica resistenza di periodo.

Il grafico in oggetto è lo stesso (identico) a quello postato in precedenza; chiaramente qualche linea è stata allungata e la compressione diminuita per dare la giusta visibilità dei livelli e dei valori. 

Come si può ben vedere la prima resistenza di interesse strategico indicata ha perfettamente retto al tentativo di break rialzista, determinando la fine del trend di breve periodo ed un’importante inversione che ha portato, al momento, tra i 20000 ed i 21000 punti circa. I minimi di periodo toccati proprio in queste ultimissime sedute combaciano, punto più punto meno, con il primo livello di supporto (prezzo-tempo e statico strategico) di breve ma anche, almeno in parte, di medio periodo, come riportato dalla linea blu spessa (allungata rispetto al precedente grafico) che riporta il corrispondente valore di 20200/20400 punti, area che potrebbe anche essere nuovamente testata in seguito ed a brevissimo. 

Il mio parere personale è che ad oggi ancora non siamo fuori dal pericolo di un possibile nuovo ribasso sotto i livelli indicati; è chiaro che l’ipervenduto di breve e brevissimo periodo potrebbe favorire le ricoperture e qualche tentativo di acquisto sulla forza in caso di recupero immediato, ma, al momento, le condizioni generali propendono ancora per la debolezza. Visto che alcuni conteggi portano ad un possibile set-up temporale tra il 28 ed il 30 di maggio, occorrerà prestare attenzione se in quei giorni si rileverà un minimo inferiore di periodo; potrebbe, infatti, coincidere con un possibile punto estremo per il breve o, almeno, per il brevissimo periodo e creare qualche opportunità per un successivo recupero delle quotazioni. Qualora, invece, in quei giorni si dovesse assistere ad un picco superiore ai valori attuali di minimo (ovviamente non potrà essere un massimo importante, vista la vicinanza del set-up stesso) e lo stesso non sarà superiore a 21700 punti circa (valori in close giornaliera) è possibile che lo stesso possa essere un buon livello di vendita in attesa di prezzi inferiori. 

Ricapitolando: la situazione attuale vede un possibile range di mercato tra 20200/400 e 21700 circa, con la possibilità, nei prossimi due/tre giorni, di andare nuovamente a verificare i prezzi sotto l’ultimo minimo. Al di fuori di queste aree (valori in close su base giornaliera) si potrà rivalutare il discorso alla luce di nuovi eventuali e potenziali obbiettivi per il breve periodo.

26 maggio 2011

 

Banche italiane a rischio?

Dopo l’annuncio del declassamento da parte dell’agenzia di ratig S&P, nel nostro paese cominciano a farsi sentire voci allarmiste che, in futuro, dovranno necessariamente essere ben verificate soprattutto in caso di mancato miglioramento, entro tempi ragionevoli, della situazione economica interna. In particolare, il riferimento è alle banche italiane, da sempre ritenute in condizioni migliori rispetto alle concorrenti europee e d’oltreoceano grazie ad una minore esposizione verso paesi ed attività economiche interne ed internazionali che, soprattutto negli ultimi anni, si sono dimostrati poco affidabili ed in qualche caso anche a rischio default.  

Questi timori sono alimentati dai numeri che indicano un netto ed elevatissimo maggior indebitamento delle stesse nei confronti del paese a causa del possesso di un elevato quantitativo di titoli di stato; rapporto che sarebbe straordinariamente più elevato se confrontato, per esempio, con quello dei paesi “rivali” nella corsa al possibile fallimento finanziario: Spagna, Portogallo, Irlanda ecc.

Altra preoccupazione è l’aumento delle sofferenze che, nel 2010, ammontavano ad un totale di oltre 44 miliardi di euro, in netta crescita rispetto ai circa 33/34 del 2009 (dati ABI). Non tutti i dati, comunque, risultano negativi:

- alla fine del 2010 il totale dell'attivo dei 38 gruppi bancari esaminati risulta pari a 2.757 miliardi di euro, con un aumento del 3,4% rispetto al 2009; 

-   le banche italiane hanno migliorato il loro livello di patrimonalizzazione: il primo coefficiente, il tier 1 (capital ratio) passa dall'8,2% del 2009 all'8,7% nel 2010, mentre il total capital ratio, relativo all'intero patrimonio di vigilanza, si porta al 12,1% rispetto all'11,6% dell'anno 2010.

Serve dunque, in generale, un recupero della redditività da parte del sistema e, possibilmente, una sorta di intensa attività sinergica tra lo stesso sistema finanziario ed il sistema paese (economico e politico), in modo tale da controbilanciare l’indebitamento generale estremo o quasi con un minor rischio paese. 

La mia opinione, modestissima e per nulla tecnica: quando il debito di un paese è in mano al sistema che oggi maggiormente gestisce l’andamento dell’economia e della finanza interna le possibilità che gli operatori direttamente interessati permettano un collasso sono remote. Certo, l’eventuale intervento in negativo di forze esterne potrebbe anche crearne le condizioni ideali ma, in tal caso, è anche poco preventivabile qualsiasi effetto negativo futuro o una qualsivoglia cura in grado di apportare miglioramenti significativi globali.

Uno sguardo veloce a due dei gruppi italiani più grossi.

Come si può vedere i titoli sono in fase negativa decisamente pesante da tempo e ancora non hanno dato, negli ultimi mesi, segnali incoraggianti. Quello da considerare e da temere, almeno fino a che la situazione non subirà cambiamenti strategici di una certa importanza dal punto di vista tecnico, è come l'RSI accompagni questi ribassi senza mostrare, per ora, alcuna divergenza o possibile divergenza in atto (chiaramente da intendere come rialzista); l'oscillatore, infatti, al momento si limita ad accompagnare il movimento negativo a differenza, invece, di quanto fatto sui massimi precedenti di lungo termine (vedere la divergenza superiore).

23 maggio 2011

 

Cattive notizie: Italia declassata

L’agenzia Standard & Poor's ha annunciato, in questi giorni, un possibile declassamento del nostro paese (una possibilità su tre) entro i prossimi 18/24 mesi), dopo aver comunque già abbassato l'outlook generale da stabile a negativo. Conferma, invece, per il rating del debito a lungo termine (A+) ed a breve termine (A-). I motivi principali, spiega nella nota l'agenzia, sono la bassa produttività e la difficoltà nella riduzione dell'indebitamento dovuta anche alla situazione politica instabile. L'abbassamento della prospettiva per l’Italia da parte di Standard & Poor's è giunta lo stesso giorno in cui l'agenzia Fitch ha abbassato il precedente rating della Grecia da BB+ a B+. Che dire, avremmo, forse, voluto essere in migliore compagnia...

23 maggio 2011

 

Bank of NY

Un'idea per un investimento a medio e lungo termine potrebbe essere quella di mettere in portafoglio qualche azione del titolo sopra citato; fondamentali a parte (per quanto ho potuto recuperare dal web sembrano buoni) che, come sapete, non sono quasi mai oggetto dei miei studi, è abbastanza evidente dal grafico sotto come il prezzo dell'azione sia attualmente ingabbiato tra livelli interessanti di medio e lungo termine. Dopo aver fatto minimi importanti in area 15/16 dollari, le quotazioni sono state ben comprate con conseguente raddoppio dei prezzi e oltre, fino al successivo storno che ha ridimensionato il rialzo portando sugli attuali 22/33 dollari di range. L'eventuale break sopra la linea orizzontale che attualmente costituisce la principale resistenza statica dovrebbe confortare rialzisti e compratori, permettendo dunque una ripresa del movimento positivo almeno verso i 42/45 dollari e, successivamente, sul precedente massimo di lungo periodo oltre i 50$. Attenzione, nel breve periodo, al supporto determinato dalla trend-line ascendente che passa proprio a ridosso di questi ultimi valori la cui rottura, probabilmente, posticiperebbe la ripresa del trend ribassista.

16 maggio 2010

 

La Grecia fuori?

Da indiscrezioni pubblicate sul quotidiano tedesco Der Spiegel (http://www.spiegel.de/international/europe/0,1518,761201,00.html) sembra che la Grecia stia seriamente meditando di lasciare l’euro in favore di un ritorno della vecchia dracma. 

I problemi economici della Grecia sono estremamente pesanti, come visto negli ultimi mesi, con le proteste contro il governo che si susseguono quasi giornalmente. Secondo quanto riportato dal giornale, alcune fonti del governo tedesco avrebbero avuto notizia di questa possibile e imminente decisione da parte delle autorità greche in tal senso.


L’allarme procurato da queste indiscrezioni avrebbero richiesto una riunione immediata della Commissione Europea Lussemburgo venerdì sera. La riunione, tenutasi a Château de Senningen, un sito usato dal governo del Lussemburgo per le riunioni ufficiali, servirà dunque a valutare, probabilmente, sia la situazione difficilissima attuale della Grecia, con particolare attenzione ad eventuali nuove manovre da attuare per la potenzialmente definitiva ristrutturazione del debito interno, sia le eventuali conseguenze che la sua uscita dall’Eurozona potrebbe comportare.
 

Le fonti hanno riferito a SPIEGEL ONLINE che Schäuble intende cercare in tutti i modi di impedire alla Grecia di lasciare la zona euro, mettendo di fronte al governo greco le possibili e devastanti conseguenze di un atto del genere, primo fra tutti la necessaria ristrutturazione totale e definitiva dell’enorme debito pubblico, il che significherebbe, conti alla mano, il fallimento finanziario del Paese. In seconda battuta, ovviamente, anche dal punto di vista legale alla Grecia potrebbe essere impedito di lasciare l’area euro, sulla base dei regolamenti interni accettati da ogni paese membro all’entrata nella stessa. 

E’ abbastanza chiaro a tutti che, al di là dell’interesse per la Grecia ed il suo popolo, le implicazioni a livello finanziario ed economico per gli altri paesi europei potrebbero essere gravi, con particolare riferimento alla quotazione della moneta comune; l’indebolimento eventuale della stessa, i possibili nuovi problemi economico-finanziari derivanti dall’impatto su basi internazionali ed il conseguente rafforzamento del dollaro creerebbero sicuramente una condizione non propriamente accettabile in un momento delicato come quello attuale.

 
Inoltre, un’eventuale decisione di questo tipo da parte del governo di Atene avrebbe sicuramente implicazioni serie per il settore bancario già traballante, con effetti negativi anche in Europa, presumibilmente. È infatti probabile che un cambio di valuta in questi termini  consumerebbe gli interi mezzi propri del sistema bancario e le banche del paese diverrebbero automaticamente e di colpo insolventi; non solo, anche al di fuori della Grecia il sistema ne subirebbe gli effetti negativi. Anche gli istituti di credito tedeschi (e non solo) dovrebbero confrontarsi con le considerevoli perdite che ciò causerebbe loro.


Non ultimo da considerare l’effetto negativo sulle finanze della BCE: la banca centrale, insieme al FMI, ha già erogato circa metà dei 110 miliardi previsti per aiutare la Grecia a non dichiarare default e ad onorare i debiti contratti con i cittadini e le banche nazionali ed internazionali. Un’uscita dall’area euro con conseguente fallimento peserebbe dunque anche sugli altri stati, sulle banche e sui cittadini europei e, Argentina insegna, anche in questo caso ci sarebbe ben poco da fare…

8 maggio 2011

 

 

GM: vola l'utile

Trimestrale col botto per il colosso Usa General Motors che ha più che triplicato l'utile per questo primo trimestre, facendo meglio delle previsioni degli analisti, grazie soprattutto alla ripresa del mercato Usa. L'utile netto del trimestre è salito a 3,2 miliardi (1,77 dollari per azione) rispetto agli 865 milioni di dollari (55 cts per azione) dello stesso periodo del 2010.

Escluse le entrate straordinarie, in particolare la vendita delle partecipazioni in Delphi e Ally Financial, l'utile si è attestato a 95 centesimi per azione, 4 centesimi in più rispetto alla media delle stime degli analisti. Anche il fatturato è cresciuto del 15% a 36,2 miliardi di dollari dai 31,5 miliardi dello scorso anno e dai 35,59 delle attese degli analisti.

Strabiliante la performance di GM Nord America che ha registrato utili netti pari a 2,9 miliardi di dollari rispetto agli 1,2 miliardi dell'anno precedente. Nello specifico la produzione di camion è cresciuta del 18% e quella di macchine del 16%. Diversa invece la situazione in Sud America che ha visto i profitti ridursi significativamente da 265 a 90 milioni di dollari.

In Europa invece General Motors ha continuato a registrare perdite sebbene in riduzione dai 477 milioni di dollari del primo trimestre 2010 ai 390 milioni di questi primi tre mesi. Per quanto riguarda la Cina, il colosso dell'auto e i partner di joint venture hanno venduto 203.367 veicoli nel mese di aprile, registrando un calo rispetto alle vendite record di marzo.

I conti trimestrali arrivano dopo 6 mesi dal ritorno della società in Borsa con l'Ipo di 23,1 miliardi di dollari dello scorso novembre. Il Governo Usa adesso detiene il 26,5% della società dal 61% che deteneva dopo il salvataggio da 49,5 miliardi di euro della casa automobilistica.

Per il 2011 il management prevede un Ebit adjusted in "forte miglioramento" rispetto al 2010 grazie a un migliore mix di prezzi e a una riduzione dei costi fissi negli Usa. "E' un trimestre solido che ci permette di non preoccuparci del bilancio o della capacità di investire in nuovi prodotti", ha affermato il Cfo, Daniel Ammann.

 

Quello che però interessa, tanto al trader quanto all'investitore, è se mettere in portafoglio il titolo sia redditizio o meno. In merito al discorso di lungo e lunghissimo termine, prevalentemente legato ai fondamentali dell'azienda, lascio il compito agli analisti del settore; personalmente preferisco dare un'occhiata veloce alla situazione tecnica e cercare eventuali segnali in atto (o potenzialmente in fase di costruzione) tali da permettere un'entrata a rischio calcolato o calcolabile. Dando un'occhiata al grafico si nota subito come i prezzi siano quasi perfettamente bilanciati in un'area interessante delimitata da una resistenza e da supporti di sicuro interesse. Per prima cosa si evidenzia come gli ultimi due massimi, quello prima e quello dopo il minimo assoluto, siano stati respinti da una resistenza statica creatasi sui minimi assoluti precedenti all'attuale; il doppio massimo positivamente inclinato, inoltre, sta gettando le basi, eventualmente, per un potenziale testa/spalle la cui spalla destra è, appunto, in formazione e potrebbe completare la figura qualora le quotazioni andassero ad appoggiarsi sulla trendline del canale relativo. Altra indicazione deriva dal comportamento dei prezzi sulla media mobile di breve/medio periodo: prima ha fatto da resistenza, quindi è stata rotta al rialzo, ora i prezzi si sono appoggiati sulla stessa e stanno quotando lì attorno. Da valutare in coincidenza degli altri segnali, quindi. Infine, cosa da non sottovalutare, il MACD ha registrato un minimo ed una successiva divergenza rialzista, tornando, in seguito, positivo (terreno in cui si trova tuttora). Detto questo, direi che l'entrata dovrebbe essere subordinata alla conferma dei segnali indicati, con particolare riferimento alle conferme su break delle chiare resistenze validate.

6 maggio 2011

 

Obama e il nucleare

Barack Obama, di recente, ha ribadito quanto già ufficializzato in tempo di campagna elettorale in merito alle energie rinnovabili: uno dei principali obiettivi è, infatti, diminuire di un terzo, nei prossimi dieci anni, l’importazione di greggio dall’estero, arrivando al 2025 con un drastico ridimensionamento della dipendenza USA dal petrolio e, più o meno direttamente, dalle crisi politiche mediorientali, dall’aumento dei prezzi del greggio stesso causato, il più delle volte, da mera speculazione finanziaria. 

Qual è, dunque, il primo tassello da porre in essere, secondo il presidente americano? Tra una frase e l’altra, sembra che la parola “nucleare” sia stata quella più significativamente pronunciata da Obama; puntare sull’energia nucleare, infatti, secondo il presidente, rilancerà l’economia americana e permetterà di guardare al futuro con maggiore tranquillità, disponendo di una fonte di energia sicuramente a buon costo e non inquinante. Oltre, naturalmente, alle altre energie rinnovabili in generale.

Nonostante il recente disastro giapponese, dunque, Obama non cambia la rotta tracciata fin dall’inizio della sua campagna elettorale e confermata in altre e successive occasioni (per esempio nel discorso all’Unione di gennaio dell’anno corrente, quando annunciò l’intenzione di aumentare dall’attuale 40% di energia prodotta da fonti pulite all’80% entro il 2035). 

Ma sarà vero che il nucleare costa poco e dà un’energia pulita? Sul secondo punto difficile controbattere: l’energia nucleare non è inquinante e dunque risolverebbe, sotto questo profilo, il 90% dei problemi che il petrolio ha causato e sta causando sempre in misura maggiore. Ma le scorie? Siamo sicuri che un’elevata produzione di scorie avrà un trattamento adeguato? Sempre? A prescindere da costi e problematiche? Esempi di cattiva gestione delle stesse ci sono perfino in Italia, così come in tutto il mondo; ed il problema, al momento, è ridotto in virtù del fatto che le centrali nucleari rappresentano ancora una realtà piccola, se confrontata con il resto dell’apparato produttivo energetico. Ma quando il tutto si sarà trasformato in qualcosa di imponente e su larga scala i problemi rimarranno limitati? E quanto costa rimodernare una centrale nucleare per mantenerla in massima sicurezza? Ogni quanto tempo va fatto? Siamo sicuri che sia poi così a buon mercato? E come è possibile annullare (non limitare) i danni da eventuali incidenti?? 

E le altre energie, di cui tanto si parla come la manna necessaria per liberarsi dell’inquinamento? Qualcuno ha un’idea di quanto materiale serva per produrre energia dalle biomasse? E ci si rende conto che i cosiddetti e tanto pubblicizzati “scarti”, necessari per far funzionare gli impianti, altro non sono che uno specchietto per le allodole? Mais, principalmente, serve per produrre energia; quel mais che deve essere prodotto su centinaia di ettari di terreno, quel mais che utilizziamo per la nostra alimentazione e per quella degli animali da allevamento… e dovremmo utilizzare ettari ed ettari di terreno per produrre energia (siamo sicuri “pulita”, visto che gli impianti inquinano comunque?) sottraendo quindi terra alla produzione alimentare? In un mondo in cui i problemi di questo tipo sono all’ordine del giorno ormai da almeno due/tre decenni? E sappiamo quale è il costo dell’energia prodotta da biomasse? Elevatissimo, se confrontata con quello che il mercato è disposto a pagare (circa 4 volte tanto) e possibile solo con l’incentivazione statale (in pratica facciamo debiti per produrre energia che inquina ugualmente nel ciclo produttivo). E il problema della stagionalità e del maltempo?? Speculazione, dunque, potrebbe essere la parola giusta, almeno per il momento? Forse si. 

E l’eolico piuttosto che il fotovoltaico? Siamo sicuri che ci sia abbastanza spazio e forza (vento e sole) in tutto il pianeta per permettere una produzione adeguata di energia? Ne servirebbe una quantità spropositata e quasi sicuramente nella maggior parte del pianeta anche massimizzando gli impianti non si riuscirebbe a produrre a sufficienza per tutti. Certo, queste due sarebbero l’ideale, sia per costi accessori che per l’inquinamento (assente) nella fase di produzione di energia. Ma, spazio necessario a parte, siamo tutti sicuri di poter vedere in ogni campo libero e su ogni collina/parete montana una serie di pannelli o dei moderni mulini a pale? 

La soluzione è difficile e molto laboriosa ma credo, a mio modestissimo parere, che l’unico modo per diventare indipendenti dal petrolio ed evitare l’utilizzo su vasta scala del nucleare (Dio ce ne scampi) sia da una parte lavorare sodo sulle energie rinnovabili esclusivamente legate a sole, vento e acqua e, dall’altra, deciderci a ridimensionare i nostri obbiettivi di comodità della vita. Occorrerebbe abbassare il livello minimo di vivibilità personale ma, soprattutto, quello massimo. Se vogliamo poter accendere, contemporaneamente, forno, lavatrice e lavastoviglie occorre che la smettiamo di sbraitare contro chi inquina lavorando il petrolio per produrre energia; se compriamo i suv che, notoriamente, inquinano due o anche tre volte le auto piccole o medie non possiamo poi lamentarci; se produciamo scarti alimentari (e non) a non finire e poi pretendiamo che non si inquini per bruciarli o non vogliamo assolutamente vederli smistati nei nostri paraggi, forse dobbiamo capire che siamo al capolinea. Perché, banalmente, è comodo inveire contro industriali, governi, assessori, piani regolatori e altro ancora stando comodamente seduti in poltrona o davanti ad un pc; difficile, invece, sarebbe rinunciare all’auto ed alla gita fuori porta una volta su due, acquistare acqua in bottiglie di vetro con reso ed evitare di inquinare ogni santo giorno con plastica a non finire, smetterla di partecipare all’inquinamento crescente a livello acustico e magnetico comprando ogni nuovo e più potente ritrovato della tecnologia moderna. E mille altre cose. 

I propositi sono buoni, anche quelli di Obama, ma il problema vero non sono le energie rinnovabili o il petrolio, l’inquinamento o l’energia pulita: il primo e unico problema per questo pianeta siamo noi.

12 aprile 2011

 

Anche il Portogallo ko, e ora?

L'economista Nouriel Roubini, ragionando in un’ottica macro, si è dichiarato non molto preoccupato per il default del dodicesimo paese più popoloso d'Europa, ma lo sarà decisamente di più, in futuro qualora si arrivasse ad un punto critico, invece, per il suo vicino sicuramente più imponente, sotto tutti i punti di vista: la Spagna. "Penso che la questione più grave non sia il Portogallo - che è troppo piccolo sotto ogni profilo - ma piuttosto se il contagio riuscirà a diffondersi, nel tempo, anche alla Spagna, un paese che è sicuramente più importante economicamente, quindi più difficile che arrivi al default ma, allo stesso tempo, nell’eventualità che ciò accadesse, fin troppo difficile da salvare con facilità”, ha sostenuto Roubini.

Roubini vede, tra le problematiche di maggiore importanza, i rischi fondamentali a cui sta andando incontro la Spagna con la disoccupazione, il settore immobiliare, il sistema finanziario interno e la capacità del paese di competere con i suoi alleati europei. La ritiene inoltre importantissima per valutare, eventualmente, la gravità del contagio della crisi in europa.

La Spagna dovrà fare scelte difficili, al fine di proteggere se stessa dal contagio, secondo Roubini, tra cui un’accelerazione delle riforme strutturali e l'applicazione della ormai sempre più tristemente nota austerità fiscale. "Ci sono state riforme che vanno nella giusta direzione, ma cambiamenti molto più radicali devono essere fatti ed attuati per stabilizzare le condizioni economiche, finanziarie e fiscali del paese", ha continuato l’economista.

Roubini ha dichiarato, prima di passare a delineare il rischio di un rialzo dei tassi (tre volte almeno, ritiene, durante il 2011 da parte della BCE): "avete cinque paesi della periferia europea dove non vi è quasi crescita o addirittura si sta verificando una contrazione, dove ci sono gravi problemi legati al sistema bancario, con conseguente perdita di competitività internazionale e l’obbligo, in tempi ragionevoli, di ripristinare una discreta ma decisa crescita economica. E ho paura che un rialzo dei tassi sia destinato ad aumentare la fragilità della crescita stessa, il peggioramento della competitività e la fragilità finanziaria sia del sistema bancario che del governo ".

Questo lo ha detto il guru dell’economia circa una settimana fa; negli ultimi giorni il Portogallo ha chiesto aiuto all’Europa e la BCE ha alzato i tassi. Alla prossima…

8 aprile 2011

 

Portogallo default: fase 1

Il Portogallo, dopo mesi di estenuanti tentativi (mai concreti ed inevitabilmente destinati a fallire sin dall’inizio), getta la spugna e chiede l’intervento dell’UE; intervento che, stando almeno alle prime indiscrezioni, dovrebbe aggirarsi sulla non trascurabile cifra di 70-90 miliardi di euro (stima approssimativa fatta dagli analisti che, tuttavia, potrebbe essere rivista, e non solo marginalmente, una volta che maggiori e più precisi dati saranno messi a disposizione della comunità economico-finanziaria). Una scelta obbligata, dopo l’esplosione del rendimento dei titoli di Stato portoghesi che aveva, di fatto, reso impossibile sostenere il rifinanziamento dei circa 9 miliardi di debito in scadenza a giugno; borse e mercati avevano già ampiamente scontato la decisione, prova ne è il fatto che, sin da stamani, i mercati azionari locali (non i titoli obbligazionari che avevano già scontato fin troppo la decisione nei giorni scorsi) sono partiti al rialzo in modo deciso e vigoroso, soprattutto con riferimento al settore finanziario.

Dunque il peggio è passato? A mio parere direi di no: questi aiuti sono l’ennesima prova di forza da parte dell’area euro per sostenere i membri e mantenere credibile un euro che da anni è sotto la pressione dei debiti pubblici e delle economie emergenti. E proprio per questo, oltre al fatto che ci troviamo di fronte all’ennesima erogazione di capitali, le richieste a Lisbona di rientrare da una situazione decisamente grave entro i prossimi due/tre anni saranno decise e non trattabili, motivo per cui ci si dovrà aspettare un nuovo periodo di austerity.

Quindi, a mio avviso, occorrerà calma e pazienza, prima di puntare su una possibile risoluzione rapida e indolore.

7 aprile 2011

 

Crisi Giapponese

Quanto costerà al Giappone e al resto del mondo, in termini di ripercussioni economiche, la sciagura occorsa sul suolo nipponico nelle ultime settimane ed ancora in via di definizione per gravità ed effetti futuri? Probabilmente parecchio, ma, ragionando puramente su basi finanziarie e tralasciando la brutta e dolorosa pagina del disastro mai quantificabile realmente in vite umane, siamo sicuri che sia tutto negativo, ragionando in prospettiva?

Gli analisti considerano che le conseguenze sull'economia giapponese secondo le prime stime, dovrebbero tradursi in una perdita intorno all'1% del Pil nipponico, anche se alcuni ritengono che i costi definitivi saranno ben peggiori, forse anche pari a 175 miliardi di dollari, cioè circa il 3% del Pil, mentre stime (forse) ancora più pessimistiche parlano di oltre 230 miliardi di dollari (4% del PIL!), numeri che fanno temere per un nuovo rallentamento della ripresa economica del paese. Hiromichi Shirakawa, infatti, capo economista di Credit Suisse per il Giappone, ha comunicato che, con i dati in suo possesso, la perdita economica sarà probabilmente almeno di 14-15mila miliardi di yen, quindi 125/130 miliardi di euro, solo nella regione colpita dai due gravi eventi naturali. Ma le conseguenze maggiori resteranno circoscritte al Giappone: il governo potrebbe essere costretto a ridurre gli acquisti di bond americani, e non è cosa da poco se si considera che la banca centrale nipponica detiene, dopo la Cina, il maggior debito Usa con quasi 900 miliardi di dollari di controvalore. In alternativa, cosa che si sta già notando dai giorni immediatamente successivi al disastro, potrebbe continuare a ritmi più sostenuti il rientro dei capitali dall'estero per sostenere la ripresa interna. Occorrerà comunque tenere conto delle conseguenze immediate e pratiche: aziende chiuse o ridotte non più operative, infrastrutture e beni di valore distrutti, zone intere devastate e, dunque, rischio nuova recessione alle porte.

Sul fronte europeo la crisi giapponese potrebbe creare problemi a diverse aziende quotate:  tra i titoli maggiormente coinvolti dal terremoto e dallo tsunami ci sono quelli delle compagnie di ri-assicurazione, come Swiss Re, Munich Re e Hannover Re. Secondo le stime, infatti, il settore potrebbe essere costretto ad affrontare costi pari a oltre 30/40 miliardi di dollari, ed è una stima decisamente ottimistica e che, ancora, non tiene conto di ulteriori danni “non visibili” al momento.

Stessa sorte, probabilmente meno gravosa, anche per i titoli del lusso che stanno subendo pesanti perdite sul timore che il calo della domanda da parte giapponese possa far diminuire la loro redditività. Il Giappone, infatti, ricopre oltre il 10% delle vendite mondiali del settore, motivo per cui una recessione creerebbe sicuramente problemi all’acquisto di tali beni. Da verificare, nei prossimi mesi, la situazione del settore automobilistico europeo, in ottica di un possibile blocco produttivo da parte delle grandi case giapponesi: si legge, infatti, che Honda, Toyota e Nissan hanno già deciso di chiudere i loro stabilimenti, mentre tra i maggiori gruppi aziendali, Nissan, in partnership con la francese Renault sulle auto elettriche, potrebbe essere quella più colpita dalle perdite.

Quindi tutto da buttare? A mio parere l’investitore di lungo termine dovrebbe, da ora in poi e per i prossimi 6/9 mesi, stare bene attento all’evoluzione della situazione economico-finanziaria nipponica, all’andamento dell’indice della borsa di Tokyo ed all’andamento anche dei principali titoli quotati, sia quelli che maggiormente risentiranno delle perdite economiche causate dal disastro che quelli che meglio ne sopporteranno gli effetti. Da circa 20 anni il mercato giapponese non solo non ha recuperato i massimi storici (poco sotto i 40 mila punti), ma ne è stato nettamente distante, con minimi continui e ripetuti che hanno portato le quotazioni sui 7500 punti e, negli ultimi anni, a latitare tra area 8000 e area 10/11 mila, quindi sempre costantemente tra il -70 ed il -75% proprio da questi massimi. Se fosse questo lo scossone definitivo ci si potrebbe trovare davanti, finalmente, ad un recupero destinato ad alimentare un movimento rialzista pluriennale, in ottima alternativa ai mercati mondiali che attualmente risultano essere i più trattati dagli operatori istituzionali e grandi investitori. Se la ricostruzione, infatti, che impiegherà forze fresche, nuove risorse e nuovi ed ingenti capitali sia interni che, soprattutto, derivanti dall’estero (stranieri o di rimpatrio), sarà lunga e faticosa, altrettanto si può pensare che alimenterà il mercato del lavoro e gli investimenti finanziari, motivo per cui si potrebbero sviluppare, in prospettiva, nuove e valide condizioni di ripresa reale e fattibile. Il tempo ci darà il suo verdetto ma l’occhio deve essere sempre vigile.

28 marzo 2011

 

 

"Buongiorno ho letto il suo interessantissimo aritcolo sulla media mobile adattiva di Kaufman.. Vorrei chiederle se la stessa è utilizzabile secondo i canoni dell'Analisi Ciclica e se le è capitato di fare prove in tal senso..ovvero dove scelto il ciclo di riferimento ad esempio un settimanale le medie rappresentative del ciclo sono medie semplici una pari alla 1/2 del ciclo e l'altra pari ad 1/4 della durata del ciclo. Volevo chiederle se in caso di prove effettuate ha avuto risultanti soddisfacenti da tali prove e se l'utilizzo delle medie di Kaufman data la diversa tipologia di costruzione richiede settaggi diversi da quelli utilizzati nell'Analisi Ciclica per le medie semplici." (Email di Giuseppe S.)

A mio avviso, il che implica un’opinione strettamente personale, l’utilizzo o meno della stessa, nell’ottica di volerla strutturare ciclicamente per un mercato, assume un’importanza relativa rispetto all’operatività fattibile con la media puramente sulla base delle indicazioni tecniche derivanti. Per quanto riguarda le prove effettuate in merito (aspetto ciclico e aspetto tipicamente operativo su media singola o incrocio di medie mobili) direi che il vantaggio non è particolarmente interessante nel primo caso, mediamente interessante, invece, nel secondo (in linea con l’operatività delle medie tradizionali ma con un gap non trascurabile se si confrontano i risultati assoluti e percentuali tra le due tipologie); ma, premetto, lo studio effettuato non è stato approfondito come avrei dovuto fare per verificarne a fondo i risultati. In pratica: usate a livello ciclico, per quanto mi riguarda, non ci sono risultati apprezzabili, mentre utilizzate nel modo tradizionale (entrate e uscite + reverse con close sopra/sotto la media o, nel caso di due o più medie, sugli incroci), invece, il risultato è certamente migliore (ma va approcciata un’operatività basata su un portafoglio più o meno ampio di titoli, in modo da evitare periodi eccessivi di lateralità su un singolo mercato, dal momento che, come tutte le medie, in ogni caso, è la direzionalità a dare i migliori risultati operativi).

Per il resto, i settaggi sono sempre relativi alla tipologia di operatività che viene richiesta dal trader (intraday, di breve o brevissimo, di medio o lungo termine) ed è chiaro, come sempre, che ogni tentativo di sfruttare movimenti di ampiezza importante “costa” il sacrificio di sopportare eventuali stop loss di una certa entità, a prescindere dal confronti con i parametri utilizzati dalle altre medie nelle medesime situazioni (personalmente, comunque, 10/30/50 sono i parametri che mi sono sembrati più interessanti, su base daily soprattutto). 

Inoltre, per quello che può contare, mi permetto di darle un suggerimento: oltre a valutare l’opportunità di effettuare trading con le medie in oggetto, pure o implementate da strumenti ciclici, provi a lavorarci accorpandole a strategie che valutino anche l’importanza dei volumi e dei relativi oscillatori. Essendo tempestive, molte volte, nel dare segnali di cambio di tendenza, meglio delle medie tradizionali, trovare prima possibile una o più divergenze tra volumi e minimi/massimi di periodo può essere estremamente importante ed aiutare a operare con maggiore affidabilità. 

Infine, ricordo che uno degli aspetti più interessanti delle medie adattive è legato alla capacità di appiattirsi, con una certa celerità, nei momenti in cui il trend segna il passo, permettendo al trader di evitare, almeno in parte, operazioni che le altre medie mobili segnalerebbero (molte delle quali, inevitabilmente, in perdita). Quindi, e mi passi l’espressione non proprio ortodossa del concetto, a mio avviso è proprio la capacità di mostrare la non ciclicità del mercato in determinati momenti ad avvantaggiare l’AMA: stare fuori dal mercato in tali fasi, infatti, il più delle volte corrisponde ad un vero e proprio guadagno dato dalla somma di numerose perdite, consecutivamente registrate a causa dell’ insistita lateralità, evitate.

15 marzo 2011

 

 

Gheddafi everywhere

Il quotidiano finanziario MF ha riportato oggi la notizia secondo la quale, nella giornata di ieri, Mario Draghi ha chiesto ai partecipanti al mercato di specificare gli assets finanziari che appartengono alla famiglia del rais, in modo da permetterne la sospensione in attesa che la situazione generale si stabilizzi o di provvedimenti particolari. Al momento, infatti, solo gli Stati Uniti hanno congelato investimenti del rais e della sua famiglia (per un valore di 30 miliardi di dollari), mentre Canada, Austria e Regno Unito hanno congelato asset per valori rispettivamente di 2,4 miliardi, 1,7 miliardi e 1 miliardi di dollari. In preallarme, dunque, le fondazioni di Unicredit che, secondo le indiscrezioni, dovrebbero riunirsi presto per valutare la situazione: la Libia detiene, infatti, una partecipazione nella banca pari al 7,5% del capitale.



Altre società interessate dagli investimenti del rais e della sua famiglia: 


Goldman Sachs, Citigroup, JP Morgan Chase, Carlyle Group, la banca belga-danese Fortis, l'impero editoriale Pearson, l'italiana Finmeccanica, la joint venture per la produzione di petrolio siglata con BP e la squadra di calcio italiana Juventus.

2 marzo 2011

 

 

Qui sotto le nuove date dei potenziali cambi di tendenza del mercato (riferimento al mercato americano) per l'anno in corso. Come specificato nell'immagine, le date in rosso sono potenziali turning point di maggiore importanza (+ o - 3-4 giorni di tolleranza) mentre quelle in nero sono le date minori (+ o - 1 giorno di tolleranza).

21 febbraio 2011

 

Fib: situazione grafica attuale.

Nessun commento particolare: semplicemente un grafico base giornaliera con i livelli di possibile resistenza a mio parere significativi nelle condizioni di mercato attuali.

17 febbraio 2011

 

Fiat auto

Le immatricolazioni di Fiat Group (settore automobili) a gennaio e in Europa sono calate di circa il 20% rispetto al mese di gennaio 2010, attestandosi a circa 80 mila unità, a causa, principalmente, della minor incidenza degli ecoincentivi di cui aveva precedentemente goduto. Sui mercati internazionali si evidenzia un incremento delle vendite in Francia (quota mercato del 4% ed incremento di oltre il 10%) e, soprattutto, in Olanda (volumi in aumento di oltre il 70% in gennaio), mentre Spagna e la stessa Italia, mercati ovviamente fondamentali, fanno registrare cali decisi.

Il tutto, si potrebbe dire, in linea con il trend internazione del mercato dell’auto, che vede flessioni proprio in Spagna, Italia e Gran bretagna, mentre aumenti si sono registrati in Olanda, Belgio e Germania. Fuori da valori genericamente ritenuti mediamente compatibili con il mercato in generale sono in evidenza i progressi di Lituania ed Estonia (+120% circa per entrambi) ed il tonfo inesorabile della Grecia (-60%).

Graficamente la situazione nel lungo termine (grafico rettificato sulla base dei valori dopo lo scorporo) mostra una possibile resistenza, a livello temporale e sui prezzi. Il mese di febbraio e, probabilmente, quello di marzo, chiariranno meglio la situazione (candlevolume chart):

 

 

 16 febbraio 2011

 

 

USA a rischio?

Ben Bernanke, giovedì 3 febbraio, ha ammonito severamente i legislatori americani in merito al fatto che ulteriori ritardi nell’attività di riduzione del debito pubblico USA potrebbero avere catastrofiche conseguenze sulla politica fiscale e sull’economia del paese, con rischi reali di entrare in una severa posizione di insolvenza relativamente al debito stesso. Per questo ha invitato l’amministrazione Obama ed il Congresso a mettere in atto un piano credibile per ridurre i futuri disavanzi di bilancio. Ha inoltre espresso una valutazione moderatamente più ottimistica sulle prospettive dell’economia americana, pur chiarendo che il recupero in atto avrà ancora bisogno di sostegno da parte della FED. Nonostante ci si aspetti una migliore crescita nel 2011, Bernanke ritiene che il problema della disoccupazione sarà particolarmente gravoso anche quest’anno e limiterà di molto la crescita reale. 

L’articolo per intero lo trovate a questo indirizzo (in lingua inglese): 

http://www.reuters.com/article/2011/02/04/us-usa-fed-idUSTRE7126H620110204?feedType=RSS&feedName=businessNews&utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+reuters%2FbusinessNews+%28News+%2F+US+%2F+Business+News%29

Quello che, personalmente, posso notare è che la crisi economica ha raggiunto livelli elevati e tali per cui la situazione non è facilmente risolvibile con le usuali manovre che hanno caratterizzato e permesso ogni ripresa nel corso degli ultimi decenni. Ad oggi, infatti, gli effetti della contrazione economica globale sono più vivi che mai; il numero di posti di lavoro persi è stato certamente evidente proprio negli ultimi mesi e nonostante i segnali di ripresa, lenta ma rilevabile, siano stati parzialmente verificati in alcuni settori economici.  

Nel momento in cui la più grande economia mondiale si pone il problema dell’eventuale insolvenza qualche campanello d’allarme dovrebbe cominciare a suonare per tutti. E’ probabile, tuttavia, che il monito della FED si sia reso necessario e ancora di più potrebbe esserlo in futuro, a causa del continuo avanzamento delle nuove economie, con particolare riferimento a quella cinese che, ormai da anni, ha nelle sue casse una discreta parte del debito pubblico americano. E’ chiaro che manovre a danno degli USA implicherebbero, proprio per questo, anche un brutto colpo alla stessa Cina, situazione che la favorirebbe comunque nei confronti degli Stati Uniti ma che, inevitabilmente, la farebbero rallentare decisamente a danno del purampio margine che ancora vanta sulle altre emergenti, India in primis. E’ pur vero, però, che gli USA sanno che il problema esiste e che prima o poi qualcuno busserà alla porta, per un motivo o per un altro, situazione che potrebbe creare una sorta di dipendenza economico-finanziaria a danno dello sviluppo interno dei settori più produttivi del sistema economico americano. Per questo il rimedio, più rapido e più ampio possibile, è d'obbligo, ora come non mai.

 4 febbraio 2011

 

 

Bund

Il bund è inserito in un canale rialzista di lungo e lunghissimo termine iniziato all'inizio degli anni '90 e tuttora in corso. Graficamente ho rappresentato l'ultimo decennio, sempre rialzista ma con una inclinazione nettamente inferiore rispetto a quella relativa alla decade precedente. I suoi movimenti sono abbastanza regolari, composti da salite in più onde rialziste e da ritracciamenti realizzati in modo abbastanza armonico; ogni spunto positivo è correttamente accompagnato dal momentum ed in coincidenza delle situazioni di ipercomprato, visibili per esempio sui valori dell' RSI, si verificano quasi puntualmente gli storni di breve e medio periodo. Attualmente, come si può notare, il bund si trova proprio in una di queste fasi di negatività in ritracciamento dai massimi di periodo realizzati ad agosto 2010 sopra i 134 punti; il primo supporto si trova a 122/122,5 punti circa, mentre tutta la fascia di prezzi che va dai 117 a 122 punti, con riferimento al lungo periodo, potrebbe essere la più valida per permettere al future di rimbalzare nel caso fosse toccata nei prossimi mesi. In particolare, volendo svolgere un'attività di trading di ampio respiro (con i relativi vantaggi e rischi che ne deriverebbero), acquisti sulla debolezza potrebbero essere fatti nell'area tra 120,50 e 122,50 nel tentativo di sfruttare una situazione di possibile ipervenduto proprio sui livelli di potenziale supporto statico. Anche le valutazioni eventualmente fatte sulle aree di un certo interesse in merito ai volumi evidenziano la possibilità che il supporto più vicino per l'immediato futuro sia proprio tra 122 e 122,5 punti, motivo per cui su tali livelli occorrerà valutare bene le opportunità che potrebbero presentarsi.

2 febbraio 2011

 

 

Un visitatore assiduo del sito mi ha mandato una mail per ringraziarmi di alcune operazioni andate a buon fine sui titoli azionari italiani. Poco prima delle ferie dello scorso anno, infatti, mi scrisse per illustrarmi la metodologia che aveva scelto per operare scegliendola tra le diverse che sono riportate nella sezione download del sito stesso e pregandomi di confermare la sua interpretazione e, possibilmente, di integrarla con qualche dritta su stoploss e take profit. Per quanto mi è stato possibile in base alle mie normali conoscenze della materia, ho provato a dargli una mano; il risultato è stato veramente interessante, con 17 operazioni fatte in circa 4/5 mesi su 8 titoli diversi scelti tra le big (3) e le medium cap (5), di cui ben 13 (!!) in profitto, 1 in pari e solo 2 in perdita. Inutile dire che, probabilmente, si è trattato di un buon periodo, difficilmente la percentuale di successi è così elevata e, normalmente, qualche stop e pari in più è nella norma. Comunque... ben vengano i profitti. E, onestamente, un ringraziamento per questi motivi, ogni tanto, fa bene anche al mio ego.

Qui indico due operazioni tra le 17 che ha fatto, nella fattispecie sul titolo RCS, pulite e profittevoli.

 

27 gennaio 2011

 

L'alimentare sarà una scommessa vincente?

Quali le prospettive future del settore alimentare? Indubbiamente sia l’aumento della popolazione mondiale che l’aumento della domanda globale a prescindere dal dato precedente creeranno una maggior richiesta di beni alimentari ed un conseguente aumento dei prezzi dei prodotti stessi. La tendenza è già verificabile da tempo e si teme che il fenomeno possa progredire verticalmente in un futuro molto prossimo; le scorte e giacenze di materie prime alimentari sono destinate a diminuire nei prossimi anni, con particolare riferimento a soia, mais e orzo (basta vedere come il fenomeno sia già molto evidente negli ultimi anni, per esempio, per lo zucchero) e le aziende del settore aumenteranno, inevitabilmente, il loro giro d’affari. Inoltre, basta osservare, seppure succintamente, le peculiarità delle aziende alimentari, limitatamente all’aspetto finanziario, per capire che una situazione globale come quella appena descritta troverà terreno fertile su cui far crescere le proprie aspettative di maggiori ritorni ed una sicura e costante redistribuzione degli utili attraverso i dividendi azionari: 

Cash flow elevati. Grazie ad un EBITDA (il margine che misura l’utile di un’azienda prima delle svalutazioni e degli ammortamenti) elevato e relativamente stabile le aziende del settore alimentare sono portate a generare un elevato cash flow ed un consistente CFROI, il flusso di cassa ottenuto dal capitale investito, indice del valore dell’azienda stessa.  

Consistenti eccedenze di cassa. In questi anni la ristrutturazione delle aziende nel settore alimentare ha portato, grazie alla cessione di rami aziendali e ad investimenti in grado di portare flussi elevati e continui, alla riduzione dell’incidenza di costi fissi e interessi passivi, oltre naturalmente ad un consistente aumento della liquidità di cassa. Considerando che in futuro le attività di acquisizione tra aziende dovrebbero essere molto limitate se non quasi inesistenti (salvo diversificazione in aziende minori da parte dei colossi mondiali o, eventualmente, nell’acquisizione di rami aziendali specifici e di dimensioni singolarmente non rilevanti), la situazione di generale, positività attuale dovrebbe continuare e, anzi, migliorare in vista dell’espansione presunta dell’attività stessa.

Il grafico del settore per quanto riguarda il nostro mercato nazionale.

Vediamo ora, sotto, il raffronto con l'indice di settore del nostro mercato e il mercato principale, oltre ad altri due settori di primaria importanza per i nostri listini: industriali e finanziari. La nettissima migliore condizione generale, non solo attualmente ma da tempo, evidenzia come l'interesse per il settore da parte degli operatori, soprattutto grandi investitori e istituzionali, sia decisamente presente.

Potenzialmente, dunque, un settore da tenere molto bene in considerazione per gli investimenti futuri e come valida alternativa ai settori più tipicamente speculativi nel breve e medio termine.

26 gennaio 2011

 

 

Dove sta andando l'oro?

 

Facendo riferimento ad un precedente articolo di qualche mese fa riprendo il discorso sull'oro, seppure in maniera molto più concisa e solo per quanto riguarda il breve periodo. I prezzi sono dunque arrivati a ridosso dell'area obbiettivo/resistenza precedentemente indicati a 1450/1500 circa, pur senza toccarla, stornando, in seguito, su quello che era invece stato indicato come step successivo quando le quotazioni si trovavano a 1280/1290 punti circa: 1330/1350. Ne consegue che tutta quest'area tra 1330 e 1450 rappresenta una fascia di sicuro interesse per gli operatori e che, attualmente, sta costringendo il mercato a muoversi in laterale. Sul grafico sopra si possono notare alcuni dettagli tecnici interessanti. Prima di tutto il ROC, che già nei mesi precedenti aveva segnalato possibili ritracciamenti di periodo, ha creato almeno due divergenze sui valori, confermate anche sui prezzi di mercato; le semirette blu spesse sotto le barre settimanali indicano che anche sulle quotazioni le divergenze sono state confermate, anche se i prezzi risultano attualmente ancora sui valori di minimo trovati proprio in quelle situazioni e con il ROC che, invece, si sta rapidamente scaricando. E' anche evidente come in questo preciso momento il mercato si stia appoggiando su un supporto di natura dinamica e valido per il breve/medio periodo, la cui tenuta, in coincidenza con la ripresa dell'oscillatore, potrebbe favorire nuovi rialzi verso i massimi, mentre l'eventuale break confermato creerebbe i presupposti per un migliore ritracciamento in area 1250/1260 almeno e comunque, probabilmente, sulla parte inferiore del canale ascendente che guida il mercato da tempo.

21 gennaio 2010

 

"Ho letto di recente un articolo su un sito italiano che proponeva la previsione di un guru americano conosciuto e ben visto dal momento che molto spesso le sue previsioni si sono rivelate interessanti. In particolare riportava il suo interesse per il settore finanziario e soprattutto bancario, indicando City Group e Goldman Sachs come le banche più interessanti da comprare, in vista di una bella salita, dal momento che si aspetta un incremento degli utili del 20% almeno nei prossimi mesi. Cosa ne pensi?" (Email di G.P. dalla prov. di Torino)

L'idea che mi sono fatto in questi ultimi mesi è che il mercato, in generale, possa non essere ancora definitivamente pronto per un rilancio globale interessante; se la tua idea è quella di investire nel breve o nel medio periodo, intendendo un'ottica temporale di 3-6-9 mesi al massimo, allora penso che le opportunità potrebbero essere realistiche. In tal caso, tuttavia, preferirei fare un tentativo su prezzi inferiori agli attuali, confidando, per esempio, in un massimo a breve periodo seguito da un ritracciamento discretamente interessante in grado di creare opportunità di acquisto valide nei prossimi mesi. A livello macroeconomico, infatti, qualche dubbio anche in futuro è lecito porselo; la situazione di crisi creatasi nel settore immobiliare e sul mercato del lavoro, infatti, non si può dir che sia completamente risolta, soprattutto negli USA. Sappiamo che le banche, soprattutto oggi e soprattutto quelle americane quali le due che hai citato, sono sicuramente poliedriche nelle loro attività e questo le potrebbe/dovrebbe aiutare a tornare ad essere leader di settore anche per quanto riguarda gli aspetti legati alla rivalutazione finanziari di corsi e rendite, ma quanto potrebbero incidere, per esempio nei prossimi 6/12 mesi, eventuali altri problemi (o addirittura crisi vere e proprie) sul debito al consumo privato, sull'inflazione che potrebbe raggiungere livelli eccessivi nel medio periodo in settori economici strategici ecc.? Per questo la mia impressione è che, volendo investire nel settore sin da subito, sarebbe opportuno entrare sul mercato a prezzi migliori, indipendentemente dal fatto che si tratti di un buon affare o meno. Quasi tutti i titoli finanziari, compresi quelle citati, hanno creato dei valori di supporto assoluti e intermedi nell'ultimo anno, motivo per cui, su basi tecniche, è possibile operare su questi valori ed avere, al contempo, validi livelli sui quali attivare eventuali stoploss senza dover necessariamente rischiare oltre ogni misura. Ugualmente, se si guardano attentamente i grafici, è possibile rilevare resistenze da valutare su eventuali futuri break e che, come sopra, permetterebbero di investire sulla forza dei titoli con percentuali di rischio valutabili anticipatamente.

Metto qui sotto due grafici di GS. Il primo è settimanale e riguarda l'andamento delle quotazioni negli ultimi anni, il secondo, invece, è mensile e rileva i prezzi nel lunghissimo periodo; sono indicati livelli di prezzo interessanti su entrambi i grafici, valori sui quali, a mio avviso, sarebbe possibile effettuare una discreta operatività.

17 gennaio 2011

 

NIA's Top 10 Predictions for 2011 (January 4, 2011)

Di seguito un riassunto del rapporto del NIA (National Inflation Association). Il documento per intero in lingua originale è consultabile al link http://inflation.us/top10predictions2011.html 

Il rapporto DJ/oro e oro/argento continuerà a scendere. Come già nelle previsioni per il 2010 (poi verificatesi) il rapporto prevede la continuazione della tendenza già vista: lo scorso anno i due rapporti, rispettivamente, erano scesi a 9,3 (-15%) e 64 (-28%). Per il 2011 prevede nuovi parametri a 6,5 e 38. Ancora più drastiche le previsioni future (che vedremo eventualmente il prossimo anno). 

Gli istituti universitari cominceranno a fallire e chiuderanno. Negli USA Esiste una bolla speculativa relativa al settore dell’istruzione, superiore alle bolle viste negli ultimi anni, perfino a quella immobiliare del 2008, secondo il rapporto. Tale bolla è stata permessa dal governo degli Stati Uniti ed attuato tramite la concessione di prestiti finanziari di facile accesso agli studenti. Ciò ha contribuito all’aumento dei prezzi e dell’indice inflattivo di settore che, attualmente, è pari ad un 5,6% di media per quanto riguarda gli ultimi anni, nonostante le condizioni economiche del paese e, soprattutto, nonostante l’innovazione tecnologica avrebbe potuto essere sufficiente a ridurre tali costi. Si aggiunga che i neolaureati, a causa delle precarie condizioni del mercato del lavoro, negli ultimi anni si ritrovano ad avere enormi difficoltà a trovare un’occupazione; ciò significa che moltissimi giovani si ritrovano senza lavoro e senza una prospettiva chiara per l’immediato futuro e, al contempo, un debito di parecchie migliaia di dollari contratto per la propria istruzione. Uno studio recente ha confermato che qualora uno studente decidesse di non studiare e di utilizzare il denaro necessario per investire in oro e argento, nel giro di qualche anno si troverebbe un piccolo capitale disponibile e una buona esperienza maturata in campo lavorativo, ritenuto oggi più importante di qualsiasi pezzo di carta. 

Gli istituti universitari e le università hanno intrapreso i progetti di costruzione ambiziosi ed hanno costruito nuove biblioteche, palestre e sedi di sport, che non hanno aggiunto alcun valore alla formazione degli studenti. Questi progetti sono stati intesi con l'unico scopo di impressionare gli studenti e le loro famiglie ed attirare denaro dai privati, grazie, appunto, alla facilità di ottenere prestiti agevolati.
NIA pensa che a breve si potrà assistere allo sviluppo di una nuova tendenza degli Americani che si indirizzeranno sempre di più al mezzo per ora più economico: internet. Ci sarà una grande diminuzione nelle domande di iscrizione agli istituti universitari tradizionali. Ciò contribuirà, almeno, ad una stabilizzazione del debito degli studenti e, inevitabilmente, creerà i presupposti per un ridimensionamento degli istituti che dovranno anche decidersi a dare un grado di istruzione migliore a costi più contenuti, oppure a chiudere i battenti.
 

Diminuzione dei margini di guadagno per i rivenditori. NIA prevede che a breve i rivenditori comunicheranno una drastica riduzione dei loro margini di profitto, a causa soprattutto delle vendite scontate dell’ultimo periodo dell’anno. La situazione sarà critica sia in relazione all’ultimo trimestre del 2010 che per la prima metà del 2011. Proprio per questo è possibile che dalla metà dell’anno i prezzi cominceranno nuovamente a salire. 

Interesse dei privati all’investimento in oro. Il rapporto ritiene errata l’idea che si sia formata una bolla speculativa sull’oro. Anzi, le probabilità che la situazione attuale crei nuova attenzione e nuovo desiderio verso il metallo prezioso, a scapito di altri beni materiali è elevata e potrebbe coinvolgere maggiormente anche i privati che, fino ad ora, non si sono interessati pienamente alla questione. Durante i 12 mesi prossimi si potrebbe assistere ad un rinnovato e più diffuso interesse, da parte del pubblico, per l’oro; la situazione porterà ad una maggiore consapevolezza che l’oro costituirà il valore più sicuro ed il migliore investimento in queste fasi di mercato, un po’ quello che si verificò nel 2003 sul settore immobiliare.  Prima o poi, durante i prossimi sei mesi, credono che l’oro possa riprendere a correre e raggiungere, entro tempi ragionevoli, anche i 2000 $ per oncia. 

Grande declino del rapporto petrolio greggio/gas naturale. Per il 2010 NIA aveva previsto una salita del petrolio dai 73 $ ai 100 $ circa; anche se attualmente le quotazioni si sono fermate sui 90/91 $ è possibile che le stesse raggiungano la quota di 100 $ nei prossimi due mesi circa. A quel punto è prevedibile che si possa verificare un grande interesse in grado di spostare buona parte delle attenzioni all’investimento nel gas naturale. Il rapporto petrolio greggio/gas naturale attualmente è a 20. Storicamente, il rapporto petrolio greggio/gas naturale è stato in media pari a 10, mentre in genere il petrolio ed i prezzi del gas naturali dovrebbero avere un rapporto di 6 a 1. Le nuove tecnologie mirate all’estrazione e alla distribuzione del gas naturale faciliteranno l’utilizzo dello stesso ed anche se questa situazione potrebbe creare una buona offerta tale da mitigarne il rialzo delle quotazioni occorre considerare che intorno a questa risorsa i margini di investimento per l’indotto che ne deriva sono enormi, motivo per cui le condizioni sono favorevoli per un apprezzamento consistente.  

Il rincaro dei prezzi alimentari creerà un picco nella crisi americana. (Segue un’interessante disamina sul rapporto tra occupati nel settore agricolo e dei servizi, con i problemi relativi al settore produttivo dei generi alimentari e al conseguente rincaro dei prezzi che porterà, secondo il NIA, ad un’inflazione a due cifre a brevissimo. La parte del documento è ampia ma molto significativa, vi invito a leggerla direttamente dal documento linkato). 

Sara Palin annuncerà che sta correndo per presidente come repubblicano. NIA ritiene che Sara Palin annuncerà la sua candidatura per la nomina repubblicana alle prossime elezioni già nel 2011. A loro parere, il candidato non sarebbe in grado di approntare le misure necessarie per risolvere i problemi economici attuali del paese.

 13 gennaio 2011

 

Ho ricevuto alcune mail in questi giorni che chiedono informazioni in merito all'utilizzo delle Bande di Bollinger. Essendo diverse, non le riporto tutte e mi limito ad esporre la mia visione delle bande e qualche loro possibile utilizzo all'interno di una strategia definita, sia per l'operatività direzionale che per quella contro il trend principale o supposto tale.

Qui il documento di sintesi    

7 dicembre 2010

 

Mercati in discesa?

La negatività di breve potrebbe ingannare soprattutto se, come riferimento, dovessimo usare il nostro mercato (nella fattispecie il nostro derivato, ma sarebbe la stessa cosa se ci orientassimo sull'indice principale); in realtà, infatti, sia in Europa che oltreoceano, la maggior parte dei mercati azionari è in rialzo rispetto alla chiusura del 2009, in alcuni casi anche di parecchio (senza andar lontano basta vedere il DAX tedesco che, almeno fino a questi ultimi giorni, fa registrare una rivalutazione annuale tra il 15 ed il 18%). Perché, allora, il nostro mercato continua ad essere tra i peggiori e non accenna ad alcuna ripresa?

Dal punto di vista fondamentale, campo nel quale non mi addentro, la risposta potrebbe essere fin troppo facile: dopo Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna, li Paese più indebitato risulta essere proprio il nostro. E, tralasciando le rassicuranti dichiarazioni di politici e finanzieri (parte delle quali, sicuramente, condivisibili) i conti parlano da soli. Il fatto, poi, che ormai da un anno, al contrario di quanto successo nel resto d'Europa, i listini nostrani siano costantemente sotto pressione, denotando più debolezza nei casi critici e minore forza nelle situazioni di positività, la dice lunga sulla possibile speculazione (mi auguro si risolva in mera speculazione!) in atto ormai da tempo nei nostri confronti.

Tecnicamente, l'analisi (che di gran lunga preferisco) mostra inesorabilmente come prima la mancanza di forza e successivamente l'incapacità di superare le resistenze di lungo periodo e di mantenere i supporti di medio abbiano contribuito a questa condizione di negatività cronica, attuale e pregressa. Vediamo, innanzitutto, un implacabile confronto tra il nostro derivato e il derivato tedesco, quindi lo stesso con l'indice S&P500.

Il massimo storico, raggiunto nel 2000, non è mai stato intaccato dal movimento rialzista iniziato dai minimi del 2003; i massimi relativi raggiunti nel 2007, infatti, si sono fermati a circa il 15% in meno, relativamente ai valori massimi indicati, denotando come la struttura generale fosse, già allora, più sensibile ad eventuali nuovi periodi di negatività generalizzata. La trendline di sostegno, i cui punti di congiunzione sono entrambi rilevati poco dopo la quotazione del derivato, evidenzia una decisa ed inequivocabile rottura ribassista nel 2008; il successivo recupero è culminato proprio a ridosso della stessa trendline che, a quel punto, ha lavorato come resistenza che, al momento, ancora tiene il mercato al ribasso. Da notare, inoltre, come gli ultimi mesi abbiano segnato, sui massimi delle barre che consecutivamente si sono mosse in un'area ben definita, una sorta di linea di resistenza statica intorno a 21400-21700 punti; è possibile, dunque, che, se i prezzi dovessero rompere e confermarsi anche su base mensile sopra questi livelli, il nostro derivato tenti di recuperare almeno parte di quella forza che fino ad ora è mancata. Attenzione, invece, alla conferma opposta, con l'eventuale discesa sotto i minimi annuali. I prezzi attuali, giusto per renderci conto della situazione generale, quotano a -60% circa dai valori massimi storici.

La differenza appare netta, rispetto al DAX future: i massimi del 2007 sono stati massimi assoluti, seppure solo marginalmente superiori a quelli del 2000, mentre i minimi si sono mantenuti abbondantemente sopra quelli del 2003; la trendline di supporto, inoltre, è rimasta ben al di sotto dei calori di mercato, almeno fino a questo momento, ed i prezzi stazionano ora poco sotto i 7000 punti, circa il 15% sotto i massimi storici. Un'altra differenza la si può notare dal comportamento dell'indicatore RSI: nonostante in entrambi i casi l'ipervenduto abbia generato l'attuale rimbalzo, i valori dell'oscillatore stesso mostrano la chiara differenza di forza tra la volatilità media (rialzista) del DAX e quella (ribassista) del FIB. La migliore linearità della media mobile, inoltre, chiarisce come il mercato tedesco sia più tecnico e meglio propenso alla direzionalità di lungo periodo, almeno fino a questo momento.

Anche l'indice di riferimento americano dà un'indicazione chiara di come il nostro mercato sia decisamente più debole della media; sui massimi lo SP500 si è comportato in modo quasi identico al DAX future, mentre sul ritracciamento, pur essendo andato sotto i minimi del 2002/2003, ha "sentito" la trendline di supporto (partenza dai minimi del crash 1987) ed è rimbalzato in modo vigoroso. Sui valori attuali, l'indice USA si colloca, in quanto a forza, in una situazione intermedia tra DAX e FIB ma, comunque, almeno per ora sopra  i livelli di guardia, seppure in una potenziale fase di doppio massimo (da verificare a breve). Più irregolare, in questo caso, il comportamento dell'oscillatore RSI che, comunque, indica una volatilità media positiva, al contrario del FIB.

Vediamo ora due grafici aggiuntivi con relativa spiegazione.

Qui sopra vorrei evidenziare due cose:

1) l'inclinazione dei ribassi/rialzi di lungo periodo;

2) la possibile ciclicità futura.

Per quanto riguarda la prima osservazione, è abbastanza facile notare come la semplice inclinazione di un movimento di lungo termine possa identificare l'attuale maggiore/minore forza del mercato. I due movimenti rialzisti, infatti, indicati con la linea verde, sono nettamente diversi tra loro: il primo, culminato nel 2000, risulta decisamente più ripido e più strutturato, con rialzi e ribassi di medio periodo correlati tra loro e proiettati al raggiungimento dell'obbiettivo (per ora) finale. Il secondo movimento, realizzato tra il 2003 e il 2007, è certamente meno inclinato e definito da una struttura meno solida, in cui i ritracciamenti sono stati più fini ad una lateralità obbligata (spesso con volumi leggerissimi) che non  allo smaltimento necessario di una o più situazioni di ipercomprato. Per quanto riguarda invece i movimenti ribassisti (linee rosse) si può notare come l'inclinazione sia praticamente quasi identica.

In aggiunta, sul grafico sono indicate possibili date, per quanto concerne i miei studi, nei quali il mercato potrebbe realizzare picchi o valli, di lungo o di lunghissimo periodo, assoluti o relativi a seconda dell'importanza del set-up stesso.

Infine, voglio evidenziare il profilo di mercato con le aree che, nelle prossime settimane e mesi, potrebbero condizionare affondi e avanzamenti dei prezzi; come si vede, anche attualmente le quotazioni oscillano a ridosso di aree sensibili, con particolare riferimento all'area tra 19200 e 19500 che, negli ultimi tempi, sta fermando i tentativi di continuazione ribassista. Come si può vedere, il cedimento potrebbe ancora essere indice di continuazione della lateralità di lungo, con successivo ed inferiore supporto poco sopra i 18000 punti, mentre la rottura definitiva anche di questo livello rischierebbe di creare le condizioni per discese sui 16000/16500 punti almeno. Al rialzo prima area intermedia a 20500-21500, ultimo massimo relativo, quindi resistenza poco sotto i 23000 punti.

1 dicembre 2010

 

"Buongiorno. Mi sto interessando al mercato dell'eurodollaro da alcuni mesi e lo ritengo interessante vista la sua volatilità e i volumi elevati. Premettendo che posso lavorare solo su base giornaliera in overnight non avendo tempo di fare l'intraday per motivi professionali, volevo porre due domande in merito, sempre che ritenga interessante e valido darmi una risposta, di cui le sarei grato: 1) è possibile lavorare proficuamente con i livelli di Fibonacci anche sull'eurodollaro? 2) dovendo lavorare sulle medie mobili lei preferirebbe usare l'incrocio tra due medie oppure la chiusura sotto o sopra una singola media per entrare in posizione? ed eventualmente, utilizzerebbe, come pensavo io, una o più media utilizzando come durata sempre dei numeri di Fibonacci?. La ringrazio per l'aiuto e per la risposta. Arrivederci" (Email di Giampaolo...).

La risposta non può essere, per quel che mi riguarda, succinta e corredata, nel documento allegato, di qualche esempio che mostra l'eventuale operatività con le metodologie valutate nel messaggio.

Premetto che, a mio avviso, tanto i livelli studiati e pubblicati da Fibonacci, quanto altri livelli (ad esempio quelli di Gann, che si avvicinano a quelli di cui sopra), possono essere validi aiuti nell'operatività del trader, in quanto molto spesso permettono di entrare in posizione, a limite o in stop, in aree di prezzo che altrimenti il trader stesso avrebbe presumibilmente ignorato. Quello che voglio far intendere, in realtà, è che la parte più importante di un'operatività basata su livelli statici e dinamici, standardizzati o meno, è solo relativamente quella legata al momento/prezzo d'entrata, in quanto la stessa metodologia deve essere sempre necessariamente accompagnata da una tecnica di uscita dal mercato, sia per quanto riguarda stop loss che profit, con particolare importanza all'eventuale possibilità di effettuare stop e reverse della posizione stessa.

Cliccando sul documento si noteranno alcuni grafici che evidenziano i livelli percentuali tra massimi e minimi e che potrebbero essere valutati come operativi; si nota come, in questo caso, preferisca indicare tanto l'operatività limite quanto quella in stop, con, eventualmente, proprio il reverse da long a short o viceversa in caso di break di un livello. Questo per mettere insieme le singole metodologie, alcune delle quali prevedono l'impostazione della sola vendita/acquisto limite sul livello ed un numero di punti prefissato per lo stop loss (e, spesso, anche per il profit), altre l'entrata in direzione ogni volta che il titolo/mercato effettua un break su uno dei livelli. In questi esempi, infatti, si può vedere come ogni volta che i prezzi si trovano a ridosso di un livello si imposta l'operatività limite, salvo poi girare la posizione se non si va in profit quando i prezzi rompono e confermano sotto/sopra il livello stesso. E' un'operatività grezza e banale ma, tuttavia, spesso efficace se effettuata con cura e continuità, evitando di soprassedere sulle regole di base, semplici ma da rispettare in ogni occasione. In questo modo si è quasi sempre sul mercato e, soprattutto, si hanno livelli di stop, profit, trailing stop e reverse basati saldamente su regole predefinite.

L'ultimo esempio del documento è un semplicissimo grafico in cui sono evidenziate le entrare sia su chiusura sotto le medie (ho preferito il discorso che permette l'entrata solo con close sopra/sotto entrambe, invece che operare con una sola media mobile) e, come seconda opzione, le entrate sugli incroci delle medie stesse; è chiaro, come probabilmente lo era già prima, che nel secondo caso ci si deve accontentare di prezzi di entrata certamente peggiori, anche se, presumibilmente, la condizione stessa di maggiore attesa, evita qualche stop loss su entrate premature.

29 novembre 2010

 

Salvataggio Irlanda

Concluso il negoziato preliminare per il salvataggio della situazione finanziaria irlandese; governo, FMI e UE hanno, infatti, dato l’ok alla conclusione della faccenda entro la fine del mese in corso, anche se, presumibilmente, gli aiuti effettivi dovrebbero arrivare con il nuovo anno. Il commissario Ue agli affari economici e monetari, Olli Rehn, durante un convegno a Bruxelles, ieri, ha confermato la notizia, aggiungendo che “l'ammontare della cifra non è ancora stata resa nota ed è parte delle discussioni in corso”, anche se fonti affidabili hanno parlato di una somma tra gli 80 e i 90 miliardi di euro in 3 anni, per salvare banche e conti; all’operazione parteciperanno, in modo bilaterale, anche Gran Bretagna (il governo inglese sosterrà Dublino con 8 miliardi di euro) e Svezia. Sempre in una nota di Rehn:

"Dopo l'approvazione da parte del governo irlandese, il programma sarà avallato dall'Ecofin e dall'Eurogruppo, in linea con le procedure nazionali, sulla base di una valutazione della Commissione Ue e della Banca centrale europea; le decisioni prese ieri sono un passo in avanti cruciale negli sforzi congiunti per stabilizzare l'economia irlandese e salvaguardare la stabilità finanziaria in Europa. Il programma di assistenza finanziaria all'Irlanda affronterà le sfide dell'economia irlandese in un modo decisivo in quanto si baserà sugli aggiustamenti fiscali e le riforme strutturali che saranno portate avanti dalle autorità irlandesi nel loro piano quadriennale che sarà illustrato la prossima settimana, fornendo i dettagli dell'impegno del governo per raggiungere il consolidamento fiscale di 6 miliardi di euro per il 2011, in modo da arrivare a un deficit del 3% nel 2014".

I ministri europei delle Finanze, dunque, si sono detti favorevoli alla richiesta di aiuti economici avanzata dall'Irlanda, confermando la propria disponibilità  a un piano di sostegno analogo a quello approntato in primavera per la Grecia. Sempre dalla nota Ecofin si legge che “i ministri sono d'accordo sul fatto che fornire assistenza all'Irlanda significa salvaguardare la stabilità finanziaria della zona euro e di tutta l'Ue”, denotando come ci sia, da parte di tutti (o quasi) la volontà di salvare la stabilità della moneta unica europea. La decisione dei Sedici, che arriva otto mesi dopo il salvataggio della Grecia, sarà finanziata per la prima volta con il Fondo salva-Stati varato dai leader della Ue a maggio, per creare una rete di sicurezza per i Paesi euro in difficoltà. Lo European financial stabilty facility (Efsf), il cosiddetto Fondo di salvataggio dei Paesi della zona euro, è già operativo, con sede a Lussemburgo e 440 miliardi di euro di disponibilità. I prestiti dell'Efsf potranno essere combinati - come avverrà per l'Irlanda - con prestiti della Commissione Ue, fino a 60 miliardi di euro, e del Fondo monetario internazionale, fino a 250 miliardi di euro. 

Una voce fuori (in parte) dal coro. Il ministro tedesco delle Finanze, Schauble, ha affermato che, per ottenere gli aiuti supposti, l'Irlanda dovrà provare che l'aiuto dell'Unione europea e del Fmi è necessario per mantenere la stabilità dell'euro."Noi analizzeremo se la stabilità dell'euro nel suo insieme è realmente minacciata prima di accordare un eventuale contributo. Ed è una condizione necessaria, dal momento che noi non stiamo difendendo uno dei vari Stati membri della Ue, bensì, soprattutto, la stabilità della nostra moneta comune".

Intanto, a dispetto di chi, prematuramente, questa mattina ha brindato alla decisione, Moody's ha immediatamente annunciato un deciso taglio del rating all'Irlanda, con la motivazione che le incertezze economiche del Paese sono strettamente legate alla pesantissima situazione del debito pubblico, lasciando dunque intendere che, aiuti finanziari a parte, solo un concreto sforzo, sin da subito, del governo e delle componenti economiche del Paese potrebbero portare ad un miglioramento effettivo della situazione nel lungo periodo.

Vedremo nei prossimi 6/9 mesi i risvolti di questa decisione; al momento, almeno per quanto riguarda la Grecia, non si può certo dire che le cose siano migliorate in modo deciso ed energico. E’ chiaro, a mio avviso, che la stabilità economico-finanziaria dell’Area Euro viene prima di tutto, ma è anche possibile che se due salvataggi su due dovessero avere risultati scadenti, la prossima mossa (qualora se ne presentasse l'esigenza) potrebbe non essere quella di elargire liquidità ai bisognosi poco virtuosi, ma, piuttosto, di allontanare chi non merita di far parte di una nuova comunità internazionale come quella europea.

22 novembre 2010

 

Cina: bolla speculativa in arrivo o non ancora?

Bufera, questa mattina, sui mercati finanziari cinesi: le attese che, a breve, la banca centrale del Dragone possa adottare nuove misure restrittive di politica monetaria, hanno creato l’opportunità per gli investitori di monetizzare e speculare su qualche vendita allo scoperto, situazione che ha portato l’indice di Shanghai a -5% e l’Hang Seng a -2% circa, seguiti a ruota dalle altre borse asiatiche (Bangkok -1,67%, Singapore -1,21%, Kuala Lampur -1,34% e Jakarta -1,58%).

Diamo un’occhiata all’indice Hang Seng sia nel lungo che nel medio periodo:

Dopo i minimi realizzati alla fine del 2008, il mercato cinese si è prontamente ripreso andando a recuperare, ad oggi, oltre il 60% delle cospicue perdite subite successivamente ai massimi storici del 2007. Come si può facilmente vedere sul grafico sopra, i due break realizzati sopra le trendline discendenti di resistenza hanno portato ad un'accelerazione del rialzo di periodo che, proprio durante il mese in corso, ha portato al raggiungimento dei due obbiettivi minimi definiti conseguentemente alle rottura indicate: 24200 e 24900 punti, rispettivamente. In rosso è segnalata la prima e più interessante trendline ascendente, quindi di supporto, valida prevalentemente per il medio periodo, almeno per il momento; è probabile che fino a quando la stessa sosterrà le quotazioni senza essere violata al ribasso dai prezzi di mercato, l'indice possa continuare a crescere e riavvicinarsi ai massimi storici, mentre il cedimento rischierebbe di creare una nuova ondata di vendite almeno sui livelli pari al minimo dell'anno in corso, area 19000 punti.

 

Nel grafico sopra, invece, è evidente sia l'andamento rialzista di lunghissimo periodo così come definito dalla proiezione rialzista del primo ampio movimento positivo che ha caratterizzato il movimento dell'indice dalla sua prima quotazione fino al 1997, anno del forte storno che ha dimezzato le quotazioni in circa 18 mesi, situazione ripetuta in modo quasi identico (per quanto riguarda i prezzi) all'inizio del nuovo millennio; i successivi minimi hanno dato origine al nuovo movimento rialzista che ha portato ai massimi storici sopra i 30000 punti. L'ultimo ribasso, come si può notare, è diverso dai tre precedenti relativi al 1987, 1997 e 2000/2003, mentre somiglia in modo più chiaro a quello avvenuto nel 1994. Il primo, infatti, nel 1987 si risolse con uno scossone memorabile ma nell'arco di due/tre mesi (in linea con i mercati finanziari americani), anche se in seguito il recupero ed il ritorno ai massimi precedenti fu caratterizzato da un duro e difficile lavoro che durò diversi anni. Gli altri (1997 e 2000) furono entrambi realizzati con movimenti a più gambe ribassiste, tre almeno nel '97 e anche di più nel 2000. Nel 1994, invece, seppure la discesa fu meno profonda di quella attuale, la situazione si risolse con due gambe ribassiste ed il mercato si fermò sopra il minimo di lungo periodo precedente. Se verrà mantenuta la similarità anche in futuro è possibile che la discussa e potenzialmente probabile bolla speculativa sui mercati cinesi debba ancora attendere prima di scoppiare, credibilmente anche dopo aver visto nuovi massimi dell'indice. Sarà importante, per la causa, la tenuta dell'ultimo minimo, relativo ma importante, di lungo periodo in area 19000 punti.

 

 Un grafico settimanale per meglio inquadrare il medio periodo; come si vede, il recupero è passato attraverso i vari ritracciamenti, "sentendoli" tutti e gestendo ogni break rialzista con successivi periodi di lateralità o storni più o meno controllati. Proprio in queste ultime due settimane i prezzi si trovano su uno di questi livelli e, a giudicare dal comportamento degli ultimi giorni, il mercato sta ripetendo quanto visto in precedenza. Il prossimo livello da raggiungere in caso di continuazione è, come si può vedere sul grafico, tra 26500 e 27000 punti circa, mentre il primo supporto, indiretto e di ritorno, appena sotto i valori attuali e coincidente con il livello stesso di cui sopra. In rosso sono segnalati i possibili supporti la cui violazione, in successione, potrebbe rischiare di indebolire il mercato; lo spessore delle linee stesse indica, almeno per quanto riguarda il mio pensiero, l'importanza stessa dei supporti.

12 novembre 2010

 

Julius Baer sugli scudi

Con una certa frequenza arrivano mail che chiedono un mio parere sul settore bancario, così provato dalla crisi finanziaria, con particolare riferimento alla possibilità di avere indicazioni in merito ad eventuali titoli su cui investire per un futuro e possibile rialzo e una buona gestione del rischio, considerato le continue voci che, negli ultimi due anni almeno, continuano a circolare sui potenziali nuovi fallimenti all’interno del settore stesso. Fermo restando alcuni punti:

- sapere SE si rivaluteranno i titoli di questo settore è difficile, sapere QUANDO è quasi impossibile;

- i dati conosciuti possono permettere di indirizzare la propria attenzione su solidità patrimoniale e crescita dell’utile operativo, sempre che gli stessi dati siano onestamente e regolarmente reali e realistici;

- in passato ho già dato alcune indicazioni, sulla base di studi e sensazioni personali, su alcuni titoli bancari (in Italia e all’estero, vedere nella pagina e nell’archivio, eventualmente); 

- per chi investe nel lungo e lunghissimo periodo è d’obbligo verificare lo stato di buona salute dell’azienda nella quale va ad investire ma, inevitabilmente, tale stato va verificato costantemente per evitare che il buy & hold classico si trasformi in una Caporetto nel giro di pochi mesi dopo, magari, anni di ottimi rendimenti;

- sempre per coloro che investono in un’ottica temporale di lungo termine, a mio avviso è sempre meglio attendere di investire dopo prolungati periodi di ribasso per cercare di sfruttare al meglio la combinazione "azienda sana-prezzo conveniente", anche a costo di entrare un po’ prematuramente. 

Detto questo passo ad illustrare un istituto di credito quotato su un mercato piccolo ma pur sempre appetibile, almeno in certi settori, provando a motivare la scelta non solo dal punto di vista tecnico ma anche fondamentale (solo parzialmente, per i dati patrimoniali fare riferimento al sito della banca o a documenti formali reperibili sul web. 

Julius Baer è il principale gestore patrimoniale (puro) in Svizzera; concentra la sua attività totalmente su private banking e asset management, sia per privati che per gli istituzionali.  Nell'area dell'Asset Management, l’istituto propone una vasta gamma di fondi d'investimento (compresi i settori di investimento alternativi come quello delle materie prime e gestione sostenibile), la cui completezza e varietà permette la migliore diversificazione per aree geografiche e settori, situazione che crea le condizioni necessarie per una buona diversificazione dei rischi operativi. Inoltre, vanta inoltre una solida esperienza nello sviluppo e nell'attuazione di soluzioni innovative per gli investimenti, tra cui i mandati personalizzati, fondi private label e prodotti strutturati.  

Di recente (mese di ottobre), il più importante gruppo svizzero di private banking  ha ricevuto i titoli di «Migliore banca privata della Svizzera» e «Migliore strategia di crescita nel private banking» dalle note pubblicazioni «Professional Wealth Management (PWM)» e «The Banker», appartenenti al gruppo Financial Times. Questi prestigiosi premi - assegnati ai leader di settore che stabiliscono i nuovi standard professionali nella gestione patrimoniale - rappresentano il riconoscimento del grande impegno di Julius Baer sul mercato svizzero e della redditizia strategia di crescita della Banca.

Julius Baer ha ottenuto il primo posto in entrambe le categorie, superando 75 istituti di private banking e gestione patrimoniale concorrenti in Europa, Nord America, America Latina, Asia e Medio Oriente. La giuria ha nominato Julius Baer «Migliore banca privata della Svizzera» in virtù di numerosi fattori, tra cui l’analisi di parametri chiave quali l’evoluzione degli attivi negli ultimi tre anni, la continua assunzione di consulenti e la solidità finanziaria della Banca. Sono inoltre state considerate dalla giuria le iniziative intraprese dalla Banca per farsi conoscere meglio dai potenziali clienti su scala globale e sul territorio nazionale.

Nella categoria «Migliore strategia di crescita nel private banking», i giurati hanno assegnato il premio a Julius Baer sulla base dei chiari principi di espansione esposti dal CEO della Banca, Boris Collardi, che ha anche fatto parte della rosa di candidati per il premio «Personalità dell’anno del private banking». I principali punti emersi durante le discussioni della giuria sono stati l’impegno e il rafforzamento della Banca al fine di attirare investimenti in Asia, che oggi rappresenta ufficialmente il «secondo mercato di riferimento» di Julius Baer, nonché in tutta la Svizzera.

Boris Collardi, CEO della Banca Julius Baer, ha così commentato l’assegnazione dei premi: «Si tratta di un successo estremamente gratificante e di un grande tributo a tutti i collaboratori di Julius Baer. Il livello dei risultati, della dedizione e della passione di ciascuno di loro è particolarmente evidente pensando anche solo alle difficoltà attraversate dai mercati negli ultimi mesi. Grazie al nostro fermo impegno nei confronti del mercato domestico svizzero e ai valori originari a cui si ispirano i capisaldi della strategia di crescita globale e della diversificazione geografica di Julius Baer, abbiamo consolidato ulteriormente la nostra posizione di protagonista nel settore del private banking.»

Vediamo ora il grafico:

A mio avviso sono ben definite due aree di sicuro interesse: in area 32 franchi si concentra il supporto principale, livello sul quale i prezzi si sono appoggiati per ben sei volte, rompendolo (per qualche giorno appena) in una sola occasione; in tutti i casi il titolo è rimbalzato in modo deciso e vigoroso e, dall'ultima volta, le quotazioni sono risalite fin sui massimi superiori segnati di recente. La seconda area è tra 38 e 39, livello che ha fornito resistenza per parecchio tempo e al quale sta nuovamente avvicinandosi il prezzo negli ultimi giorni, anche se, questa volta, lo fa da valori superiori. Due riferimenti grafici: il primo è la trendline che, al momento, passa poco sopra i 37 franchi e che andrà considerata come potenziale supporto di medio periodo, la cui rottura potrebbe generare nuovi ribassi in direzione del successivo supporto, questa volta di natura statica, rilevabile (cerchi rossi) intorno ai 35 franchi. Un'operatività aggressiva prevede acquisti tra 37,5 e 38,5, con stoploss poco sotto, quindi sul successivo supporto a 35 (idem come sopra per lo stop cautelativo); qualora si decidesse di attendere il prossimo storno dei mercati per entrare a prezzi migliori credo che l'area tra 32 e 34 franchi possa essere di sicuro interesse, chiaramente verificando, successivamente, la tenuta dell'ultimo ed inferiore supporto a 30 franchi circa, sotto al quale, in caso di conferme ribassiste, potrebbero aprirsi spazi verso area 22/23 franchi circa. Possibili target rialzisti, su tenuta dei supporti citati, a 48 franchi e 66/68 franchi, nel lungo periodo.

 11 novembre 2010

 

Nuovo allarme: Portogallo e Irlanda a rischio, Italia non ancora al sicuro, almeno per GS.

Nelle ultime sedute, i titoli di stato dei Paesi sopraindicati hanno subito un vero e proprio attacco speculativo che ha generato un ribasso dei corsi quasi devastante. In questi giorni, infatti, lo spread tra i decennali della Germania, ormai sempre più punto di riferimento in quanto ritenuti maggiormente affidabili, e quelli dell'Irlanda e' salito ben oltre i 550 punti base, quello del Portogallo e' salito sopra i 450; nulla di rassicurante, anche se la speculazione sta facendo la sua parte. In termini di costi per il rifinanziamento a 10 anni del debito pubblico la Germania paga il 2,36%, il Portogallo 6,95%, l'Irlanda l'8,08%. Tanto la Goldman Sachs quanto l’agenzia di rating Fitch sono concordi nel ritenere questi due Paesi decisamente a rischio di default; se la seconda ha espresso giudizi non certo positivi, la banca d’affari ha dato quasi per certo il fatto che Irlanda e Portogallo saranno costretti a batter cassa all’UE ed al FMI. Debito pubblico esageratamente elevato ed in costante aumento e costi altissimi per finanziarlo rendono ormai imminente l’evento; è anche difficile, in questo momento ed in queste condizioni, pensare ad un recupero in tempi rapidi e tale da scongiurare il peggio. Non tanto meglio la condizione del sistema finanziario dei due Paesi europei: per entrambi, infatti, le banche hanno problemi di raccolta, soprattutto ora che, non avendo più accesso al mercato interbancario, dipendono quasi esclusivamente dalla BCE.

In condizioni non buone, anche se non critiche, seguono la ormai ben conosciuta Grecia, il cui differenziale in punti base con la Germania è salito a oltre 900, l’Austria, l’Italia e la Spagna. Queste ultime due fanno segnare, rispettivamente, differenze di 160 e 200 punti base circa.

9 novembre 2010

 

Il documento del FOMC del 3 novembre 2010

Le informazioni derivanti dall’incontro di settembre del Federal Open Market Committee confermano che il ritmo della ripresa della produzione e dell'occupazione continua ad essere lento. La spesa delle famiglie è in graduale aumento, ma viene limitata da un'elevata disoccupazione, da una troppo modesta crescita dei redditi personali, dalla diminuzione della ricchezza immobiliare e dalla stretta creditizia. L’investimento delle imprese in strutture e software è in aumento, anche se meno rapidamente rispetto all'inizio dell'anno, mentre gli investimenti in strutture non residenziali continua ad essere debole. I datori di lavoro sono ancora restii ad assumere personale. Il settore delle nuove abitazioni sta tornando ad una fase di depressione. Rimangono stabili le aspettative sull’inflazione di lungo termine, mentre gli indicatori hanno mostrato tendenza al ribasso negli ultimi trimestri.

Coerentemente con il suo mandato statutario, il Comitato intende promuovere la massima occupazione e stabilità dei prezzi. Attualmente, il tasso di disoccupazione è elevato, e i valori dell'inflazione di fondo rimangono bassi, rispetto a quanto previsto per una migliore coordinazione anche con il lungo termine. Anche se il Comitato prevede un graduale ritorno a livelli più elevati di utilizzo delle risorse in un contesto di stabilità dei prezzi, i progressi a cui si è giunti in direzione degli obiettivi previsti sono piuttosto deludenti.

Per promuovere un miglior tasso di ripresa economica e per contribuire ad assicurare che l'inflazione, nel tempo, resti a livelli compatibili con il suo mandato, il Comitato ha deciso oggi di ampliare la propria disponibilità di titoli. Il Comitato manterrà la sua attuale politica di reinvestimento dei dividendi di capitale e delle sue partecipazioni in titoli. Inoltre, il Comitato intende acquistare ulteriori  600 miliardi di dollari in titoli del Tesoro a lungo termine entro la fine del secondo trimestre del 2011, ad un ritmo di circa 75 miliardi dollari al mese. Il Comitato esaminerà periodicamente il livello dei suoi acquisti di titoli e la dimensione globale del programma di acquisto di assets alla luce delle informazioni raccolte per meglio adattare il programma, qualora fosse necessario, allo scopo di favorire la massima occupazione e stabilità dei prezzi.

Il Comitato manterrà il range di valori, per il tasso dei fondi federali, tra 0 a 0,25% e continua a prevedere che le condizioni economiche, tra cui i bassi tassi di utilizzo delle risorse, l’inflazione sotto controllo e le aspettative di inflazione stabili nel lungo periodo, possano rimanere tali e giustificare livelli eccezionalmente bassi per il tasso dei fondi federali e per un periodo prolungato.

Il Comitato continuerà a monitorare le prospettive economiche e degli sviluppi finanziari e utilizzerà gli strumenti di politica in suo possesso per sostenere la ripresa economica e contribuire ad assicurare che l'inflazione, nel tempo, rimanga a livelli compatibili con il suo mandato.

Voti a favore delle azioni di politica monetaria del FOMC sono arrivati da: Ben S. Bernanke, presidente, William C. Dudley, Vice Presidente; James Bullard, Elizabeth A. Duke, Sandra Pianalto, Sarah Raskin Bloom, Eric S. Rosengren, Daniel K. Tarullo; Kevin M. Warsh; e Janet L. Yellen. Un voto contrario alla politica in oggetto è stato di Thomas M. Hoenig. Mr. Hoenig ritiene che i rischi derivanti da ulteriori acquisti di titoli possano superare i benefici. Mr. Hoenig è anche preoccupato del fatto che questo livello costantemente elevato di mantenimento di questa politica monetaria possa aumentare i rischi di futuri squilibri finanziari e, nel tempo, possa provocare un aumento delle aspettative di inflazione a lungo termine, situazone che potrebbe destabilizzare l'economia.

Il documento è stato tradotto dal sottoscritto, quindi chiedo perdono per eventuali errori di interpretazione, qualora ce ne fossero. Chi volesse leggerlo in lingua originale può far riferimento al link: http://www.federalreserve.gov/newsevents/press/monetary/20101103a.htm

4 novembre 2010

 

Fitch prende la mira su banche e assicurazioni italiane

L'agenzia di rating Fitch prevede, per il settore assicurativo italiano, una crescita moderata per il 2011, almeno nel ramo vita, mentre per il ramo danni è atteso un ritorno agli utili tecnici solo a partire dallo stesso anno, i cui frutti andranno quindi verificati alla fine dell’anno/inizio 2012. Direttamente dal portavoce, la spiegazione: “il ramo vita ha già una forte crescita dei volumi, mentre sul ramo danni, invece c'è di fatto una decrescita perché la crescita dei volumi è molto modesta, in linea con l'inflazione. L'anno prossimo avremo una leggera accelerazione, ma più che altro più per merito dell'aumento delle tariffe mentre i volumi generali potrebbero decrescere. Le compagnie pongono maggiore attenzione ai rischi e assicurano con criteri sempre più stringenti''. La situazione attuale ci mette in svantaggio rispetto al resto dell’Europa: solo in Italia ed in Francia, l’agenzia di rating ha assegnato out look negativi. ''La ripresa rimane tuttavia ancora fragile e per questo non basta a far modificare l'outlook", ha spiegato il direttore generale di Fitch, Greg Carter, "la forte resistenza del settore ha portato ad un rimbalzo, ma gli utili rimangono ancora a livelli precedenti alla crisi attuale''. Nello specifico, Generali resta, in ogni caso, al top delle assicurazioni in Europa, dal momento che ha una situazione patrimoniale certamente più solida di quanto non lo fosse nel precedente anno. L'outlook sul Leone è stato rivisto, all’inizio del mese di ottobre, da negativo a stabile e nei prossimi 12-18 mesi dovrebbe rimanere invariato. Il giudizio assegnato a Generali è AA-, in linea con i migliori competitor europei e grazie al deciso recupero degli ultimi 18 mesi, situazione che ha portato, a livello patrimoniale, una situazione nettamente più solida dell’anno precedente a livello reddituale, sia in Italia che all’estero.

Peggiore la situazione per le banche: Fitch ritiene che la redditività delle banche italiane resterà sotto pressione anche il prossimo anno, a causa sia dei bassi tassi d'interesse che alla modesta crescita economica attesa nel prossimo biennio, soprattutto se rapportata alle attese degli altri paesi europei. Il maggior rischio per le banche nel medio termine è il deterioramento della qualità degli attivi, avvenuto nel corso degli ultimi due anni; inoltre, il totale dei prestiti in sofferenza continuerà ad avere un peso significativo sui bilanci delle banche italiane. Prendendo in considerazione le cinque principali banche italiane, quindi Unicredit, Intesa Sanpaolo,  Banca MPS, Ubi Banca e Banco Popolare, tutte hanno fatto registrare una diminuzione dell'utile operativo nel primo semestre dell’anno in corso e rispetto al precedente, nonostante si ritenga la loro struttura patrimoniale sostanzialmente solida. La maggior parte delle banche italiane, infatti, secondo Fitch, pur avendo risentito dei problemi sul mercato dei finanziamenti nel secondo trimestre del 2010, sono riuscite a sopperire grazie al loro forte profilo legato alla raccolta, sostenuto dagli ampi volumi di depositi e bond presso la clientela.

29 ottobre 2010

 

Il Price Oscillator

Pubblico qualche indicazione sull'indicatore in oggetto indicato, mostrando come, ugualmente agli altri oscillatori di momentum e nonostante possa sembrare di più difficile interpretazione per l'assenza di una banda definita come, per esempio, stocastico e RSI, si possa adattare all'operatività con discreto successo soprattutto nel breve periodo.

Qui il documento relativo

28 ottobre 2010

 

Ultimamente sto notando un certo interesse sul mercato americano, avendo ricevuto diverse richieste di elaborare una o più tecniche relativamente semplici per tradare gli indici (tramite etf e opzioni) ed i relativi futures; in particolare, nonostante il riferimento sia tanto per il nasdaq quanto per lo S&P500, è l’indice tecnologico il più gettonato, in particolare come riferimento per l’investimento a breve o brevissimo termine su etf o derivati collegati. Altra richiesta, plausibile, quella di elaborare questa strategia possibilmente senza ausilio di alcun oscillatore ma, al limite, semplicemente con indicatori di prezzo (per esempio le medie mobili) e figure grafiche. Mi limito, quindi, a dare qualche semplicissima indicazione di base che può originare una metodologia di trading molto semplice ma basata sulla logica e sulla naturale tendenza di un mercato, il più delle volte, quando si trova in determinate condizioni di medio periodo.

Partiamo da un presupposto che è quello universalmente (o quasi) riconosciuto dalla stragrande maggioranza dei trendfollowers: se il mercato è in tendenza (di medio o lungo termine) rialzista le operazioni (di breve o brevissimo periodo) dovrebbero essere nella stessa direzione del trend, viceversa nel caso di tendenza ribassista. In tal senso ho programmato la tecnica di riferimento indicata nei grafici sottostanti e, per comodità, rappresentata in questo articolo solo in fase di rialzo di periodo. La media mobile a 200 periodi classica stabilisce la direzione del trend, la media di breve o brevissimo periodo (da 5 a 14 periodi va più che bene) serve per lo stop-loss o lo stop-profit, intendendo dunque un’operatività senza livelli di profitto ma basando esclusivamente la chiusura della posizione sulla base del trailing stop meccanico.

In pratica, quindi, la tendenza è positiva e per le entrate, esclusivamente long, si attende che si verifichi uno di questi due eventi: 

1)       3 sedute in contro-trend con massimi e minimi decrescenti o, al limite, due sedute se la terza, in qualsiasi posizione sia, rappresenti una inside bar, meglio se con chiusura comunque inferiore a quella della barra precedente;

2)       indipendentemente dal numero di sedute di ritracciamento, il mercato effettua una sorta di 1-2-3 classico rialzista (in questo caso è sufficiente che visivamente si configuri il pattern, senza necessariamente dover sottostare a tutte le regole della figura stessa, purché il break rialzista sia sufficientemente veloce e non preceduto da una lateralità eccessiva dopo il ritracciamento stesso).

L’uscita può essere regolata da due indicatori: 

1)       media mobile (generalmente semplice, la differenza con altri tipi è quasi sempre di poco conto)

2)       rottura e successivo rientro dalle bande di bollinger che, storicamente, in tali casi spesso definiscono condizioni di eccesso di prezzo. 

Vediamo ora gli esempi: nel primo ho riportato un periodo abbastanza lungo con indicate le opportunità di entrata, nei due successivi, invece, la stessa operatività ma con le specifiche di entrata, uscita e performance.

19 ottobre 2010

 

Il pessimismo di Roubini. O forse no, grazie ad Obama.

""A distanza di circa tre anni dall'inizio della crisi finanziaria l'economia statunitense appare sempre più vulnerabile col rischio di ricadere in una fase recessiva. Infatti, gli Stati Uniti rimangono in una situazione di stallo cronico e mostrano un modestissimo tasso di crescita che, nel caso la situazione non dovesse cambiare, potrebbe portare ad un collasso della spesa media e ad una diminuzione della fiducia dei consumatori, del credito e di altri parametri considerati, tutti insieme, assolutamente necessari alla crescita economica. Qualunque sia il termine per definire la situazione attuale, è chiaro che stiamo parlando di un circolo vizioso dal quale potrebbe essere difficile uscire. E se Barack Obama vuole assestare un colpo decisivo in favore di un possibile secondo mandato, avrà bisogno di agire con rapidità e decisione per evitare questo scenario.

Il problema principale è la disoccupazione ormai prossima alla doppia cifra. Senza la creazione di nuovi posti di lavoro c'è carenza nella spesa dei consumatori, che attualmente rappresenta il 40 per cento del PIL nazionale. Ad oggi, il governo americano ha risposto in modo creativo ed in modo deciso al quasi collasso del sistema finanziario, con una serie di numerosi provvedimenti, dal salvataggio delle banche ai vari stimoli per la spesa con l’agevolazione tramite bassi tassi d'interesse. Insieme, queste politiche, hanno dunque evitato un ulteriore peggioramento in questa fase depressiva, ma hanno anche creato impedimenti che limitano l'utilità degli strumenti tradizionali e fiscali di politica monetaria monetaria.

Con i tassi di interesse vicino allo zero per cento la Federal Reserve ha ormai poche armi per rilanciare la crescita o per parare un altro eventuale crollo. Questo si era già evidenziato sin dal mese di agosto, quando il presidente della Fed Ben Bernanke ha parlato con una punta di rassegnazione sui nuovi interventi nei mercati obbligazionari e ipotecari: e certamente non aiuta il fatto che il deficit federale degli Stati Uniti ha raggiunto livelli estremamente pericolosi.

Eppure non tutto è perduto: se Obama riuscirà a lavorare energicamente sulla situazione e prendere nuovi e drastici provvedimenti, anche spaccando in due l’opinione politica, concentrandosi soprattutto su politiche che creano gettito fiscale e di stimolo nei confronti sia della domanda di lavoro che dei consumi, allora forse la situazione generale e la stabilità monetaria/finanziaria potrebbe tornare sotto il controllo dell’amministrazione. Per i prossimi due anni, Obama dovrebbe ridurre le tasse sui salari per i datori di lavoro e dipendenti; la riduzione per i datori di lavoro renderebbe meno gravoso il costo del lavoro e consentirebbe l'assunzione di più lavoratori, mentre per i dipendenti l'aumento degli emolumenti creerà una maggior propensione ai consumi. Dopo due anni, quando la crescita degli Stati Uniti sarà presumibilmente tornata in salute o, comunque, si dimostrerà più robusta di quanto non sia oggi ed il ritmo delle assunzioni del settore privato dovesse essere tornato a livelli accettabili, Obama potrà permettersi di eliminare gradualmente gli sgravi fiscali sui salari."" 

Insomma, Roubini non vede molto bene la situazione attuale, ma ritiene che con grandi sforzi da parte dell’amministrazione del presidente Obama si possa non solo mettere una pezza ma anche recuperare un discreto livello di crescita in un futuro nemmeno tanto lontano. Già, sforzi…. Come se, fino ad ora, lo stesso Obama (e prima di lui, a fine mandato, lo stesso Bush) non ne abbia già fatti e contati! Vedremo, intanto il bilancio è questo: il rischio di un peggioramento c’è tuttora, salvo interventi decisi e concreti per impedirlo. Quindi? Punto e a capo: forse si, forse no!

14 ottobre 2010

 

Indice Case-Shiller


L'indice S&P Case-Shiller è un indicatore a carattere nazionale, valido per valutare la situazione del mercato immobiliare statunitense, che misura i prezzi delle case unifamiliari nelle 20 principali città del Paese: Atlanta, Boston, Charlotte, Chicago, Cleveland, Dallas, Denver, Detroit, Las Vegas, Los Angeles, Miami, Minneapolis, New York, Phoenix, Portland, San Diego, San Francisco, Seattle, Tampa e Washington. Esiste, inoltre, anche un secondo indice, aggregato al primo, che viene calcolato sulla media di 10 grandi aree metropolitane e oltre ai dati relativi ad ogni singola area. E’ un indicatore che viene rilasciato mensilmente da Standard & Poor's (l’ultimo martedì di ogni mese, alle 9 del mattino ora locale) ed è riferito alla variazione di valore di due mesi precedenti) e che ha come base un valore di 100 punti: ogni punto oltre il 100 rappresenterà, quindi, l’incremento percentuale corrispettivo rispetto alla base di partenza (sullo stesso valore di 100 punti, quindi).

Come si può ben vedere dal grafico, la rivalutazione dell'indice avvenuta nell'ultimo decennio non ha avuto eguali in nessun altro periodo tra quelli considerati a partire dal 1890 circa. La precedente maggior performance positiva, infatti, risale al periodo successivo alla "Grande depressione" e a cavallo degli anni della seconda guerra mondiale, anni in cui l'indice passò da meno di 70 punti a 115/120 punti. Seguirono, alternandosi, flessioni e momenti di normalizzazione e stallo, almeno fino alla prima parte degli anni '90. Nemmeno durante i due periodi di boom economico, tra il 1970 ed il 1990, si realizzò un tale aumento di valore quanto si è visto negli ultimi anni. motivo per cui l'esplosione della bolla speculativa, ora, appare più chiaro per chiunque: se incrementi nettamente inferiori, nei decenni precedenti, spesso sostenuti da una sana ripresa economica, sono comunque stati corretti da talvolta anche decise correzioni, a maggior ragione questo aumento di valore veloce ed estremamente elevato , soprattutto perché non accompagnato da una proporzionata ascesa economica, risultava sicuramente eccessivo.

Qui sotto i dati ufficiali rilasciati da S&P a partire (per mia scelta) dal mese di maggio del 2009, periodo in cui l'indice ha toccato il livello minimo. Ultimo rilascio alla fine di settembre e dunque dato valido per il mese di luglio 2010:        

Composite-10 Composite-20
CSXR-SA SPCS20R-SA

152,04

140,83

153,20

141,78

154,70

143,07

156,53

144,54

156,75

144,51

156,85

144,73

157,29

145,16

157,98

145,75

158,61

146,20

158,73

146,04

158,73

145,74

159,55

146,65

160,36

147,39

160,85

147,74

160,90

147,55

14 ottobre 2010

 

Bank of Japan taglia

Mossa a sorpresa della Bank of Japan, che porta i tassi a zero, annunciando anche un aggressivo programma di acquisto assets. Un intervento era atteso da parte degli economisti, ma non in una misura così aggressiva. Il Consiglio direttivo della Banca Centrale del Giappone (BOJ), tenutosi oggi, ha deciso di tagliare l'attuale politica monetaria abbassando i tassi di interesse tra lo zero e lo 0,1%, rispetto al precedente 0,1%.

L'Istituto centrale nipponico ha garantito che manterrà tale politica fino a quando i prezzi non si stabilizzeranno, aggiungendo di voler istituire un fondo da 35 trilioni di yen per acquistare varie tipologie di assets: bond governativi, obbligazioni societarie, ETF e fondi immobiliari.

La banca ha inoltre affermato che, se l'economia giapponese sta mostrando i segnali di una moderata ripresa, il ritmo di tale ripresa sta peggiorando e la crescita sarà più lenta di quanto stimato in seno all'outlook diffuso a luglio. A pesare sull'economia nipponica contribuiscono l'eccessivo apprezzamento dello yen ed il rallentamento delle altre maggiori economie mondiali.
” (Fonte: Teleborsa - 5 ottobre)

Sorpresi tutti, quindi, da questa manovra inattesa che porta il tasso di riferimento overnight dallo 0,1% ad una forchetta compresa tra lo zero e lo 0,1% e che mira ad una decisa e definitiva stabilizzazione dei prezzi. Creato, inoltre, un fondo di 420 miliardi di $ le cui risorse serviranno alla BOJ per acquistare titoli e altre attività finanziarie, nell’intento di porre fine a questa insistita e prolungata condizione di deflazione.

 

Niente di fatto, invece, da parte della Banca Centrale Australiana che lascia invariato il costo del denaro al 4,5% (in questo caso gli analisti erano divisi sulle previsioni). La Reserve Bank of Australia si è detta pronto ad aumentare i tassi in futuro per assicurarsi che l'inflazione resti entro canoni accettabili, almeno per quanto riguarda il medio termine, lasciando comunque intendere che una tale decisione non sarà, presumibilmente, imminente.

6 ottobre 2010

 

Uno sguardo allo S&P500

Nel lungo periodo l'indice americano mantiene il suo segnale long già descritto alcuni mesi fa in questa sezione; attualmente, infatti, il ritracciamento di una certa consistenza effettuato negli ultimi tempi ha portato le quotazioni a toccare il primo supporto statico, come evidenziato sul grafico. ugualmente, il permanere dei prezzi sotto gli ultimi massimi ha generato l'area di potenziale trading range di medio periodo, tra 1020 e 1205 punti circa, che sta ora contenendo le escursioni di breve e brevissimo periodo. Per ribadire quanto già espresso in passato:

- il primo segnale di possibile ripresa rialzista, quello più aggressivo e meno supportato da ulteriori conferme, si è avuto a luglio 2009 con il superamento di area 930 punti circa;

- successive conferme, solo intermedie però, sono arrivate nei due-tre mesi successivi con il break rialzista sopra 960 e 1000 punti;

- la conferma più interessante è giunta a ottobre 2009 con la rottura di area 1080 punti.

Ora la situazione appare dunque di lateralità per quanto riguarda il medio periodo, condizione che si inserisce nel contesto generale positivo di lungo periodo; eventuali rotture confermate su base mensile del supporto appena indicato relegherebbero il mercato in una nuova condizione di neutralità, in attesa di un eventuale nuovo segnale.

Per quanto riguarda le prossime date che potrebbero identificare set-up temporali con conseguente cambiamento del trend di breve e/o di medio periodo, le prossime e più probabili dovrebbero essere la terza/quarta settimana di ottobre e, interessante, quella a cavallo della metà di novembre.

5 ottobre 2010

 

Finanza inglese: nuova crisi?

Un numero imprecisato di banche inglesi potrebbe nuovamente aver bisogno di altri aiuti di stato a cavallo tra la fine dell’anno in corso ed il prossimi; il loro indebitamento potrebbe raggiungere i 25 miliardi di sterline su base mensile (quasi il doppio delle cifre attuali). A sostenerlo è l'istituto di ricerca New Economics Foundation (Nef) che ha esaminato i dati della Bank of England. Royal Bank of Scotland e Lloyds sono state parzialmente nazionalizzate a causa delle elevate perdite accusate dai loro bilanci durante l’ultima crisi del credito, altri istituti come Barclays e HSBC hanno invece potuto beneficiare delle agevolazioni di accesso al credito a basso costo fornito dalla banca centrale inglese.

Alcuni tra gli elementi che avrebbero permesso questa realistica considerazione sono:

- le banche inglesi, durante il prossimo anno, si avvicineranno alla data del gennaio 2012, termine ultimo per rimborsare i quasi 200 miliardi di sterline che presi in prestito dalla Banca d'Inghilterra contro i quasi 300 miliardi di sterline di attività illiquide, mutui residenziali, ecc.).

- la nuova normativa stabilita con Basilea3, normativa che sarà introdotta gradualmente nei prossimi anni e sino all’inizio del 2019, richiede una maggiore detenzione di quota capitale da parte delle banche e, soprattutto, una diversa identificazione dei parametri che regolano questi quantitativi. Requisito indispensabile, infatti, sarà un Tier1 (capital ratio) minimo del 7%, livello al quale parte di queste banche già sono giunte ma, sempre con riferimento ai nuovi parametri, lo stesso potrebbe non essere sufficiente.

Nel rapporto del Nef si riscontrano, in particolare, tre punti di grande importanza: 

-          la mancanza di una corretta informazione (che, legittimamente, anche l’opinione pubblica si aspetta) sulle modalità con le quali sono stati impiegati i capitali pubblici, in quali direzione e secondo quali criteri di importanza e priorità.

-          i tassi applicati dalle banche ai prestiti, sia alle famiglie che alle imprese, non sono minimamente diminuiti se rapportati a quelli precedenti la crisi finanziaria, nonostante gli aiuti di cui sopra e nonostante, soprattutto, l’abbassamento dei tassi applicati dalla BOI.

-          La richiesta di accesso al credito stesso, anche per i motivi di cui sopra, rimane decisamente basso, sia da parte delle imprese che delle famiglie. Il che, ovviamente, contribuisce a peggiorare la situazione generale già di per sé non facile.           

C’è, però, anche chi va decisamente controcorrente: Moody's, infatti, continua a credere nella Gran Bretagna. Nonostante lo scenario macroeconomico di cui sopra, Moody’s ha recentemente confermato un outlook “stabile” per il rating “AAA” di cui attualmente gode la Gran Bretagna (come emittente sovrano), a dispetto delle possibili nuove problematiche del suo sistema bancario. Dall’Agenzia hanno comunicato di attendersi una crescita economica moderata e un graduale rientro dei conti pubblici con ritorno ad una condizione di surplus primario entro il 2014, ed i costi per la ristrutturazione del sistema bancario non dovrebbero essere preoccupanti, così come l’adeguamento dei parametri finanziari alla nuova normativa Basilea3. 

Quindi, in definitiva: da una parte c’è chi sostiene che le banche inglesi soffriranno in un futuro nemmeno troppo lontano e che ciò potrebbe creari altri problemi all’economia già provata negli ultimi anni; dall’altra, invece, c’è chi sostiene non solo che questi problemi saranno relativamente contenuti per il sistema bancario, ma addirittura non si prevedono minimamente conseguenze per l’economia britannica che, anzi, dovrebbe avere sviluppi sufficientemente interessanti… 

Tutto nella norma, quindi!

4 ottobre 2010

 

Oro: bolla speculativa o investimento ancora appetibile?

La risposta, qualora avessi l'ambizione non solo di esprimerla, ma anche di farlo correttamente, presupporrebbe, da parte mia (e non solo da parte mia), non poche doti di preveggente, nonché il possesso di una sfera magica. In realtà, il dubbio che potrebbe frenare da una parte e incoraggiare dall'altra l'investimento ai prezzi attuali è legato a due fattori essenziali: il primo di natura tecnico-logica sulla base dell'andamento dei prezzi ed il secondo, invece, dipendente dalla situazione macroeconomica attuale.

Primo fattore. L'oro sta salendo da circa 10 anni, dopo che il precedente ribasso era culminato in area 252 punti nel 2000; ciò significa che il mercato è salito di oltre il 500% in questo lasso di tempo. Nuovi massimi storici, rialzi sbalorditivi, incremento di quasi il 100% rispetto al massimo di lungo periodo realizzato alla fine degli anni '70: tutto ciò lascia pensare, per logica appunto, che le possibilità di salire ancora molto, rispetto a quelle di qualche anno fa, potrebbero essersi drasticamente ridotte. Bolla si, bolla no, anche un normalissimo storno (salutare) potrebbe, in futuro, mettere in difficoltà l'investitore che entrasse su questi valori, in particolare se questo storno avvenisse a breve.

Secondo fattore. I mercati azionari si sono ripresi dal marzo 2009 ma, a ben vedere, chi optasse per il buy and hold classico potrebbe avere qualche problema ad investire pesantemente. Semplicemente guardandosi indietro noterebbe che, nell'ultimo decennio, tra alti e bassi, nuovi massimi di lungo termine o doppi massimi relativi, a seconda del mercato azionario in questione, ai valori attuali la maggior parte dei listini è sotto le quotazioni di inizio millennio: soddisfazioni, dunque, nessuna, almeno per il cassettista. I tassi dei bond sono bassi, bassissimi, mentre i governi si guardano bene dall'attuare una diversa manovra di questi tempi (ne è un esempio la politica dei tassi a zero della FED, attualmente). Si aggiunga che, in diversi casi, gli stessi governi si "passano la palla" della svalutazione della propria moneta per supportare economia, finanza, esportazioni, i listini stessi ecc, motivo per cui, che l'oro scenda o meno, di sicuro parlare di bolla speculativa è un azzardo da evitare.

Mettiamo ora in conto anche un aspetto psicologico: oggi sono decisamente molti di più gli investitori soddisfatti dell'investimento in oro di quelli insoddisfatti (parlo, ovviamente, di chi opera nel medio e lungo periodo, non certo dei traders di brevissimo o degli scalpers), motivo per cui, presumibilmente, non dovrebbero essere moltissimi coloro i quali vogliono disfarsi dello stesso vendendo le loro quote sul mercato. Il che significa che chi vuole entrare trova meno offerta di quanto si possa aspettare e sarà dunque costretto ad alzare il presso per poter acquiatare. In definitiva: chi è contento del proprio investimento tenderà ad ottimizzare lo stesso mantenendo le posizioni ed eventualmente incrementandole, per logica.

Considerato tutto questo direi che se entrare su questi massimi storici può essere psicologicamente difficile, l'alternativa, fermo restando la considerazione ovvia che il trend di lungo periodo rimane tuttora al rialzo, è quella di attendere un ritracciamento più o meno consistente ed acquistare su un supporto statico o dinamico (un esempio, banale, potrebbe essere in prossimità di un precedente minimo di medio periodo o su un massimo relativo precedente rotto e confermato tempo prima). Stop, trailing stop e stop-profit dovranno necessariamente continuare a far parte, anche in questo caso, del repertorio dell'investitore accorto.

Vediamo un grafico settimanale che esprime l'andamento di mercato nel medio e medio-lungo periodo.

 

Come si può ben vedere, l'oro si sta muovendo in un canale rialzista che, dalla fine del 2008, lo sta guidando in questa salita decisa e solida. Il break della trend-line avvenuto proprio ad inizio 2009 ha infatti permesso al mercato di confermare la ripresa del trend precedente e, anzi, rafforzarlo in modo chiaro ed inequivocabile; in tutto il periodo successivo gli storni sono stati limitati a ritracciamenti si breve e medio periodo, tutti in coincidenza di precedenti rialzi che hanno portato a nuovi massimi e tutti (o quasi) in fasi di ipercomprato di periodo, spesso gestito da divergenze ribassiste abbastanza evidenti, come si può ben vedere. Nell'ultimo anno e mezzo, inoltre, anche l'oscillatore sui prezzi indica la forza del mercato: l'ipercomprato permette discese abbastanza veloci e non estreme, mentre è sufficiente che il valore si avvicini o fori di poco la mediana per innescare immediatamente nuovi rialzi verso nuovi record. Unica aggiunta: dall''inizio 2009 i massimi superiori più importanti hanno coinciso con valori in diminuzione dell'oscillatore, generano qualche apprensione, in futuro, qualora la stessa divergenza fosse confermata anche dai prezzi di mercato, oltre che dai valori dell'oscillatore stesso.

Passiamo ora al grafico mensile di lungo termine.

Direi che si nota come, dopo il minimo del 2000 ed il successivo break rialzista tra la fine del 2002 e l'inizio del 2003, il trend di fondi si sia mantenuto positivo senza dubbio alcuno; fa eccezione, per modo di dire, un tentativo di inversione realizzato nel 2008, ma la sequenza dei movimenti di ritracciamento ed il recupero immediato della media mobile di lungo periodo hanno fermato la discesa e innescato il recupero sfociato poi nel successivo rialzo sopra i precedenti massimi. Le linee tratteggiare rosse sono i possibili livelli di resistenza di natura statica e di lungo periodo; in genere, salvo eccezioni, gli stessi forniscono una barriera, il più delle volte solo temporanea, alla continuazione del movimento in essere e, in molti casi, diventano poi supporti di ritorno una volta rotti e confermati. Il prossimo sarà a 1330/1340 circa: la tenuta potrebbe favorire qualche storno verso 1180/1200 punti, mentre il break creerebbe le condizioni per un nuovo massimo storico verso i 1450/1500 punti circa.

A seguire il grafico di breve e breve-medio termine a compressione giornaliera.

Anche in questo caso si nota come, nonostante alti e bassi siano, ovviamente, più frequenti, la base rialzista resta sempre intatta: la media di lungo periodo rimane sempre sotto le quotazioni e ben impostata al rialzo, seppure, ultimamente, appaia in una condizione di rallentamento. Data la maggiore velocità (o rumore che dir si voglia) associabile ad un grafico giornaliero rispetto ad uno settimanale o mensile, è ancora più evidente come i prezzi reagiscano molto bene alle fasi di ipervenduto anche lieve (o semplicemente anche solo di avvicinamento alla linea di ipervenduto), mentre gli storni richiedano più frequentemente una o più divergenze. inoltre, l'accelerazione durante le fasi di recupero delle quotazioni è quasi sempre migliore di quella delle fasi negative. Per chi opera nel breve e brevissimo termine, lo stocastico associato ad una media a parametri non eccessivamente lenti né veloci dovrebbe riuscire a dare buone indicazioni per le entrate.

23 settembre 2010

 

Hindenburg Omen

In questo ultimo periodo ho ricevuto alcune email che chiedevano una spiegazione relativa all'indicatore in oggetto, soprattutto per capirne la reale attendibilità nel prevedere i crolli dei mercati azionari. Vediamo di seguito, dunque.

Si tratta di un segnale applicato ai mercati azionari che ha lo scopo di individuare un crash imminente. Nel momento in cui si verifica la coincidenza di diversi fattori, atti a misurare la condizione generale delle azioni (con particolare riferimento al NYSE), le probabilità' che sullo stesso mercato si verifichi una correzione superiore alla media o un vero e proprio crollo sono elevate. 

La base del ragionamento che è servito per la valutazione del mercato in tal senso (e quindi alla costruzione dell’Hindenburg H.) è semplice: un mercato in salute sarà caratterizzato da una evidente uniformità in merito al movimento delle azioni che lo compongono. Ciò significa che difficilmente in un mercato rialzista e destinato a continuare la sua corsa si verificheranno tanti nuovi massimi ed altrettanti nuovi minimi annuali tra le azioni sottostanti; qualora questo si verificasse, infatti, sarà molto più probabile che una tale divergenza stia ad indicare che la positività del momento è presumibilmente legata più ad un fatto di rotazione settoriale che non a presupposti idonei a livello macroeconomico o per motivazioni tecnico-fodamentali valide. Vediamo quale sono i filtri che vengono esaminati e che determinano la composizione dell’indicatore.

1: Il numero di azioni del NYSE che fa segnare nuovi massimi e di quelle che fa segnare nuovi minimi settimanali nelle 52 settimane precedenti, devono essere entrambi superiori al 2.2% del numero totale di titoli contrattati in quella seduta. Il minore di questi numeri deve essere maggiore di 75.
 
2: La media mobile a 10 periodi (su base settimanale) del NYSE deve essere al rialzo.

3: L'oscillatore di McClellan deve essere negativo nella stessa seduta.

4: I nuovi massimi a un anno (52 settimane precedenti) non possono essere numericamente maggiori al doppio dei nuovi minimi a 52 settimane (non vale però il contrario).

I dati relativi e necessari al calcolo vengono generalmente rilevati dal Wall Street Journal per coerenza. Una volta che tutti i parametri sono soddisfatti, l’Hindenburg Omen si ritiene sia in formazione a partire da quel momento; qualora, entro i successivi 36 giorni di borsa, si verifichi un secondo segnale la figura è automaticamente confermata ed è lecito attendersi, con buona probabilità, una nuova discesa a breve. 

Storicamente, la statistica informa che le probabilità che si formi un movimento ribassista di grande portata (classico crollo) è del 24%, quella di un panic-selling del 41%; in ogni caso, le probabilità di un ribasso almeno superiore al 5% entro i 41 giorni successivi al segnale è di quasi l’80%.

Indipendentemente dal fatto che ci si creda o meno (potrebbe trattarsi, comunque, di una serie di convergenze legate da una quantità elevata di dati verificati contestualmente e non necessariamente specificatamente rilevanti allo scopo) la cosa che fa pensare è che, per esempio e solo negli ultimi 30 anni, poche sono state le volte che il segnale ha fallito; in alcuni casi ha originato vere e proprie discese da panico, in molti invece storni tra il 5 ed il 15/16% circa ma, comunque, per ora si è spesso rivelato un indicatore abbastanza affidabile.

22 settembre 2010

 

Divorzio Profumo-Unicredit banca

Possibili dimissioni, oggi nel pomeriggio durante la riunione straordinaria del CDA, per Alessandro Profumo dopo oltre 13 anni alla guida della banca che proprio lui è riuscito a trasformare in un uno dei maggiori gruppi internazionali. Il banchiere è oggetto di feroci critiche da parte dei soci per l'operazione nella quale, all'insaputa del presidente Dieter Rampl, i libici hanno aumentato la loro partecipazione al capitale sociale dell’azienda;  e proprio Rampl, probabilmente, verrà designato come successore.

Da quanto è emerso negli ultimi giorni e nonostante l’ammonimento da parte dei soci ad accettare l’”affare”, Profumo non avrebbe impedito ma, anzi, incoraggiato la scalata da parte del governo libico alla sua banca. La Lybian investment authority ha infatti aumentato la sua partecipazione in Unicredit al 2,6% circa alla fine del mese di agosto, come da conferme da parte delle Consob, portando così al 7,6% circa l’investimento totale da parte di Tripoli, se si comprendono le quote, pari a circa il 5%, in possesso di Central Bank of Lybia.

Attendendo nuovi sviluppo di natura tecnica e “politica”, diamo un’ occhiata al grafico del titolo Unicredit negli ultimi mesi.

Da sei mesi a questa parte il titolo si trova in un'ampia area di trading range di medio periodo compresa tra 1,50/1,60 e 2,30 euro circa. La posizione di breve termine vede il titolo in una fase di media positività (ma a rischio grafico superiore alla media) ed ultimi prezzi in condizione di ritracciamento di brevissimo in area 1,90/1,95; l'ultimo minimo realizzato alla fine di agosto coincide con un supporto statico intermedio abbastanza interessante e, come si può evincere dal grafico, idoneo a permettere la tenuta ed il rimbalzo dei corsi, almeno in prima istanza. Attualmente i minimi degli ultimi giorni si sono nuovamente avvicinati a questi valori che, al momento, fanno rilevare anche la presenza di un potenziale supporto di carattere dinamico di una certa importanza. Qualora, nei prossimi giorni, i prezzi dovessero continuare a scendere e far rilevare il break di questo livello, l'eventuale conferma anche su oscillatore e indicatore grafico potrebbe creare le condizioni necessarie ad un maggiore affondo delle quotazioni, con possibili ribassi almeno in area 1,60 circa e, in caso di maggiore debolezza, eventualmente anche 1,30/1,40 entro 1-3 mesi.

21 settembre 2010

 

 

"Ciao, mi chiamo Francesco e opero da ormai quasi 3 anni con i titoli azionari italiani ma, purtroppo, non ho avuto troppa fortuna: o esco troppo presto o rimango dentro nei momenti sbagliati senza lo stoploss sperando che il titolo recuperi e alla fine riesco sempre a sbagliare il tempo per agire! Ho quindi deciso di fare solo operazioni di breve e brevissimo termine e guardando il tuo sito mi sembra di capire che potresti darmi qualche buon consiglio. Premetto queste cose quindi per evitare di farti perdere tempo a presentare varie casistiche: per prima cosa vorrei fare operazioni da 2 a 10 giorni al massimo; poi utilizzando possibilmente oscillatori ben conosciuti e di facile interpretazione altrimenti comincio a crearmi problemi e inventarmi operazioni che non hanno ragione di essere. Inoltre se possibile mi piacerebbe avere quel qualcosa ch serva come conferma per l'oscillatore stesso. Ti ringrazio sperando che potrei darmi qualche buon consiglio in merito. Ciao e buon lavoro". (Email di Francesco..)

A domanda chiara, precisa e specifica direi che rispondo immediatamente e senza tanti giri di parole:

1) RSI come oscillatore (più classico di così si muore)

2) Reversal classica (straconosciuta e di facilissima interpretazione)

Se dovesse sembrare banale consiglio di dare un'occhiata agli esempi qui sotto per rendersi conto come la semplicità, alla lunga, paghi molto meglio di tante tecniche ad alta sofisticazione. Comunque:

l'RSI lo utilizzerei con parametro 10, un po' più veloce del classico a 14 periodi, quindi più permissivo in modo tale da permettere un numero sufficientemente alto di operazioni. Le aree di ipercomprato e ipervenduto le collocherei, rispettivamente, a 70 e 30; ogni volta che i valori dell'oscillatore si portano in queste aree suona il campanello d'allarme che richiede l'attenzione necessaria all'individuazione della possibile operazione.

La barra d'inversione è quella conosciuta da tutti: max superiore a quello della barra precedente e chiusura inferiore a quello precedente per una reversal ribassista, minimo inferiore al precedente e chiusura superiore alla precedente per un reversal rialzista. Detto questo, l'unico altro requisito è la rottura del massimo o del minimo della barra di inversione il giorno successivo alla stessa.

Come detto sopra, qui è possibile vedere tre esempi su tre titoli diversi: in tutte le situazioni l'operazione è scattata se tutti i requisiti sono stati rispettati. Trattasi di un'operatività che ben potrebbe prestarsi al brevissimo termine, se non propri per lo scalping: anche nei casi di tendenza più o meno definita, infatti, l'ipercomprato/venduto dell'indicatore dà almeno piccole possibilità di rimbalzi e ritracciamenti di qualche giorno, in altri casi anche più interessanti e duraturi. Volendo operare sul brevissimo direi di evitare di lavorare con trailing stop o target basati su rotture di medie mobili o similari, altrimenti si rischia, il più delle volte, di farsi mangiare buona parte del guadagno accumulato. Piuttosto direi di mettere lo stop leggero in ogni occasione (possibile, per esempio, sotto il minimo della barra precedente o due precedenti per i long e sopra il max per gli short) che possa diventare anche trailing stop/profit se il target non viene raggiunto, mentre per gli obbiettivi di prezzo consiglio di utilizzare livelli di supporti/resistenza di breve periodo quali, ad esempio, i ritracciamenti di fibonacci (il 50% è solitamente un livello discretamente interessante o, in alternativa, il 61,8%).

16 settembre 2010

 

Basilea 3

E’ una vera e propria riforma del sistema (in modifica agli accordi di Basilea 2 che, negli ultimi due anni, non sono stati sufficienti a scongiurare fallimenti e statalizzazioni forzate) o, almeno, di una parte di esso; quella parte che, sulla carta e una volta modificata secondo canoni più restrittivi, dovrebbe evitare, nella gran parte dei casi, nuovi fallimenti in casi di crisi finanziaria prolungata come quella che stiamo vivendo. Una sorta di energico rafforzamento dalle fondamenta.  Gli accordi di Basilea sono, infatti, quelli che definiscono, in modo inequivocabile, modi e tempi per il controllo della patrimonialità degli istituti di credito. Partendo dal presupposto che l’attività finanziaria svolta dalla banca (sia l’intermediazione che l’erogazione) comporta dei rischi, questi accordi prevedono che le banche costruiscano, nel vero senso della parola, una riserva di capitale.

Dopo l’approvazione dei nuovi accordi da parte dei Governatori delle Banche centrali, gli istituti di credito avranno tempo fino 2019 per adeguarsi pienamente agli standard minimi previsti; in questo modo, l'entrata in vigore sarà graduale, a partire dal gennaio 2013 per arrivare alla piena attuazione al primo gennaio 2019.

L’accordo non è, ovviamente, stato un’impresa semplice: nonostante la consapevolezza della necessità di irrobustire la situazione patrimoniale degli istituti di credito, i banchieri avevano mostrato preoccupazione, alla vigilia, per il fatto che i nuovi parametri potessero in qualche modo limitare la loro attività, tenendo immobilizzati capitali che sarebbero diventati inutilizzabili per la normale operatività creditizia. Altro problema sollevato era relativo alla possibilità che un eccessivo ricorso al “parcheggio” a tempo indefinito di grandi riserve di capitale le avrebbe potute rendere meno propense all’erogazione del credito, limitando quindi gli investimenti delle imprese e, necessariamente, lo sviluppo dei settori economici più sensibili all’indebitamento.

Tuttavia, la forte diluizione nel tempo per l’adeguamento al piano concordato ha permesso un alleggerimento della pressione da parte dei banchieri che hanno visto, da parte loro, una sorta di discreto compromesso tra norme decisamente severe e tempi utili per la loro applicazione definitiva.

Il punto fondamentale sul quale si sono concentrate le nuove norme è stato rapporto tra patrimonio di vigilanza, ovvero quella parte del capitale su cui una banca può maggiormente contare in una situazione di emergenza, ed il totale delle sue attività.  Si è dunque deciso di alzare questo rapporto, imponendo che le banche, per potere operare liberamente, debbano avere un patrimonio di vigilanza più alto di quanto ne sia richiesto attualmente, rimanendo quindi meno esposta ad eventuali conseguenze nefaste in caso di crisi. Inoltre, lo stesso patrimonio di vigilanza dovrà adeguarsi automaticamente all’eventuale incremento delle attività dell’istituto; questo potrebbe (potrebbe) far diminuire parzialmente la redditività delle banche ma, allo stesso tempo, permettere un notevole aumento della solidità delle stesse, a maggiore garanzia dei risparmiatori ma anche con un evidente vantaggio delle istituzioni governative nazionali ed agli stessi istituti i quali, in qualità di aderenti al circuito bancario, godranno di una minore esposizione al rischio tra di loro. L’indicazione tecnicamente più rilevante è questa:  

i parametri di capitale delle banche vengono dunque elevati, con particolare riferimento all’indicatore patrimoniale Capital Tier 1 che, dall'attuale minimo del 2% salirà al 3,5% a partire dal 2013 ed al 4,5% finale nel 2015. Una successiva capitalizzazione obbligatoria si renderà necessaria dal primo gennaio 2016 e per un ulteriore aumento dello 0,625% per giungere poi a gennaio 2019 con il definitivo 2,5%. Il che porterà il valore percentuale minimo del capitale di garanzia al 7% nel 2019, mentre il Tier1 passerà dall'attuale 4% al 6% a partire già dal 2015. Inoltre, verranno applicate rigide attività di controllo per verificare gli effettivi adeguamenti ai nuovi standard operativi, a partire già dal 2013. 

Dopo la conferma delle decisioni in merito ai nuovi parametri, Fitch ha dato qualche indicazione generale in merito a varie simulazioni sulla base degli aggiornamenti approvati: Fitch non prevede grossi  problemi per le grandi banche ad adeguarsi alla soglia minima del 6% per i ratio patrimoniali tier 1, mentre appaiono comunque limitati gli istituti non adeguati al core tier 1 (la soglia del patrimonio minimo rispetto alle attività ponderate per il rischio). Considerando la soglia principale del 7% a regime, per l'agenzia di rating sarebbero 17 le banche mondiali fuori posto, per quasi 94 miliardi di euro di capitali complessivi mancanti (e dunque da ricapitalizzare nei prossimi anni). Il tempi per adeguarsi, comunque, è stato concesso. 

Secondo Goldman Sachs, la maggioranza delle banche d’affari sarebbe comunque già in regola o, al limite, non dovrebbero sopportare grossi sforzi per raggiungere i parametri minimi. In Italia, secondo appunto GS, tre banche sarebbero sotto la soglia del coefficiente core tier 1 al 7%. Si tratta del Banco Popolare, del Credito Valtellinese (che sarebbero al 6,4%) e di Mps (al 6,9%).

 14 settembre 2010

 

Aumento di capitale Deutsche Bank

Deutsche Bank (DB) ha approvato un aumento di capitale da quasi 10 miliardi di euro, ufficialmente finalizzato all'acquisizione di Deutsche Postbank (di cui è già azionista per il 30% circa del capitale); l’offerta, al momento, per gli azionisti di Postbank dovrebbe essere di 24-25 euro per ogni azione (orientativamente), anche se il prezzo effettivo verrà definito entro una settimana. 

DB è la maggiore banca tedesca, in quanto a capitalizzazione, e la cifra di circa 10 miliardi (che corrisponde a circa il 25% del suo patrimonio netto) fa abbastanza scalpore, visto che nessuno nel 2010 s’era spinto a chiedere tanto al mercato europeo. Obbiettivo principale dell’acquisizione sono le attività tradizionali: retail e gestione del risparmio; con l’intento, tra l’altro, di svincolarsi, almeno in parte, dall’incertezza derivante dall’attività di investment banking. L’entità dell’aumento di capitale ha anche lo scopo di preparare l’istituto alle nuove e più stringenti norme finanziarie previste nel vertice su “Basilea 3”, al fine, sperano i dirigenti DB, di migliorare lo squilibrio tra attivi e patrimonio netto (pari a 45 a 1, non certo soddisfacente nonostante sia quasi stato dimezzato negli ultimi temi) e un coefficiente patrimoniale Tier1 solo al 6,6%.

DB potrebbe dunque fare da apripista tra i grandi istituti finanziari europei nella corsa alla raccolta di fondi freschi, soprattutto per far fronte alle nuove norme di Basilea 3.

 

13 settembre 2010

 

Giappone in ripresa ma ancora a rischio

Mentre il Giappone, economicamente, latita ormai da anni riuscendo a mantenere la seconda piazza tra le economie mondiali grazie alla corsa dei decenni precedenti, più che alla ripresa effettiva recente, la Cina si fa avanti e, ormai, come da notizie ufficiali degli ultimi due mesi, sembra in grado di superare i nipponici in questa seconda parte del 2010, mostrando sufficiente vigore per poter ambire, in futuro (tuttavia, probabilmente ancora abbastanza lontano), alla testa del gruppo dei Paesi più industrializzati, scalzando clamorosamente gli USA che, ormai da tempo, ne sentono sempre di più il fiato sul collo, pur consci del fatto che la loro posizione economica rimane tuttora forte di una capitalizzazione nettamente superiore a quella cinese, seppure gravata da un debito pubblico mostruosamente pesante.

In particolare, stando a quanto comunicato dagli organi ufficiali delle due potenze economiche, il rallentamento della crescita finanziaria nipponica frena lo sviluppo economico del Paese che, in ogni caso, con un prodotto interno lordo pari a 2578 miliardi di dollari contro i 2532 di quello cinese, riesce ancora a mantenere la posizione che, tuttavia, vacilla sempre di più sotto i colpi di acceleratore insistenti e più o meno costanti dello sviluppo economico-finanziario dell’inseguitore.

Per questi motivi gli analisti si aspettano, per la fine dell’anno in corso, il sorpasso ufficiale dei cinesi sull’impero del Sol Levante; negli ultimi 10 anni la Cina, partendo dal settimo posto nella scala dei valori mondiali, ha scalzato senza soste anche Inghilterra, Francia e Germania (l’Italia è al settimo posto dietro i Paesi appena citati e sopra il Brasile). E’ pur vero che se in un decennio è passata dal settimo posto al secondo (in prospettiva ma ormai quasi ufficiale), probabilmente non sarà così facile ora raggiungere e superare gli USA: se, però, anche nei prossimi 8-10 anni lo sviluppo cinese si manterrà su livelli di crescita accettabili e gli americani non riusciranno a riprendersi ed accelerare come ai bei tempi, allora dal 2020 si potrebbe anche avere una nuova guida a livello mondiale.

Uno sguardo alla storia dell’economia nipponica nell’ultimo ventennio.

A partire dall’inizio degli anni novanta l’impero nipponico ha conosciuto un periodo prolungato di forte crisi economica, con una contrazione della crescita del PIL a livelli inferiori all’1% (mediamente, dal 1992 alla fine del decennio circa, la crescita media è stata dello 0,8% circa), situazione ulteriormente peggiorata con una crescita addirittura negativa all’inizio del nuovo millennio. Alla base di tutto questo, come del resto è successo per molti Paesi emergenti o, anche in taluni casi, già forti di una crescita sostenuta nel tempo, una cattiva gestione del sistema industriale (cartelli, ecc.), la lentezza causata dall’eccessiva burocratizzazione ed altri problemi strettamente legati alle tipiche falle di un’economia cresciuta a ritmi elevati ma non sempre giustificati (speculazione sui mercati finanziari ed edilizi); ciò ha portato alla costruzione di un castello di sabbia su fondamenta solide, il che ha creato i presupposti, in tempi recenti appunto, per la crisi lunga e pesante i cui effetti ancora sono evidenti ed attuali ma, fortunatamente, che ha impedito il collasso generale del sistema economico, mantenendo una base da cui ripartire.

E proprio la crisi di fine anni ottanta-inizio anni novanta, aggravata da quella di fine secolo del 1997-1998 che ha coinvolto tutti i principali mercati asiatici, ha frenato e, successivamente, azzerato la crescita economico-finanziaria giapponese, generando questa successiva e prolungata fase di stallo che, almeno dai dati ufficiali, è giunta fino almeno al 2005-2006. Infatti, solo dal biennio 2006-2007 la situazione generale ha cominciato a mostrare alcuni decisi segnali di ripresa, grazie ad una crescita discretamente sostenuta dalla crescita del PIL superiore ai 3 punti percentuali; il mantenimento di tali miglioramenti fa presumere, ai giorni nostri e nonostante la corsa della Cina, che la crisi possa essere messa definitivamente alle spalle, almeno nelle sue fasi più critiche. Tuttavia, e proprio da parte di Masaaki Shirakawa, governatore della BoJ, alcune dichiarazioni ufficiali lasciano intendere che, almeno per il momento, ancora “non si possono escludere revisioni al ribasso dell'economia giapponese perché i rischi di una deriva al ribasso sono superiori alle possibilità di un rialzo”.

Prossime misure per sostenere la ripresa economica sono previste anche e soprattutto a causa della forte rivalutazione dello yen; oltre 900 miliardi di yen saranno infatti messi a disposizione a partire dalla metà di settembre per aiutare il rafforzamento del sistema economico-finanziario interno, mentre azioni quali il mantenimento del tasso di riferimento giapponese allo 0,1% e l’offerta di ulteriori 10 mila miliardi di yen di prestiti a breve termine attuati dalla Banca Centrale dovrebbero ammortizzare l’impatto derivante dall’impennata della moneta nazionale (nelle ultime settimane il dollaro è sceso sui minimi da 15 anni nei confronti della valuta giapponese, poco sopra gli 83 punti,  appesantito dai timori di un forte rallentamento dell'economia Usa e dall'aspettative di imminenti e drastici provvedimenti di politica monetaria da parte della Fed).

2 settembre 2010

 

Sono arrivate, nelle ultime settimane, più messaggi di posta che chiedono come identificare le aree di trading range e come utilizzarle, in particolare, cercando di sfruttarne il break direzionale. Da quello che mi pare di capire, la situazione attuale (in particolare degli ultimi due/tre mesi almeno) crea problemi alla direzionalità e rende nervosi gli operatori che, preferibilmente, cercano di lavorare esclusivamente, o quasi, con metodi di tipo trendfollowing.

Personalmente ritengo di non poter dare indicazioni supplementari o migliorative a quanto già scritto, detto, spiegato in ogni dove in merito all'argomento. La logicità dello stesso permette di valutare ogni area di trading range come base per future opportunità relative a movimenti direzionali più o meno consistenti (spesso in dipendenza proprio della tipologia di range che li ha preceduti); il mio parere è, infatti, che la decisione di lavorare principalmente in queste fasi di compressione dei prezzi cercando di sfruttare supporti e resistenze per acquisti sulla debolezza e vendite sulla forza, piuttosto che osservarne la formazione ed il conseguente break per aprire posizioni di maggior respiro, nell'ottica di un'operatività di tipo trend-following, dipenda molto dal mercato sul quale decidiamo di lavorare: mercati più speculativi, più trattati, più legati alla stagionalità, più veloci ecc. potrebbero essere più opportunamente sfruttati proprio per i loro ampi movimenti, in caso contrario la tattica di comprare e vendere su livelli statici e, magari, con l'ausilio di qualche oscillatore, potrebbe ugualmente rivelarsi interessante.

Detto questo credo che la cosa più semplice e più diretta da fare sia pubblicare una serie di esempi corredati di una semplice introduzione esplicativa dell'argomento.

Qui 

21 luglio 2010

 

Fiat convince (poco) Fitch

Giudizio poco lusinghiero da parte dell’Agenzia di rating Fitch su Fiat: la decisione di scorporare le attività legate alla produzione di macchine agricole e per le costruzioni (e non solo) crea non pochi dubbi sulla struttura finanziaria e sulla sua evoluzione futura. Per questo, pur confermando un giudizio BB+ sul debito a lungo termine della casa torinese e B per quanto riguarda quello a breve, Fitch non ritiene di avere dati migliorativi per modificare il suo out look negativo, almeno per ora. L’Agenzia ritiene, infatti, che Fiat, Renault e Peugeot siano aziende eccessivamente esposte, in caso di una ricaduta grave della crisi economica sulsettore, verso i mercati dell'Europa meridionale, quelli cioè, in effetti, che potrebbero maggiormente risentirne.

A giugno 2009, la stessa  Fitch riteneva  decisamente positivo,  alla luce  della “questione Chrysler”, l’operato di Fiat e del suo Ad Marchionne. L’accordo con Chrysler pur
comportando alti rischi ma non  contemplando  un reale esborso finanziario  (Fiat, infatti, non ha utilizzato contanti  per acquisire la casa americana), fu  ritenuto un passo 
deciso  e  decisivo  verso  un’espansione  necessaria a  livello  industriale e  nell’ottica  di rafforzare  la struttura interna  per i periodi  di crisi come quella  appena  vissuta.
Le intenzioni di diversificare  il proprio prodotto,  anche in base a ll’area  geografica e su  un mercato importante  come  quello USA, hanno indotto l’Agenzia a  promuovere 
l’operato dei vertici aziendali.”Fiat ha dimostrato un grande impegno  nel cercare  di risollevare  il settore auto”, sosteneva allora l’Agenzia, “dimostrandosi uno dei principali 
attori nel consolidamento dell’industria dell’auto”. 

Dalla Fiat, di recente. 

L’Ad Sergio Marchionne, in tempi recenti, si è mostrato estremamente positivo sulle possibilità che la casa automobilistica americana rilevata dalla Fiat possa tornare alla quotazione di borsa entro tempi ragionevoli (12-18 mesi); positività generata sia dal buon andamento dell’attività di Chrysler negli ultimi mesi (quasi insperata, almeno in questi termini) che dalla disponibilità di accordo finanziario mostrato da Chrysler stessa e GM. Situazione, sempre secondo Marchionne, che permetterà a Chrysler di dimostrare, a breve, di essere una società in grado di sostenersi da sola, situazione che consentirà il ritorno della fiducia di investitori privati e istituzionali, permettendo di ottenere nuovi finanziamenti necessari ai futuri sviluppi dell’azienda. Tra questi, per esempio, i finanziamenti statali per la costruzione e la vendita di auto ecologiche, vero pallino dell’amministrazione Obama per cercare di aiutare, almeno marginalmente, a diminuire l’inquinamento da trasporti. Altra attesa positiva è quella che ci si aspetta dal futuro buon andamento delle vendite della 500 elettrica, il cui lancio è previsto per il 2012.

L’obiettivo principale, dunque, è quello di lavorare per una ricostruzione aziendale che faccia fondamento su basi solide capaci di mantenersi tali anche di fronte ad un’eventuale nuova crisi, come detto sopra; lo stesso Ad di Fiat, infatti, sostiene che quella che oggi viene definita “ripresa economica”, a suo avviso, sia più che altro un “rimbalzo” dalla condizione di grave criticità in cui l’economia stessa è caduta, forse troppo velocemente, durante il 2008 e il 2009. Non essendo basata su cambiamenti strutturali radicali potrebbe non essere affatto positiva all’economia in generale, creando, invece, le condizioni peggiori negli ultimi 3-4 anni e rischiando di far nuovamente crollare il mercato.

20 luglio 2010

 

 

Africa: la longa manus della Cina

Economicamente parlando, gli ultimi anni sono stati caratterizzati da un netto e palese avanzamento di Paesi, un tempo emergenti, quali Cina ed India che, a suon di conferme di crescite annuali a due cifre, stanno facendo di tutto per cercare di cambiare radicalmente la struttura gerarchica mondiale, a danno delle economie occidentali. In particolare, proprio la Cina ha da tempo iniziato, con buoni frutti ed uno “stato avanzamento lavori” di tutto rispetto, ad imporsi nel continente africano a danno di Europa e America, soprattutto in riferimento alle regioni dell’Africa sub-Sahariana, stringendo rapporti commerciali stretti e, soprattutto, in molti casi bilaterali.

Va detto, prima di continuare il discorso, che la Cina, nonostante la sua politica finanziaria ed il suo sviluppo economico siano un fatto conclamato solo recentemente, era presente in Africa già negli anni cinquanta e sessanta, principalmente a titolo di supporto per i movimenti di liberazione del continente nero, supporto favorevolmente elargito a sostegno dei comuni interessi ideologici. Oggi, l’enorme quanto rapido sviluppo economico cinese degli anni ottanta ha indotto la classe dirigente (politica e industriale) cinese a riorganizzare dalle basi la loro politica internazionale, ponendo l’accento, soprattutto nel caso dell’Africa, sui vantaggi (reciproci) dal punto di vista commerciale e di politica economica.

Un fatto su tutti, ben conosciuto da sempre ma, evidentemente, sempre troppo sottovalutato dai governi occidentali è che il continente africano ha indubbiamente ancora un numero di Paesi ad economia gravemente “malata”, ma può anche far conto su realtà di crescita ormai ben consolidate da anni e, soprattutto, dovrebbe essere ormai chiaro che, in talune condizioni, i margini di miglioramento (in tutti i sensi) futuri sono estremamente elevati, per chiunque ne sappia approfittare nel giusto modo. E proprio qui, a mio avviso, si nota la differenza che sta decisamente avvantaggiando i cinesi nei confronti del Vecchio Continente: portare merci, lavoro, tecnologia, manodopera e denaro, importando prodotti locali, a tutto beneficio del settore import-export a 360 gradi, di quello del lavoro e degli investimenti internazionali, in coincidenza con l’assunzione di manodopera in loco con conseguente connettività delle due realtà lavorative che, in tal modo, interagiscono nel tessuto economico e sociale del Paese. Il che è certamente differente dalla metodologia fin troppo usata (e abusata) nei decenni precedenti dal resto del mondo e che vede l’esportazione di strutture e tecnologia insieme a manodopera specializzata che, isolata ed a compartimenti stagni, opera, produce e reimporta, con l’unico scopo di ottenere materie prime o, in alternativa, di produrre a costi inferiori.

Oltre a quelli economici, i risvolti politici (in questo caso conseguenza diretta e non cercati a priori e come base di collaborazioni mai sostenute da strutture e investimenti ma, piuttosto, da promesse quasi mai mantenute) sono e saranno sempre maggiormente chiari in futuro: quando i Paesi africani cominceranno a “svegliarsi” dal secolare torpore che li ha relegati nel ruolo (forzato ma, tuttavia, spesso meritato) di Terzo Mondo e come bacino di sfruttamento per le materie prime e smistamento di merci altrimenti rifiutate negli altri continenti, la Cina inevitabilmente beneficerà dell’appoggio della maggioranza di essi, grazie al continuo e crescente intreccio delle collaborazioni su più basi tra i due soggetti (e già ormai si vedono le prime conferme).

Commercio e manodopera a parte, non si devono sottovalutare anche gli ingenti investimenti diretti che vengono erogati dalle anche statali cinesi, come per esempio la ExIm, così come considerare che la Cina, sin dagli anni ’80, interviene in Africa in modo massiccio giocando, come base di affermazione e di primaria collaborazione, la carta delle grandi infrastrutture, certamente favorita da notevoli quantità di prestiti agevolati. Questo permette al governo cinese di assicurarsi collaborazione economica, appoggio politico e, nel caso in cui questi paesi non riescano a risanare il debito contratto, una sufficiente e continua fornitura di materie prime destinata a coprire costi e, presumibilmente, interessi di questi generosi aiuti. E, soprattutto, molto spesso, in ragione di quanto appena discusso, il più delle volte è lo stesso governo cinese a indicare dove reinvestire i finanziamenti ricevuti, interni ed esteri, guadagnando due volte e coprendosi le spalle, finanziariamente parlando.

Inoltre, cosa non da poco, a differenza (molto spesso) dei Paesi occidentali, alla Cina non interessano le qualità morali del proprio partner economico. Per essere chiari, visto il palese comportamento degli stessi cinesi riguardo al rispetto dei diritti umani, non è motivo inibitorio, per esempio, il fatto che un governo possa essersi macchiato (o lo stia facendo attualmente) di crimini contro l’umanità o abbia violato le norme internazionali sui diritti umani, il che, alla luce di quanto stabiliscono le normative internazionali che generalmente i Paesi occidentali rispettano o tentano di rispettare, permette loro di stare sempre un passo avanti, almeno in alcune realtà africane.

Alla luce di questi fatti è inevitabile pensare che, senza un’inversione di rotta nel comportamento di Europa e America per quanto riguarda i rapporti con il Continente Nero, il futuro parlerà sempre più cinese intorno alle potenze politiche ed economiche del passato. Probabilmente, solo un adeguamento degli investimenti occidentali (di denaro e di forza lavoro specializzata) e la costruzione di una serie di rapporti bilaterali tra i governi potranno, nei prossimi decenni, assicurare da una parte una migliore e più razionale ripartizione della presenza internazionale (finanziariamente parlando) sul territorio africano, dall’altra un ribilanciamento delle forze in campo a livello mondiale.

E proprio in un periodo di crisi queste situazioni andrebbero prese in considerazione; l’immobilità, in fasi come questa, può solo favorire chi, senza eccessiva fatica, può permettersi di guardare lontano ponendo le basi, come è stato negli ultimi anni, per una capillarizzazione delle proprie attività nel mondo, situazione che, alla luce di quanto sta succedendo ora, creerà un ulteriore cuscinetto sul quale adagiare le prossime crisi economiche cinesi, a danno, ancora una volta, di chi non riuscirà ad approfittarne come oggi sta succedendo a ruoli invertiti.

Insomma: stringere ancora di più la cinghia, seppure difficile, per pensare ad un futuro migliore, oppure pensare a restare a galla dignitosamente oggi ma rinunciando alla propria autonomia domani.

Qui sotto le presenze cinesi in Africa in termini di investimenti e rapporti commerciali in genere ("$") e di forniture di petrolio (goccia), con l'indicazione anche di ulteriori aree di potenziale interesse, in futuro, per l'economia gialla.

 

15 luglio 2010

 

"Buonasera Marco. Volevo chiederle se lei utilizza qualche indicatore particolare che si rifà alla teoria di Gann, visto che in più parti sul suo sito ho visto dei riferimenti a questo argomento e una pagina dedicata (ancora in costruzione). In particolare mi riferisco a qualche cosa che badi meno al discorso prezzi e faccia riferimento invece ai famigerati cicli di Gann per comprare e vendere in determinati momenti senza dover fare analisi troppo sofisticate sui movimenti del prezzo di un titolo. Ovviamente non c'è fretta, quando è comodo, ma se potesse rispondermi gliene sarei molto grato. Saluti." (Email di P.D. dalla prov. di Alessandria).

Le posso dire che, per quanto mi riguarda, lo strumento a cui lei fa riferimento l'ho cercato per anni ma, in tutta onestà, il più delle volte ho speso soldi ed energie per niente; in qualche raro caso, rarissimo, l'indicatore che mi veniva proposto funzionava a tratti, nel senso che alla lunga non faceva perdere soldi ma, certamente, non era così soddisfacente come era lasciato intendere nelle note iniziali, esplicative del funzionamento dello stesso. Ho dunque creato da me alcuni indicatori, qualcuno dei quali è stato inserito in alcuni grafici che ho già pubblicato in questa sezione; tuttavia, sulla base di quanto mi ha scritto, credo che il tuo ragionamento miri a trovare uno strumento che permetta di prendere una decisione operativa in un dato momento, senza aspettare che il mercato realizzi un movimento di conferma o che crei una figura grafica particolare, motivo per cui, non essendoci in circolazione strumenti di questo tipo (almeno resi pubblici), per quanto ho potuto sondare, come già detto, le faccio vedere come lavora un mio indicatore (proprietario, di cui non pubblico la formula), giusto per darle un'idea di come potrebbe essere un tipo di operatività legata ad uno strumento simile (poi, migliore è lo strumento, migliore saranno i risultati, rispetto al mio). Ripeto: simile, non esattamente come lascia intendere debba essere per quanto le riguarda.

Vediamo qualche grafico basato sulla compressione giornaliera che presuppone un'operatività di breve periodo ma che, all'occorrenza, può anche trasformarsi in posizione valida per il medio periodo. Faccio presente che le indicazioni sui vari grafici rispecchiano i prezzi d'entrata al momento in cui l'oscillatore gira da rialzista a ribassista e viceversa, ma che non è stata adottata alcuna tecnica di uscita in stop loss né in profit, motivo per cui, soprattutto quando si lavora nel breve o brevissimo periodo, da solo potrebbe non rendere sufficientemente appetibile l'operatività stessa.

In ogni caso, questo primo grafico fa notare come, anche nelle fasi di discreta lateralità, con i prezzi che si muovono in range non molto ampi (tra il 10 ed il 20%) per permettere una posizione di ampio respiro, l'oscillatore riesce ad evitare entrate su prezzi eccessivi e, pur non guadagnando molto, non dà grossi problemi di draw down in valori assoluti e nel numero di perdite consecutive.

 

Il secondo grafico indica le potenzialità dell'indicatore nei momenti di direzionalità persistente; pur non c'entrando quasi mai max e minimi di periodo, riesce comunque a creare buone opportunità di entrata in momenti nei quali il mercato manifesta forza o debolezza in linea con l'indicatore stesso, permettendo la gestione del rischio in modo sufficientemente interessante. Qui sotto, infatti, si notano i due movimenti puliti e di ampia portata accettati come validi dall'indicatore postato.

Anche in questo caso, come nel primo, pur evidenziando un movimento al rialzo con prezzi max e minimi crescenti, all'interno delle varie fasi il titolo tende a muoversi con continui movimenti in controtendenza, con alti e bassi continui che rendono il mercato quasi più laterale che non direzionale. Come si può ben vedere, dopo una perdita di circa 6 punti percentuali sul primo short, accompagnata da un draw down da non sottovalutare perchè superiore al 30%, rientra long e porta in profitto la posizione di circa il 27/28%, prima di girarsi ed assumere la posizione short dallo steso prezzo di realizzo, dunque.

Con questo grafico, invece, voglio rendere l'idea di come l'operatività su questo indicatore possa assumere connotati di posizione di medio periodo; come si può ben vedere, infatti, le entrate sui prezzi indicati e realizzate in coincidenza con il cambio di tendenza dell'indicatore, permettono di mantenere la posizione per diversi mesi, prima di realizzare e girarsi nuovamente.

Ora il grafico che, a mio parere e ragionando sul ruolo di questo indicatore, può essere usato per investimenti di lungo e lunghissimo periodo, nell'ottica di lavorare per una crescita ragionata del capitale investito speculando ma senza affanni né eccessi di operatività. Per questo la compressione temporale grafica è mensile e l'indicatore viene adattato da quella giornaliera per permettere la lettura delle varie tendenze anche su barre mensili. Anche in questo caso, come si può ben vedere, si tratta di un'operatività di tipo stop & reverse, senza implementazione alcuna di altri metodi per uscite in stop loss, stop profit o livelli di profitto anticipati e prefissati. Il periodo considerato è da circa metà degli anni '80 ed arriva fino ai nostri giorni; notare come, a fronte di perdite anche consistenti, i guadagni siano quasi sempre molto più incisivi ed in percentuale nettamente superiore.

I numeri sopra sono i risultati, in percentuale, delle operazioni e sono stati inseriti nello stesso ordine in cui sono avvenuti (blu positivi, rossi negativi). Si nota come si siano realizzate 5 operazioni consecutivamente positive e solo 2, al massimo, negative; come il draw down, pur consistente, non risulti eccessivo alla luce dei risultati positivi ottenuti. In pratica, investendo, per esempio, 10.000 euro con la prima operazione e reinvestendo sempre il montante ottenuto, nel ben e nel male,  si sarebbe avuta una sequenza di risultati di questo tipo:

Risultato %    lll    Cumulativo

10000*1,325    =       13250

13250*2,030    =       26897

26897*1,349    =       36284

36284*1,426    =       51740

51740*1,088    =       56293

56293*0,734    =       41319

41319*0,701    =       28964

28964*1,236    =       35800

35800*0,820    =       29356

29356*0,856    =       25129

25129*1,699    =       42694

42694*2,952    =      126033

126033*1,477  =       186151

Per concludere: per quanto mi riguarda indicatori ciclici infallibili non ce ne sono e l'unica cosa da fare è studiare i grafici e provare a costruirne più di uno cercando, via via, di trovare gli aggiustamenti necessari per renderlo maggiormente affidabile. Inoltre, sempre per quanto riguarda la mia esperienza, indicatori ciclici che si basano esclusivamente su calcoli derivanti da periodi temporali non esistono: ogni ciclo o sotto-ciclo deriva, solitamente, dal prezzo o dai prezzi di mercato, presi singolrmente o combinati.

6 luglio 2010

 

"Ciao Marco, sono un ragazzo di 25 anni e fino ad un anno fa, per motivi di lavoro e di studio (insieme) non sono mai riuscito a dedicarmi in modo concreto allo studio dei mercati finanziari, mia passione da parecchio tempo. Ora finalmente sono riuscito  ben conciliare tutto ed essendo a fine corso di studi e con il lavoro meglio organizzato mi sono dedicato, part-time, alla borsa, pochissimo a livello operativo, preferendo prima arrivare ad una certa conoscenza, molto di più a livello didattico. A parte i mille e più quesiti che avrei da proporti ed a molti dei quali, ad essere onesto, ho già trovato risposta su questo utilissimo e ben gestito sito finanziario (e gratuitamente!!), mi preme ora chiederti delucidazioni in merito al grafico denominato Kagi. A mio parere potrebbe essere interessante fare trading sulla base di questo grafico e, considerando il fatto che non posso permettermi l'intraday per i motivi sopra, questo potrebbe darmi tempo e modo per lavorare con una certa tranquillità valutando l'operatività in poco tempo e a mercati chiusi, per impostare successivamente la strategia. Ti pregherei, a costo di risultare pesante, di cercare di spiegarmi dettagliatamente la costruzione dello stesso, dal momento che nei vari documenti che ho trovato in internet la cosa non mi è mai parsa sufficientemente chiara per poterci operare con risolutezza e tranquillità. Certo che la cosa ti farà perdere tempo prezioso confido comunque nella tua fin troppo provata pazienza e ti ringrazio in anticipo per l'aiuto. Ciao." (Email di Giacomo delle prov. di Pavia)

Il Kagi fa parte di quella categoria di grafici che, per loro stessa natura, accantonano il fattore tempo, valutando esclusivamente l’andamento dei prezzi e disegnando il movimento sulla base di una dinamica prestabilita, sia essa basata su parametri in punti (o tick) oppure su scarti percentuali. Potrebbe quindi essere assimilato, volendogli trovare una classe di appartenenza e con le dovute differenze, ai già noti grafici tipo 3 line break e Renko, per esempio. Vediamo le regole principali del metodo Kagi, il cui grafico è composto da linee al rialzo, al ribasso e di passaggio da una tendenza all’altra). 

Le regole di costruzione prevedono l’esclusivo utilizzo di linee (verticali, significative per l’operatività diretta, e orizzontali, di collegamento) che ben evidenziano, a livello visivo, la tendenza del mercato in un dato momento. I concetti principali da considerare sono il livello di partenza, detto anche starting price (da ora in avanti SP) o price base e l’ammontare (percentuale o in punti) di variazione necessaria a configurare il cambiamento di tendenza (reversal amount, da ora in avanti RA). In pratica: partendo dallo SP, se la variazione è maggiore o uguale al RA, in positivo, allora si potrà disegnare una linea spessa denominata yang-line che indica, appunto, la direzionalità del mercato positivamente indirizzato; al contrario, partendo dallo SP, se la prima variazione è maggiore o uguale al RA, al ribasso, si disegnerà una linea sottile chiamata yin-line. E questa è la base. 

Continuando: se il giorno successivo (o la barra successiva, a seconda che si lavori intraday o su base giornaliera) il mercato prosegue nella stessa direzione e con qualsiasi variazione (indipendentemente che sia maggiore o minore del RA, quindi), non dovrò fare altro che prolungare la linea  già disegnata senza effettuare alcuno spostamento orizzontale (inflection line), spostamento che avverrà esclusivamente nel caso di un segnale di inversione (sulla base dei parametri prestabiliti).Qualora i prezzi dovessero rompere la inflection line precedente dovrò necessariamente invertire lo spessore della linea, passando, a seconda del tipo di inversione, da una yang-line ad una yin-line o viceversa (quindi, da spessa a sottile o viceversa). Riporto ora un esempio per meglio chiarire il concetto, mentre, successivamente, vedremo un paio di grafici per averne anche una visione più chiara possibile. 

Supponiamo di partire da un prezzo (SP) di 10 euro con un RA di 0,3 (30 cts). Graficamente occorrerebbe dunque disegnare una linea sottile se il successivo prezzo di chiusura è inferiore o uguale a 9,7 euro o una linea spessa se è superiore o uguale a 10,3 euro, mentre se lo spostamento del titolo non è almeno pari al RA non disegno alcuna linea. Se dunque il titolo dovesse far segnare, per esempio, 9.7 euro e, successivamente, 9,5 e 9,1 euro non dovrei fare altro che continuare a prolungare la linea spessa nella direzione iniziale; supponendo che successivamente il titolo risalga a 9,5 euro, oltre quindi lo 0,3 del RA sommato al prezzo di riferimento precedente, non dovrei far altro che disegnare prima una inflection line (orizzontale) e poi una nuova linea verticale, contraria alla precedente, fino al prezzo segnato. Da considerare che se, come in questo caso, la precedente inflection line non viene rotta al rialzo allora si disegnerà una linea sottile. Sei prezzi continuassero a salite e si portassero oltre 10 euro allora la linea diventerebbe spessa. E così via. 

Qualche considerazione che si può trarre da questo tipo di grafico. Maggiore è lo sviluppo delle yang-line rispetto a quello delle yin-line, tanto più si ha la verifica della sensazione (che visivamente si nota subito) di un mercato rialzista (o viceversa, nel caso contrario, di un mercato ribassista); al contrario, se non si notano predominanze delle une rispetto alle altre, allora il mercato è probabilmente in una condizione di equilibrio. 

Altra possibilità: una sequenza di massimi crescenti e minimi decrescenti (8/10 almeno) Potrebbe essere equiparato ad un segnale di ipercomprato e ipervenduto, quindi da monitorare per eventuali uscite dal mercato o come segnale di preallarme per possibili risvolti imminenti di cambiamento di tendenza. 

Altro fattore ritenuto importante nel Kagi è il punto che rappresenta il 50% delle long Kagi, considerate generalmente importanti livelli di supporto e di resistenza. 

Qui sotto pubblico due grafici Kagi sul titolo Autogrill: il primo con RA del 3%, il secondo con RA fisso di 1 euro (serve solo a titolo di esempio, ovviamente, essendo estremamente elevato soprattutto con prezzi bassi o medio bassi in alcuni periodi di quotazione del titolo stesso, ma adatto a rendere l’idea di un’operatività decisamente meno permissiva della media). In aggiunta, sotto ciascuno di essi lo stesso titolo ma con grafico a barre, per meglio far comprendere il livello delle entrate e delle uscite.

 

Grafico Kagi con RA del 3%

 

 

Grafico equivalente a barre

 

 

Grafico Kagi con RA di 1 euro

 

 

Grafico equivalente a barre

 

In conclusione: questo tipo di grafico potrebbe ben congegnarsi con le tue possibilità operative, dal momento che, utilizzandolo su una compressione temporale giornaliera, permette di gestire i segnali di trading con una certa tranquillità, senza necessità di effettuare un numero elevato di operazioni come avviene, per esempio, nello scalping o nel trading stretto di breve e brevissimo periodo. Inoltre, pagando sicuramente uno scotto nelle entrate in termine di prezzi non sempre vantaggiosi, con questo metodo di valutazione del mercato è spesso possibile sfruttare buona parte dei movimenti migliori realizzate su tendenze di durata temporale anche molto ampia.

 2 luglio 2010

 

"Caro Marco, vista la tua completa disponibilità nel dare consigli o valutare concetti esposti, come ben si nota leggendo il tuo sito, volevo porti un quesito che sicuramente tanti altri nell'ambito della vita di trader ti avranno già posto, e vado ora ad esprimere il concetto. Faccio trading da qualche anno (overnight perchè intraday non riuscirei a seguire) e ho provato un po' di tutto, letto un po' di tutto e frequentato diversi corsi. Se posso permettermi ti confido che in circa poco più di due anni ho speso, tra libri e corsi, oltre ad abbonamenti a siti e newsletter settimanali e giornaliere per avere consigli sulle operazioni da fare, non meno di 5000* euro! Il risultato è che nel 2008 e nel 2009 ho perso parte del capitale investito, sia che abbia lavorato sui derivati che sulle azioni, meno (perchè ho limitato le operazioni) sul forex, ma comunque ho sempre perso. I periodi buoni erano con numerosi guadagni ma limitati nell'importo, e poi spesso il totale degli stessi veniva mangiato dopo sole tre o quattro operazioni in perdita e comunque sia il periodo nero che le perdite in percentuale sono stati nettamente più numerosi delle situazioni positive. Senza dilungarmi oltre volevo chiedere questo: ritieni che possa avere qualche soddisfazione dal trading o ho solo speso soldi per insegnamenti che non servono assolutamente a nulla? E cosa credi eventualmente che potrei utilizzare per fare un tipo di trading sempre con l'overnight ma che possa andare bene per cercare almeno di sfruttare sia le situazioni che capitano nel breve periodo che quelle che magari permettono di stare dentro il mercato in modo più legato al trend che si forma? Grazie della disponibilità e buona continuazione. PS: il tuo è un ottimo sito, soprattutto perché offri più materiale tu gratuitamente di tantissimi altri a pagamento!!!" (Email di Gabriele T. della prov. di RE). * Il lettore mi ha scritto per dirmi di aver sbagliato ad indicare la cifra che in precedenza era stata pubblicata, come da mail, per 55000 in luogo di 5000 euro.

Primo: i complimenti fanno sempre bene al morale e sono sempre bene accetti, grazie. Per il resto direi che il 90% di libri e corsi, senza distinzione di percentuale tra i due, sono inutile e, talvolta, dannosi; è di gran lunga più importante rendersi conto da soli di come il mercato sia, fin troppo spesso, erratico e imprevedibile, "malizioso" e pronto a sotterrarci ogni volta che pensiamo di averlo compreso. Dare per scontato che un ritraccimento, una figura grafica, un indicatore o un oscillatore possano farci guadagnare sempre, ed a prescindere, è l'errore più grossolano che possa fare un trader; basta notare come, ai corsi o sui libri (nella stragrande maggioranza dei casi) ogni esempio a supporto di una tesi, sia essa derivante da una strategia legata a figure grafiche che a livelli calcolati su ritracciamenti aritmetici o ancora rilevati con l'ausilio di algoritmi specifici, sia in realtà ben studiato a tavolino per "provare" la bontà della discussione alla base della tecnica in oggetto (o pseudo tale). E' di gran lunga più importante, invece, che una figura di mercato o il funzionamento di un oscillatore nel tempo e nelle varie fasi di mercato sia rilevato personalmente, così da renderci conto di anomalie, eccezioni, limiti operativi degli stessi strumenti che sto verificando.

Detto questo ti posso dire che, per come la penso io, per un tipo di operatività alla quale tu riesci a dedicarti sulla base del tempo che hai a disposizione sarebbe opportuno, per esempio, utilizzare degli oscillatori e indicatori di momentum e qualche altro indicatore  a supporto o come filtro. In genere consiglio sempre di non esagerare utilizzando troppi strumenti, soprattutto se della stessa natura o totalmente contrari nel loro concetto di costruzione, onde evitare da una parte di non riuscire ad avere mai segnali definitivi per l'operatività e dall'altra di averli quando il prezzo è diventato poco conveniente. Dal momento che mi sembra inutile perdere tempo a spiegare oscillatori ormai fin troppo noti e utilizzati costantemente da quasi tutti i trader, chi più e chi meno, preferisco mostrarti più possibilità operative con un indicatore probabilmente meno sfruttato, anche se comunque ben conosciuto, ma che potrebbe permetterti di costruirci intorno una strategia ben combinata: il Kase CD.

Premetto: con questo articolo mi preme far notare come il diverso utilizzo di un oscillatore possa portare comunque a dei buoni risultati, la cui differenza, oltre che in valori assoluti (comunque buoni in tutti i casi verificati e nel periodo considerato) sta, in particolare, nella percentuale di successo, nel draw down massimo da sopportare, nella durata delle operazioni. Da considerare, inoltre, che personalmente non lo utilizzo e che il back test è stato effettuato per il periodo indicato sui grafici; per questo motivo occorrerà considerare il risultato validamente ottenuto (e facilmente verificabile da chiunque visto che i dati sono specificati) esclusivamente in queste condizioni operative, tecniche e temporali. I parametri di riferimento per l'indicatore sono, per tutti i metodi riportati, (14,3,1). Procediamo...

Il CD Kase è un indicatore derivato dal più completo Kase Peak Oscillator e creato da Cynthia Case. E’ calcolato in modo simile al certamente ben più noto indicatore MACD, sulla base, quindi, di una media mobile. Volendo semplificare lo si può definire come differenza tra il Kase Peak Oscillator e la sua media mobile. Il Kase CD utilizza, in particolare, una base statistica per la definizione di segnali di trading attraverso le rilevazione di segnali di incrocio tra l’indicatore e la sua mediana oppure attraverso le divergenze (come per qualsiasi altro indicatore). Vediamo ora più modi per operare in modo profittevole utilizzando esclusivamente (o quasi) l’indicatore.

 

Metodo nr.1

La barra set-up viene identificata dall’incrocio della mediana (pari a zero) da parte della curva di riferimento; una volta rilevato il segnale la posizione sul mercato verrà aperta in caso di break del massimo (long) o del minimo (short) della barra set-up. Si tratta di un’operatività di tipo stop & reverse, quindi la posizione è sempre attiva sul mercato. E’ chiaro, tanto per il trader alle prime armi che per il trader navigato, che è possibile qualsiasi tipo di implementazione tecnica legata ad altri indicatori/oscillatori, inserimento di livelli di stop loss e profit prefissati, livelli dinamici di stop loss e stop profit e via dicendo, allo scopo di migliorarne se non la performance assoluta i vari draw down, percentuale di operazioni in utile, equilibrio di rendimento ecc. Come si può leggere direttamente sulla figura sopra, il bilancio finale nei 10 mesi di trading considerati (sempre gli ultimi 10 mesi, per comodità e migliore riferimento al mercato reale) hanno permesso di perfezionare 15 operazioni l’ultima delle quali ancora aperta al ribasso, quindi non calcolata nella performance generale, performance che ha dato un utile di 125 punti (a 250 $ a punto realizza 31.250 $). Il bilancio percentuale dei successi sulle operazioni chiuse è pari al 50% e, sempre nel periodo rilevato, il massimo di perdenti consecutive è pari a 3 operazioni, come quello relativo alle vincenti. Con questi dati l’operatività, da un punto di vista della performance sotto ogni profilo, appare profittevole. Andiamo oltre.

 

 Metodo nr.2

Qui sopra ho provato a utilizzarlo in un modo più originale, al di fuori dello schema classico (incrocio o divergenza), semplicemente rilevando la barra set-up ogni volta che l’indicatore inverte la sua direzione e definendo l’entrata sul mercato, come del resto anche sopra, in caso di break sopra/sotto il max/minimo della barra stessa.  Chiaramente ciò comporta un numero di operazioni decisamente più elevato: ben 28 operazioni (chiuse), infatti, praticamente il doppio di quelle effettuate nel tipo di operatività precedente. La performance assoluta risulta migliorata, con 200 pti rispetto ai 125 visti sopra (50.000 $ rispetto ai 31.250); la percentuale di operazioni vincenti si è marginalmente alzata da 50 a 53,5%, quindi troppo poco per risultare significativa nel periodo considerato, mentre il numero di operazioni consecutivamente negative/positive è cambiato, nella misura di 5 operazioni perenti consecutive e 5 vincenti.  Sempre a differenza di quanto visto sopra (anche se nel precedente caso il conteggio non è stato fatto e proprio perché poco significativo), qui il draw down comincia a mostrarsi con una certa consistenza: 59 punti nella serie di 5 operazioni consecutivamente perdenti e 61 punti, invece, nella serie di 2 consecutivamente perdenti in una fase successiva. In compenso, nelle 5 sedute consecutivamente vincenti il bilancio è stato di ben 119,5 punti, praticamente il doppio del massimo draw down patito nello stesso periodo di riferimento e con lo stesso numero di operazioni consecutivamente positiva. Le operazioni negative di 20 o più punti sono state 6, quelle positive con le stesse caratteristiche ben 10; una sola negativa sopra i 35 punti (41) e ben 4 quelle positive (38/38/63/48). Anche in questo caso sembrerebbe interessante. Passiamo al caso successivo.

 

Metodo nr.3

In questo terzo caso ho provato a combinare le due soluzioni adottate in precedenza: entrate sull’incrocio dell’indicatore con la sua mediana ed uscite (e rientri, se permane la direzione precedente) sulle inversioni dell’indicatore stesso; come penso sia chiaro, le frecce mostrano le entrate mentre le semirette spesse rosse sono le uscite dalla posizione e il ritorno alla condizione flat sul mercato. In evidenza subito il fatto che il numero di operazioni risulta superiore al metodo dell’incrocio e inferiore a quello delle inversioni, con uno sbilanciamento verso il primo, avendo realizzato 17 operazioni in luogo delle 14; ugualmente evidente il miglior rapporto di operazioni vincenti con il totale, essendo le stesse pari a 12 contro le 5 solo perdenti, con una percentuale a favore del 70,5%. Vale la pena, anche solo sulla base di questi ultimi dati, di approfondire il discorso dell’operatività nel tempo effettuando un back test più lungo e, quindi, maggiormente affidabile; se, infatti, la percentuale di successi si mantenesse tale (o anche intorno al 65%) anche su un periodo di 5-7 anni potrebbe indubbiamente valere la pena di utilizzarlo, magari in coincidenza con altre tecniche. Comunque, il risultato operativo assoluto risulta pari a 170 punti (42.500 $), ma con un rapporto vincite/perdite di sicuro interesse (220/50 = 4,4!). Vediamo l’ultimo caso.

 

Metodo nr.4

E’ questo il più classico dei metodi: l’operatività sulla divergenza rialzista/ribassista. In pratica ogni volta che il mercato realizza un massimo superiore al precedente e l’indicatore, contestualmente, realizza un massimo inferiore significa che, probabilmente, le forze che stanno spingendo sempre più in alto il prezzo non sono sintomo di un movimento di continuazione affidabile; viceversa per minimi successivamente inferiori. La prima cosa che si nota è che le operazioni diventano numericamente molto limitate, se considerato lo stesso periodo di tempo degli esempi operativi di cui sopra (solo 3). Ugualmente, si nota però che tutte e tre le operazioni avrebbero avuto un certo margine per performare positivamente: limitata ma sufficiente nel primo caso, discreta nel secondo e molto buona nel terzo e ultimo caso. In questa situazione mi sono avvalso dell’aiuto di un altro indicatore, la media mobile esponenziale a 20 periodi: avrei potuto utilizzare qualsiasi altro oscillatore o indicatore ma, per comodità, ho scelto questo che, notoriamente, rappresenta un po’ l’indicatore di tendenza, soprattutto per il breve periodo, per antonomasia. Come si può facilmente rilevare l’operatività realizza circa 112 punti di gain, praticamente quasi senza sopportare draw down, salvo intraday quasi irrilevante. A maggior ragione, vista l’esiguità numerica delle operazioni, anche questo utilizzo dell’indicatore va valutato nel lungo periodo ed eventualmente implementato in uno dei sopraindicati metodi.

Bene, conclusa questa bozza di spiegazione mi auguro che possa servirti da spunto per cominciare a creare una strategia personale, basata su qualcosa che tu, personalmente, hai visto, concepito e assemblato dopo aver studiato il mercato ed i suoi grafici nel tempo e nelle varie fasi; se questo articolo ed altri che potrai trovare in giro ti sarà servito per questo scopo allora saremo in due ad essere soddisfatti. Buon trading.

30 giugno 2010

 

"Volevo innanzitutto complimentarmi per le tue analisi giornaliere  su dax e fib, quasi sempre precise, puntuali e corrette. Se possibile, vorrei chiederti un consiglio su un argomento che esula dal mondo derivati, ma abbastanza di moda in questo periodo  molto particolare : le obbligazioni e loro rendimenti. Come tutti ben sappiamo, i nostri conti correnti, vengono remunerati con dei miseri 0,4/0,5% lordi (se si e' bravi a negoziare con il direttore). Mi e' giunta ultimamente e senza richiederla, una e-mail relativa all'oggetto che allego alla presente. Perdonami se dico quello che penso, ma in un mondo dove la truffa e l'inganno e' sempre dietro all'angolo, leggere di obbligazioni che danno rendimenti come quelli riportati nel file (inverse floater, scudo 6x6) anche se di banca del calibro della Barclays mi sembrano inverosimili. Forse per la mia scarsa conoscenza del prodotto non riesco a  leggere bene tra le righe, oppure e' tutto oro quello che riluce? In attesa di un tuo gradito riscontro, ti ringrazio anticipatamente su quello che saprai dirmi. Cordiali saluti (Massimo dalla città di Ancona)"

Parto con l'elenco delle ultime obbligazioni quotate: dal 21 giugno, sul MOT, sono state autorizzate le negoziazioni di quattro nuove obbligazioni denominate “Scudo” ed emesse da Barclays Capital, tutte con rimborso al valore nominale del capitale alla scadenza prefissata.

La prima obbligazione, "Barclays Scudo Mensilità", è la prima obbligazione Barclays Scudo quotata sul mercato che offre cedole mensili lorde pari al tasso Euribor 3 mesi + 0,75% su base annuale, con un rendimento minimo pari al 3% lordo annuale (2,625% netto), fino alla scadenza fissata al 16 giugno 2019.

La seconda obbligazione, "Barclays Scudo 6x6", assicura per i primi sei anni un rendimento fisso pagato semestralmente del 6% annuale lordo ( pari al 5,25% netto). Per ogni semestre successivo e fino alla scadenza del 16 giugno 2025 è previsto un rendimento lordo pari al 6% meno il valore del tasso Euribor 6 mesi su base annuale, con un rendimento minimo del 2% lordo annuale (pari all’ 1,75% netto).

La terza obbligazione, "Barclays Scudo 10,5% Inverse Floater", prevede per i primi due anni un flusso cedolare semestrale pari al 10,5% annuale lordo (pari al 9,188% netto) e successivamente, fino alla scadenza, cedole semestrali lorde pari al 9% meno il tasso Euribor 6 mesi su base annuale moltiplicato per 2, con un rendimento minimo dell'1% lordo annuale (0,875% netto).

Infine "Barclays Scudo Fisso 4,60%", la più “classica” e che prevede una cedola fissa annuale lorda pari al 4,60% ( quindi pari al 4,025% netto). 

Punti fermi: 

1)       trattasi di obbligazioni reverse floater (o rate), quindi rientrano nella categoria delle “strutturate”; 

2)       il rendimento può essere fisso o scomponibile, come da regolamento dell’ente emittente, e, nel caso di rendimento combinato, calcolato in due fasi ben distinte: una iniziale con rendimento prefissato nel valore percentuale ed una successiva con rendimento composto da un parametro fisso ed uno, una volta ancora, variabile; 

3)        alla scadenza il rimborso del capitale sarà pari al 100% dell’investimento iniziale; 

4)       Rendimento minimo prestabilito. 

Dal primo punto si evince che, essendo strutturate, il rendimento ottenuto dal gestore è generalmente derivato con diversificazione su più categorie di sottostanti e come segue:  

-          strumenti obbligazionari tradizionali;

-          strumenti derivati. 

Questo porta ad una difficile valutazione del rischio dell’obbligazione stessa, sia al momento della sottoscrizione che in momenti successivi, che la stessa sia quotata sui mercati finanziari, nei settori di appartenenza o meno il MOT nella fattispecie). Per questo motivo è opportuno che l’investitore si documenti nei minimi particolari e riceva le dovute e necessarie spiegazioni in merito proprio all’aspetto “rischio” da parte dell’ente emittente o dell’ente che colloca il prodotto. 

Il secondo tipo di rischio riguarda l’emittente stesso, quindi la banca. Qualora, infatti, lo stesso non fosse in grado, per motivi finanziari o altro, di onorare i proprio impegni per quanto riguarda il credito nei confronti degli investitori che hanno sottoscritto il prodotto in oggetto, il rimborso stesso, in tutto o in parte, ne potrebbe essere pregiudicato. 

Il punto due richiama l’attenzione sulla differenza tra il rendimento iniziale, fisso e per una durata certa, e quello successivo, legato a parametri variabili e con un minimo garantito, mentre il punto tre specifica uno dei concetti primari per coloro i quali vogliono evitare di accollarsi rischi, nel tempo, di non vedersi restituito almeno il capitale inizialmente investito; in questo caso, infatti, le obbligazioni rate vengono rimborsate per la totalità dell’importo sottoscritto alla scadenza prestabilita, sempre che, da regolamento delle stesse all’atto dell’emissione, non sia specificata la possibilità di un’estinzione anticipata da parte dell’emittente, il che annullerebbe la scadenza originale a favore della data di rimborso ridefinita. Vediamo il primo caso riportato: 

“..cedole mensili lorde pari al tasso Euribor 3 mesi + 0,75% su base annuale, con un rendimento minimo pari al 3% lordo annuale (2,625% netto)..” 

Durata massima dell’obbligazione 9 anni (scadenza 2019). Il calcolo è semplice, dal momento che il regolamento indica che, male che vada, l’investimento avrà un rendimento (mensile) del 3% al lordo della ritenuta fiscale, fino alla scadenza o, qualora previsto, del rimborso anticipato dall’emittente. Per la parte variabile il rendimento sarà dato, come riportato sopra, dala somma tra il parametro fisso dello 0,75% e il tasso (variabile) che corrisponde alla valutazione trimestrale dell’Euribor (oggi pari, ugualmente, allo 0,75%, che sommato al parametro fisso sempre pari allo 0,75% darebbe un risultato finale e totale dell’1,5% di cedola lorda).

Seconda situazione:

“i primi sei anni, un rendimento fisso pagato semestralmente pari al 6% annuale lordo (5,25% netto). Per ogni semestre seguente, fino alla scadenza fissata al 16 giugno 2025, è previsto un flusso cedolare lordo pari al 6% meno il valore del tasso Euribor 6 mesi su base annuale, con un rendimento minimo del 2% lordo annuale (1,75% netto)”.

Durata residua 15 anni. Dunque cedola semestrale (non mensile, come nel caso precedente) con tasso di rendimento fisso del 6% lordo, sicuramente appetibile attualmente, visti i tassi in circolazione (ricordo che l’Euribor a 5 anni è di poco superiore al 2% in questo momento). Dal settimo anno in poi il calcolo sarà fatto sottraendo dal 6% l’Euribor a 6 mesi, attualmente a 1,04, che comporterebbe un rendimento lordo intorno al 5% (comunque sempre molto valido se rapportato alla situazione attuale). In ogni caso è sempre stabilito un interesse minimo da corrispondere pari al 2%.

E così via anche per le altre due emissioni. Da tenere presente, quindi, che al momento i rendimenti offerti sono molto interessanti e che gli stessi diventerebbero meno appetibili nel caso i tassi di interesse dovessero cominciare a salire in modo deciso, per due motivi: il primo motivo è che in tal caso, inevitabilmente, la quotazione delle obbligazioni in questione sul MOT ne verrebbe penalizzata a causa da una parte della componente fissa e, soprattutto, dall’altra, dal parametro variabile (per le emissioni che lo contemplano) che indicizza al contrario (più è alto l’Euribor e maggiore è la quota che diminuisce la componente fissa di partenza per il calcolo del rendimento).

Per il resto: il rischio emittente esiste (da ricordare, comunque, che si parla di una banca di livello internazionale ad elevata affidabilità) ma è tale per tutte le emissioni, sia che si tratti di uno Stato che di un ente privato (con le dovute differenziazioni, sia chiaro), ma l’aspetto “obbligazione strutturata” rende inevitabilmente necessario, da parte dell’investitore, l’accettazione di un livello di rischio sicuramente maggiore di quello che si assumerebbe con un’obbligazione tradizionale (con le dovute proporzioni anche in merito ai differenti rendimenti), in particolare per chi non ha la certezza di attenderne il rimborso alla scadenza.

Spero queste informazioni ti siano utili a comprendere, almeno in parte, il funzionamento ed i rischi connessi alla tipologia di investimento in oggetto; dal momento che l'informazione è giunta via mail senza essere richiesta, ritengo comunque che la prima cosa da fare, qualora interessato, sia quella di andare sul sito della banca, visionarne il contenuto per la parte che desta interesse personale ed eventualmente chiamare il nr verde o mandare una mail con la richiesta di informazioni più dettagliate:  http://www.barclays.it/.

28 giugno 2010

 

BP: una disfatta annunciata?

Un classico esempio, senza pretesa alcuna di considerare (o riconsiderare) responsabilità, aspetti generali di sicurezza e di negligenza, disastro ambientale ecologico ecc., di come un incidente, tramutatasi in questo caso in catastrofe, abbia "appoggiato" il sentiment negativo di medio-lungo periodo identificato dalla situazione analitica su basi tecniche classiche. Qualche indicazione in merito qui sotto.

La prima cosa che si può notare è come, praticamente da sempre, il titolo in questione rispetti con una certa affidabilità e continuità le figure più semplici dell'analisi tecnica: doppi e tripli max/min, trend-line, di supporto e di resistenza, divergenze sugli oscillatori (qui scelto senza un criterio ben preciso il MACD, ma sarebbe stato ugualmente indicativo e significativo uno Stocastico di lungo periodo o un RSI). Più volte, infatti, tanto la tenuta di un minimo o massimo  (o doppi), così come il break confermato dello stesso ha permesso rimbalzi, riprese del trend o accelerazioni giustificate, tutte di notevole entità e decisive per la definizione di nuovi massimi storici e/o minimi relativi ma con alta affidabilità in particolare nel medio e lungo periodo. Sul grafico, infatti, sono state identificate una parte delle opportunità operative, sia di acquisti/vendite sulla debolezza/forza che su break direzionali che hanno dato luogo a veri e propri movimenti direzionali di notevole importanza; con riferimento alle ultime vicissitudini, inoltre, si possono vedere due delle figure che normalmente vengono tenute molto in considerazione dagli investitori importanti: il testa/spalle ribassista e la figura sempre meritevole di attenzione del triplo minimo/massimo. Vediamo, per ordine, le stesse.

La prima figura tecnica che balza all'occhio, proprio sui massimi storici del titolo (in area 80$), è il triplo massimo realizzato nel lasso di tempo 2006-2009, quindi certamente molto interessante per una valutazione oggettiva sulla base dell'eventuale tenuta del livello o del (mai avvenuto) nuovo break rialzista; il terzo massimo, tra l'altro, è stato il minore dei tre (nettamente del secondo, massimo superiore, poco sotto il primo) dando così ulteriore importanza alla figura e mettendo in evidenza una maggiore difficoltà, nel periodo incriminato, a toccare e superare quel livello relativamente più facilmente raggiunto in passato. In aggiunta, la stessa figura ha permesso il riconoscimento del classico testa/spalle, ben riconoscibile anche se, a livello temporale, si è creato uno sbilanciamento a favore della velocità di movimento max/min/max della terza fase di costruzione della stessa. Comunque la si veda, la figura grafica, sia sul triplo max che sul T/S ribassista il break inferiore è stato il segnale finale di ritorno alla negatività di lungo periodo, con cedimento del supporto di fondo tra 55 e 60 dollari e accelerazione ribassista conseguente. Ultima cosa da notare: il titolo oggi sta facendo la sua terza gamba di ribasso di lungo termine, dopo il rimbalzo deciso che aveva riportato le quotazioni proprio appena sopra i 60 dollari, ma resta comunque ben visibile il punto nel quale le quotazioni hanno attuato questo forte rimbalzo che ha permesso una rivalutazione (temporanea) del titolo di circa il 65% dal minimo appena toccato, punto coincidente con l'area di doppio minimo di lungo periodo disegnata sul grafico sottostante.

Per chiudere: il cedimento del triplo minimo potrebbe permettere la continuazione della discesa e si può vedere (in verde) come in zona 20 dollari e poco sopra sia rilevabile un'area corrispondente ad un vecchio doppio massimo realizzato tra l'87 e il 91, area dove potrebbe anche concretizzarsi un nuovo rimbalzo o, in alternativa, un periodo di lateralità. Seguono l'area 10 dollari e 4,5/5,5 dollari, la seconda delle quali corrispondente al minimo assoluto del titolo dalla sua prima quotazione.

Tutto ciò a prescindere, come detto sopra, dalla gravità dell'evento correlato e considerando comunque l'eventualità che il risarcimento che la società sarà tenuta a sostenere potrebbe rischiare, se confermato e non sufficientemente diluito nel tempo, a mettere in ginocchio il colosso inglese.

28 giugno 2010

 

La Cina e lo Yuan "disamericanizzato"

Negli ultimi mesi la pressione degli USA nei confronti del governo e delle autorità monetarie cinesi si è fatta sentire sempre maggiormente; la richiesta di aumentare il valore dello yuan (o del reminbi, un altro nome dello yuan) in modo da correggere gli squilibri nel commercio internazionale e favorire la ripresa economica, sentita proprio dagli americani come necessità impellente in questi "tempi di magra", è stata accolta e la Cina renderà "più flessibile" la sua valuta in futuro. Questa decisione di dare maggiore flessibilità al tasso di cambio dello yuan, secondo la Bank of China, è stata presa considerando un certo margine di miglioramento dell' economia globale verificatosi nell’ultimo periodo: “la ripresa e la crescita dell'economia cinese hanno acquistato solidità con il rafforzamento della stabilità economica", si legge nel comunicato, motivo per cui “è opportuno procedere con la riforma del tasso di cambio del reminbi aumentandone una  flessibilita' del lo stesso”. Lo stesso comunicato continua: “una particolare e costante attenzione verrà attuata nel riflettere l'offerta e la domanda del mercato in riferimento ad un paniere di monete. La banda di oscillazione rimarrà la stessa che è stata indicata in precedenza sul mercato interbancario delle valute”.

 
Il segretario al tesoro USA, T. Geithner, ha da subito mostrato un evidente apprezzamento per la scelta delle autorità cinesi; ha, infatti, pubblicamente applaudito alle intenzioni manifestate dalla Cina di rendere più flessibile la propria moneta, con l’evidente intento di “forzare pacificamente” la situazione per evitare che il tutto si limiti a semplici manifestazione di intenti, un discorso di facciata, per intenderci: “Accogliamo favorevolmente la decisione della Cina di aumentare la flessibilità del tasso di cambio. Una realizzazione chiara darebbe un contributo positivo a una crescita globale forte ed equilibrata. Continueremo la nostra collaborazione con la Cina nel G20 per rafforzare la ripresa economica mondiale”.

Pur manifestando il suo compiacimento per il nuovo approccio alla politica valutaria da parte della Cina, uno tra gli economisti più importanti, Nouriel Roubini, mostra qualche perplessità in merito ai cambiamenti proclamati. L’economista, infatti, si aspetta anche la nefasta possibilità che la reazione possa essere inopportunamente opposta a quella che gli USA auspicano e attendono con palese soddisfazione: invece di un atteso rafforzamento della valuta cinese, il tutto si potrebbe anche tradurre in un possibile indebolimento (probabilmente non significativo, in valori assoluti, ma sufficiente a rendere vana la manovra) dello yuan, in particolar modo qualora, purtroppo, la moneta europea dovesse continuare a deprezzarsi come succede ormai da molti mesi a questa parte. “Lo yuan - ha detto l'economista della New York University - negli ultimi mesi si è rafforzato molto nei confronti dell'euro, evidentemente sotto pressione per i debiti di alcuni Paesi dell’Area Euro, condizione che potrebbe compromettere, nell’immediato futuro, il risultato atteso con la manovra, cioè uno yuan realmente più forte.” In aggiunta, Roubini precisa che, anche qualora la situazione evolvesse favorevolmente alle aspettative, la diminuzione del surplus commerciale cinese e la probabilmente conseguenza di un rallentamento della crescita economica in Cina limiterebbero e di molto (indicando non oltre il 3%) questo apprezzamento a livello reale, considerando anche che, sempre secondo l’economista, “la conflittualità nel mercato del lavoro resta una fonte di preoccupazione”, oltre che uno dei principali problemi interni.

25 giugno 2010

 

Euro/Dollaro: visione di base secondo il metodo grafico/temporale di Gann 

Il primo grafico illustra l’andamento del mercato su base giornaliera e con la definizione del trend di fondo (quindi principalmente valida per il trend di breve periodo) tramite la costruzione del grafico a 3 giorni, con il cambiamento della tendenza al verificarsi di tre consecutivi massimi/minimi superiori/inferiori a quelli del giorno precedente. Come si può ben vedere la situazione di negatività generale è evidente sia sotto il profilo della netta superiorità della entità e della durata dei movimenti al ribasso, sia per la continuità con cui il mercato fa segnare massimi e minimi inferiori. In aggiunta è riportato anche l'indicatore ciclico basato sul ciclo intermedio di 20 giorni: notare come il break dello stesso sotto la sua mediana abbia notevolmente favorito il ribasso che ha permesso di toccare i minimi di medio periodo pochi giorni fa.

Il secondo grafico è su base settimanale e mostra, con la massima semplicità, la tendenza del mercato su base settimanale; in evidenza sia il doppio massimo di metà 2008 a cui ha fatto seguito il break ribassista con conseguente movimento al ribasso, sia il doppio minimo realizzato tra la fine dello stesso anno e la prima parte del 2009. Sono indicate (freccine blu e rosse) anche le entrate in direzione del nuovo trend senza l'ausilio di altri strumenti (grafici o algoritmici che siano), con l'aggiunta delle eventuali uscite dalla posizione in occasione dei citati doppio max e minimo (cerchio grigio).

In ultimo vediamo anche l'aspetto ciclico sul grafico a compressione settimanale qui sotto. Le linee spesse (blu e rosse) del grafico mostrano l'ampiezza del trend in atto secondo l'indicatore temporale inferiore (denominato Gann3line), con il posizionamento, inoltre, degli estremi della linea stessa proprio sul prezzo di entrata/uscita (supponendo sempre il reverse, anche in questo caso); l'oscillatore superiore, quello immediatamente sotto i prezzi di mercato, è per natura più veloce e meno adatto ai movimenti di mercato su base settimanale ma ha la stessa valenza per quanto riguarda eventuali divergenze su doppi massimi e doppi minimi. Proprio in coincidenza con il massimo del 2008, infatti, si può facilmente notare come una reiterata divergenza negativa abbia comunicato l'alert in tempi ancora non sospetti e con prezzi in condizione di neutralità/positività.

16 maggio 2010

 

USA: bilanci in miglioramento per le banche ?

A prima vista sembrerebbe che il peggio sia decisamente passato, almeno a giudicare dalla performance realizzata dagli istituti di credito americani negli ultimi mesi; secondo notizie ufficiali che giungono da Washington, infatti, le banche statunitensi avrebbero registrato circa 18 miliardi di dollari di utili netti nel primo trimestre del 2010, con un incremento di sicuro interesse rispetto a quelli dell’anno precedente (in pratica triplicati gli utili). Il miglioramento più sostanziale è stato registrato tra le banche di maggiori dimensioni, ma la maggioranza degli istituti ha comunque registrato una crescita dell'utile netto. Il fondo di assicurazione dei depositi della Federal Deposit Insurance Corporation (Fdic), che era andato a debito nella seconda metà dello scorso anno, ha registrato il suo primo miglioramento in due anni: il suo deficit è infatti diminuito da 145 milioni di dollari a 20 milioni di dollari circa. 

Nonostante questo, tuttavia, altre notizie meno confortanti indicano un evidente peggioramento del numero di istituti finanziari in difficoltà, almeno secondo quanto ha comunicato la stessa Fdic. Gli utili del primo trimestre del settore finanziatio USA sono stati i più alti negli ultimi due anni, ma il numero di banche in difficoltà è aumentato di circa il 10%, percentuale decisamente allarmante soprattutto perché realizzata in un periodo di tempo relativamente breve, portando il totale da 702 a 775. Studiando statisticamente il fenomento, appare subito evidente un dato: circa il 13% delle banche incluse nella lista della Fdic e relativa alle banche in difficoltà ha dichiarato bancarotta: nel 2009 ben 140 banche sono finite sotto la tutela della Fdic e, purtroppo, sono fallite, denotando un netto peggioramento della situazione generale rispetto all’anno precedente che aveva visto chiudere i battenti a “solo” 26 istituti.

Il miglioramento più sostanziale è stato registrato tra le banche di maggiori dimensioni, ma la maggioranza degli istituti ha comunque registrato una crescita dell'utile netto. Il fondo di assicurazione dei depositi della Fdic, che era andato a debito nella seconda metà dello scorso anno, ha registrato il suo primo miglioramento in due anni: il suo deficit è infatti diminuito da 145 milioni di dollari a 20 milioni di dollari circa.

14 giugno 2010

 

Nuova offerta per le obbligazioni Argentina

La nuova offerta di scambio sui bond argentini è stata illustrata dal ministro delle finanze argentino, Amado Boudou, nel tentativo di convincere anche i creditori italiani ad aderire. Sin dalle prime battute ha lasciato però intendere che, adesione o meno da parte dei risparmiatori italiani, l'Argentina ha già la certezza (tra l’altro garantita da un gruppo di titolari di grandi crediti sui Tango bond) che le adesioni totali supereranno il 60 per cento, pur ammettendo che l'offerta ultima presentata non è migliorativa rispetto a quella del 2005 e alla quale aveva aderito il 76 per cento dei creditori.

L'offerta è iniziata il 3 maggio e si protrarrà fino al 7 giugno per gli investitori retail, in pratica quindi per tutti coloro che vantano crediti per somme fino a 50 mila dollari e per i quali è prevista l'assegnazione di nuovi bond con scadenza 2038 e per un valore pari al 100% di quello nominale dei Tango bond finiti in default, più una somma in contanti pari a 823 dollari per gli interessi non pagati tra il 2001 e il 2009. Il plafond complessivo a disposizione per tutta l’operazione, però, non supera i 2 miliardi di dollari.

Per tutti gli altri investitori, titolari di crediti superiori ai 50 mila dollari nominali, è invece prevista un’offerta discount (scaduta il giorno 12 maggio) che prevede l'assegnazione di nuovi bond pari al 33,7 per cento del valore delle obbligazioni finite in default, più un pagamento degli interessi arretrati (anche questo previsto in titoli).

Boudou ha affermato di sperare finalmente nella soluzione definitiva del contenzioso che, secondo il Ministro, “non è dipeso dall'attuale governo e nemmeno dai risparmiatori italiani, ma dall'ex presidente Adolfo Rodriguez Saá che dichiarò il default nel 2001, appunto. Questo interesse a chiudere l’offerta deriva dal fatto che in tal modo l’Argentina potrebbe rientrare nel mercato dei capitali, cosa probabilmente auspicata non solo da Bodou e dagli argentini…

In aggiunta, lo stesso Ministro delle finanze ha affermato: «è stato un errore consentire l'acquisto di titoli a rischio da parte di piccoli risparmiatori, è stato un errore non accettare l'offerta del 2005 e sarebbe un errore rifiutare lo swap dei prossimi giorni». 

Inutile dire che le associazioni dei consumatori non sono assolutamente d'accordo con una proposta che, a distanza di 5 anni dalla precedenza, nulla di più offre ma, soprattutto, che non contenga alcuna accettazione di responsabilità da parte delle banche collocatrici.

Prospetto disponibile sul sito www.argentina2010offer.com

24 maggio 2010

 

Footsie Mib by Gann

In risposta a più mail che mostrano un certo interesse per quello che potrebbe essere definito "universo Gann", provo qui a dare una velocissima panoramica (più che altro grafica, visto che dare una spiegazione dettagliata sarebbe particolarmente gravoso in termini di tempo) sulla situazione generale del nostro indice principale utilizzando le applicazioni di base grafiche e dinamiche degli insegnamenti di Gann, come spunto per chiunque "simpatizzi" per questa teoria le cui radici si possono far risalire a oltre un secolo fa.

Qui sotto l'andamento del mercato dal 1999, poco prima dei massimi storici. Si può vedere il comportamento dei prezzi mensili una volta toccati e rotti gli angoli discendenti e, in particolare, nel momento in cui il break rialzista fallisce proprio su uno di essi (l'ultimo massimo del 2007). E' indicato anche, per curiosità, l'angolo ascendente (e speculare a quello discendente principale dai massimi storici) che parte dal valore zero; una volta intercettato dai prezzi fa muovere il mercato in laterale per quasi 4 mesi ma il suo cedimento definitivo porta all'accelerazione decisa e importante conclusasi, al momento almeno, coi minimi del 2009. Notare poi, come indicato anche sul grafico, l'importanza di doppi massimi e doppi minimi di medio e lungo periodo: Gann stesso riteneva di fondamentale importanza segnare questi valori di mercato anche a distanza di anni come livelli sensibili sui quali operare. Ovviamente e come si può ben vedere, quando gli stessi si formano con distanza limitata tra i due pivot di massimo o di minimo è verosimile che si verifichi una buona inversione della tendenza di periodo. Si possono notare, inoltre, le linee rosse leggere e le linee blu pesanti (le prime direttamente sui valori di mercato e le seconde, per evitare confusione, sotto i valori ma da leggere i corrispondenza degli stessi); definiscono, rispettivamente, il trend intermedio e il trend minore, essendo legati al movimento di rottura di due massimi superiori e due minimi inferiori nel primo caso, di un unico massimo superiore e minimo inferiore nel secondo caso. Mancherebbe, in tal caso, l'indicatore di trend principale (tre massimi/minimi superiori inferiori) che corrisponde al vero indicatore di tendenza di fondo (Main trend indicator) di lungo e lunghissimo periodo, ragionando chiaramente sul grafico mensile. Il problema principale è che il nostro mercato è relativamente giovane e un grafico a compressione mensile non darebbe l'opportunità di valutarlo sull'indicatore appena citato. In ogni caso si possono vedere i segnali di cambio di tendenza generati dall'uno e dall'altro: in teoria l'utilizzo degli stessi sarebbe corretto se desse origine ad una operatività direzionale concertata; con trend secondario (linea blu spessa) al rialzo la rottura di un massimo definito dall'indicatore di trend minore sarebbe il segnale definitivo di long, viceversa per lo short.

Qui sotto ho aperto una finestra per meglio identificare il mercato tra l'ultimo massimo (maggio 2007) e il minimo del 2009. L'angolo discendente e rappresentante la 1X1 dai massimi indicati ha tenuto il mercato al ribasso per tutto questo tempo; raggiunto verso la fine del 2008 e poi successivamente ad aprile dell'anno in corso ha dato origine a brusche inversioni di tendenza sui tentativi di recupero sia di breve che di medio periodo. Sono segnalati, inoltre, i livelli di ritracciamento di Gann, sempre considerando il massimo ed il minimo appena citati; come si può ben vedere sia sul primo dei livelli (12,5%) che sul secondo più importante (25%) il mercato ha reagito negativamente, in modo più corposo nel secondo ed attuale caso.

L'ultimo grafico è la pura rappresentazione di un doppio indicatore ciclico (nella fattispecie: ciclo di lungo linea blu, ciclo di medio linea verde) ideato dal sottoscritto (valido per qualsiasi timeframe con le opportune modifiche sui parametri temporali) sulla base di alcuni dei più noti riferimenti lasciati da Gann in materia, appunto, di cicli temporali. In sostanza il funzionamento è di una semplicità assoluta: l'attraversamento della linea dello zero da parte dell'indicatore genera il cambio di tendenza del ciclo sottostante, o almeno nelle intenzioni dell'indicatore stesso. Sul grafico dei prezzi le linee spesse verdi e blu indicano, rispettivamente, gli incroci dell'indicatore con la sua mediana in ciascuna delle sue due linee specifiche.

Spero possa essere utile per spronare gli estimatori di Gann e delle sue diverse e numerose strategie e tecniche di approccio al trading ad approfondire le stesse più con lo studio personale dei grafici e le prove in backtest effettivi e personalmente eseguiti che non studiando testi ormai obsoleti nei contenuti, seppure moderni nella forma o nel modo di porsi al lettore. Unica alternativa valida: direttamente i testi scritti dal trader americano...

17 maggio 2010

 

Aiuti e accantonamenti dall’Unione Europea e dal Fondo monetario internazionale

Il “pacchetto salva-euro” è stato dunque approvato nei giorni scorsi e riguarda la ragguardevole cifra di 750 miliardi di euro da tenere a disposizione per situazioni critiche come quella che si sta verificando negli ultimi mesi in Grecia e che potrebbe avere un seguito se Spagna, Portogallo e Irlanda non riusciranno a risanare la situazione, almeno in parte, in tempi certi. Scopo principale è dunque contrastare le crisi economico-finanziarie che, nel tempo, possono affossare uno o più Paesi dell’area euro con evidenti difficoltà (o impossibilità) nel riassorbimento del debito pubblico, permettendogli di evitare la bancarotta e gli effetti che la stessa avrebbe sugli altri Paesi membri e sulla nostra valuta. Questo pacchetto consistente si va ad aggiungere al precedente di 110 miliardi stabilito nel mese di aprile e con unico beneficiario, in quell’occasione, la Grecia, che tra l’altro dovrebbe essere a brevissimo aiutata con una prima erogazione di 20 miliardi dei 110 previsti. Ma quali potrebbero essere i pro e i contro di questa manovra?

Un fatto positivo, indubbiamente, è che finalmente alcuni governi, fino a poco tempo fa restii a elargire stanziamenti ritenuti eccessivi, messi ora di fronte ad un evidente quanto inevitabile peggioramento della crisi, abbiano deciso di scendere a patti e approvare un piano di salvataggio che, almeno nel breve periodo, dovrebbe aiutare chi si trova in condizioni realmente difficili attualmente e, allo stesso tempo, rassicurare, almeno in parte, sulla stabilità del sistema anche di fronte a ulteriori problemi interni. Dall’altro lato, altri Paesi, ora necessariamente messi sotto pressione (“obbligati” a varare programmi importanti di risanamento e controllati a vista, pena la possibilità di vedersi negare gli aiuti suddetti), si sono finalmente impegnati ad intraprendere nuovi ed aggiuntivi sforzi per stabilizzare i loro bilanci (da anni in condizioni pessime).

C’è però da sottolineare che, pur non potendole valutare in pieno da subito, è anche possibile che queste misure rischino di creare problemi significativi a medio e lungo termine Questo perché il debito pubblico dei paesi in chiara difficoltà come la Grecia, in questo momento, verrà coperto e sanato principalmente dai contribuenti degli altri Paesi membri, almeno fino a che le misure interne di riorganizzazione non avranno successo, e ciò potrebbe rendere difficile l’attuazione di una nuova e necessaria politica fiscale moderata.

Un altro rischio potrebbe essere quello relativo agli eccessi di speculazione: se da una parte alcune realtà all’interno dell’eurozona potrebbero essere facilmente attaccabili, almeno in questa fase (e in tutte quelle che si manifesteranno in futuro con queste condizioni) e divenire mira di speculazioni selvagge, dall’altra i fondi e il piano di salvataggio servirebbe, in questi casi, a coprire falle lasciate, è vero, dal debito pubblico interno, ma notevolmente amplificate dalla speculazione stessa. In pratica gli speculatori attingerebbero spudoratamente ai soldi della comunità per riempirsi le tasche a danno delle risorse comunitarie e creando problemi alle economie e finanze locali anche per tempi lunghi.

Occorrerà poi vedere, quindi, che ruolo andrà a coprire la BCE in ambito comunitario ora che si è data l’impressione che, in caso di situazioni gravose come quelle attuali, occorre l’intervento e l’iniziativa di governi uniti e FMI; cosa che non si era verificata durante la prima fase della crisi nel 2008, nel cui ambito la Banca Centrale aveva dato l’impressione di immobilità prima ma di polso in un secondo momento, evitando di sacrificare troppe risorse sin da subito e mantenendo comunque un controllo della situazione in quelle fasi molto critica. In realtà occorre però considerare una cosa: i 750 miliardi di euro al momento sono solo una garanzia, non stanziamenti effettivi. Occorrerà essere veramente sicuri che, in casi contingenti, tutti i governi intervenuti e approvanti siano poi nelle condizioni, materiali e morali, di mettere in pratica quanto discusso e concertato. In caso contrario, soprattutto qualora si dovessero manifestare situazioni multiple difficili, si potrebbe anche pensare che qualcuno tornerà a bussare alla porta della BCE ed in tal caso, la Banca Centrale, dovrà aver mantenuto intatta la sua indipendenza ed aver dato ulteriore prova, nel tempo, di mantenimento della necessaria stabilità monetaria. Perché questa è il suo compito primario; dell’aspetto fiscale e di gestione della situazione bilancio/debito pubblico ogni Paese dovrà occuparsene da solo o insieme agli altri membri nell’ottica di quella unità economico-finanziaria richiesta ora più che mai, ma certamente non ne dovrà essere coinvolta la BCE che dovrà invece continuare a “proteggere” l’euro da speculazioni, manipolazioni e crisi finanziarie.

Un’ultima aggiunta: l’euro debole favorisce e non poco le esportazioni, a beneficio di aziende e Paesi in cui il settore ha grande importanza nell’economia nazionale. Il che potrebbe almeno in parte compensare il calo di domanda interna e permettere, in taluni casi non già gravati da situazioni eccessive e/op pregresse, di mantenere un minimo di stabilità in attesa di tempi migliori. Chiaramente, in situazioni di necessità, non intesa come regola…

 13 maggio 2010

 

In attesa della definizione della "questione greca"

L’Eurozona si trova, in queste settimane, in un periodo particolarmente importante: una sorta di vera e propria verifica della propria stabilità e della propria solidità, almeno per quanto concerne l’aspetto finanziario ma anche valutario, non certo quello politico e/o economico generale, dal momento che, almeno per ora, non esiste un governo unico europeo ed il parlamento stesso è solo una parvenza di quelli che governano i vari stati membri. Qui, probabilmente, sta la vera differenza con gli USA, al di là della necessaria quanto doverosa diversificazione dovuta alla data di fondazione delle due aree.

La vera prova ora per l’Europa è quella di realizzare se i tempi sono (o saranno, vista l’entità dei cambiamenti in gioco) maturi per proporre o almeno pensare un prospettico cambiamento generale e futuro che porti ad una vera coesione dei Paesi membri e generi un’unica realtà economica e sociale intraeuropea, gestita quindi da un unico governo a partecipazione ponderata dei membri rappresentanti dei singoli Stati e, presumibilmente, a parametri variabili degli stessi in funzione del miglioramento interno della situazione di ciascun aderente.

E’ chiaro che un fallimento nella gestione del caso attuale che, è da ricordare, non riguarda unicamente la Grecia, pur essendo il simbolo eclatante della solita ed ennesima truffa colossale (in questo caso all’ennesima potenza) storicamente in voga nei Paesi del sud-Europa, finirebbe per segnare indelebilmente la buona riuscita del sistema Euro ed il mantenimento di una assolutamente necessaria struttura, più o meno integra e intatta, in grado di supplire alle carenze, anche multiple in taluni casi, degli aderenti alla stessa. La catena che si sta innestando con prossimi bersagli Spagna, Portogallo e probabilmente Irlanda rischierà di mettere a dura prova un sistema ancora giovane e quindi potenzialmente inadatto a correggere situazioni di sfaldamento multiple, sempre che da ciascun membro non arrivi un’idonea e coerente azione di sostentamento, sia dal punto di vista finanziario che politico.  

La Grecia, o meglio i suoi governanti, si sono comportanti certamente in modo irresponsabile per non dire ben oltre i limiti della scellerataggine, chiarendo una volta per tutte quale sia, per talune realtà anche di quelle dimensioni, l’idea di legalità e correttezza reciproca (in merito agli ultimi due concetti direi: nessuna idea o, al limite, molto personalizzata!). Oggi gli altri Paesi membri si trovano, a causa anche di questa disonestà, a dover gestire una situazione inattesa e certamente molto grave, alla luce, soprattutto, di quello che riserverà il futuro alla coalizione con i probabili e annunciati successivi disastri finanziari; ma, paradossalmente, sarà probabilmente la stessa Grecia a pagarne lo scotto peggiore, dal momento che da quando è entrata nell’Eurozona si è dovuta scordare le possibilità offerte, in casi limite come questo di una svalutazione della moneta locale. Banalizzando (il discorso sarebbe troppo lungo e complesso e potrebbe essere adeguatamente redatto solo da un economista e politologo completo e indipendente) si può facilmente pensare a quanti introiti sarebbero derivati, nei prossimi mesi, da un aumento esponenziale del fatturato derivante dal settore del turismo: la Grecia è già di per sé meta abbastanza ambita e, qualora i prezzi fossero divenuti di colpo molto appetibili, probabilmente il numero di turisti sarebbe aumentato in modo esponenziale, di pari passo con la svalutazione della vecchia e perduta, oltre che forse compianta, ora, dracma greca. Certo, i prezzi diminuiranno comunque e parte di questo maggior interesse potrebbe essere comunque recuperato, ma la parte più consistente sarebbe arrivata proprio dall’effetto svalutazione Dracma/Euro. Il che avrebbe portato lavoro, denaro, tasse, introiti indiretti e la conseguente e quasi immediata ripresa del settore trainante per eccellenza: l’immobiliare. E, necessariamente, molto, moltissimo denaro dall’estero per investimenti in attività commerciali e, inevitabilmente, immobiliari.

Fatta questa premessa vediamo quanto difficile saranno i prossimi giorni, visto che dalle decisioni che saranno prese si capirà se e come crisi di bilancio della Grecia potrà essere contenuta o se diventerà una bomba a orologeria il cui dubbio sarà solo quando deflagrerà, non se...
Per la fine della settimana, il Fondo monetario internazionale e il governo greco tenteranno di raggiungere un accordo fattibile e ragionevole da entrambe le parti dove, ovviamente, il maggior sacrificio economico e finanziario spetterà, nel presente, al Fondo e, in futuro, alla Grecia. Tre sono gli aspetti fondamentali

1)      il più importante è che la Grecia dovrà necessariamente presentare un programma strutturato (in tale fase, ovviamente, un programma di transizione) che permetta di far comprendere, senza trucco alcuno, questa volta, come riuscirà a trasformare un forte disavanzo primario in un'eccedenza altrettanto marcata senza provocare una devastante recessione dell'economia. L’unica cosa a mio avviso possibile in una tale condizione disastrata sarebbe un programma drastico e triennale che dichiari in modo dettagliato i vari tagli alla spesa e le inevitabili riforme strutturali da eseguire, supportato da uno quinquennale di maggior respiro in preventivo non tanto di non essere in grado di rispettare il primo (situazione da evitare per non tornare indietro ed a velocità maggiore) quanto di gestire in modo chiaro e già predisposto la situazione in transito tra triennio e quinquennio riformista. In tal caso si fugherebbero i dubbi almeno per ora, si deciderebbe un programma ben definito (se approvato dal resto dell’Unione) di breve e medio termine e, alla luce del mantenimento degli impegni presi o meno, l’Eurozona sarebbe autorizzata a gestire la situazione, nel bene o nel male, in tutta tranquillità e avendo preventivato ogni possibile azione futura.

2)   Il secondo è che il pacchetto di finanziamento da erogare in favore della Grecia dovrebbe essere nettamente superiore ai 45 miliardi di euro stanziati finora (i 30 miliardi dall'Unione Europea e il resto dall'Fmi che, ieri, si è anche dichiarato disposto ad aumentare di ulteriori 10 miliardi in un futuro molto prossimo). Il contributo dell’Unione Europea sarà valido solo per un anno e l’attuale situazione che vede diversi altri Paesi in condizioni critiche potrebbe impedire ulteriori aiuti per i prossimi due anni almeno. La Bundesbank ha stimato ultimamente che la Grecia avrà bisogno di almeno 80 miliardi di euro da erogare nei prossimi due/tre anni, non di meno, semmai una decina in più!. E senza copertura almeno per i prossimi due anni, se non per tre, sarà molto difficile per la Grecia riuscire a mettere in atto un piano credibile.

3)      Il terzo aspetto da non sottovalutare è la Germania. Il tentativo recente del governo di Berlino di aggiungere il prestito a favore della Grecia a una legge preesistente è finito male: la maggioranza si è pronunciata a sfavore (in modo deciso e quasi unanime) ed il provvedimento dovrà ora passare per il tradizionale iter legislativo. La Merkel in prima linea ed i suoi sostenitori (al momento la grande maggioranza degli esponenti politici di conto) hanno già ipotizzato la possibilità concreta di un voto contrario, preferendo di gran lunga che la Grecia lasciasse l'Eurozona per rientrare in un secondo momento se le condizioni lo dovessero permettere. Idea condivisa, a dispetto delle varie affermazioni di facciata, da moltissimi esponenti politici ed economici internazionali.

Ora: l’attuale trattato di Maastricht prevede l’IMPOSSIBILITA’ che un Paese membro sia costretto ad uscire e, addirittura, che un Paese decida autonomamente di andarsene. Il che significa che, per poter attuare quanto i tedeschi auspicano, si dovrebbe procedere alla modifica del trattato stesso, al momento probabilmente molto difficile, anche se possibile in futuro. Quindi: o si aiuta la Grecia oppure la si lascia al suo destino, provocandone il default ma all’interno dell’Unione. Difficile, pertanto, la sua estromissione, almeno non in tempi brevi. Cosa potrebbe succedere, quindi, in caso di fallimento qualora la Germania non si attivasse per fornire ulteriori finanziamenti? Una serie di catastrofiche perdite per molte banche francesi ma anche tedesche che possiedono ingenti quantità di titoli del debito greco, così come alcune italiane (minori per numero e meno esposte per volumi ma comunque almeno in parte interessate); questo è uno dei motivi per cui la Francia si è detta da subito disposta ad aiutare gli ellenici e, francamente, è difficile capire questa strenua resistenza opposta dal governo tedesco alla luce di queste possibili conseguenze sulla sua economia. Ed è anche il motivo per cui molti sperano che, alla fine, a muso duro la Germani comunque contribuirà ed in modo consistente al rifinanziamento. Almeno la speranza, al momento, rimane viva! A proposito di questo la Merkel ha deciso di posticipare il voto a dopo il 9 maggio, data in cui va al voto, in Germania, il Land del Nord Reno-Westfalia.

Insomma, stando così le cose, se non si adegueranno le proposte alle reali aspettative del mercato la Grecia andrà diritta verso il default e la crisi si estenderà, presumibilmente, a Spagna e Portogallo e forse oltre.

E l’Italia? Al momento non ci sono reali possibilità di un rischio così grave per il nostro Paese; la situazione potrebbe precipitare solo se venisse portato un attacco dall’esterno, in particolare, ovviamente, da oltreoceano per sfruttare la situazione attuale precaria per l’Unione e provare a scardinarla in uno dei tre pilastri portanti, al momento, che, oltre a costituirla, provano a sorreggerla nelle fasi critiche come quella attuale. Dobbiamo ricordare come la situazione difficile del debito pubblico e del Pil italiano sia ormai situazione consolidata non da anni ma da qualche decennio; le nostre istituzioni politiche e soprattutto economiche hanno imparato a coesistere e a gestire la situazione, in mezzo a mille difficoltà, in un modo non sempre valido ma che permette di mantenere un equilibrio nemmeno così tanto precario quanto potrebbe sembrare da fuori. Per questo è più facile vedere Paesi come Spagna, Portogallo e Irlanda rischiare molto più di noi. Non solo: i potenziali aiuti da parte della UE a nostro favore sarebbero presumibilmente più “facili” da ottenere per mille motivi, seppure necessariamente più consistenti a livello finanziario. E non dispero del fatto che potrebbero perfino intervenire forze esterne alla Unione stessa. La Spagna, invece, presenta dei conti anche peggiori di quelli greci, se visti in valori assoluti e rapportati alla struttura economica interna (secondo la Banca mondiale il debito estero del Paese, sia per il privato che per il pubblico, è a livelli esorbitanti: il 233% del Pil, di cui il 74% per il settore pubblico e il 159% per il settore privato. La situazione degli investimenti esteri è intorno al -100% del Pil mentre il disavanzo delle partite correnti rimarrà presumibilmente appena al di sotto del 10% del Pil, denotando una fortissima crisi del settore privato). Inoltre, sempre riguardo all'Italia, non dimentichiamo che pochi altri Paesi al mondo possono vantarsi di un risparmio privato interno così elevato, di una percentuale superiore all’83% di possessori di case e di un sistema bancario meno esposto anche nei casi di banche internazionali o gruppi multi-nazionali (efficienza quasi esclusivamente a favore delle stesse, sia chiaro, ma che in situazioni critiche aiuta il sistema finanziario a cadere, eventualmente, col paracadute).

In definitiva e per capirci: se entro il fine settimana non arriveranno aiuti sufficientemente consistenti alla Grecia è possibile che si innesti una reazione a catena molto pericolosa, in grado di destabilizzare nel tempo l’Unione Europea nell’unico punto di forza che ha a disposizione in questo momento critico: la riserva finanziaria ancora a disposizione non essendo stata necessaria per la crisi attuale, come invece è successo negli USA. La Germania, nonostante la crisi che il default della Grecia innescherebbe anche sulle banche tedesche e dunque in tutto il Paese, sta facendo un serrato ostruzionismo: riuscirà a breve a superare l’empasse e ad accettare un maggior sacrifico finanziario a favore degli ellenici o ne decreterà la fine causando l’atteso, anche se non sperato, effetto a catena? A giorni sapremo...

29 aprile 2010

 

"Volevo chiedere un consiglio: siccome ho poco tempo per fare l’intraday e quelle volte che l’ho fatto sono quasi solo riuscito a perdere perché i guadagni erano sempre piuttosto limitati chiudendoli anticipatamente e le perdite invece consistenti, preferirei fare una sola operazione al giorno al massimo e cercare di prendere solo quelle giornate che in una certa percentuale potrebbero darmi un vantaggio sull’operazione che voglio fare. A questo proposito ho sentito parlare dei gap d’apertura e in particolare sul dax. In questo tipo di operazioni potrei lavorare nemmeno tutti i giorni e senza troppo impegno così da dedicarmi come al solito al mio lavoro e dovrei guardare solo il livello di apertura del mercato per mettere l’ordine. Lei cosa ne pensa? Potrebbe funzionar sul dax? E su altri future come bund e fib? Grazie e arrivederci.(Email di Giovanni da Rovigo)"

Per prima cosa direi che il discorso dell’operatività legata ai gap d’apertura può avere senso ma il mio consiglio è quello di considerare sempre la migliore conoscenza possibile degli strumenti che si va a utilizzare per operare, onde evitare brutte e inattese sorprese con qualche stop di troppo, di eccessiva consistenza e non preventivato.

Detto questo e dando per scontato che conoscenza degli strumenti e capitale necessario non siano un problema per chi legge direi che lavorare contro il trend definito dal livello di apertura è positivamente accettabile, dal momento che, in generale e nel medio-lungo periodo, il metodo paga. Le modalità sono diverse, volendo sfruttare l’apertura sopra il massimo o sotto il minimo del precedente giorno, ma in tutti i casi se apre sopra il massimo si venderà mentre se apre sotto il minimo si provvederà ad impostare un’operatività di tipo long. Le tre modalità che verifico solitamente (e qui in particolare per darti un’idea delle differenze valutazioni che si possono fare) per l’entrata dopo il gap iniziale sono:

1)       entrata sul ritorno sopra il minimo/sotto il massimo precedente;

2)       entrata sul ritorno sopra/sotto la chiusura precedente;

3)       entrata immediata 1 o 2 tick sopra/sotto il livello di apertura se apre in gap-up/down.

Nessun livello di stop e nessun livello di profit; questo perché l’adozione di un qualsiasi livello, più o meno ampio, relativo a obbiettivi o stoploss cautelativi, generalmente porta ad una drastica riduzione della performance operativa. Inoltre, l’ottimizzazione di un metodo che funziona discretamente con una semplice regola di base è spesso deleterio e comporta quasi esclusivamente maggiori rischi e minori profitti (in ogni caso chiunque può provare a effettuare uno studio con relativo back test per verificare l’attendibilità di questa informazione). I risultati, nell’ordine (1-2-3) come riportato sopra sono quelli pubblicati in formato EXL di seguito:

1                2                3

 

Inoltre, per verificarne la fattibilità anche su Bud e Fib ho effettuato questo back test nella forma più semplice di ingresso su ritorno sopra il minimo o sotto il massimo precedente:

Bund                                 Fib   

 28 aprile 2010

 

Catastrofe Grecia

Mercati in crisi nella seduta di ieri; una scusa buona utilizzata dagli investitori istituzionali (e non) è stata la notizia ufficiale di Standard&Poor's della riduzione del rating di lungo e di breve della Grecia al primo livello 'junk' abbassandolo a 'BB+/B' e con outlook negativo. Una mazzata! L'agenzia di rating ha quindi peggiorato il suo giudizio sulla Grecia abbassandolo di tre livelli e giustificandolo con le quasi certe difficoltà a cui il Paese andrà incontro nel tentativo di ridurre il proprio debito pubblico. In breve:

- le prospettive di crescita, già non eccezionali, ora vengono valutate in diminuzione;

- l’aggiustamento della pressione fiscale produrrà quasi sicuramente grossi problemi alla ripresa economica di per sé già difficile;

- i titoli del debito pubblico rappresentano un problema ma, soprattutto, un grosso rischio e l’agenzia di rating non vede un miglioramento prospettico in futuro (le attese di recupero per i possessori di debito greco, per S&P, sono tra 30 e 50%, equivalente a un rating “4”).

Da considerare anche che l’outlook negativo lascia aperte le porte ad un ulteriore abbassamento del rating stesso, in linea quindi con la negativa visione per il futuro, motivata soprattutto, oltre che da quanto espresso sopra come motivi contingenti, dal fatto che il prossimo piano di riforma generale potrebbe ulteriormente indebolire la struttura economico-finanziaria ma anche politica del Paese. Tutto ciò potrebbe creare problemi al settore bancario in particolare ed a catena a immobiliare e dei servizi. Le stime di S&P per il rapporto debito/pil greco sono al 124% per il 2010, aumentate a 131% nel 2011. La crescita del prodotto nazionale è vista "quasi piatta" a tutto il 2016.

Nel frattempo dal Fondo monetario internazionale giungono voci sulla possibilità di erogare alla Grecia ulteriori contributi supplementari, dopo i 15 miliardi per i quali il Fondo si era già preso l’impegno. Questo in quanto i timori che il pacchetto da 30 miliardi già deliberato non riesca a riportare sotto controllo la situazione del debito pubblico di Atene sono ormai non solo realistici ma assolutamente giustificati. Tutto ciò mentre in Europa c’è chi si mostra meglio disposto a supportare in modo pesante e concreto la Grecia (vedi Francia) e chi, invece, sembra poco incline a fare sconti (in tal caso a portare aiuti) a chi ha fatto della menzogna il proprio lasciapassare per entrare in area Euro; la Germania, infatti, alla luce dei continui risvolti negativi della vicenda ha mostrato e continua a mostrare enormi perplessità sull’opportunità di aiutare oltremodo il governo greco dopo il danno che lo stesso ha causato e sta causando all’Europa; nonostante ciò, in Germania, la voce del ministro delle finanze rassicura sull’intervento tedesco in favore della Grecia. Mercoledì, infatti, Angela Merkel potrebbe presentare alcune risoluzioni e/o modificazioni all’attuale regolamento dell’area Euro, proprio per evitare che si possano ripresentare situazioni di questo tipo in momenti già molto difficili. Berlino sta predisponendo una legge denominata «Legge per mantenere la stabilità nell'Unione monetaria» e indica un'agenda informale che prevede la votazione da parte dei Paesi aderenti entro il 10 maggio. In base a questa bozza di legge, il Parlamento greco dovrà votare il qualche giorno prima un programma triennale di austerity. Inoltre il provvedimento stabilisce che i negoziati di Atene con Ue e Fmi si chiudano il 2 maggio.

Il problema è divenuto ogni settimana e, ultimamente, ogni giorno sempre più grave. L'allarme lanciato dal ministro delle Finanze, George Papaconstantinou, sull’incapacità della Grecia di rifinanziare sul mercato il suo debito pubblico  è stata un’altra pessima notizia, fra le tante, che hanno interessato l’Eurozona di questi tempi. Ha inoltre sottolineato che il deficit di bilancio del 2009, già corretto da Eurostat al 13,6%, potrebbe esser ancora rivisto in peggio e portato al 14% del Pil». A breve, il 19 maggio, andranno in scadenza 9 miliardi di euro di titoli di Stato e per quella data il governo dovrà cercare di reperire i fondi che, ormai, è impossibile pensare di prendere a prestito sul mercato. Ieri i rendimenti dei titoli di stato greci hanno segnato nuovi massimi, intorno al 10%, aumentando notevolmente e ulteriormente lo spread su quelli tedeschi. La borsa, ovviamente, è allo sbando.

Il tutto mentre la Banca centrale di Atene ammonisce (si fa per dire!) che per il 2010 la recessione potrebbe anche essere maggiore del 2% previsto finora: una riduzione del prodotto interno lordo superiore a quella calcolata rischierebbe di essere altamente probabile, nelle attuali condizioni di indigenza economica e finanziaria, caratterizzate anche socialmente e politicamente da un alto livello di incertezza. Cause principali il forte crollo degli investimenti e dei consumi privati, oltre che delle esportazioni.

Anche il governo italiano dovrebbe essere pronto, secondo quanto rivelato da fonti del Tesoro all’Agi, a fare la sua parte per cercare di salvare dal default la Grecia: è stato predisposto un decreto legge che dà il via libera agli aiuti stabiliti in 5,5 miliardi nell'ambito del pacchetto europeo da 30 miliardi. Lo rivelano all'Agi fonti del Tesoro.

28 aprile 2010

 

Nuova paura per i subprime?

Un’ indagine speciale sulle attività britanniche di Goldman Sachs è stata annunciata dal premier inglese Gordon Brown, il quale si è detto scioccato per la “bancarotta morale” delle banche di investimento, per le quali ha chiesto nuove e migliori regole ed una tassa globale sull'industria finanziaria.

La Goldman Sachs è stata accusata di frode dalla Sec e la situazione ha creato il crollo del titolo a Wall Street; il valore di borsa dopo la conferma della notizia ha causato una perdita di oltre il 14% rispetto alla seduta precedente. Ma, a parte il caso singolo, i timori che la crisi finanziaria possa riaprirsi e che il problema subprime torni all’ordine del giorno hanno di fatto indebolito quasi tutti gli indici azionari  mondiali.

Fonte New York Times: la Sec, l'autorità della Borsa americana, ha formalmente accusato Goldman Sachs di frode per aver creato e venduto prodotti legati ai subprime all'inizio della attuale e pesante crisi economico-finanziaria. In particolare, l’azione legale è rivolta all’azienda e ad uno dei suoi vice presidenti, Fabrice Tourre, sospettato di aver frodato gli investitori attraverso dichiarazioni volutamente inesatte riguardo a prodotti finanziari legati ai subprime, quali i cdo (Colleteralized debt obligations») che hanno portato perdite agli investitori per oltre 1 miliardo di dollari. Lo strumento creato da Goldman al quale la Sec fa riferimento è chiamato Abacus 2007-AC1, ed è uno dei numerosi prodotti (oltre 20) creati da Goldman per consentire alla stessa banca e ad alcuni selezionati clienti di “scommettere” contro il mercato immobiliare. Le accuse contengono queste informazioni da parte della Sec: Goldman ha creato questo prodotto finanziario all’inizio del 2007 su richiesta di J. A. Paulson, un manager di hedge fund, il quale proprio nel 2007 ha guadagnato oltre 3,7 miliardi di dollari.

Wall Street, ovviamente, dopo che è stata resa nota l’accusa, ha cominciato a scendere, portando il Dow Jones a , perdere oltre 1 punto percentuale, così come il Nasdaq e lo S&P 500 (il peggiore dei tre poco dopo la notizia) Il titolo della Banca USA ha chiaramente mostrato grosse difficoltà scendendo di oltre l 14 per cento. E di questo hanno risentito pure le altre borse internazionali, con cali diffusi, come era lecito aspettarsi, tra bancari ed assicurativi. 

Da non sottovalutare una successiva ipotesi: oltre a Goldman Sachs anche qualche altra banca potrebbe essere coinvolta nella causa per frode intentata dalla Sec Commission. La fonte di questa ultima notizia è l'agenzia di stampa France Presse, secondo la quale la Sec non avrebbe escluso di allargare le indagini, evitando comunque di rispondere a una domanda specifica sull’eventuale coinvolgimento di Deutsche Bank.

19 aprile 2010

 

Raggruppo alcune mail che chiedono qualche delucidazione sull'attuazione di un modello di breakout, con particolare riferimento ad eventuali filtri da utilizzare.

Premetto che, secondo me, l'utilizzo dei filtri a figure grafiche di questo tipo non è sinonimo di migliore performance in termini assoluti; penso che uno o più filtri possano aumentare la percentuale di operazioni in utile e ridurre, in parte, il draw down da sopportare, ma il risultato finale nel lungo periodo quasi sicuramente ne risentirà negativamente. Penso, piuttosto, che l'utilizzo di una stratefia di money management insieme all'operatività di base possa essere di gran lunga più interessante. Procedo però a fornire qualche informazione (limitata e succinta, vista la vastità della materia che comprende sfaccettature e sfumature di ogni tipo!).

Documento di sintesi   

16 aprile 2010

 

In risposta ad un paio di email sulla personale considerazione dell'attuale situazione di mercato per quanto riguarda il lungo termine posto un paio di grafici con succinto commento relativo: il primo grafico riguarda il nostro derivato mentre il secondo è riferito all'indice di riferimento.

Secondo lo studio personale, basato principalmente su indicatori di tipo proprietario, attualmente i prezzi del FIB sono in una condizione neutrale, dopo l'uscita cautelativa dallo short cominciato in area 39400 punti circa; uscita verificatasi intorno ai 22500 punti circa. Come si può vedere dal grafico stesso la linea rossa superiore, proprio sui massimi di questo periodo, rappresenta la resistenza principale, al momento, la cui rottura proporrebbe positività sul modello considerato. L'avvicinamento dell'oscillatore alla sua mediana potrebbe essere maggiormente significativo qualora si verificasse l'incrocio in coincidenza, o poco dopo, del break rialzista, condizione che potrebbe favorire un allungo deciso e abbastanza veloce verso livelli superiori.

Ora vediamo l'indice di riferimento.

La situazione qui può essere interpretata secondo due linee guida: più speculativa e più cautelativa. Mentre la precedente operazione ribassista ha mostrato un entrata a livelli inferiori rispetto a quelli realizzati dallo short sul derivato (qui stiamo parlando di sell in area 37400 punti circa), la possibile nuova posizione long avviene (o avverrà) più o meno sugli stessi livelli (l'uscita dallo short, invece, è stato decisamente migliore, qui a 19500 punti circa di indice, rispetto all'uscita dello short FIB). Come si evince dal grafico attualmente si potrebbe già essere long da 23800 punti oppure, secondo la formula maggiormente cautelativa, in procinto di entrare in caso di superamento dei massimi di periodo intorno a 24500/24600 punti circa.

 

I modelli utilizzati sui due grafici sono diversi: utilizzano indicatori (classici o proprietari poco importa) differenti per definire possibili uscite cautelative dalla posizione e conferme per l'entrata ma, sicuramente, l'approccio principale non si discosta minimamente, essendo improntato in entrambi i casi ad un modello guida di tipo trend-following. La situazione che ne esce è chiara: posizione attuale neutrale o, nella migliore delle ipotesi, long da tempi e prezzi recenti.

15 aprile 2010

 

Continuano ad arrivare messaggi con richiesta di pareri in merito all'operatività sull'euro/dollaro; ho già premesso molte volte che è un mercato che non seguo da vicino, principalmente per motivi di tempo ma, nonostante questo, non mi sono mai rifiutato di provare a dare pareri personali o a verificare qualche studio relativo. Anche in questo caso proverò a dare una mano, limitata come al solito, a chi opera o vuole operare su questo mercato; quanto espresso in seguito è frutto di studi personali limitati nel tempo e nelle risorse e, in particolare, la formulazione di base della strategia ha preso spunto da un vecchio metodo (almeno io l'ho letto molti anni fa) che utilizzava tre medie mobili per lavorare sulle valute (similare, come base, al ben più famoso metodo Delphic già visto e rilevabile anche su questo sito alla pagina download). Ho poi pensato di implementarlo, arricchirlo e personalizzarlo come solitamente mi capita quando elaboro qualche strategia già esistente.

Per comodità provvedo a pubblicare l'articolo in formato PDF con tutte le indicazioni del caso e qualche grafico a titolo di esempio:    

 

9 aprile 2010

 

Petrolio di nuovo verso i 100 $: condizione reale o mera speculazione? 

La nuova salita dell’oro nero che ha portato le quotazioni, proprio in questi giorni, nuovamente sopra gli 85 $, è realmente giustificata da una domanda in aumento sui mercati mondiali? In effetti, nonostante la crisi economico-finanziaria mondiale stia ancora attanagliando gran parte delle economie consolidate del pianeta, il consumo di petrolio e dei suoi raffinati ha subito un ridimensionamento solo parziale in tali Paesi e la diminuzione della domanda in questi mesi è stata nettamente controbilanciata da una maggior richiesta dai Paesi emergenti, i più ,evidentemente, relativi alle economie asiatiche. La Cina, tra l’altro, è la principale

Artefice di questo incremento di domanda: in gennaio (2010) la richiesta ha subito un balzo molto vicino al 30% in più rispetto al gennaio dell’anno precedente (dati forniti dall'Agenzia internazionale dell'energia, la IEA). La diminuzione della domanda da parte dei Paesi sviluppati, dunque, è stata ampiamente sostituita da questi nuovi “superconsumatori”, situazione che permarrà tale anche nel corso dell’anno, visto che la stessa IEA ha previsto un leggero calo di consumo (e dunque di richiesta) sempre e solo da parte delle economie sviluppate (0,3% circa).

E’ dunque in prospettiva, oltre che sulla base dei numeri ufficiali ed effettivi, di questi emergenti che il prezzo tende a salire e a consolidare, quindi a salire di nuovo e così via, innescando una inevitabile tendenza rialzista in apparenza senza fine; questo, almeno, fino a che le energie alternative non saranno seriamente prese in considerazione come valide alternative al petrolio stesso o, al limite, fino a che l’aumento sconsiderato, per indotto, di benzina e gasolio non sarà più sostenibile dalle maggiori economie mondiali. 

A tale proposito ricordo che, mentre analisti ed economisti prevedevano un prezzo nel breve periodo (qualcuno anche a fine 2008/metà 2009) sopra i 200 $ al barile, con quotazioni a quei tempi sui 130 $, gli arabi proprietari dei giacimenti si riunivano per evitare un eccessivo e troppo veloce innalzamento del prezzo del greggio; il risultato fu di 1 – 0 per gli sceicchi, considerando il fatto che il prezzo scesa dai 130 ai meno di 40 $ al barile in men che non si dica, prima di raddoppiare nuovamente da questi minimi fino ai giorni nostri, ma sempre abbondantemente lontano da quei valori previsionali. Inevitabilmente, analisi o meno, il prezzo dei derivati del greggio è in alcuni casi già insostenibile a questi livelli, figuriamoci a oltre 200 $ al barile in tempi rapidi!

7 aprile 2010

 

BBC World News business: Grecia grave monito per tutti. 

Jim McCaughan, Chief Executive Officer di Principal Global Investors, ritiene che il problema greco sia tutt’altro che chiuso e contempla pure scenari critici possibili quali la rinegoziazione del debito o eventualmente anche il default.  

In effetti, accordo a parte, come l’esito dell’ultima riunione a Bruxell sul caso Grecia lascia intendere chiaramente, i ministri economici dell’area Euro sembrano in realtà poco convinti che la soluzione anti-collasso messa a punto possa essere veramente risolutiva. Dal punto di vista finanziario la salita di oltre 8 punti percentuali della borsa greca nel mese di marzo dà una parvenza di risoluzione del problema ma, in realtà, ciò potrebbe essere dettato esclusivamente da un rimbalzo fisiologico e ricorrente, normalmente, dopo l’identificazione finale di una situazione critica di tale portata. A livello economico, infatti, fanno da contraltare tanto l’ondata di scioperi in diversi settori economici (anche quello finanziario) ed il declassamento di Moody's di cinque banche del paese (NBG, Eurobank, Alpha Bank , Piraeus Bank e Banca Emporiki). 

Possibile dunque che il rialzo di borsa sia solo una mera speculazione, soprattutto alla luce del fatto che i capitali artefici di tale recupero sono quasi totalmente giunti dall’estero; e di ciò potrebbe esserne il termometro il mercato obbligazionario che, invece, mostra tuttora  i limiti dei tentativi interni ed internazionali di rimettere in sesto il Paese: in questi giorni, infatti, quando il governo greco ha cercato di vendere 5 miliardi di euro di obbligazioni, è stato costretto a offrire un tasso d'interesse più appetibile rispetto all’ultimo concesso, operazione effettuata appena una settimana prima!. Da considerare, inoltre, che i tassi attuali sono oltre il doppio di quelli tedeschi, per esempio, situazione che certo non facilita la possibilità di ottenere ulteriori interventi concreti da parte di FMI e Paesi Euro-zona. 

Un’altra volta, dunque, l’Euro si mostra valido solo quando le cose funzionano ma una vera e propria palla al piede, per Paesi con queste economie tutt’altro che strutturalmente sane, una sorta di boomerang inesorabilmente fastidioso. In altri tempi, infatti, con la stagione estiva in arrivo, una svalutazione (più o meno controllata) della dracma avrebbe sicuramente creato problemi iniziali non da poco (produzione interna, import ecc.) ma già a distanza di pochi mesi avrebbe favorito uno dei settori per la Grecia più interessanti e importanti: il turismo. Una moneta locale debole avrebbe infatti creato i presupposti per un boom di presenze straniere nei mesi primaverili, estivi e autunnali, favorendo così una migliore e più efficiente ripresa sin da subito, fatta di soldi reali e non di promesse o di allungamento prestiti e altre misure in alcuni casi veri e propri rattoppi momentanei e con poche prospettive positive per il futuro. 

Quindi, con un settore pubblico quasi allo sfascio (finanziariamente) e colpito dai tagli salariali, il settore corporate messo ko da esosi aumenti delle tasse e l'euro fisso ed inflessibile, l’unica speranza sarebbe potuta essere una decisa rivalutazione del mercato azionario locale, cosa che in effetti si è vista a marzo; anche questa tuttavia, ultimi rialzi presumibilmente speculativi a parte, potrebbe essere una situazione ormai abbastanza improbabile proprio alla luce delle ultime decisioni e che, anzi, potrebbe favorire nuovi cali in futuro, non appena si vedrà più chiaramente che le contromisure avranno ben pochi effetti positivi almeno in prima istanza.  

Alla luce dell’attuale situazione economico finanziaria di Grecia, Portogallo, Spagna e pure Inghilterra (seppure fuori dall’area Euro) è lecito aspettarsi, nei prossimi 1-2 anni, qualche default poco rassicurante per moneta ed economia europea).

6 aprile 2010

 

IPad di Apple

Apple conferma la vendita di oltre 300.000 computer iPad nel giorno di lancio negli Stati Uniti. Le cifre sono relative all’ultimo sabato ed includono i pre-ordini del dispositivo, così come le vendite nei negozi Apple in tutto il paese. La notizia estremamente positiva ha permesso ad Apple Inc di incrementare il suo valore borsistico nella seduta di ieri, la prima dopo Pasqua, dell’ +1,1% per una chiusura decisamente interessante di 238,49 dollari.

Il nuovo iPad non è ancora disponibile in tutto il mondo, almeno per ora, ma sarà in vendita in alcuni Paesi europei, del Canada e dell’Australia entro la fine di aprile. Sarà quindi interessante verificare se sarà replicato il successo ottenuto dal prodotto begli USA appunto: in generale nel primo week end di vendita, quello pasquale appunto, Apple ha confermato vendite per oltre 525.000 pezzi. Al dettaglio, da ricordare, che il prezzo di vendita è tra i 499 e 829 dollari, mentre negli altri Paesi non è ancora stato confermato. Il successo è quindi ancora atteso in incremento, in relazione anche al fatto che Apple ha affermato che gli utenti iPad hanno scaricato più di un milione di applicazioni dal suo App Store e più di 250.000 e-books.

 L'iPad è un tablet computer prodotto da Apple in grado di riprodurre contenuti multimediali e di navigare su Internet. È inoltre in grado di eseguire la maggior parte delle applicazioni per iPhone OS. Il dispositivo dispone di uno schermo da 9,7 pollici con retroilluminazione a LED e supporto al multi-touch. Continua l’approfondimento su wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/IPad

Per informazioni sul prodotto direttamente dalla casa produttrice (in italiano): http://www.apple.com/it/ipad/ 

Proprio su questo sito Apple è stato uno dei titoli caldamente raccomandati per il lungo termine; il primo articolo fu pubblicato nell’estate del 2008 (giugno-luglio) in piena crisi finanziaria e borsistica e con il titolo sulle montagne russe ad un prezzo decisamente altalenante in area 150 dollari circa. Nel frattempo la crisi ha peggiorato la situazione economico-finanziaria mondiale e la maggior parte dei titoli hanno oggi quotazioni nettamente inferiori rispetto ai valori pre-crisi. Questo non succede, invece, per Apple che, attualmente e come si vede dal grafico qui sotto, si sta portando verso area 250 dollari, in aumento di circa il 60/70% rispetto quel periodo del 2008 (quindi ben lontani dai minimi dell’anno successivo) e del 300% quasi rispetto ai minimi del 2009. Sarà ancora interessante? Probabilmente si, per il lunghissimo periodo, almeno questa è la mia opinione; certo è che, dopo una rivalutazione di tali proporzioni, l’entrata massiccia in previsione di un investimento nel ruolo di cassettista potrebbe cautelativamente richiedere l’attesa di un nuovo ritracciamento più o meno corposo.

6 aprile 2010

 

 

Petrolio e benzina

Normalmente non riporto articoli di altri siti e/o autori ma in questo caso faccio volentieri un'eccezione (e per intero, tra l'altro), citando gli autori appunto, chiaramente, dal  momento che lo ritengo molto interessante più a livello di specifica nell'economia di settore così come a livello pratico anzichè tipicamente borsistico-speculativo. Gli autori sono Massimo Calvi e Pietro Saccò.

Listini alle stelle, si invoca la riforma. Ecco perché

1 Quella della «doppia velocità» dei prezzi di petrolio e benzi­na è una sensazione diffusa tra automobilisti e consumatori, ma è difficile dimostrare rilevanti a­nomalie. Le ragioni sono principal­mente due: il prezzo di riferimento della materia prima per la benzina non è quello del petrolio, ma del­l’indice internazionale Platts, che re­gistra il prezzo medio a cui vengo­no venduti i prodotti raffinati dal pe­trolio e il cui andamento è spesso divergente rispetto alle quotazioni del greggio; inoltre, i barili di petro­lio sono pagati in dollari, mentre il prezzo della nostra benzina è in eu­ro, e dunque nel fare paragoni si de­ve tenere conto della variazione dei cambi. Grandi speculazioni si pos­sono verificare a monte, sui listini del greggio o nelle fasi di estrazione. Oppure nel passaggio della raffina­zione, dove tra scorte e stoccaggi i raffinatori possono compiere ma­novre ardite, quando sui mercati del greggio si registrano variazioni e­streme. L’effetto di questi interven­ti, in realtà, può essere importante sui grandi numeri, ma non è così e­vidente sul prezzo finale della ben­zina, che può essere confrontato con quello di altri Paesi. Una recente in­dagine dell’autorità Antitrust non ha trovato prove di distorsioni del mercato, e il presidente Antonio Catricalà ha dichiarato di pensa­re che ci sia qualcosa di anoma-­lo, ma che «i petrolieri riescono a produrre studi e ricerche che dimostrano il contrario».

2 Il fenomeno si verifica abbastanza puntual­mente. E non è esclu­so che le compagnie ne approfittino. Tuttavia, anche in questo caso, stu­di seri che possano dimo­strarlo sono difficili da tro­vare. Di certo c’è che, co­me avviene per i titoli delle società quotate, per i pomodori o i prezzi del­le case, anche il merca­to della benzina deve sottostare alla logica della domanda e del-­l’offerta: quando la do­manda aumenta cresce anche il prezzo, e vice­versa. La pazza altalena del valore del barile di petrolio tra il 2007 e il 2008 – con punte massi­me di 147 dollari e cadute fino a 36 dollari – è stata do­vuta a grossi fenomeni di spe­culazione sui mercati da parte di grandi investitori come gli hedge fund, ma a determinare il crollo è stato anche il calo della do­manda mondiale provocato dalla re­cessione. Decisivo resta così il nodo delle raffinerie (in Italia ne abbiamo 16, ma il settore è in forte crisi), pas­saggio obbligato per trasformare il greggio in benzina e gasolio. Fun­zionano come un imbuto: quando faticano nel far fronte alla doman­da, come avviene agli inizi dell’in­verno per l’accensione degli im­pianti di riscaldamento, o quando devono mandare ai distributori il carburante per le auto pronte a par­tire per le vacanze, i prezzi vanno in tensione. Anche per questo non sempre il prezzo della benzina e quello del Platts si muovono in pa­rallelo.

3 L’accisa sulla benzina negli anni è stata gonfiata di volta in volta dai governi per racco­gliere rapidamente denaro. La guerra d’Abissinia è la voce più in- credibile, ma stiamo ancora pagan­do per finanziare la solidarietà ai di­sastrati dei terremoti del Friuli (an­no 1976) o dell’alluvione di Firenze del 1966. In realtà tutte le voci del­l’accisa sono state unificate con un decreto legge del 1995, che fissava il valore della tassa sulla benzina a po­co più di 1.000 lire, cioè 51,8 cente­simi di euro. L’imposta è stata por­tata a 54,2 centesimi nel 2001, a 55,9 nel 2003 (per il rinnovo del contrat­to dei tranvieri) e a 56,4 centesimi nel giugno 2001, per «misure urgenti di tutela ambientale». Sui carburanti si paga anche una «tassa sulla tassa», visto che l’Iva della benzina si ap­plica anche all’accisa. In sostanza, se prendiamo i prezzi dell’8 marzo scorso, quando un litro di «verde» costava 1,352 euro, il prezzo indu­striale risultava di 56,3 centesimi, l’accisa di 56,4 centesimi l’Iva di 22,5 centesimi. In pratica su 50 euro di pieno, 29,15 euro (il 58,3%), se ne vanno in tasse.

4 Tra i Paesi dell’area euro, te­nendo come riferimento i prezzi dell’8 marzo, l’Italia con 1,352 euro al litro risultava al quinto posto tra i Paesi con la ben­zina più cara, dietro Olanda (1,480 al litro), Grecia (1,369), Finlandia e Germania (1,363). Le differenze so­no dovute soprattutto a ragioni fi­scali, dato che i 77 centesimi medi di tasse su ogni litro pagati dagli ita­liani nel 2009 sono più della media europea (che è stata di 66,2 centesimi), ma in linea con quello delle al­tre grandi nazioni: 85,6 centesimi al litro le tasse dei tedeschi, 80,4 cen­tesimi quelle dei francesi. Il vero pro­blema italiano, dunque, è il prezzo industriale, che al netto delle tasse non ha pari in Europa. La differen­za tra il nostro prezzo industriale e quello europeo ha registrato una media di 3,47 centesimi tra il 2005 e il 2009 (anche se nell’ultima rileva­zione, quella del 15 marzo, è scesa a 2,6 centesimi). È il cosiddetto «stac­co » italiano, ed è particolarmente e­levato.  Tutti gli sforzi, oggi, sono o­rientati a ridurre questo divario.

5 Il prezzo Platts per la materia prima è rilevato a livello in­ternazionale. Più importante per capire chi guadagna sui carburanti risulta invece la voce «ri­cavi industriali», che vale circa 14,7 centesimi su 1,236 euro al litro, cir­ca il 12%. Questa voce copre vari co­sti: il margine per il gestore della pompa (4,4 centesimi), il costo del­la distribuzione e del trasporto (1,1), i soldi investiti sul punto vendita (5,3), tasse e canoni (1,1), promo­zioni, spese per le carte di credito e pubblicità (1,3), manutenzione de­gli impianti (0,5). Resta 1 centesimo, l’utile netto della compagnia petro­lifera. Una cifra minima, che diven­ta enorme se si considera che l’an­no scorso in Italia sono stati consu­mati circa 40 miliardi di litri di car­burante, ma che su un rifornimen­to da 50 litri incide per circa 50 cen­tesimi. Il centro studi bolognese Pro­meteia ha confrontato i prezzi di pe­trolio e benzina dal 1997 al 2009 ed è arrivata alla conclusione che non vi sono anomalie degne di nota.

6 Per ridurre il « divario » con l’Europa occorre concentrar­si sulla riforma del sistema di distribuzione. La pensano co­sì anche le maggiori associazioni dei consumatori, che invocano gli effetti benefici di una maggiore pre­senza di distributori nei supermer­cati (Federconsumatori) o su ridu­zioni della componente fiscale (le chiede l’Adoc). Secondo uno stu­dio di Nomisma Energia, i 3,5 cen­tesimi di stacco con l’Europa pos­sono essere recuperati con varie a­zioni. Eccole. Una maggiore diffu­sione dei distributori nei super­mercati porterebbe risparmi da 0,6 centesimi al litro, una riduzione della nostra rete (che conta 22.800 pompe contro le 12.700 della Fran­cia e le 14-800 della Germania) ta­glierebbe il prezzo di altri 0,7 cen­tesimi. Un altro centesimo si po­trebbe ottenere permettendo ai di­stributori di vendere più prodotti diversi dalla benzina, dai giornali ai tabacchi, e un ulteriore rispar­mio da 1,1 centesimi sarebbe ga­rantito da un maggiore uso del self­service, da noi usato nel 29% dei casi contro una media europea che arriva al 90%. Tutti punti, questi, al­lo studio del ministero dello Svi­luppo economico che da mesi, as­sieme all’Unione petrolifera e alle associazioni dei consumatori pre­para una riforma del settore. Tra le proposte c’è anche quella di ag­giornare i prezzi solo settimanal­mente. Nel frattempo, chi cerca ri­sparmi sicuri può rivolgersi alle « pompe bianche » , stazioni di di­stribuzione indipendenti che rie­scono a fare prezzi inferiori a quel­li delle compagnie tradizionali. Si può trovare la stazione più econo­mica del proprio quartiere sul sito
www.prezzibenzina.it, aggiornato quotidianamente. Informarsi, è il miglior modo per risparmiare.

 25 marzo 2010

 

La Merkel contro tutti

Il cancelliere tedesco Angela Merkel ritiene sia indispensabile che in futuro, a titolo cautelativo, venga ammessa la possibilità di decidere, in casi estremamente gravi e particolari, l’esclusione di un Paese membro dall’area Euro. Ciò, chiaramente, se si dovesse rendere necessario operare in tal senso per scongiurare una eventuale crisi globale e solo dopo aver valutato ogni altra possibilità di risoluzione del problema stesso.  

Angela Merkel ha affermato al Bundestag (parlamento tedesco) che non ritiene le attuali norme UE abbastanza forti per affrontare l'attuale crisi innescata dalla Grecia. L'esclusione della Grecia dal gruppo di 16 nazioni della zona euro sarebbe eventualmente l’ultima ed estrema risorsa, ha aggiunto il cancelliere, lasciando intendere, tuttavia, che ulteriori situazioni di questo tipo saranno mal tollerate in seno al Parlamento europeo. E, nonostante il Primo Ministro della Grecia ritiene che non ci sia alcuna possibilità che il suo Paese esca dall’ area euro, la Germania si mostra abbastanza restia a lanciarsi a occhi chiusi nel salvataggio finanziario per risolvere il grave problema del debito pubblico greco. Ha tuttavia anche aggiunto che nessun Paese della zona euro, né oggi né in futuro, sarà lasciato a sé stesso nell’ affrontare una crisi di questo tipo (quella greca porta sulle spalle un deficit di bilancio pari a quattro volte e oltre rispetto a quanto permesso dalle norme UE), sempre che la chiarezza, prima, durante e dopo la fase critica, la faccia da padrone.

Attuale situazione della Grecia:

-Deficit: 12,7% della produzione, quattro volte superiore a quello fissato dalla UE

-Debito: 300 miliardi di euro

-Disoccupazione: + 10%

-Inflazione: 2,8% (da accertare) 

La Merkel sostiene dunque che "in futuro avremo bisogno di una voce nella sezione UE al fine di dichiarare effettiva, in ultima istanza, la possibilità di escludere un Paese della zona euro, qualora le condizioni minime necessarie non dovessero essere soddisfatte nuovamente o non dovessero essere ripristinate (anche in prospettiva) nel lungo termine". Le ritiene misure assolutamente necessarie per garantire la stabilità della zona euro oggi ma, soprattutto, in futuro e a lungo termine. Continua: "l'euro sta affrontando la sfida più forte che abbia mai dovuto affrontare ed un atto di solidarietà rapido e senza chiarimenti né forte di un programma efficace e concreto per la risoluzione del problema non è sicuramente la risposta giusta."  

In definitiva, opinione personale: la crisi è ancora forte, i risvolti della stessa continuano a farsi sentire e qualcuno nutre seri dubbia sul fatto che la sua risoluzione sia così vicina come vorrebbero farci credere. Un eventuale aggravamento della stessa in un ambito economico-finanziario già provato dai recenti problemi potrebbe mettere a tappeto l’economia europea e l’euro stesso, annullando di fatto quella discreta stabilità raggiunta proprio nel periodo pre-crisi. E la Germania, oggi Paese trainante della comunità europea, non vuole mettere a repentaglio il sistema e la sua leadership all’interno dello stesso. E quindi Portogallo e Spagna sono avvisati; speriamo l'Italia non ne debba mai fare le spese!

 

18 marzo 2010

 

Un’ occhiata (senza pretese) alla situazione economica italiana all’inizio del nuovo anno.

La produzione industriale

La produzione industriale italiana è cresciuta, secondo i dati ISTAT, del 2,6% (nel mese di gennaio 2010). Il dato in sé porta ad una doppia valutazione: 

1)       è chiaro che, visto l’argomento, un dato positivo è validamente a supporto della tesi di una imminente ripresa e, in termini assoluti, comunque certamente e nettamente meglio di un dato neutrale o, peggio ancora, negativo. 

2)      La situazione effettiva, rispetto ai livelli di crescita raggiunti negli anni scorsi, è però ancora poco incoraggiante (anche se occorre necessariamente considerare la portata della crisi che attualmente stiamo vivendo). Infatti, fatto 100 il valore base relativo alla produzione del 2005, la produzione industriale italiana ha raggiunto il suo picco massimo nella prima metà del 2008 con un valore, in proporzione, pari a 108,9. Il collasso di fine 2008 l’ha fatta precipitare fino a toccare, nel marzo 2009, un valore minimo di 81,1 punti, in discesa di oltre 25 punti percentuali dunque rispetto al massimo. Attualmente l’ultimo dato informa che l’indice di gennaio è risalito al punteggio di 87,9, il che non significa certamente che siamo tornati ai valori pre-crisi ma, almeno ci siamo parzialmente ripresi dall’abisso in cui eravamo caduti. Secondo gli analisti la produzione industriale, a questo ritmo, tornerà ai livelli pre-crisi nel 2013 circa.

La disoccupazione

Il tasso di disoccupazione rilevato a gennaio raggiunge il livello dell’ 8,6%, in leggera salita rispetto all’8,5% relativo al dato di fine 2009. Anche in questo caso, dunque, la situazione non è certamente molto rassicurante; è altresì vero che la disoccupazione è un problema che segue la crisi e non certo la anticipa, motivo per cui, evoluzione della crisi a parte, ci può stare che peggiori ulteriormente anche se altri dati stallano o si notano in fase di miglioramento. Per quanto riguarda il tasso di disoccupazione giovanile l'Istat di dice che è pari al 26%, in leggera crescita rispetto al mese precedente e in crescita più decisa rispetto a gennaio del 2009. 

Occorre considerare una situazione pregressa: la crisi che si è manifestata nel pieno vigore nell’ultima parte del 2008 ha colto l’Italia in una situazione già decisamente poco fiorente a livello economico. A partire dal 2002, infatti, la crescita del nostro prodotto interno è stata mediamente appena dello 0,6% fino al 2005 almeno e poco di più nei due anni successivi, in evidente ritardo rispetto ai concorrenti europei (tranne la Germania che era sui nostri stessi livelli, più o meno). E’ quindi chiaro che la situazione generale si è aggravata aumentando questo sbilancio nei confronti di buona parte dei Paesi dell’area Euro, portandoci ad una discesa del Pil più maggiore della media europea (come sappiamo 5-6% circa). 

I numeri parlano sempre chiaro: se la crisi è finita o sta finendo ci aspettano alcuni anni di fatiche per riportarci su livelli accettabili e, speriamo, per rivedere la nostra economia ad un ritmo di sviluppo decente. In caso contrario il peggioramento di una situazione già abbastanza critica come quella attuale sarebbe veramente poco rassicurante per il mondo del lavoro.

 16 marzo 2010

 

"Da qualche tempo mi sono appassionata alla media adattiva di Kaufman, ma faccio un po' fatica a capire i valori di imput, ovvero quelle voci relative al periodo, alla velocità, alla lentezza e così via. Soprattutto non capisco in che maniera agire, ad esempio, se devo entrare in long al superamento della media o attendere il close di alcune barre. Stessi problemi, chiaramente, per le entrate in short. Grazie come sempre della sua cortese disponibilità. Le auguro una buona serata e le invio un cordiale saluto. (Mail di Tiziana F.)"

Due indicazioni velocissime e che riguardano i quesiti di inizio mail.

Periodo: non esiste il periodo ideale, purtroppo, o, se esistesse non sarei in grado di indicarlo non conoscendolo. Posso però riportare quelli che userei io qualora la dovessi utilizzare per far trading senza l'ausilio di altri indicatori o figure grafiche (in tal caso mi farei guidare, per il parametro, principalmente dall'altro indicatore sempre che non sia un'ulteriore media chiaramente):

- tra i 12 ed i 16 periodi (preferenze 12 e 15) per un'operatività di breve e brevissimo periodo (durata operazioni tra 5 e 20 giorni) e gain atteso tra il 3 ed il 15%;

- tra i 40 ed i 57 periodi (preferenze 40 e 49) per un'operatività di medio periodo (durata operazioni tra 15 e 45 giorni) e gain atteso tra il 10 ed il 25%;

- tra i 60 ed i 90 periodi (preferenze 64 e 79) per un'operatività di lungo periodo (durata operazioni 40 e 120 giorni) e gain atteso tra il 20 ed il 50%;

Per il modo pratico di agire: io preferisco attendere sempre la chiusura del mercato sopra/sotto la media considerata, anche come conseguenza del fatto che la maggioranza delle media la si imposta proprio sui valori di chiusura. Inoltre: o si attendono due chiusure superiori con il vantaggio di evitarsi molti segnali fasulli a scapito di prezzi di entrata peggiorativi in parecchi casi, oppure si attende che l'apertura del giorno dopo sia in linea con la chiusura o, magari, anche sopra, comunque non molto negativa in modo tale da scongiurare un eccesso di prezzo realizzato in close precedente proprio per far figurare un break sopra una media che poi rientri immediatamente per trasformarsi in falso segnale.

Per il resto, riassumo nel documento pdf sottostante il mio studio, dal momento che il numero dei grafici inseriti allungherebbe troppo il documento in questa pagina.

Termino pubblicando la formula da inserire su Tradestation per coloro che volessero operare mediante l’utilizzo di questa media; aggiungo che, in genere, la si può trovare su alcune piattaforme di trading gratuitamente. Personalmente, come si vede anche dai grafici pubblicati, io uso Tradestation appunto e sulla piattaforma l’ho dovuta inserire manualmente . La formula:

Type: Function, Name: AMA

Inputs: Period(Numeric);
Vars: Noise(0), Signal(0), Diff(0), efRatio(0), Smooth(1), Fastest(.6667), Slowest(.0645), AdaptMA(0);
Diff = AbsValue(Close - Close[1]);
IF CurrentBar <= Period Then AdaptMA = Close;
IF CurrentBar > Period Then Begin
Signal = AbsValue(Close - Close[Period]);
Noise = Summation(Diff, Period);
efRatio = Signal / Noise;
Smooth = Power(efRatio * (Fastest - Slowest) + Slowest, 2);
AdaptMA = AdaptMA[1] + Smooth * (Close - AdaptMA[1]);
End;
AMA = AdaptMA;

Type: Function, Name: AMAF

Inputs: Period(Numeric), Pcnt(Numeric);
Vars: Noise(0), Signal(0), Diff(0), efRatio(0), Smooth(1), Fastest(.6667), Slowest(.0645), AdaptMA(0), AMAFltr(0);
Diff = AbsValue(Close - Close[1]);
IF CurrentBar <= Period Then AdaptMA = Close;
IF CurrentBar > Period Then Begin
Signal = AbsValue(Close - Close[Period]);
Noise = Summation(Diff, Period);
efRatio = Signal / Noise;
Smooth = Power(efRatio * (Fastest - Slowest) + Slowest, 2);
AdaptMA = AdaptMA[1] + Smooth * (Close - AdaptMA[1]);
AMAFltr = StdDev(AdaptMA-AdaptMA[1], Period) * Pcnt;
End;
AMAF = AMAFltr;

Type: Indicator, Name: Adaptive Moving Average

Inputs: Period(10), Smooth("Y");
IF UpperStr(Smooth) = "Y" Then
Plot1(LinearRegValue(AMA(Period), Period, 0), "Smooth AMA")
Else
Plot2(AMA(Period), "Adaptive MA");

15 marzo 2010 

 

USA: attacco all'euro?

Notizie d’oltreoceano risalenti già alla seconda metà del mese di febbraio svelano, basandosi su alcune fonti nazionali di rilievo, un massiccio attacco alla valuta europea operato dalle maggiori banche americane con l’aiuto degli hedge fund più importanti, iniziata sui valori intorno a 1,50 circa, ultimo massimo (relativo e di medio periodo) raggiunto dall’euro negli ultimi mesi. Obbiettivo: la parità con il dollaro. Causa principale (oltre chiaramente alla speculazione stessa): la convinzione che il debito della Grecia e degli altri Paesi europei quali Spagna e Irlanda, oltre al Portogallo già evidenziato in questi giorni, possa creare le condizioni per una svalutazione corposa della nostra valuta.

Da un articolo del Wall street Journal, infatti, si apprende che gli istituti di cui sopra stanno accumulando Credit defaults swaps, i titoli assicurativi contro la bancarotta della Grecia, e che gli stessi, in un solo anno, sono praticamente raddoppiati, passando dai precedenti  40 miliardi ai circa 80/90 miliardi di dollari, iniziando ultimamente anche l’accumulo di certificati contro la bancarotta dei suoi compagni. Principali e scottanti rivelazioni: il Soros Fund managment e la Sac capital advisors in prima fila, coadiuvati da altre importanti istituzioni finanziarie private di Wall Street, si sarebbero riuniti poco tempo fa ritenendo inevitabile la “caduta” economico-finanziaria della Grecia, convinti quindi che l’euro crollerà e che i CDS porteranno ai loro possessori guadagni ingenti degni delle migliori speculazioni finanziarie a livello internazionale (tanto care a Soros, per esempio, negli anni “90). Infatti, continua il giornale. Potrebbe trattarsi della più grande speculazione monetaria dopo quella del ’92 contro la sterlina inglese che fruttò a George Soros, lo speculatore per eccellenza delle valute oltre 1 miliardo di dollari.

A causa di questo (non solo, a mio parere, visti i tempi che corrono e il denaro che il governo USA ha immesso nelle casse di molte banche principali) la Federal reserve ha annunciato di avere aperto un’inchiesta sulle banche e sugli hedge funds in questione, principalmente per due motivi:

1) perché, secondo Bernanke, negli ultimi anni hanno aiutato la Grecia a nascondere il suo debito;

2) perché scommettono sulla sua bancarotta, un potenziale caso di conflitto di interessi. “Usare i CDS per destabilizzare una società o un paese è controproducente” ha ribadito Bernanke, “ conduce al loro dissesto, nel caso dell’euro alla sua svalutazione, come accadde a suo tempo alla sterlina”.

E occorre non dimenticare, come dice bene lo stesso bernanke, il disastro dei mutui subprime e la Lehman brothers nel crack del 2008 quando, proprio mentre li finanziavano, le banche e gli hedge funds comprarono i titoli assicurativi contro la loro bancarotta, intascando miliardi di dollari al loro crollo.

Sono d’accordo sull’iniziativa del presidente della FED sull’inchiesta ma, occorre tenere ben presente, che se le leggi necessarie (e auspicate da tempo) a scongiurare nuove crisi pesanti come quella attuale (in merito principalmente proprio alla regolamentazione del funzionamento dei CDS) fossero state legiferate e approvate ora, probabilmente, non si sarebbe arrivati a questo punto e non sarebbe necessaria alcuna inchiesta (da ricordare che la leva su questi strumenti è elevatissima: con 1 milione di dollari si possono accumulare certificati per 20!) e ciò porta alla speculazione selvaggia, rischi e benefici proporzionali tra loro, sia chiaro, ma non equamente ripartiti tra gli attori in campo, purtroppo, e l’ultimo default finanziario ne è la prova!

10 marzo 2010

 

Portogallo in crisi, come da copione

Il Portogallo ha annunciato una serie di nuove misure interne al fine di evitare una crisi del debito pubblico  come quella che attualmente sta colpendo direttamente la Grecia. Il governo portoghese si trova dunque nella necessità di tagliare i costi, in particolare, del settore pubblico, iniziando al momento con la sospensione della creazione di nuovi posti di lavoro e, in seguito e qualora il primo atto non desse sufficienti risultati, anche di tagliare eventualmente in parte i costi nel settore. Un secondo provvedimento sarà mirato invece ad aumentare le tasse per i redditi più elevati: il ministro delle Finanze Fernando Teixeira dos Santos ha dichiarato la sua intenzione di introdurre una nuova aliquota 45% delle imposte sul reddito per le persone che guadagnano più di 150.000 euro all'anno; il tutto per un obbiettivo dichiarato di passare da un attuale deficit dell’8,3% al 3% o meno per rientrare nei livelli previsti dalla comunità europea.

C’è da ricordare che tanto il Portogallo quanto la Spagna si trovano a navigare in acque poco sicure ultimamente e la paura del FMI è proprio quella di trovare questi due Paesi nelle stesse condizioni della Grecia, anche se il direttore del FMI Dominique Strauss-Kahn ha dichiarato all'agenzia di stampa Reuters: "Nessuno sa cosa succederà domani, ma per ora non c'è alcun motivo per ritenere che i problemi del Portogallo siano altrettanto gravi di quelli della Grecia né che possano aggravare quelli della Spagna".

Un ulteriore provvedimento riguarderà probabilmente i tagli alla spesa militare: obbiettivo dell’attuale governo socialista, infatti, è quello di tagliare le spese per attrezzature militari per i prossimi quattro anni del 40%, e di rinviare i piani per costruire un nuovo collegamento ferroviario ad alta velocità per la Spagna.

Il tutto mentre i Paesi europei, Francia in particolare, insieme al FMI stanno cercando di capire e verificare la reale situazione attuale e, soprattutto, prospettica della Grecia, per decidere se attuare o meno interventi concreti atti a mantenere il più possibile la stabilità finanziaria dell’area Euro.

9 marzo 2010

 

Una mail di un lettore del sito mi chiede se mi ispiro a qualche regola in particolare quando faccio trading. In realtà le regole sono moltissime: personalmente, come già detto altre volte, preferisco un'attività legata a sistemi e metodologie trend-following, motivo per cui, per esempio, nella homepage del sito si possono trovare in modo stringato le regole di fondo del grande Ed Seykota. Cerco, nei limiti del possibile, di utilizzare quando adattabile la strategia di Gann, situazione che tuttavia riesco a verificare principalmente sulle tendenze di medio e lungo termine. Se però dovessi indicare una lista esaustiva e allo stesso tempo semplice da comprendere e da mettere in pratica direi che la cosa migliore sia studiare e mettere in pratica gli accorgimenti suggeriti da Murphy. Di seguito una spiegazione abbastanza stringata delle regole di trading di John J. Murphy.

Fare una mappa precisa e storica delle tendenze di mercato.

In pratica studiare i grafici di lungo termine: analizzare graficamente dati mensili e settimanali possibilmente su uno storico dati di molti anni. Una mappa del mercato ragionando su compressioni temporali alte fornisce sicuramente una maggiore visibilità e una migliore prospettiva di lungo periodo del mercato stesso. Una volta stabilito il trend di lungo termine sarà possibile passare allo studio (ed eventualmente intervenire) dei grafici daily e intraday. Una visione del solo mercato di breve termine, infatti, spesso può essere ingannevole: anche se si fa un trading esclusivamente di brevissimo termine è sempre opportuno agire nella stessa direzione del trend principale di medio e lungo termine.

Individuare il trend principale e seguirlo.

Le tendenze di mercato si presentano in svariati modi: dal brevissimo termine (pochissimi giorni) al lungo e lunghissimo termine (mesi e anni), motivo per cui la prima cosa da fare è sempre determinare con quale tipo di trend si vuole fare trading ed utilizzare il grafico più appropriato, assicurandosi di fare trading nella stessa direzione di quello stesso trend. Se il trend è in salita acquistare in corrispondenza dei ritracciamenti (buy on dips), se il trend è al ribasso vendere in corrispondenza dei rimbalzi ( sell rallies). Se si sta facendo trading utilizzando il trading intermedio, utilizzare grafici settimanali e giornalieri. Se si fa trading intraday, utilizzare grafici daily e intraday. Ma in ogni caso deve essere il grafico con il range più lungo a determinare il trend, e quindi usare il grafico a più breve termine per la tempificazione del trading.

Trovare il minimo e il massimo dei movimenti.

In sostanza: individuare i livelli di supporto e resistenza generatisi dei movimenti più recenti ma non solo. Il prezzo migliore per acquistare un titolo è vicino ai livelli di supporto, quello per venderlo sulle resistenze. Di solito un buon supporto è una reazione precedente di minimo, una resistenza è invece nei pressi di un picco precedente. Dopo che un picco di resistenza è stato violato, esso normalmente fornirà un supporto nei pullback successivi. In altre parole, i vecchi “massimi” diventano i nuovi “minimi”. Allo stesso modo, quando un livello di supporto è stato violato, esso di solito provoca delle vendite sui rally successivi – il vecchio “minimo” può diventare il nuovo “massimo”.

Studiare i ritracciamenti normali e non.

Procedere quindi alla misurazione dei ritracciamenti in termini percentuali; le correzioni di mercato, al rialzo o al ribasso, di solito ritracciano una porzione significativa del movimento precedente.  Uno dei più comuni ritracciamenti corrisponde al cinquanta per cento di un movimento precedente, ritracciamenti inferiori minimi vale normalmente circa un terzo del movimento precedente menre quello superiore generalmente arriva ai due terzi (del trend precedente). Vale la pena di considerare anche i ritracciamenti di Fibonacci del 38,2% e del 61,8%. Pertanto durante un pullback in un trend al rialzo, i punti iniziali di acquisto sono ubicati nell’area di ritracciamento 33-38% se il trend si dimostra molto forte, sul 50% in situazioni normali e sul 61-66% in casi diversi.

Tracciare le trend-line.

Le trendline sono uno degli strumenti grafici più semplici ed efficaci e per tracciarle serve semplicemente unire due punti significativi su un grafico: le trendline al ribasso sono tracciate unendo due massimi successivi, le trendline al rialzo sono tracciate unendo due minimi successivi. Spesso i prezzi ritracciano fino alle trendline prima di reimpostare il nuovo trend. La violazione di una trendline di solito segnala un cambiamento nel trend. Una trendline valida dovrebbe essere toccata almeno tre volte. La trendline diventa tanto più importante quanto maggiore è stata la sua durata e quanto maggiore è il numero di volte in cui è stata toccata.

Seguire le medie mobili.

Le medie mobili forniscono segnali di acquisto e di vendita obiettivi, esenti da elaborazioni estremizzate e da indicazioni soggettive ed emozionali. Esse ci dicono se il trend è ancora in movimento e ci aiutano a rilevare l’eventuale e potenziale cambiamento di tendenza sui nuovi break dei loro valori, anche se le stesse non ci dicono in anticipo che è imminente un cambiamento del trend. Il modo più popolare per individuare segnali di trading è quello di utilizzare un grafico con la combinazione di due medie mobili: alcune combinazioni popolari per i futures sono quelle di medie mobili con periodi di 4 e 9 giorni, 9 e 18 giorni, 5 e 20 giorni. I segnali sono generati quando la media mobile con il periodo più breve incrocia la media mobile tarata sul periodo più lungo. Anche l’incrocio, al rialzo e al ribasso, del prezzo con una media mobile a 20 o a 40 giorni genera buoni segnali di trading. Poiché le medie mobili sono indicatori trend following, funzionano meglio in un mercato in trend.

Comprendere i punti di svolta.

Gli oscillatori identificano le condizioni di ipercomprato e di ipervenduto del mercato per cui è importante seguirli nelle evoluzioni delle fasi di mercato. Se è vero che le medie mobili offrono una conferma di un cambiamento del trend di mercato, è altrettanto vero che gli oscillatori, spesso, ci preavvisano che un mercato è salito (o sceso) troppo e presto effettuerà una inversione. Due fra gli indicatori più popolari sono il Relative Strength Index (RSI) e lo Stocastico: entrambi utilizzano una scala da 0 a 100. Utilizzando l’RSI, quando il valore si trova sopra 70 ci si trova in condizione di ipercomprato mentre con un valore sotto 30 ci si trova in condizione di ipervenduto. I valori di ipercomprato e di ipervenduto per lo Stocastico sono 80 e 20. La maggior parte dei trader utilizzano 14 giorni (o settimane) per lo Stocastico, mentre per l’RSI si utilizzano sia 9 che 14 giorni (o settimane). Le svolte di mercato spesso sono preannunciate dalle divergenze degli oscillatori. Questi strumenti funzionano meglio in un mercato in trading range (orizzontale). I segnali settimanali possono essere utilizzati come filtri per i segnali giornalieri, mentre i segnali daily possono fungere da filtro per i segnali intraday.

Conoscere i segnali di allerta.

Utilizzare il MACD per il trading. L’indicatore Moving Average Convergence Divergence (sviluppato da Gerald Appel) combina un sistema di incrocio di medie mobili con gli elementi di ipercomprato/ipervenduto di un oscillatore. Viene generato un segnale di acquisto quando la media più veloce incrocia al rialzo la media più lenta ed entrambe si trovano sotto la linea dello zero. Per converso viene generato un segnale di vendita quando la media più veloce incrocia al ribasso la media più lenta ed entrambe si trovano sopra la linea dello zero. I segnali settimanali hanno la precedenza sui segnali giornalieri. Un istogramma MACD traccia la differenza tra le due linee e fornisce segnali anticipatori anche del cambiamento del trend. Si chiama “istogramma” perché sono usate delle barre verticali per mostrare la differenza tra due linee del grafico.

Tendenza o trading range.

Allo scopo utilizzare l’ADX. La linea dell’Average Directional Movement Index (ADX) serve a determinare se il mercato si trova in una fase di trend o di trading range e misura il grado di trend o direzione del mercato. Una linea ADX crescente suggerisce la presenza di un forte trend, una linea ADX discendente suggerisce la presenza di una fase di trading range e l’assenza di un trend. Un ADX crescente privilegia le medie mobili; un ADX in declino privilegia gli oscillatori. Il trader può, grazie al tracciamento della direzione della linea ADX, determinare, in funzione delle condizioni attuali del mercato, quali siano lo stile di trading e quali gli indicatori più appropriati.

Conoscere i segnali di conferma.

Utilizzare il volume e l’open interest. Volume e open interest sono importanti indicatori di conferma nei mercati futures in quanto solitamente il volume precede i prezzi. È importante verificare che vi siano volumi crescenti nella direzione del trend prevalente: in un trend rialzista i volumi crescenti dovrebbero essere coincidenti con i giorni al rialzo ed una open interest crescente conferma che nuovi capitali stanno supportando il trend prevalente. Una open interest decrescente è invece spesso un segnale indicante che il trend è vicino al completamento. Un sano incremento di prezzo dovrebbe essere accompagnato da volume crescente e anche da un crescente open interest.

9 marzo 2010

 

Assicurazioni UK: Admiral in crescita nel 2009

Admiral ha riportato profitti record grazie ad una  forte crescita di periodo che ha consentito alla compagnia di assicurazioni di raggiungere un fatturato superiore a 1 miliardo di sterline per la prima volta nella sua storia. L’utile prima delle imposte nel 2009 è stato di £ 215.8m, rispetto a € 202.5m nel 2008, con un incremento del 7%. L'amministratore delegato, Enrico Engelhardt ha detto che il ramo auto del Regno Unito è stato fondamentale per il successo dell’impresa; il rendimento del settore, infatti, ha dato come risultato un utile pre-imposta  di ben £ 206.9m. "Nel 2009 Admiral ha continuato la forte crescita economica ci ha permesso di superare il fatturato di 1 miliardo di sterline per la prima volta nella nostra storia, situazione positiva e che ci permetterà di pagare dividendi record" ha detto Engelhardt. "Questa non è un'impresa da poco a prescindere dalle circostanze, ma dato che il 2009 è stato un anno di recessione e bassi rendimenti degli investimenti, ottenere questo record in tali condizioni è un risultato eccezionale". Ha poi aggiunto: "In definitiva, è stato un ottimo anno, il che significa che ogni membro del personale in ogni paese avrà massima resa dalle azioni, considerando il nostro sistema di partecipazione azionaria dei dipendenti, con un valore totale di oltre £ 9m per il 2009. Tutti lo hanno meritato. "  

Il numero di clienti è aumentato del 17% e i premi medi sono aumentati del 12%, aumenti definiti da Engelhardt "sostanzialmente in linea con il mercato del Regno Unito", sostenendo che, dopo un periodo di rincari minimi, i premi erano ormai destinati ad aumentare "per compensare i crediti di inflazione in questi ultimi anni". Admiral ha continuato a sviluppare le operazioni e le attività anche al di fuori del Regno Unito e ora ha più di 120.000 clienti nel ramo auto all’estero. "Queste attività hanno contribuito £ 47.2m di fatturato nel 2009," ha detto sempre Engelhardt, che ha aggiunto: "non è tutto rose e fiori e la creazione di imprese al di fuori del Regno Unito ha i suoi problemi e le sue incombenze. Ci vogliono tempo e soldi per costruire una crescita duratura lavorando sulle imprese veramente redditizie. "Tuttavia, se potessi andare avanti nel tempo di 10 anni mi aspetterei di vedere queste imprese  quali principali fattori chiave della nostra crescita".

2 marzo 2010

 

Inghilterra: governo e Northern Bank

Northern rock, uno dei principali istituti di credito britannici e specializzato nei mutui immobiliari, è stata la prima banca europea di primaria importanza ad essere fortemente colpita dalla crisi finanziaria mondiale. Alla fine dell’estate del 2007, infatti, voci allarmanti sulle difficoltà finanziarie, con particolare riferimento alle disponibilità (o indisponibilità) di liquidi causa soprattutto la sfiducia del sistema interbancario nei suoi confronti, convinsero le migliaia di risparmiatori e clienti della banca, presi dal panico per la paura di perdere i loro risparmi, a correre nelle filiali per chiedere i propri soldi (curiose, anche se preoccupanti, le file di risparmiatori che attendevano il proprio turno per servirsi degli sportelli della banca, in stile USA durante la crisi del ’29). Tutto ciò nonostante il tentativo, da parte delle Istituzioni inglesi (della Banca d'Inghilterra in primis), che affermavano che i depositi non correvano rischi e che la crisi non avrebbe causato danni a chi aveva già ricevuto prestiti dalla banca stessa; stessa cosa da parte dell’organo di controllo inglese, l’ Fsa, che lanciò un chiaro invito alla calma (“crediamo che l'istituto sia solvente, che soddisfi tutti i parametri sulla capitalizzazione e che abbia un buona qualità del credito”).  

Il problema, tra colpe assegnate e scaricabarili vari, furono sicuramente da ripartire, ma è indubbio che la politica adottata dall’istituto creditizio negli ultimi anni, in particolare, portato a concedere ai clienti prestiti sino a cinque volte l'ammontare dei salari e fino al 125% del valore delle case, nonostante tutti gli avvertimenti sull'instabilità economica e il possibile crollo delle quotazioni degli immobili, creò quell’enorme e difficilmente colmabile buco nelle finanze della banca. Quello che successe in seguito, come si sa, fu che la banca centrale britannica riuscì ad evitare peggiori danni, provvedendo successivamente alla nazionalizzazione della Northern, situazione che permise alla banca di continuare a “vivere” grazie ad una linea di credito d'emergenza da 25 miliardi di sterline concessa appunto dall BOI.  

Ora giungono nuove notizie in merito a provvedimenti che saranno presi a breve: I risparmiatori, correntisti della Northern Rock, perderanno la garanzia del 100% fornita da parte del governo britannico sui loro depositi a partire dalla fine di maggio.  La garanzia, introdotta proprio nell'autunno del 2007 per fermare la corsa dei risparmiatori al ritiro dei loro soldi dalle casse della banca, terminerà dunque il 24 maggio 2010; in realtà, comunque, tutti i risparmiatori continueranno a beneficiare della garanzia di £ 50.000, ai sensi del Financial Services Compensation Scheme (FSC).  

Il crollo della Northern Rock, nell'autunno del 2007 segnò l'inizio “cronologico” della crisi bancaria inglese (e non solo) e costrinse il governo a prendere provvedimenti di emergenza per garantire la continuità della fiducia del pubblico in quella banca (così come per le altre, successive che dovettero affrontare il rischio di un collasso finanziario). Il denaro dei risparmiatori è attualmente detenuto in conti gestiti da Northern Rock PLC, costituita il 1 ° gennaio, quando la vecchia banca fu formalmente scorporata tramite la totale riorganizzazione e la sua divisione in due istituti: altra metà della vecchia banca, la Northern Rock Asset management, detiene e gestisce la maggior parte dei vecchi mutui della banca originaria.  

Provvedimenti come questo, così come l’intenzione che mostra il governo inglese di vendere Northern Rock PLC appare legittimo, nonostante i reclami da più parti, in quanto l’intento di recuperare almeno una parte dei miliardi di sterline di denaro pubblico iniettato nelle casse della banca per evitare il fallimento appare legittimo, alla luce dei costi che ogni inglese ha dovuto sopportare (e sopporta) tuttora a causa della crisi economica.

24 febbraio 2010

 

Una mail abbastanza lunga e che dunque non pubblico chiede informazioni in merito alla possibilità di utilizzare grafici a due o più timeframe per regolare l'operatività su un titolo o su un mercato. In particolare l'esigenza del lettore riguarda l'opportunità o meno di lavorare su un timeframe verificando però il trend sottostante su quello superiore per maggiore sicurezza nell'operatività. La definizione del trend, sempre secondo il lettore, viene attuate utilizzando una o più medie mobili e tirando dei canali direzionali che interpretano i massimi e i minimi di periodo definendo una banda di oscillazione del mercato e che, pertanto, fino a che rimane all'interno indica un trend definito, in caso contrario un cambiamento nello stesso.

In generale la risposta, in merito al discorso se usufruire di grafici a doppia compressione temporale, è affermativa; mi trova d'accordo, nell'ottica di una strategia operativa di breve o brevissimo termine, l'adeguamento della stessa al cosiddetto trend di fondo, definito appunto mediante strumenti più o meno tipicamente idonei a identificarlo (media mobili, canali, trend-line ecc.).

Di seguito mostro, per quanto sia in grado di farlo, come l'adozione di un grafico settimanale possa permettere un'operatività di breve termine, basata quindi su grafico giornaliero, sfruttando la forza del mercato (o titolo come in questo caso) nel medio termine. Molto spesso, infatti, in una fase tendenziale ben definita, le operazioni di breve termine permettono di effettuare entrate con ottime probabilità di successo e che, in tempi ragionevolmente rapidi, concedono il raggiungimento dei target prefissati. In questo specifico caso gli strumenti da me utilizzati sono elencati di seguito.

grafico settimanale:

-max e minimi successivamente superiori o inferiori

- aree di interesse sui prezzi (fasce di prezzi ben trattate)

-break dei livelli di supporto/resistenza di breve e medio periodo

-trend-lines di sostegno (eventuale aggiunta)

 

Qui sotto di nota bene, come del resto anche specificato direttamente sul grafico, la fase decisa ed importante (vista la rivalutazione dei prezzi) che ha accompagnato al rialzo il titolo Fiat dal mese di marzo fino ad ottobre dello scorso anno. Una volta definito il trend con i due break che hanno fatto seguito al doppio minimo di medio e lungo periodo, confermandolo appunto con le successive rotture, il titolo si è mosso in modo abbastanza lineare fino alla prima fase di congestione tra maggio e luglio. Sono queste le fasi che, solitamente, attirano gli operatori che tendono ad inserirsi nei trend forti e che quindi preferiscono attendere che gli stessi si manifestano in modo inequivocabile. Anche in questo caso il mercato si comporta quasi esattamente come sul precedente minimo: doppia discesa e valori minimi nella stessa area di prezzi, seguiti da un doppio break che fa ripartire ottimamente il rialzo. Tutto ciò identifica le due gambe rialziste che hanno permesso al mercato di salire, dai minimi indicati, di quasi il 300 % e, dal secondo break di ulteriore conferma, almeno del 50%. E' qui che occorre ricollegarsi al grafico successivo (giornaliero) sul quale interpretare l'operatività a livello pratico.

Gli strumenti sul grafico daily sono all'insegna della semplicità, visto che riguardano la decisione finale sulla scorta di informazione già dettagliate desunte dallo studio sul grafico a compressione temporale superiore:

- aree di congestione (riprese dal weekly ed eventualmente confermate e/o integrate)

- trend-lines di breve termine per il potenziale break

 

C'è ben poco da aggiungere: qualora i prezzi si fermassero su supporti precedenti o, in alternativa, creassero una nuova area di congestione di un certo interesse, la rottura sopra la trend-line interessata darebbe il timing e prezzo di entrata. Nell'immagine sono visibili diversi esempi, anche per potenziali entrate al ribasso sul cambiamento del trend generale. Un'alternativa sarebbe l'entrata limite direttamente sui livelli di supporto, situazione che permette sempre di ottenere un prezzo di entrata nettamente migliore. Il problema in questo caso è la mancanza di uno stop adeguatamente identificabile o, qualora lo fosse sulla base dei minimi precedenti, spesso abbastanza "costoso" (va da sé che se lo stesso dovesse essere leggero il tentativo di anticipare l'operatività potrebbe rivelarsi una valida opportunità). Per gli obbiettivi le tecniche di uscita sono molteplici ed ogni trader ne adegua una o più al proprio stile operativo.

Quello che mi sento di consigliare è, volendo operare in queste condizioni e con l'ausilio di un grafico a timeframe superiore, di non effettuare un'operatività di tipo trendfollowing e non utilizzare, soprattutto, il trailing stop a oltranza sino a che si viene buttati fuori dal mercato, ma adottare, anche se non in prima istanza, un livello di profit prefissato.

22 febbraio 2010

 

Economia: un giro per il mondo "in spiccioli"

Exxon Mobil comunica un calo dei profitti nel quarto trimestre del 2009. Il gigante petrolifero Usa ha infatti riportato un calo del 23% nei profitti, ma il risultato è stato migliore delle previsioni degli analisti. Exxon ha realizzato un profitto netto di 6.05bn $ nel quarto trimestre del 2009, rispetto ai 7.82bn registrati nello stesso periodo nel 2008. Nonostante la debole domanda di carburante durante il rallentamento economico globale l'attività della società di raffinazione si è mantenuta su buoni livelli, compensando in parte le perdite. Nel 2009 Exxon ha dunque realizzato un utile di 19.28bn di euro, meno della metà di quanto ha fatto nel 2008. Nonostante ciò il valore delle azioni di Exxon Mobil sul mercato Usa sono aumentato di circa il 2%.

Conti migliori nella produzione: gli amministratori di Exxon hanno informato che, comunque, nell’ultimo periodo le spese in conto capitale per la ricerca e lo sviluppo sono aumentate del 4% nel corso del 2009. "La nostra forza finanziaria ci ha fornito le basi per continuare ad investire in nuovi rifornimenti energetici per contribuire a soddisfare la domanda globale di energia e ad alimentare la crescita economica", ha detto in particolare il presidente della Exxon Rex Tillerson. "Il capitale investito è stato di 27.1bn $ nel 2009, un altro anno record, decisamente in linea con il nostro piano di sviluppo di lungo termine". La produzione di petrolio e di gas è aumentata quasi del 2% nel quarto trimestre, fornendo dati finali migliori delle aspettative, mentre i ricavi sono aumentati del 6% a 89.84bn $.

Warren Buffett ha rivelato nuovi investimenti in Nestlè e Exxon Mobil. Proprio in questi giorni dalla Berkshire Hathaway (la società statunitense dell’investitore miliardario Warren Buffett) hanno riferito che possiedono 1.280.000 di azioni del gigante petrolifero Exxon Mobil, del valore complessivo attuale di circa 87.6m di $. E’ chiaro che, come al solito, essendo uno dei più grandi investitori mondiali, gli stock Picks di Buffett sono guardati da vicino e, il più delle volte, rendono maggiormente appetibile l’azienda oggetto delle sue attenzioni. L'informativa con la quale il magnate americano ha comunicato il suo investimento riguarda anche la Nestlè, per un valore partecipativo di 144,7 m. di $.

22 febbraio 2010

 

L'Asia è approfitta della recessione?

Si è svolta in questi giorni la riunione annuale delle 21 nazioni che compongono l'Asia-Pacific Economic Cooperation (APEC). Tra i leader, che si sono riuniti a Singapore, proprio il Primo Ministro di Singapore Lee Hsien Loong ha detto che, con la crescita chiaramente debole degli Stati Uniti negli ultimi mesi, l’Asia sarà necessariamente favorita nella corsa alle esportazioni e nell’arrivo di capitali esteri a titolo di investimento interno. Lee Kuan Yew ha indicato, in particolare, Cina e India, due paesi che hanno registrato una crescita annua (2009) superiore al 6%, risultato ancora più eclatante considerando che la maggior parte dei paesi in Occidente sono stati interessati da una delle crisi peggiori della loro storia economica. (Il Fondo monetario internazionale ha recentemente sostenuto, prima dei resoconti ufficiali, che l'Asia sarebbe cresciuta del 2,75% nel 2009 e 5,75% nel 2010, rispetto al piano di crescita negativa degli Stati Uniti e dell’Europa occidentale. "La crescita dei prossimi anni in tutto il mondo sarà ancora inevitabilmente lenta, ma, soprattutto nel lungo termine, l'Asia farà molto bene", ha confermato Lee.  

Ruolo della Cina

Il presidente cinese Hu Jintao ha affermato, al vertice, che le misure del suo governo sono stati uno stimolo non solo per la crescita dell’economia interna, ma anche una serie di iniziative di interesse internazionale di cui beneficia e beneficerà l'economia mondiale: "La serie di misure che la Cina ha adottato per contrastare la crisi finanziaria internazionale è favorevole alla costante ma relativamente rapida crescita dell'economia cinese”. Hu ha anche lasciato intendere che la Cina potrebbe anche ricorrere a misure supplementari per convincere i consumatori cinesi a spendere di più: "la Cina, attraverso nuove manovre, consentirà di migliorare ulteriormente la domanda interna, favorendo una chiara espansione del mercato interno e promuovendo una crescita equilibrata della domanda interna ed estera".  

Su questo sembra essere d’accordo anche il Segretario del Tesoro americano Timothy Geithner che, in merito all’importanza del supporto cinese al recupero economico mondiale, ha affermato: "se si guardano le linee della politica economica cinese si capisce che essa svolge un ruolo fondamentale nel contribuire al recupero globale. L’insieme delle riforme fornisce una base molto promettente per aiutare costruire non solo una base più solida per la crescita interna del Paese in futuro, ma addirittura in tutto il mondo”.

Insomma: la Cina potrebbe ora diventare anche un traino per le economie mondiali affossate da problemi finanziari e dalla lentezza di una ripresa economica che stenta ad avviarsi come si deve. Sempre che, in futuro (soprattutto negli anni che seguiranno la nuova e decisa ripresa economica mondiale), faccia attenzione a considerare ogni risvolto negativo che, solitamente, lo sviluppo economico continuo ed accelerato porta con sé.

16 febbraio 2010

 

Japan returns?

La crescita dell'economia giapponese mostra ora un risultato migliore del previsto: il tasso di incremento ufficiale è stato pari all’ 1,1% nell'ultimo trimestre dello scorso anno, il che significa un aumento di oltre 4,5 punti percentuali su base annua. Nonostante ciò, sia i vertici economici e politici giapponesi, sia la comunità stessa, mostrano ancora pessimismo per il futuro; nonostante le problematiche che attanagliano gli USA a livello economico ormai da quasi due anni, le attuali condizioni economico-finanziaire interne giapponesi non permettono al Paese del Sol Levante di guardare con eccessiva fiducia al futuro, causa l’incedere sempre troppo eclatante, oltretutto e nonostante la crisi mondiale, dell’economia indiana e cinese. Questo però permette, almeno nel caso della Cina, di mantenere un certo tasso di ripresa proprio a favore dei giapponesi, considerando il fatto che proprio il ritorno alla crescita è stato favorito dalle esportazioni, in particolare proprio verso la Cina, che ora rappresenta il più grande partner commerciale ricettivo d'oltremare.

La spesa dei consumatori, che rappresenta circa il 60% dell'economia giapponese, è aumentato dello 0,7% rispetto al trimestre precedente, in quanto gli acquirenti hanno approfittato degli incentivi del governo sulle automobili e elettrodomestici. Tuttavia, la spesa globale resta ancora abbastanza debole, almeno a livello generale e se non calcolata su basi settoriali. Gli investimenti in conto capitale per le aziende sono aumentati dell'1% nel trimestre considerato, situazione che corrisponde alla prima vera espansione negli ultimi 18/20 mesi. Qualche altro dato: l’investimento pubblico è diminuito dell’ 1,6%, mentre le esportazioni, come precisato sopra e grazie i particolare modo alla Cina, sono aumentate in modo deciso pari ad un tasso del 5%.

In definitiva: la Cina si avvicina e rischia di superare il Giappone diventando così la seconda economia mondiale dopo gli USA ma, a dispetto di ciò, mai come ora i giapponesi sono costretti a sperare che la stessa Cina mantenga elevato il suo tasso di crescita, situazione che, almeno in questo momento, permette di contenere la crisi nazionale.

15 febbraio 2010

 

Buonasera. Vorrei qualche delucidazione tecnica da lei in merito ad un acquisto che mi è stato consigliato in questi giorni da una newsletter alla quale sono abbonato. Il titolo in questione è americano e si chiama Alcoa (il simbolo ticket nel caso le servisse per trovarlo più velocemente è AA). Dice che, essendo leader mondiale nel campo dell'alluminio ed avendo anche una buona cedola annuale, ha ottime prospettive di rivalutazione con un target a 3-5 anni pari a oltre il 50% dai prezzi attuali. Lei cosa ne dice? Grazie e buon lavoro. (Email di Samuele della provincia di Imperia).

L’analisi deve essere necessariamente fatta a lungo termine e, come del resto ha già ben precisato lei nella sua mail, riguarda l’aspetto tecnico e non certamente quello dei fondamentali che, a quanto vedo, è già stato affrontato dagli analisti che le inviano la newsletter. Vediamo il grafico mensile a 10 anni:

Come si evince dal grafico, la figura ribassista che ha portato alla rottura del canale di lungo periodo è stata pienamente rispettata ed ha permesso, con buonissima precisione, il raggiungimento dell’obbiettivo principale minimo in prossimità dei 5 $ (area, tra l’altro, che corrisponde al primo max storico del titolo raggiunto qualche decennio fa, all’inizio degli anni ’80, e che, una volta rotto al rialzo, non era mai stato ritracciato in alcuna occasione successiva. Ora, visionando il grafico mensile, si possono notare alcuni segnali interessanti riguardo nuove potenzialità rialziste, qualcuno, invece, meno rassicurante su possibili resistenze che il mercato ha verificato di recente. Direi che l’ottimo recupero del momentum ed il suo passaggio in area positiva lascia propendere per una condizione di positività generalizzata; ugualmente il break sopra la media mobile di lungo periodo ha permesso l’allungo che ha portato i prezzi in area 17/18 dollari, permettendo dunque di triplicare (e più) i prezzi dai minimi di inizio 2009. Nota negativa il fatto che i prezzi, una volta tornati a contatto con un minimo di lungo periodo precedentemente rotto al ribasso (si nota sulla trendline piatta di colore bleu tracciata fino ai massimi di periodo attuali) abbiano avuto una reazione decisamente negativa.

In ogni caso direi che le possibilità ci sono; certo, lavorando per un obbiettivo di oltre il 50% di rivalutazione e in un’ottica temporale di 3 o più anni occorre tenere conto del fatto che, nel frattempo, si potrebbero verificare alti e bassi di una certa consistenza ed entità, motivo per cui lo stop loss, in casi come questi, o non si adotta o lo si lascia ampissimo per evitare di essere buttati fuori in una fase di ritracciamento del mercato. E’ chiaro che, essendo attualmente le quotazioni in area 13 $, ritorni anche poco sopra l’ultimo massimo realizzato ed appena visto sul grafico coinciderebbero con una rivalutazione del 40% circa, quindi poco inferiore a quanto prospettato nella newsletter. Personalmente, qualora il titolo mostrasse una certa forza e qualora le quotazioni tornassero veramente su questi livelli, propenderei per liquidare una parte della posizione e provare a tenere il rimanente quantitativo di azioni per tentare di portarlo fino al successivo potenziale obbiettivo (anche questo verificabile sul grafico ed indicato dalla X rossa) in area 22/23 $.

Spero di esserle stato utile.

 

12 febbraio 2010

 

Default Grecia?

Il problema. L'entrata nell'area euro nel 2001 ha permesso alla Grecia l'accesso economico, finanziario e commerciale ai mercati internazionali, ma i problemi che il Paese sta attualmente mostrando minacciano seriamente la stabilità economica dell'intera area. Ciò che crea ancora più scontento tra gli investitori internazionali è il fatto che la Grecia abbia intenzionalmente tenuto nascosto all’Europa la reale entità del suo deficit nazionale, manipolando conti e cifre negli ultimi anni; ora si calcola che il debito sia salito a circa 300 miliardi di euro. Entro i prossimi mesi lo Stato dovrà rifinanziare una buona parte di questo debito o l’attuale rischio di insolvenza sui suoi prestiti potrebbe tramutarsi in una tragica realtà, trasformandosi in un durissimo colpo per la credibilità di tutta l'economia dell’area euro.

La situazione attuale si è evoluta nel corso degli ultimi 10 anni circa, in particolare; l’adesione all'euro ha dato al governo greco una nuova e interessante posizione nei mercati finanziari (e non solo). Ciò ha portato il governo greco a sfruttare pienamente (e, forse, eccessivamente) la situazione favorevole, attuando una sorta di spesa folle con conseguente emissione di prestiti alla ricerca di quegli enormi capitali indispensabili a permettere il boom economico auspicato; in effetti l’economia è cresciuta ad un ritmo molto buono ma i risultati di questa politica finanziaria selvaggia e altamente speculativa sono ora sotto gli occhi di tutti, così come le conseguenze interne al Paese: la spesa pubblica ed il costo del lavoro nel settore pubblico sono praticamente raddoppiati in questo lasso di tempo. A ciò si aggiunga che la crescita economica ha portato con sé la cattiva prassi (o abitudine che dir si voglia, ben diffusa in Italia) dell’evasione fiscale che impedisce ovviamente una corretta corrispondenza tra erogato in termini di agevolazioni, sovvenzioni e finanziamenti, sgravi fiscali, ed un imponibile assolutamente falsato sul quale il governo ottiene le importantissime entrate fiscali.

Non solo: quando la crisi finanziaria globale ha colpito la Grecia, il Paese non era assolutamente preparato a farvi fronte. Tutte queste concause hanno portato quindi il deficit nazionale al 12,7%, di oltre quattro volte superiore rispetto a quanto consentito dalle norme dell’area euro (max 3% del PIL).

Iniziative attuali. Il piano di riduzione del deficit a lungo termine mira ad un drastico ridimensionamento dello stesso dal  12,7% del PIL a meno del 3% entro il 2012. Condizione raggiungibile, tuttavia, solo se il governo si atterrà scrupolosamente alle regole adottate per la buona riuscita del piano: aumento delle tasse, maggiori controlli fiscali per ridurre l’evasione, congelamento delle retribuzioni del settore pubblico, aumento dell’età pensionabile, possibile quanto inevitabile aumento dei prezzi del petrolio e suoi derivati (mi sembra di vedere l’Italia del boom, solo che noi i problemi ce li teniamo da decenni e ci conviviamo, almeno fino a che non si arriverà alla famosa goccia che fa traboccar…)

L’Europa. Proprio oggi, in una riunione nel corso di un vertice a Bruxelles, I leader dell'Unione europea sono pronti a discutere l'economia greca i leader dell'Unione europea sono pronti a discutere la situazione attuale dell'economia greca; l’intervento anche del presidente della Banca centrale europea, Jean-Claude Trichet, come annunciato, ha dato fiducia, nei giorni scorsi, ai mercati finanziari che hanno interpretato la notizia come una sorta di promessa per un pacchetto di aiuti presumibilmente già in avanzata fase di preparazione.

Impatto sull’euro. Le crescenti preoccupazioni per l’elevato disavanzo in Grecia ma anche Spagna e Portogallo hanno spinto l'euro nettamente più bassa negli ultimi tempi, creando le condizioni per una discesa decisa che ha riportato le quotazioni indietro di qualche mese; eventuali rassicurazioni da parte della Banca Centrale ed eventualmente degli altri Paesi dell’area euro potrebbero permettere un nuovo recupero della nostra moneta.

Risvolti negativi a livello economico. Il timore che gli attuali problemi della Grecia trovi sfogo a livello internazionale ed influenzi negativamente i mercati finanziari potrebbe anche innescare un effetto domino e dunque portare al’estremo i problemi di altri Paesi membri ( e già poco stabili) della zona euro, come Irlanda, Portogallo, Spagna e, non ultima, l’ Italia, che dovranno necessariamente affrontare i problemi di riequilibrio dei bilanci

11 febbraio 2010

 

"Gentilissimo Signor Marco con la presente sarei a chiederle un favore ed un aiuto: il favore riguarda la possibilità che lei verifichi in backtest per gli ultimi due anni un sistema di trading che ho letto e imparato su alcuni documenti recuperati in parte gratuitamente ed in parte a pagamento, mentre il secondo è un consiglio, eventualmente, da parte sua sul tipo di operatività stessa (in pratica se secondo lei è da seguire nel tempo indipendentemente dai risultati storici e periodici o meglio indirizzarsi da un'altra parte). grazie e buon lavoro" (Email di Franco delle prov. di Roma).

Inizio dicendo subito che la tecnica in questione (tipologia, strumenti e parametri erano in allegato e li riporto in seguito) è uno dei metodi (tanti metodi sullo stesso strumento) insegnato e pubblicizzato da Woodie (famoso col nome di Woodie's CCI). Invito tutti a documentarsi sul sito dello stesso (si trova facilmente inserendo la parola Woodie su qualsiasi motore di ricerca). Personalmente ne ho verificate alcune tipologie ma non ho mai trovato soddisfazione, se non saltuariamente e su qualche singolo metodo operativo, ma mettendoci sempre del mio in particolare su stoploss e profit anticipati o trailing stop. Comunque faccio il possibile e vedo di renderti chiaro il risultato del backtest utilizzando i parametri che mi hai indicato (e che sono a grandi linee proprio quelli insegnati):

mercato di riferimento Dax future

- timeframe a 3 minuti

- cci a 14 periodo;

- cci a 6 periodi;

- entrata (a mercato) su doppio segnale (cci a 6 sotto -100 o sopra +100 e cci 14 periodi sotto o sopra lo zero)

- uscita su stoploss dello 0,5% (aveva indicato 30 pti ma dal momento che a 6000 punti contratto è una cosa mentre a 3000 o a 8000 sarebbe decisamente diverso ho preferito adattarlo percentualmente)

- uscita anticipata (a mercato) qualora il cci a 14 periodi dovesse andare oltre +200 (sul long) o sotto -200 (sullo short)

- commissioni 2,5 per contratto (5 euro a operazione chiusa).

 

Devo dire che i risultati sono veramente da dimenticare, sia per il 2008/2009 che per il 2009/2010 (di gran lunga peggiore). Qui sotto in XCL i risultati con le specifiche.

    2008/2009

    2009/2010

Personalmente non l'ho mai ritenuto interessante, nemmeno adattandolo su altri timeframe e usando altri parametri: in alcuni periodi va molto bene ma in altri è veramente inutilizzabile a causa delle continue e pesanti perdite. Ciò non toglie che, potenzialmente, ci sia pure chi lo usi con profitto ma, sicuramente, creando un ibrido con lo stesso sistema.

Invito comunque tutti a leggere i documenti relativi e facilmente recuperabili sul web e che spiegano le molteplici strategie che Woodie ha costruito con questo indicatore certamente molto versatile.

4 febbraio 2010

 

Crisi economica: un giro per il mondo "in spiccioli"

Siemens. Il gruppo tedesco di ingegneria ha registrato un balzo dei profitti negli ultimi tre mesi dello scorso anno, performance in gran parte dovuta ad una decisa riduzione dei costi. L'utile netto del trimestre si è infatti attestato a 1.53bn euro ($ 2.16bn; £ 1.33bn), con un incremento del 24% sui 1.23bn di euro registrato nello stesso periodo dell'anno precedente. Tuttavia, i ricavi complessivi sono diminuiti del 12%, passando da 19.6bn euro a 17.4bn euro, situazione causata in particolare dalla performance deludente nel settore industriale, dove le entrate sono diminuite di oltre il 13%. Inoltre, le entrate provenienti da prodotti energetici sono diminuiti del 10%. Nonostante un discreto ottimismo, la società è stata cauta nelle sue prospettive per il prossimo anno: "Siemens prevede che le condizioni del settore manifatturiero e dei mercati finanziari mondiali rimarranno difficili nel 2010 fiscale", hanno fatto sapere dalla Siemens.

Philips ha registrato un utile netto di 251m di euro nel corso degli ultimi tre mesi del 2009. Il profitto inverte una situazione critica precedente e che aveva visto un risultato negativo pari ad una perdita di 1,2 miliardi di euro nello stesso periodo di un anno fa. Anche in questo caso il miglioramento è dovuto in gran parte dal taglio di posti di lavoro hanno contribuito a raggiungere questo risultato operativo: 5.474 posti di lavoro nel corso dell'anno passato. Negativo, invece, il livello delle vendite, sceso del 3,4% a 7,3 miliardi di euro.

3 febbraio 2010

 

Sfida cinese nei cieli  

Si sta facendo largo nel panorama dei produttori di velivoli la cinese Singapore Air Show, azienda che, alla luce degli ultimi sviluppi, creerà sicuramente una grande minaccia ai produttori occidentali..

E’ dunque questa la risposta della Cina alla Boeing e alla Airbus: per la prima volta sta pubblicizzando fuori dai confini nazionali  un nuovo modello di velivolo, il C919 Comac. Il velivolo, progettato e costruito interamente in Cina, sarà in concorrenza diretta con l’ A320 ed il Boeing 737, ed è parte importante dell’ obiettivo dichiarato dalla Cina di sviluppare un settore aerospaziale home-made, che possa un giorno sfidare Airbus e Boeing su tutti i fronti. L’intento è quello di riuscire quindi a costruire oltre 2000 velivoli C919s nei prossimi due decenni ed acquisire almeno una quota del 10% del mercato mondiale degli aerei di questa categoria.

L’ascesa economica e professionale dell’azienda è 'stata fulminea, dal momento che l’inizio dell’attività risale appena ad un anno e mezzo fa circa. Con sede a Shanghai, la società è interamente sostenuta sia da parte del governo centrale che da parte del governo locale oltre che da un certo numero di imprese di proprietà statale, come Chinalco e Baosteel.

Comac ha già venduto più di 240 dei suoi ARJ-21 jet bimotore per le compagnie aeree cinesi, oltre che ad un vettore laotiano e ad una unità della General Electric. Gli esperti del settore ritengono che ci vorranno circa dai 10 ai 20 anni affinchè l’azienda e la Cina in generale possano affermarsi nel settore dell'aviazione commerciale. E’ questa, quindi, una prospettiva che sta attirando molti fornitori occidentali come Rockwell Collins, General Electric e Honeywell. Proprio quest’ultima ambisce alla vendita dei suoi sistemi meccanici ed elettronici per l’utilizzo nell’assemblaggio del C919. Primo passo importante: il produttore americano si è già assicurato i contratti per i suoi comandi di volo e sistemi di navigazione inerziale. Ma l’obbiettivo è ben più imponente: .

guardando al futuro l'azienda spera di fornire pezzi per l'unità aeromobili del Aviation Industry Corporation of China, o Avic. Il gruppo è in fase di sviluppo del MA700, un aereo di linea quattro motori turboelica regionali (Ma l'obiettivo della Cina di diventare un gigante aerospaziale potrebbe essere limitato da un eventuale embargo degli Stati Uniti sul trasferimento di tecnologia militare) La Cina fa sempre più paura, questo è chiaro, ed  i motivi ci sono e sono evidenti a tutti. E’ pur vero che un ventennio fa, circa, anche il Giappone preoccupava, e non poco!.

Qui sotto una fotografie dei velivoli COMAC.

3 febbraio 2010

 

Vorrei sapere se ritenete corretto utilizzare l’indicatore Abraham per prendere posizione su un titolo o su un future come per esempio l’eurodollaro (principalmente intraday e a 15 minuti). Ho letto su internet che sarebbe un indicatore di volatilità e che si dovrebbe usare più che altro come stop e trailing stop ma a me sembra che sia valido anche usato come inversione della posizione da long a short e viceversa. Cosa ne pensate? Grazie e buon lavoro. (Email di G.M. di Reggio Emilia) 

Spiegazioni ed esempi sull’indicatore in questione si possono trovare, insieme a riferimenti vari, anche sul sito. Essenzialmente può essere utilizzato sia come trailing stop per evitare di uscire prematuramente da una posizione e quindi cercare di sfruttare il trend fino in fondo, sia come stop e reverse di una o più posizioni sul mercato. Pensandoci la cosa è abbastanza logica: se lo stop serve, infatti, a chiudere una posizione in quanto il trend dovrebbe essere finito e pronto ad invertire, non si capisce perché, a questo punto, l’utilizzo quale inversione della stessa debba essere ritenuto sbagliato o prematuramente valido. 

In realtà, ma solo secondo me, l’indicatore non è largamente utilizzato poiché, come molti altri se utilizzato solo, non è esente da falsi segnali; in alcune situazioni, in particolare con condizioni di insistita lateralità, sono tanti e spesso “fastidiosi” e, cumulandosi, creano problemi anche psicologici al trader.  

Qualcuno consiglia di utilizzarlo insieme ad altri oscillatori/indicatori ma, a mio avviso, è di gran lunga preferibile ragionare a livello grafico ed impostare esclusivamente un’operatività di ampio respiro (potenzialmente) dopo che il mercato ha realizzato forti e prolungati movimenti di salita/discesa culminati con massimi/minimi importanti e seguiti sa figure grafiche (classiche o meno). O, in alternativa, quando un trend è ben identificato e deciso, per rientrare dopo un ritracciamento di media o bassa consistenza.

Per avvalorare entrambi queste tesi direi di seguire i due grafici sottostanti (sull’Euro/Dollaro, come portato ad esempio dal visitatore del sito, a 15 minuti); quindi grafici su un titolo azionario compreso un paio di riferimenti a situazioni di massimo/minimo di lungo periodo e di una certa importanza.

Grafici

 26 gennaio 2010

 

Crisi economica: un giro per il mondo "in spiccioli"

Fiat ringrazia l’aiuto del governo: netto l'impatto positivo conseguente al provvedimento per gli incentivi sulla rottamazione di autoveicoli vecchi e non più conformi alla normativa antinquinamento attuale.  L'azienda italiana ha confermato vendite globali del gruppo Fiat, Lancia e Alfa Romeo per 1,84 milioni di automobili nel 2009, con un incremento del 5,7%. Ha specificato che il regime di rottamazione in Germania ha permesso addirittura un raddoppio delle vendite, mentre nel Regno Unito sono aumentate di quasi il 18%. Nonostante il brillante risultato commerciale, la capogruppo ha registrato una perdita netta annuale dovuta principalmente, secondo i vertici, dall’ assunzione della partecipazione del 20% in Chrysler.

Anche se il gruppo Fiat non ha pagato per rilevare il pacchetto azionario dal costruttore statunitense lo scorso giugno, "il riallineamento strategico con Chrysler", si informa tramite il comunicato, “ha causato notevoli costi di ristrutturazione e svalutazioni”. Ciò ha creato, quale risultato operativo. una perdita annua di 800 milioni di euro ($ 1,1 miliardi circa), che a fronte invece di un utile di 1,7 miliardi di euro dell’anno precedente. Fiat Group ha detto che prevede di tornare all'utile nel 2010 se i vari regimi di rottamazione dovessero continuare. 

Ericsson, il colosso svedese delle telecomunicazioni, ha dichiarato che si sta avviando a tagliare ulteriori 1.500 posti di lavoro, a causa di un nuovo calo (di oltre il 90%) nei profitti trimestrali. Colpito dal costo per ingenti lavori di ristrutturazione, e affossato da un calo considerevole quanto costante degli ordini, l’ utile netto per il periodo ottobre-dicembre è stato nettamente inferiore a quello del precedente periodo economico-finanziario di riferimento (trimestre anno prima). Questo ulteriore taglio di posti di lavoro si aggiunge ai 5.000 licenziamenti che la società ha operato lo scorso anno. Le spese di ristrutturazione ed una diminuzione degli ordini del 13%,  a causa principalmente della concorrenza cinese, hanno causato nuovi problemi alla struttura economico-finanziaria dell’azienda, tale da rendere necessaria questa nuova manovra. Peggioramento su tutti i fronti, dunque: mancato rispetto degli obbiettivi annuali, perdita consistente dell’utile netto trimestrale e annuale, mancato raggiungimento dei target di vendita minimi. E la riduzione dei costi operando sul settore del lavoro non può, a lungo termine, sistemare in via definitiva la situazione aziendale; da rivedere, dunque, nel corso del 2010, obbiettivi finanziari e politica economica aziendale.  

Il gigante americano Wal-Mart conferma di essere in procinto di tagliare ben 11.200 posti di lavoro presso la sua catena di magazzini commerciali Sam's Club negli Stati Uniti. Prima della fine dello scorso anno, infatti, l’amministratore delegato Mike Duke aveva già dichiarato che la situazione nell’ambito commerciale per tutto il gruppo era estremamente difficile. Il Sam's Club occupa circa 110.000 dipendenti in 600 negozi, quindi il taglio riguarderebbe oltre il 10% degli stessi, dopo i 1500 posti già tagliati appena pochissimo tempo fa.  Anche in questo caso il mancato rispetto degli obbiettivi causa crisi economica e concorrenza spietata hanno impedito il conseguimento dei targets minimi previsti, motivo per cui l’azienda ha deciso di ricorrere nuovamente ai ripari con l’unica (ahimè) arma che ha ora a disposizione.

Provvedimenti, questi, che la dicono lunga sulla situazione attuale delle grandi aziende a livello mondiale. La crisi sarà realmente finita o si è presa solo una pausa??

 25 gennaio 2010

 

Finanza etica – Parte 2°

MAG

I primi segnali dell’arrivo sul mercato di operatori specializzati risale alla fine degli anni ’70 - inizio anni ’80 con le Mag (Mutua Auto Gestione), cooperative finanziarie nate per promuovere l’economia solidale e il lavoro autogestito. Obbiettivo principale quello di valorizzare le risorse del territorio, in tutte le sue sfaccettature, per sostenere un’economia moralmente ed economicamente responsabile, permettendo lo sviluppo del mercato locale e far circolare denaro e servizi.

A partire dall’inizio degli anni ’90 le Mag (inizialmente 9 in tutto, distribuite prevalentemente nel Norditalia) si sono dovute adeguare a nuove leggi in materia di antiriciclaggio e raccolta del risparmio, leggi che hanno di fatto favorito in tutto e per tutto le banche a scapito di altre organizzazioni finanziarie come queste. Ciò ha modificato struttura e numero delle cooperative che si sono in parte trasformate in cooperative di servizi ed in parte “fuse” facendo confluire i capitali in un numero inferiore delle stesse, in modo da raggiungere l’ammontare richiesto per legge (600.000 euro). Ad oggi, per poter continuare ad operare come soggetti finanziatori, possono raccogliere risparmio attraverso quote di capitale sociale o di partecipazione al rischio per cui possono finanziare solo i propri soci e non soggetti terzi. Esse, dunque, operano come intermediari finanziari e sono attive unicamente nel proprio territorio.

Le Mag conservano tuttora, comunque, lo spirito di autogestione del risparmio; coincidono quindi con organizzazioni create a beneficio della comunità che si organizzano per creare i presupposti ad una valida risposta alle aspettative della collettività centro del loro interesse. Nascono e si sviluppano sul territorio grazie a una rete di relazioni sociali e di fiducia molto forti perciò utilizzano il denaro a fini di utilità collettiva per arrivare ad aiutare il singolo, attraverso molteplici canali, finanziari e sociali.

Banca Etica

Di più recente fondazione, invece, è Banca Etica, nata per volere di ben 22 organizzazioni non profit insieme ad altre finanziarie nel 1999. Risponde, chiaramente, ai canoni di una banca innovativa le cui attività, principali e secondarie, sono tutte ispirate ai principi della finanza etica, così come già discussi nel precedente articolo (Parte 1°), quindi il “diritto” di accesso al credito, la trasparenza, gli interessi della comunità e dell’ambiente come ideali naturali, correttezza e morale negli investimenti ecc. (investe solo in particolari settori ritenuti rispettosi della dignità umana e della natura e sostiene solo progetti etici). La stessa garantisce anche i servizi di base come le altre banche: gestione del risparmio e raccolta tramite conti correnti, carte di credito e bancomat.

I dati di Banca Etica, con riferimento all’anno 2009, sono questi:

-capitale sociale di 22.828 milioni di euro;

-13 filiali in Italia;

-più di 25 mila soci (tra persone fisiche e persone giuridiche, tra cui nove regioni, 40 province e oltre 300 comuni italiani)

-quasi 500 milioni di euro di depositi;

-più di 2.300 progetti di economia solidale finanziati per un valore di circa 360 milioni di euro.

-attività esterna di promotori finanziari;

Le destinazioni dei finanziamenti vengono scelte e confermate solo se realmente portano a benefici e sviluppo della persona e delle attività, sempre che abbiano risvolti positivi anche a livello di impatto sociale ed ambientale. Principali, dunque:

- cooperazione sociale;

- cooperazione internazionale;

- cultura e società civile;

- ambiente;

Vedremo se in futuro questa Banca manterrà i ritmi ed il livello di crescita raggiunti a 10 anni (nel 2009) dalla sua costituzione; qualora la conferma continuasse a manifestarsi tale anche in futuro ci si potrebbe (e dovrebbe) aspettare la nascita di altre realtà simili e la conversione (probabilmente solo parziale) di qualche istituto da banca tradizionale a banca etica (difficile a breve, certamente).

InvestiEtico

E’ il primo fondo etico chiuso,  nato nel marzo del 2002 e gestito da AEDES BPM R.E. SGR; è quotato in Borsa dall’inizio del 2004 e la sua struttura (fondo chiuso) fa sì che i rimborsi delle quote possano avvenire solo in momenti prestabiliti, ma, in caso di disinvestimento, possono essere effettuati dei rimborsi parziali. Il fondo ha una durata di 10 anni e gli investimenti sono approvati dopo un’esame da parte di un Comitato Etico che collabora con il Consiglio di Amministrazione per verificare l’attinenza delle scelte di investimento ai principi etici cui si ispira il fondo. Il patrimonio viene investito principalmente su immobili e diritti reali di godimento su beni immobili utilizzati per attività ad alto contenuto sociale nelle aree operative di Milano e, solo una piccola parte, di Torino e a Roma.

Alcuni dati salienti:

il patrimonio netto pari a  177,5 milioni di euro;

Investimento ripartito su 13 immobili per un totale di 123.586 m2;

Valore (ultimo recente) pari a circa 240 milioni di euro;

Scadenza: 12 dicembre 2012;

valore iniziale della singola quota pari a 2.500 euro;

valore attuale (al 30/06/2009) pari a 2.885,981 euro (extra proventi distribuiti).

Come ormai dovrebbe essere chiaro a tutti ogni singolo investimento deve e dovrà, anche in futuro, rispondere ai principi propri della finanza etica.

Banca Monte dei Paschi di Siena

MPS potrebbe rappresentare una sorta di anello di congiunzione, sin da ora così come in futuro, tra la banca tradizionale e la banca etica. Nata nel 1472 come Monte di Pietà per dare aiuto alle classi meno abbienti locali è divenuta S.p.A. solo nel 1995, con conseguente e successiva quotazione alla Borsa Valori di Milano. E’ attiva, oltre che nelle attività bancarie tradizionali, anche nell’attività relativa al credito speciale, bancassicurazione e investment banking. La banca si propone di fare del l’integrazione nel territorio, la qualità dei servizi ai clienti, la trasparenza e correttezza nei rapporti i suoi punti di forza; sono quindi stati creati investimenti con orientamento sociale come fondi pensione, fondi etici, fondazioni, per creare valore ma in modo sostenibile.

L’impegno di MPS è stato riconosciuto dalle più importanti agenzie di rating etico (Dow Jones Sustainabilty Index, Ethibel, Ftse4good Environmental leaders Europe) , che l’hanno inclusa tra le imprese maggiormente performanti, in termini di responsabilità d’impresa.

12 gennaio 2010

 

L’economia cinese corre sulle quattro ruote?

Dati ufficiali resi noti proprio oggi indicano che lo scorso anno il mercato delle automobili cinesi ha avuto un’impennata con una rivalutazione incredibilmente elevata in termini percentuali rispetto all’anno precedente (già in pieno sviluppo), realizzando un incremento a due cifre delle vendite (indicazioni ufficiali mostrano un aumento, sul periodo di riferimento precedente, pari ad oltre 40 punti percentuali); niente male se si considera la situazione economica mondiale nel periodo in oggetto.  Il rappresentante  dell'Associazione dell'industria automobilistica cinese ha affermato che la dimensione della produzione e vendita di auto ha quindi superato quella statunitense, permettendo al Paese di diventare il primo al mondo nel settore. L’influenza di questi successi, in termini di PIL nazionale, è stimato in diversi punti percentuali.

Pur considerando la realtà dei fatti e la veridicità dei dati è necessario ricordare come, tuttavia, qualche precisazione in merito possa, almeno in parte, ridimensionare in qualche modo questo incredibile successo della nuova potenza economica in forte espansione ormai da anni. Infatti, è assolutamente vero che in Cina, proprio nel 2009, sono state vendute 13,5  milioni di auto circa  contro appena i 10,5 milioni negli Usa; occorre però non nascondere due elementi che cambiano parzialmente il significato di questo incredibile successo: per prima cosa, infatti, ad un più elevato numero di autovetture non corrispondono necessariamente introiti più elevati (le automobili negli USA costano mediamente  più che in Cina e ciò fa ancora di quello americano il mercato più ricco del mondo, in soldoni); secondo, gli Stati Uniti sono stati superati (praticamente quasi surclassati, ragionando sui numeri assoluti) in uno dei peggiori anni, per l’economia nazionale, dell’ultimo secolo e, soprattutto, dopo il record assoluto realizzati nel 2000, anno in cui vennero firmati 17,4 milioni di contratti di compravendita.  Sorpasso, dunque, aiutato dalla frenata della locomotiva d’oltreoceano.

A sostegno, invece, dei risultati dell’industria automobilistica cinese nei confronti di quella americana, c’è indubbiamente il fatto che il risultato è stato conseguito in una anno in cui l’Amministrazione Obama non ha lesinato sforzi ed “elargizioni” per sostenere il settore  automobilistico nazionale in parte sull’orlo del baratro: salvataggi, miliardi di dollari pubblici concessi in varia forma alle imprese e il programma di incentivi alla rottamazione da circa tre miliardi di dollari ai compratori, grazie al quale sono state vendute quasi 700 mila nuove vetture. Nonostante gli interventi, tuttavia, nel corso del 2009 oltre 1.500 concessionari americani si sono trovati nelle condizioni di dover chiudere. In aggiunta occorre anche mettere in conto situazioni tragicamente negative come la liquidazione da parte di General Motor dei marchi Buick e Pontiac e la cessione della divisione produttrice di Hummer alla cinese Sichuan Tengzhong.

Chiaramente non ciò ha consentito a molte altre industrie del settore nell’ambito dell’economia asiatica di far bene e seguire a ruota, più o meno, quella cinese (Hyundai e Kia per la Corea e Subaru in Giappone, tanto per citare qualche situazione). E’ chiaro che non è oro quello che luccica:  Toyota, leader indiscusso nel settore,  quest’anno ha perso 5 miliardi di dollari (e ha dovuto richiamare 3,8 milioni di auto) e Honda, pur diventando la quarta casa automobilistica in USA, ha subito un certo calo nelle vendite (avanzamento qindi più per demeriti altrui che per successi propri). Suzuki non molto bene e, una volta tanto, “salvata” non nel vero senso della parola, almeno per ora) dalla Volkswagen, che a dicembre ha rilevato una quota pari al 19% del capitale. A parte meriterebbe una citazione la situazione indiana che, eventualmente, affronterò più avanti e, comunque, grande artefice di questo processo di avanzamento economico.

Qualche dato da record: A breve la presentazione del primo modello di auto progettata appositamente per i mercati occidentali. La Geely Automotive Holdings (l'azienda che ha acquistato Volvo da Ford ) in un solo anno ha guadagnato oltre il 573% alla Borsa di Hong Kong e presenterà appunto la Emgrand, una compatta 4 porte che in Cina sarà venduta a partire da poco più di 8.000 Euro. Un prezzo che, qualora fosse applicato anche sul nostro mercato, creerebbe problemi non indifferenti alle nostre case automobilistiche, al momento certamente preoccupate di un’eventuale evoluzione in tal senso. Ottimo successo anche per la BYD, la casa che ha messo in vendita la prima auto ibrida al mondo, con un piccolo motore a benzina di supporto: lo scorso anno il valore delle sue azioni è aumentato in modo spettacolare come sopra. Situazioni, queste, che inevitabilmente permette di assumere una posizione predominante sul mercato degli investitori, facendone incetta sia in campo industriale che in ambito finanziario.  

Duplice sviluppo della situazione appena descritta in ambito europeo: 

- da un lato una vera e propria inondazione (potenzialmente destinata ad aumentare vistosamente in futuro) di auto prodotte dai cinesi, i quali, furbescamente, in molti casi altro non hanno fatto che scopiazzare modelli di punta già in commercio e prodotti dalle case automobilistiche del vecchio continente (abbastanza evidenti modelli ben conosciuti di Bmw, Daimler, Volkswagen e altri; Bmw e Daimler, per esempio, stanno sostenendo azioni legali, in particolare per la Ceo della Shuanghuan, decisamente simile alla Bmw X3, e per la Noble, vettura quasi identica alla Smart di Daimler). Al momento, tuttavia, nulla sembra poterne fermare l’avanzata.

- Il mercato europeo risente della crisi e di questa avanzata che, oltre all’invasione di mezzi materiali mette sul piatto della bilancia anche quella fatta con mezzi finanziari, situazione che induce anche grandi marchi, ultimamente in evidente difficoltà, a cedere alle lusinghe dei nuovi signori dell’economia. Saab e Volvo sono tra le ultime prede, situazione che fa seguito alle già ben note operazioni di acquisizione degli ultimi due anni e che precede, quasi sicuramente, altre certamente interessanti e clamorose nei prossimi anni (salvo risvolti legali, più che economici, negativi per i cinesi).

11 gennaio 2010

 

Finanza etica - Parte 1°

La finanza etica è un nuovo modo di fare finanza e che tiene conto di tutto ciò che si è dimostrato e si dimostra assolutamente rispettoso dell’uomo e dell’ambiente che lo circonda, ritenendo soggetti meritori e quindi finanziabili tutti coloro che non hanno a che fare con settori quali, per esempio, tabacco, alcol, gioco d’azzardo, produzione di armi ed energia nucleare; produzione pornografica e settori che basano l’attività sulla divulgazione di fatti o immagini violente;  sfruttamento degli animali; collaborazione con regimi dittatoriali oppressivi; mancanza nella tutela dei diritti umani.

Investire in modo etico, in sostanza, significa quindi considerare attentamente tutti i principi etici nella scelta degli investimenti senza dare importanza (principalmente) al rendimento assoluto dell’operazione, valutando, invece, molto attentamente l’impiego che dei finanziamenti erogati verrà fatto. In questo modo il ritorno di interesse sul capitale finanziato resta un fattore importante, ma non a tal punto da permettere di prevaricare l’etica dell’utilizzo dei fondi stessi erogati: finanziare una operazione che produrrà, nel breve o nel lungo periodo, danni sociali o ambientali, inevitabilmente produrrà un maggior costo sotto diversi aspetti a noi o alla società in generale; e questo è proprio ciò che la finanza etica mira ad eliminare.

Evidente anche l’interazione tra intermediario finanziario ed il cliente dell’istituto che fornisce i fondi tramite conti e depositi. Infatti, l'intermediario finanziario etico pur avendo l’obbligo di riservatezza sulle informazioni relative ai risparmiatori, per garantire un rapporto trasparente con il cliente, impone la nominatività dei risparmi. Il cliente ha quindi la possibilità ed anche il diritto di venire a conoscenza in merito a quali sono e saranno le decisioni di utilizzo dei fondi stessi e gli investimenti che vengono fatti dall’istituzione finanziaria, indicando eventualmente delle preferenze nella loro destinazione.

Vengono dunque favorite tutte quelle iniziative rivolte a:

- attività ambientali e per controllo dell’inquinamento;

- qualità dei prodotti e dei servizi per l’uomo e l’ambiente;

- impegno sociale e pari opportunità;

- gestione qualitativa dell’informazione.

Gli strumenti che vengono utilizzati sono diversi:

1) il microcredito, cioè il finanziamento a piccole e piccolissime imprese e quindi spesso a quei soggetti che non possono fornire garanzie reali (pegni o ipoteche altro)

2) il finanziamento alle attività non profit;

3) finanza etica tradizionale, dove l’investitore rinuncia di sua volontà ad una parte degli utili per destinarla a scopi sociali;

4) socially responsible investing (SRI), ovvero strumenti di finanza tradizionale che però selezionano gli investimenti da fare in base a principi etici.

Evidenti e chiare, quindi, risultano essere le possibilità che la finanza etica offre e tanto ancora ha da offrire a tutte quelle attività che, nell’interesse sociale ed ambientale, decidono di investire nel futuro; ciò potrebbe permettere, speriamo presto, di creare una nuova categoria di imprenditori per i quali i frutti della loro attività potrebbe essere molteplici e, in parte, essere rivolti al miglioramento delle condizioni economico-sociali della comunità stessa, oltre che delle personali.

Occorre, tuttavia, con confondere il concetto di finanza etica con “beneficienza finanziaria”. Stiamo parlando, infatti, di attività finanziarie e di investimento capitali a carattere remunerativo; infatti, lo strumento finanziario etico è, secondo convenzione, l’offerta al risparmiatore della garanzia di un uso moralmente valido del suo denaro in qualità di investimento con un ritorno, oltre che economico, anche di utilità socio-ambientale. Ma, per quanto riguarda le caratteristiche tecniche degli strumenti finanziari etici, le analogie con quelli degli strumenti finanziari tradizionali sono molte ed evidenti. E’ altresì chiaro a tutti gli addetti ai lavori che fare investimenti nelle Corporate Social Responsibility richiede l’assunzione di un maggior costo iniziale, ma nel lungo periodo gli investimenti vengono premiati con ritorni maggiori (soprattutto se consideriamo la poliedricità di tali ritorni) e questo vale sia per la microimpresa che per aziende di grandi dimensioni e quotate sui mercati nazionali e internazionali.

Quale presente e quale futuro per questa tipologia di attività finanziaria?

Attualmente negli Usa gli investimenti in imprese che rispondono ai requisiti in oggetto riguardano oltre 2.000 miliardi di dollari, mentre in Europa si limitano a circa 500 miliardi di euro, di cui solo poco più di 3 in Italia; in continuo aumento, a dimostrazione del grande interesse che stanno suscitando tra gli operatori e intermediari, tra l’altro, in Europa anche i fondi etici che ormai si avvicinano al considerevole numero di 500. Il tutto, secondo fonti ufficiali, a scapito del risparmio gestito di tipo tradizionale; tutto ciò alimentato anche dal fatto che i rendimenti, negli ultimi anni, si sono rivelati uguali, per non dire migliori in molte fasi difficili dei mercati, rispetto agli strumenti tradizionali. Il tutto trova anche giustificazione nel fatto che le recenti vicissitudini di listini e aziende, con il fallimento Parmalat, Enron, Worldcom, Cirio, Argentina, Lehmann e molti altri ancora appaiano ormai come frutto della cattiva educazione finanziaria di una generazione che la comunità degli investitori sembra decisa a spazzare via, regolamentazione dedicata o meno. Ci vorrà sicuramente qualche decennio ma, alla fine, è possibile che gli impieghi altamente speculativi e, talvolta, al limite della legalità (quando non lo si oltrepassa!) lascino spazio (presumibilmente non tutto lo spazio e non in tutti i settori, chiaramente) all’investimento in capitale umano, sociale e ambientale e andando oltre il conflitto d’interesse che fin troppo spesso ha alzato e continua ad alzare le barricate tra investitore e utilizzatore o beneficiario dello stesso.

8 gennaio 2010

 

Cicli della borsa americana

Una interessante classificazione ciclica di Ed Easterling, relativa all’andamento del mercato principale americano, con riferimento alle principali fasi di rialzo e ribasso dell’indice DJ ed alla loro durata:

1901-1920: bear market segnato dalla instabilità e dal continuo alternarsi di anni positivi (9) e anni negativi (11), che finirono per annullarsi reciprocamente. Alla fine del ventennio, l’indice Dow Jones, in termini nominali, era appena del 2% sopra il suo livello di partenza.

1921-1928: bull market che coincise con la nuova società dei consumi, basata sulla diffusione dell’auto, della radio, del cinema. In 7 anni su 8 il DJ chiuse con ritorni positivi realizzando un guadagno complessivo superiore al 300%.

1929-1933: bear market che caratterizzò il periodo dell’ormai ben noto crollo che sprofondò l’America nella Grande Depressione e che rovinò la vita di migliaia di persone (e ne causò la morte per suicidio di parecchie ancora). Il DJ scese per quattro anni di fila, facendo segnare una perdita dell’80%.

1933-1936: bull market durante il quale i livelli estremamente depressi toccati nel ’32 e l’avvio delle politiche espansive introdotte dalla nuova amministrazione Roosevelt consentirono DJ di riprendersi per quattro anni consecutivi, realizzando un progresso di poco superiore al 200%, pur restando ben lontano dai massimi raggiunti durante l’espansione degli anni ‘20.

1937-1941: bear market causato anche dalle inadatte manovre di restrizione monetaria e fiscale e l’aggravarsi della crisi internazionale precipitarono di nuovo l’America in un nuovo periodo di recessione economica. Il DJ finì in rosso quattro anni su cinque e al termine del quinquennio si trovava sotto di quasi il 40% rispetto all’inizio.

1942-1965: bull market che seguì dopo aver toccato il fondo nel momento peggiore della Seconda Guerra Mondiale. Il DJ si riprese dapprima cautamente e poi in modo sempre più deciso, accompagnando con i suoi rialzi gli anni della ricostruzione e del boom che caratterizzò il dopoguerra. In 18 anni su 24 l’indice chiuse in positivo e il guadagno complessivo fu del 774%.

1966-1981: bear market durante il quale la grave crisi dovuta al debito (finanziario e di sangue) dovuto alla scellerata guerra in Vietnam, insieme a due crisi petrolifere, imposero anni di austerità e generarono alta inflazione. Il DJ registrò 9 anni su 16 in positivo ed alla fine del periodo di lateralità, tra alti e bassi, l’indice si trovava il 10% sotto il livello iniziale.

1982-1999: bull market che caratterizzò la più straordinaria fase di rialzi della storia e che accompagnò due decenni di trionfi per l’economia e la finanza a stelle e strisce. Inflazione sotto controllo, il sistema produttivo in netta ripresa dopo le crisi degli anni, nuove scoperte scientifiche e susseguenti innovazioni tecnologiche: dalla diffusione di massa del computer a Internet e alle telecomunicazioni, dalla biotecnologia alla genetica. In ben 16 dei 18 anni compresi in questo ciclo il Dow Jones aumentò il proprio valore, realizzando uno generoso incremento del 1200% circa.

2000-2009: bear market ultimo, ai giorni nostri, caratterizzato da alcune tra le più grandi bolle speculative della storia economica mondiale ed i risultati, ancora forse da verificare in pieno, sono ora sotto gli occhi di tutti noi.  Su 10 anni, il Dow Jones ha chiuso in negativo per 5 volte ed ora resterà da verificare, nei prossimi anni, l’evoluzione di questa crisi ancora non definitivamente sconfitta.

8 gennaio 2010

 

Banche USA: meglio o peggio di prima?

La crisi attuale ha lasciato (è da vedere se non lascerà ancora, in futuro) gravi segni del suo passaggio in tutti i settori economico-finanziari dell’economia, con particolare riferimento a quella USA, dal momento che da lì è partita e proprio lì sta giocando la sua partita più dura (e lunga). Colossi industriali e dell’auto a parte, le conseguenze negative più eclatanti e maggiormente recepite dalla popolazione mondiale, grazie soprattutto allo spropositato impatto mediatico ed al fatto che hanno lasciato anche in Europa una coda negativa, sono ascrivibili al settore bancario che, tra interventi massicci governativi, incorporazioni varie e fallimenti (controllati o meno) ha bruciato centinai a centinaia di miliardi di dollari.

Il bilancio delle banche americane vittime della crisi, infatti, è stato incredibilmente elevato (tra colossi bancari a livello mondiale e banche medie e minori), nonostante i segnali di stabilizzazione e ripresa dell’economia che già nella seconda parte dello scorso anno avrebbero dovuto rasserenare, in parte almeno, gli animi di soci e investitori. Nel 2009 sono stati ben 106 gli istituti di credito dichiarati falliti negli Usa: non era mai successo, dal 1992 ad oggi, che si superasse la fatidica quota di 100 fallimenti in un solo anno. E’ chiaro che si tratta per lo più di istituti regionali di medie e piccole dimensioni, ma il crescente numero di fallimenti continua a testimoniare le difficoltà tuttora da considerare a livello finanziario in particolare per quanto riguarda il tessuto socio-economico della comunità americana. Molto spesso (Florida insegna) questi fallimenti si sono verificati nelle zone in cui la crisi immobiliare si è fatta maggiormente sentire, creando un circolo vizioso dal quale uscirne, per chiunque, è sempre più difficile (in taluni casi, anche, impossibile). C’è quindi da chiedersi, ora, cosa succederà se il settore immobiliare non dovesse riprendersi, almeno in parte, a breve o se, addirittura, dovesse essere interessato da una seconda ondata di negatività figlia della mancata risoluzione dei problemi della prima crisi stessa. O, peggio, se qualche altro cataclisma finanziario (per esempio insolvenza oltre i limiti sopportabili dal sistema, in entrambi i sensi di marcia, delle carte di credito) dovesse mettere nuovamente a dura prova la struttura del sistema stesso!

Intanto, ciò crea una situazione che potrebbe perfino sembrare paradossale: negli ultimi tempi l’ammontare delle riserve detenute dal sistema bancario statunitense supera il minimo obbligatorio, richiesto dalla Federal Reserve, di circa 1.000 miliardi di dollari!! Il dato è eclatante se confrontato con quanto si poteva rilevare nel settembre 2008, prima della fase più critica della crisi in atto: a quei tempi, infatti, le riserve in eccesso si limitavano a, circa, un paio di miliardi di Dollari. Ciò significa, inevitabilmente, che in una situazione come quella attuale le banche mantengono una necessariamente bassa propensione a concedere prestiti, condizione che da una parte impedisce una migliore spinta dei consumi e quindi un rallentamento della già debole ripresa economica, dall’altra crea non poche preoccupazioni per il potenziale inflazionistico di una liquidità latente di tale entità. 

In effetti, le banche potrebbero cominciare prima o poi ad attivare questi fondi per concedere nuovi prestiti, per sostenere il tessuto economico  e per stimolare la domanda finale, e l’economia in generale, provocando, però, un ritorno delle pressioni inflazionistiche. D’altro canto, finché permane questo eccesso di riserve, non si può non pensare che le banche restino ancora molto caute e poco propense a fare nuovi prestiti, preferendo attendere e mantenere inutilizzata l’abbondante liquidità disponibile, peraltro remunerata a tassi pressoché nulli.  

Già all’inizio dell’ultimo trimestre dello scorso anno, un premio Nobel per l’economia, indicò le sue perplessità sul sistema bancario americano. Secondo Joseph Stiglitz, infatti, gli Stati uniti hanno di fatto fallito nel tentativo di superare i gravi problemi degli istituti di credito. Anzi, dopo il collasso di Lehman Brothers le condizioni di questi ultimi sono perfino peggiorate. In un passaggio:

 «Negli Usa e in molti altri paesi, le banche ‘troppo grandi per fallire’ sono diventate ancora più grandi – ha spiegato l’economista in un’intervista rilasciata a Parigi – e i loro problemi sono perfino più grandi di quelli precedenti alla crisi».

I dati mostrano come ad un anno dal crack di Lehman, e dopo che il Tesoro Usa ha dovuto immettere ingenti quantità di capitali per sostenere il sistema finanziario, gli asset di Bank of America sono aumentati, mentre quelli di un altro colosso come Citigroup sono rimasti gli stessi. USA a parte, giusto per fare una piccola disserzione nel Vecchio Continente, anche in Gran Bretagna Lloyds Bank (quasi metà in mano al governo ora) ha acquisito le attività di HBOS Plc, mentre in Francia il gruppo BNP Paribas controlla la belga-lussemburghese Fortis. Stiglitz ha, inoltre, aggiunto che il governo americano si trova in difficoltà non potendo «sfidare l’industria finanziaria» per ragioni prevalentemente politiche.

Personalmente ritengo che occorra fare molta attenzione più che al sistema in generale alle singole banche (intendendo quelle di una certa consistenza patrimoniale) come segnale premonitore per un eventuale nuovo dissesto incombente. Per fare questo scinderei le banche commerciali, tradizionalmente attivate sui prestiti, mutui, carte di credito, raccolta di liquidità dai canali tradizionali e impieghi nei confronti di aziende e privati, da quelle tipicamente definite “banche di investimento”. Queste ultime, infatti, molte delle quali a rischio fallimento anche meno di un anno fa, girano ora a mille (non tutte ma in buona parte). Il tutto grazie alle rivalutazioni delle quote capitali e azionarie, al trading, agli HFT , ai derivati e alla finanza creativa e speculativa in generale. Ne sono esempio Goldman Sachs e Merril Lynch che stanno facendo utili a iosa; il problema è che fino a che il sistema bancario lavorerà con queste due velocità e scorporando i sue settori in oggetto come se fossero due settori distinti il problema del default generalizzato potrebbe ripresentarsi ancora e più grave di prima. Basti guardare cosa sta succedendo a Bank of America: la neo-assorbita (grazie all’intervento statale) Merril L. produce utili trimestrali elevati, mentre la ben più tradizionale BoA arranca con i suoi debi ti ed i suoi pensieri. 

In pratica: una gamba è zoppa e l’altra è sana. Fino a quando quella sana riuscirà a sostenere il tronco? E, qualora non ci riuscisse, c’è ancora la possibilità di un sostegno ad oltranza da parte di FED e istituzioni in generale per fronteggiare un eventuale nuovo attacco al sistema? Forse si ma, almeno in queste condizioni, auguriamoci di non doverli mettere alla prova nuovamente.

8 gennaio 2010

 

"Buonasera. Vorrei sapere, dal momento che leggo spesso correlazioni più o meno evidenti tra il passato e i giorni nostri sull'andamento degli indici mondiali, cosa ne pensate in merito e se voi utilizzate anche questo tipo di analisi per prendere le decisioni di investimento o per dare indicazioni sul sito. In particolare mi riferisco all'indice dow jones che spesso vedo preso ad esempio per la crisi del 1929 e quella attuale. grazie." (Email di Sara D. della prov. di Alessandria)

Personalmente non prendo spunto da un tale sistema di analisi/studio principalmente perchè ciò richiederebbe il rilevarne una eventuale utilità nel lungo e, soprattutto, nel lunghissimo periodo, il che poco, anzi nulla, si addice al tipo di operatività che svolgo. Qualora le valutazioni nate da questo o questi confronti dovessero avere riscontri positivi, comunque, ritengo che l'esito delle stesse possa essere usato, come in effetti succede quasi sempre, da economisti, analisti e storici del trading per pubblicare o promuovere documenti prospettici che diano una linea guida ai futuri e probabili movimenti del mercato; in alternativa il tutto potrebbe essere sfruttato per quel tipo di investitori che, lavorando su fondi di investimento (o loro evoluzioni) principalmente o essenzialmente, decidano di non rimanere totalmente passivi sui mercati, cercando quindi di sfruttare i movimenti più ampi entro in lassi di tempo di una certa consistenza. Comunque, visto che ormai l'argomento è stato toccato, metto due mie idee in merito, facilmente identificabili dal grafico qui sotto.

Quello che balza all'occhio al sottoscritto e che vorrei descrivere, in modo superficiale, sia chiaro, è che periodicamente si verificano pause gestite in laterale (se considerati i risultati percentuali sui prezzi di mercato) dagli operatori che durano 15-20 anni; anni in cui l'indice parte da un livello e si ritrova non molto distante dallo stesso alla fine del periodo considerato e, nei mesi precedenti il nuovo e definitivo break, realizza generalmente un "buon" minimo superiore su un altrettanto visibile supporto di medio/lungo periodo.

Se ora si guarda la configurazione grafica del mercato proprio tra il 2000 ed il 2007 si potrà notare come, per il momento, si siano verificate alcune similitudini facilmente distinguibili se confrontati coi periodi in questione precedenti. Qualora così fosse, nei prossimi 5-10 anni potremmo assistere a movimenti anche decisi e percentualmente interessanti ma potenzialmente racchiusi entro un range di prezzi definito dal massimo del 2007 e da un minimo identificabile tra l'ultimo bottom realizzato a marzo 2009 ed uno verosimilmente ed eventualmente anche inferiore e probabilmente allineato ai due minimi successivamente inferiori realizzati nel decennio che sta concludendosi. I tempi di realizzazione potrebbero essere dunque anch'essi simili a quelli realizzati nelle due precedenti lateralità di lungo termine risalenti al secolo scorso.

7 gennaio 2010

 

I dati sul lavoro preoccupano gli USA

Le ultime notizie derivanti dai dati macro di questo inizio 2010 per quanto riguarda l’economia USA dicono questo, in poche parole (in attesa di altri indicatori nelle prossime settimane):

 

“L´economia degli Stati Uniti continua, tra alti e bassi, a far registrare miglioramenti, ma la ripresa economica sarà, presumibilmente, più lenta di quanto ottimismo e le notizie stesse lascino pensare attualmente. E ciò, almeno per quanto è dato di capire su questi primi dati indicativi, principalmente a causa delle difficoltà sul mercato del lavoro che frenano i consumi.

 

Almeno questo è ciò che emerge dalle Minute pubblicate dalla Federal Reserve relative all'ultimo meeting del Federal Open Market Committee che ha confermato il tasso di interesse Usa ai minimi storici nell´intervallo tra lo 0 e lo 0,25 per cento. La Banca centrale Usa ha poi lasciato intendere che non modificherà nel breve termine il proprio indirizzo di politica monetaria.

 

Del resto, queste nuove indicazioni non fanno altro che confermare quanto già rilevato nei mesi precedenti; già a ottobre 2009, infatti, la situazione generale per il mercato del lavoro Usa non era certo delle più rassicuranti. Il tasso di disoccupazione era volato sopra il 10%, picco massimo dall’inizio del 1983; dopo il miglioramento precedente (a settembre era al 9,8%) gli analisti si erano aspettati un aumento più contenuto (non oltre il 9,9%), condizione dunque disattesa. Sempre ad ottobre gli Stati Uniti avevano perso altri 190 mila posti, meno dei 219 mila persi a settembre (dato rivisto dagli iniziale 263 mila posti in meno), ma più degli attesi -175 mila posti. In novembre e dicembre la situazione, sempre tra alti e bassi, si era in parte confermata e ciò porta a pensare, alla luce quindi anche degli ultimi aggiornamenti, che la strada da percorrere sia ancora abbastanza lunga.

Del resto dall'inizio della crisi (praticamente dal dicembre 2007) i posti di lavoro persi sono finora stati ben oltre i 7 milioni. Anche negli ultimi mesi le difficoltà hanno interessato (e interessano) un po' tutti i settori: quello manifatturiero, edilizia, servizi alla produzione, il comparto dei beni produttivi (tra i peggiori), mentre solo nel settore della pubblica amministrazione (escludendo quelli minori) si registra un discreto aumento di posti.

Se il peggio veramente è passato, come molti tendono a far credere per rassicurare la popolazione, il meglio ancora sembra troppo lontano per brindare allo “scampato secondo pericolo”.

7 gennaio 2010

 

Previsioni per il 2010 secondo il metodo Bradley

Come di consueto pubblico le indicazioni temporali che nascono dallo studio del siderografo di Bradley e che dovrebbero identificare i cambiamenti, principali e secondari, nella tendenza del mercato per l'anno in corso. Ricordo che, per chi volesse approfondire il discorso in merito al funzionamento e all'attendibilità dello studio, esiste un'ampia documentazione facilmente consultabile in rete. Anticipando le eventuali domande in merito al suo utilizzo da parte mia (diverse e pervenute dopo la precedente pubblicazione) ribadisco che il sottoscritto lavora su altri elementi, come più volte detto in queste pagine, motivo per cui non tengo conto delle indicazioni qui pubblicate, nè come strategia nè come conferma, non negando tuttavia la possibilità che le stesse possano avere una qualche efficacia operativa.

 

Come sempre ricordo che il siderografo non ha come scopo quello di definire la direzione del mercato bensì indicare la possibilità che, alle date indicate, si verifichino dei cambiamenti più o meno sostanziali nel trend di fondo. Ciò significa che se il mercato è, in quel momento, rialzista, indica la possibilità che alla prima data utile si verifichi un cambiamento della tendenza con conseguente nuovo movimento ribassista. D fianco sono evidenziate numerose date: quelle inquadrate in rosso sono ritenute più importanti e, pertanto, potenzialmente in grado di identificare cambiamenti strutturali di una certa consistenza nell'andamento del mercato azionario, mentre le altre potrebbero rappresentare cambiamenti di minore importanza.

Ricordo, infine, che lo studio viene effettuato avendo come punto di riferimento, al fine di un suo potenziale utilizzo, il mercato azionario USA.

7 gennaio 2010

 

Ripresa o recessione? La parola agli esperti

La possibilità che l’economia degli USA possa incorrere in una seconda ondata critica che crei i presupposti per una seconda e ravvicinata recessione già a partire dalla seconda metà del 2010 è reale e realistica, almeno secondo quanto afferma il Nobel per l'economia Paul Krugman. L'analista la prevede, infatti, proprio per la seconda metà del 2010, quando le misure adottate come stimolo monetarie e fiscale si esauriranno naturalmente o saranno ritirate. Krugman, per questo motivo, invita governo e istituzioni a non ripetere gli errori che furono commessi nel 1937, durante la Grande Depressione del ventesimo secolo, quando la Fed ed il Presidente Roosvelt decisero che la crisi fosse ormai definitivamente superata e che fosse tempo, quindi, di ritirare sostegni alla crescita. Ciò lascerebbe un vuoto inaspettato ed incolmabile e creerebbe una soluzione di continuità nel sostentamento finanziario all’economia dagli effetti potenzialmente devastanti. 

Questa uscita fa eco, ma in senso peggiorativo e decisamente con una risoluzione più drasticamente negativa, a quanto accennato dal famoso e attendibile Nouriel Roubini già l’estate scorsa, verso la fine di agosto. Affermò, infatti, che probabilmente l'economia aveva toccato il fondo ed era destinata a risalire la china nella seconda metà del 2009, con modalità e velocità diverse a seconda dei Paesi. In alcune realtà come Francia, Germania, Cina, Giappone e Brasile, la ripresa era già in corso dall’inizio dell’estate, più o meno, mentre in altre tra cui Stati Uniti ed Italia, la fase recessiva si si sarebbe conclusa solo con la fine dell’anno (2009). Nonostante ciò le aspettative dell’economista erano per una crescita mondiale “anemica”, minata in particolare dalla debolezza del mercato del lavoro, dal momento che le aspettative sulla disoccupazione costituivano (e costituiscono) una soluzione ancora troppo negativa per la domanda. Roubini ha indicato come debito pubblico e pressione fiscale, in particolare, avrebbero potuto rappresentare un dilemma di non facile soluzione per i Governi nazionali: una scelta sbagliata, infatti, potrebbe costare cara alle possibilità di una ripresa in un futuro non troppo lontano, rimandandone gli effetti positivi di parecchio. Un altro fattore di rischio, sempre per l’economista, sarebbe rappresentato da un eventuale nuovo aumento significativo dei prezzi del petrolio e dei prodotti alimentari, oltre i limiti rispetto a quanto potrebbe essere giustificato dai fondamentali. Per Roubini difficilmente l'economia mondiale sarà in grado di fronteggiare un altro shock nel caso in cui la speculazione dovesse riportare le quotazioni del petrolio al di sopra dei 100 dollari al barile. Insomma, ripresa possibile e potenzialmente già in atto, ma rischi di una seconda recessione tutt’altro che scongiurati, almeno per ora.

L’articolo originale del più pessimista (tra i due) Paul Krugman, per chi fosse interessato, è stato pubblicato sul NY Times in data 3 gennaio ed è il seguente: 

“”Here’s what’s coming in economic news: The next employment report could show the economy adding jobs for the first time in two years. The next G.D.P. report is likely to show solid growth in late 2009. There will be lots of bullish commentary — and the calls we’re already hearing for an end to stimulus, for reversing the steps the government and the Federal Reserve took to prop up the economy, will grow even louder. But if those calls are heeded, we’ll be repeating the great mistake of 1937, when the Fed and the Roosevelt administration decided that the Great Depression was over, that it was time for the economy to throw away its crutches. Spending was cut back, monetary policy was tightened — and the economy promptly plunged back into the depths. This shouldn’t be happening. Both Ben Bernanke, the Fed chairman, and Christina Romer, who heads President Obama’s Council of Economic Advisers, are scholars of the Great Depression. Ms. Romer has warned explicitly against re-enacting the events of 1937. But those who remember the past sometimes repeat it anyway. As you read the economic news, it will be important to remember, first of all, that blips — occasional good numbers, signifying nothing — are common even when the economy is, in fact, mired in a prolonged slump. In early 2002, for example, initial reports showed the economy growing at a 5.8 percent annual rate. But the unemployment rate kept rising for another year. And in early 1996 preliminary reports showed the Japanese economy growing at an annual rate of more than 12 percent, leading to triumphant proclamations that “the economy has finally entered a phase of self-propelled recovery.” In fact, Japan was only halfway through its lost decade. Such blips are often, in part, statistical illusions. But even more important, they’re usually caused by an “inventory bounce.” When the economy slumps, companies typically find themselves with large stocks of unsold goods. To work off their excess inventories, they slash production; once the excess has been disposed of, they raise production again, which shows up as a burst of growth in G.D.P. Unfortunately, growth caused by an inventory bounce is a one-shot affair unless underlying sources of demand, such as consumer spending and long-term investment, pick up. Which brings us to the still grim fundamentals of the economic situation. During the good years of the last decade, such as they were, growth was driven by a housing boom and a consumer spending surge. Neither is coming back. There can’t be a new housing boom while the nation is still strewn with vacant houses and apartments left behind by the previous boom, and consumers — who are $11 trillion poorer than they were before the housing bust — are in no position to return to the buy-now-save-never habits of yore. What’s left? A boom in business investment would be really helpful right now. But it’s hard to see where such a boom would come from: industry is awash in excess capacity, and commercial rents are plunging in the face of a huge oversupply of office space. Can exports come to the rescue? For a while, a falling U.S. trade deficit helped cushion the economic slump. But the deficit is widening again, in part because China and other surplus countries are refusing to let their currencies adjust. So the odds are that any good economic news you hear in the near future will be a blip, not an indication that we’re on our way to sustained recovery. But will policy makers misinterpret the news and repeat the mistakes of 1937? Actually, they already are. The Obama fiscal stimulus plan is expected to have its peak effect on G.D.P. and jobs around the middle of this year, then start fading out. That’s far too early: why withdraw support in the face of continuing mass unemployment? Congress should have enacted a second round of stimulus months ago, when it became clear that the slump was going to be deeper and longer than originally expected. But nothing was done — and the illusory good numbers we’re about to see will probably head off any further possibility of action. Meanwhile, all the talk at the Fed is about the need for an “exit strategy” from its efforts to support the economy. One of those efforts, purchases of long-term U.S. government debt, has already come to an end. It’s widely expected that another, purchases of mortgage-backed securities, will end in a few months. This amounts to a monetary tightening, even if the Fed doesn’t raise interest rates directly — and there’s a lot of pressure on Mr. Bernanke to do that too. Will the Fed realize, before it’s too late, that the job of fighting the slump isn’t finished? Will Congress do the same? If they don’t, 2010 will be a year that began in false economic hope and ended in grief.””

By PAUL KRUGMAN - Published: January 3, 2010

7 gennaio 2010

 

2009 da dimenticare per Buffet?

Dopo un 2008 dal risultato non certo positivo (ma mitigato dal fatto di aver fatto meglio dell’indice generale), anche il 2009 si chiude con poche soddisfazioni per il miliardario americano considerato uno dei più grandi investitori di tutti i tempi (risultati alla mano).

Nel 2008, infatti, i ricavi si erano assestati a quota 107,786 miliardi di dollari, a fronte dei 118,245 del 2007 e i 98,539 del 2006, attestandosi dunque nel mezzo. Ne aveva invece risentito in modo deciso (negativamente parlando) l’utile per azione, che nel 2008 Buffett era sceso a  3,224 dollari dal ben più consistente di 8,548 dollari del 2007 e di 7,144 realizzato nel 2006. 

Lo scorso anno, invece, qualche nuovo investimento (principalmente nel settore ferroviario) e diminuzione del valore globale di portafoglio hanno fatto registrare alla società la peggiore prova degli ultimi dieci anni (sempre in confronto all'andamento generale del mercato USA).

Berkshire Hathaway, l'azienda di Buffett, ha infatti guadagnato un misero 2.7% nel 2009, performance decisamente inferiore rispetto al +23% realizzato invece dall'indice Standard & Poor’s 500; è, dunque e come appena citato sopra, la peggiore prova annuale dal “crollo” di circa il 20% realizzato nel 1999, quando i listini avevano invece fatto un balzo del 20%. Nonostante ciò la valutazione di Berkshire e' riuscita a battere l'indice in ben 15 occasioni negli ultimi 22 anni, situazione che, almeno per ora, gioca ancora e nettamente a favore del grande investitore americano.

Questo il portafoglio

TITOLO INVEST. IN MIL. DI $ % DI PORTAFOGLIO

Coca-Cola (KO)

200.0

18.99%

Wells Fargo (WFC)

313.4

15.62%

Burlington N. S. Fe (BNI)

76.8

10.84%

Procter & Gamble (PG)

96.3

9.87%

American Express (AXP)

151.6

9.09%

Kraft Foods Inc. (KFT)

138.3

6.42%

ConocoPhillips (COP)

57.4

4.59%

Johnson & Johnson (JNJ)

36.9

3.98%

Wal-Mart (WMT)

37.8

3.28%

Wesco F. Corp. (WSC)

5.7

3.28%

US Bancorp (USB)

69.0

2.67%

Washington P. Co. (WPO)

1.7

1.43%

Moody's Corp. (MCO)

39.2

1.42%

Union Pacific Corp. (UNP)

9.6

0.99%

Nike Inc. (NKE)

7.6

0.87%

M&T Bank Corp. (MTB)

6.7

0.74%

Costco (COST)

5.3

0.52%

USG Corp. (USG)

17.1

0.52%

Ingersoll-Rand (IR)

7.8

0.42%

Comcast (CMCSK)

12.0

0.34%

CarMax Inc. (KMX)

9.0

0.33%

Nalco Holding Co. (NLC)

9.0

0.33%

NRG Energy, Inc. (NRG)

6.0

0.30%

WellPoint Inc. (WLP)

3.4

0.28%

Nestle S.A. (NSRGY.PK)

3.4

0.26%

Sanofi-Aventis (SNY)

3.9

0.26%

Lowe's (LOW)

6.5

0.24%

General Electric (GE)

7.8

0.23%

Torchmark Corp. (TMK)

2.8

0.22%

Republic S. Inc. (RSG)

3.6

0.17%

Iron Mountain Inc. (IRM)

3.4

0.16%

Exxon Mobil (XOM)

1.3

0.15%

Unitedhealth Group(UNH)

3.4

0.15%

Bank of America (BAC)

5.0

0.15%

Becton D. & Co. (BDX)

1.2

0.15%

Norfolk S. Corp. (NSC)

1.9

0.15%

United P.S. Inc. (UPS)

1.4

0.14%

Home D. (HD)

2.8

0.13%

SunTrust B. Inc. (STI)

3.1

0.12%

GlaxoSmithKline (GSK)

1.5

0.11%

Gannett Co. Inc. (GCI)

3.4

0.08%

Comdisco H.Co. Inc. (CDCO.OB)

1.5

0.02%

Travelers I. (TRV)

0.00027

0.001%

Qui l'andamento della società a 1 e a 5 anni.

Grafico daily                 Grafico weekly

7 gennaio 2010

 

Diversi messaggi di posta che mi chiedono una visione generale, secondo la mia analisi, del nostro mercato (derivato) nel lungo periodo. Le raggruppo tutte in questa risposta succinta e, più che altro, grafica.

Qui sotto, il grafico del Fib di lungo periodo, appunto, costruito dunque con compressione temporale mensile. Le barre assumono due colorazioni: verde indica che il trend di fondo è o potrebbe essere positivo, rosso, viceversa, negativo (ovviamente il calcolo viene fatto sulla base di uno studio analitico personalizzato e con indicatori proprietari, quindi necessariamente ripropone un esito finale assolutamente soggettivo);  i pallini rossi e blu servono a confermare il trend ed a indicare un eventuale valore di chiusura della posizione in essere.

Quello che balza all'occhio subito è che, pur mantenendosi in trend negativo di lungo periodo (barre colorate di rosso), attualmente il mercato è tornato in una situazione di neutralità al raggiungimento, dopo i minimi di marzo, di area 20900/21000 punti circa. Non vi sono ancora, per il momento, segnali di una chiara inversione di tendenza ed anzi, due situazioni definiscono ancora pericolosa la situazione del mercato:

1) il canale predominante, almeno per ora, come si può ben vedere dalle trend-line negativamente inclinate e disegnate sul grafico (linee blu discendenti) è negativo e mantiene al ribasso tutta la struttura; chiaro anche il supporto che è quasi perfettamente coinciso con il minimo realizzato nel mese di marzo dello scorso anno e che ha dato origine al rimbalzo forte e deciso ancora in corso.

2) La trend-line ascendente che collega i due minimi principali del mercato (primi mesi dalla quotazione iniziale e minimo del 2003) è stata rotta nel mese di settembre del 2008 ed al momento fornisce un buon alibi alla negatività di lungo periodo. Primo obbiettivo a 11500/12000 punti almeno, avvicinato ma non toccato a marzo dello scorso anno.

5 gennaio 2010

 

Il mercato azionario

Il 2009 si è concluso positivamente dopo un avvio all’insegna del panico; i mercati azionari erano, infatti, sprofondati tra la fine del 2008 e l’inizio del mese di marzo del 2009, toccando livelli minimi critici con perdite, a seconda dell’indice azionario considerato, comprese tra il 50 ed il 75% rispetto ai massimi del 2007. In parte a causa di questo possibile eccesso di ribasso (se considerati i tempi di raggiungimento dei minimi in questione) ed in parte per le misure attuate da Fed e dalle altre Banche Centrali (immissione di liquidità sui mercati) insieme alle politiche fiscali fortemente espansive dei principali governi mondiali hanno consentito l’avvio di un valido recupero, tra marzo e la fine dell’anno, con percentuali che vanno, dai minimi di marzo, dal +63% del Dow Jones Industrial al +81% del Nasdaq Composite per quanto riguarda i mercati americani, altrettanto bene per gli altri mercati internazionali.

Ne consegue che, anche su base annuale, i listini hanno beneficiato di questo lungo e deciso rally, chiudendo il 2009 con rialzi diffusi dell’ordine del 20-30% a seconda del mercato considerato. Vista così, la situazione generale, potrebbe dunque sembrare particolarmente positiva e far credere che il peggio sia passato e la crisi sia, ormai, solo un brutto ricordo. In realtà, qualora anche fosse così, è possibile che per uscire in modo definitivo da questa crisi economico-finanziaria serva più tempo e migliori interventi, strutturali e, per questo, duraturi, mentre quelli attuati negli ultimi mesi appaiono, più che altro, come importanti e validi ma solo per arginare gli effetti negativi di una situazione a tratti drammatica. E’ possibile, proprio per questa ragione, che nei prossimi 12-18 mesi i mercati possano vivere di alti e bassi, anche se, almeno nel medio periodo, si potrebbe assistere ad una tendenza generalmente rialzista proprio sull’onda di buone notizie e positività generale degli investitori, generatasi in buona parte dagli ultimi rialzi sui listini mondiali; ma, nel lungo periodo, meglio navigare ancora in acque più tranquille o, in alternativa, limitarsi ad una operatività di durata temporale non eccessiva.

Da notare un paio di cose interessanti.

L’ampiezza dei rialzi, pur consistente, deve tuttavia essere vista alla luce di una realtà dei fatti che coinvolge gli avvenimenti più o meno recenti: nonostante il +60-70% dai minimi e il +20-30% su base annua, il valore dei listini è tornato niente più che sui livelli del settembre 2008 e precedenti il fallimento della Lehman Brothers, evento che aveva dato inizio al grande ribasso sviluppatosi nelle due ondate successive di panic-selling di fine 2008 e di inizio 2009, culminato, appunto, nella prima parte del mese di marzo.

Osservando i grafici dei mercati azionari mondiali negli ultimi 10/15 anni, con particolare riferimento a sia USA ed Europa, si nota come, in ambito dell’analisi di lungo periodo, tali mercati mostrino una tendenza abbastanza laterale, restando però abbondantemente negativi se si considerano i massimi di inizio 2000. Insomma, inizio di una nuova fase toro o semplicemente rally in un mercato orso di ampia durata temporale, la cosa sicura è che di strada da fare per permettere ai listini di tornare agli “antichi” splendori ce n’è ancora molta da fare.

Per specifiche sul tema si possono guardare precedenti articoli in questa sezione, alcuni dei quali correlati al mercato azionario giapponese.

5 gennaio 2009

 

La Black List per il nostro mercato

La “black list” è una lista di società indicate dalla CONSOB come aziende a rischio (in un conclamato stato di crisi economico finanziario per le quali è contemplato il rischio di continuità operativa della struttura aziendale). Tutti gli anni, nel primo numero di gennaio della newsletter pubblicata dall’organo di controllo, oltre alle indicazioni dell’attività svolta nel precedente anno di attività, vengono dunque indicate le situazioni maggiormente a rischio sul nostro mercato azionario.

Attualmente sono 19 le società (quotate sul mercato, ovviamente) in conclamata crisi aziendale che risultano dunque inserite nella lista; su richiesta della CONSOB dovranno quindi fornire informazioni finanziaria contabili periodiche (mensili) mediante la diffusione di comunicati stampa mensili relativi ad una serie prefissata di informazioni standard, tra cui la posizione finanziaria netta, le posizioni debitorie scadute, i rapporti verso parti correlate.

Le società in questione sono:

Antichi Pellettieri - Arena -  Bee Team - Eurofly - Eutelia - Everel Group – Finarte - FCD.MI -  Fullsix - Giovanni Crespi - I Viaggi Del Ventaglio- K.R.Energy - Mariella Burani - Montefibre - Omnia Network - Snia - Socotherm - Tas - Tiscali - Trevisan Cometal.

L’informazione può chiaramente tornare utile a tutti coloro che si apprestano ad investire sui mercati azionari nostrani: lo speculatore potrebbe tentare sortite a rischio elevato che, al contempo, potrebbero riservare interessanti ritorni in caso di esito positivo di una o più operazioni societarie presenti o future; l’investitore cassettista dovrebbe, invece, tenere ben presente il maggior rischio operativo legato alla situazione aziendale dell’azienda quotata.

5 gennaio 2010

 

Crisi economica: tassi e dollaro nell'ottica FED

La FED sta avviando una politica destinata, a detta del suo più importante rappresentante, a fare da guida alle nuove regolamentazioni atte ad evitare, in futuro, il ripetersi di bolle speculative e conseguenti crisi economiche come quella che stiamo vivendo e generata, appunto, dal crollo del sistema che teneva in piedi il settore immobiliare USA. E proprio Bernanke, nell’ultima delle sue audizioni, ha respinto le accuse mosse alla FED secondo le quali i tassi di interessi troppo bassi e per così tanto tempo abbiano potuto generare un eccesso di fiducia e creato i presupposti per il boom delle speculazioni immobiliari; accuse infondate, secondo lo stesso Presidente, dal momento che le interconnessioni tra basso costo del denaro ed estrema espansione del mercato immobiliare sono, secondo lui, troppo poche e solo marginali (mah!). Questo un suo passaggio:

"Bisogna compiere ogni sforzo per rafforzare le nostre regole, prevenire una nuova crisi ed ammortizzarne gli effetti. Se non saranno varate riforme adeguate, o le stesse si dimostreranno insufficienti a impedire l'accumulo di rischi finanziari, dovremo essere consapevoli della possibilità di usare la politica monetaria come strumento".

Il che significa che la legislazione, in materia finanziaria e per tutti quei settori che, fuoriusciti dal controllo negli ultimi anni, hanno causato una delle peggiori crisi economiche della storia, è destinata a cambiare e, in taluni casi, anche drasticamente (non che non fosse cambiata nelle precedenti crisi; ma, si sa, in caso di bisogno le leggi si possono abrogare, modificare, ridefinire ecc., cosa che è successa anche negli ultimi anni e, speriamo, a cose fatte non succeda anche in futuro!). Ma anche, sempre interpretando le parole di Bernanke, si potrebbe assistere ad un rialzo dei tassi nei prossimi mesi. Sempre, ovviamente, con un occhio ai prossimi ed imminenti dati macroeconomici: dopo quattro trimestri in perdita l'economia americana, nel 2009, è tornata in crescita nel terzo trimestre. E’ però evidente come, in gran parte, la ripresa sia legata agli incentivi governativi per l'acquisto di immobili e auto; il miglior test giungerà dunque quest'anno, una volta che gli incentivi saranno terminati.

Tale situazione potrebbe correlarsi, direttamente e indirettamente, alla questione “Dollaro USA”: la Fed, mantenendo i tassi d'interesse a questi livelli da dicembre 2008, dopo averli diminuiti progressivamente dal 3,5% del gennaio dello stesso anno, ha contribuito alla discesa inevitabile e ineluttabile del dollaro, storicamente connesso, almeno in parte delle sue componenti di valore, ai bassi tassi d'interesse, che a loro volta sono legati all'enorme espansione fiscale Usa, cioè all'enorme immissione di liquidità da parte dello Stato e della Fed, in uno sforzo per mantenere in piedi il sistema finanziario.

Ora, però, le agenzie predisposte a gestire la crisi si trovano in evidente difficoltà: il valore dei titoli del debito pubblico sfiora i 12 mila miliardi di dollari mentre il deficit ha superato l'11% del Pil ed il denaro assegnato a queste agenzie per far fronte ai problemi economico-finanziari nazionali tramite l’immissione di liquidità nel sistema si è decisamente ridotto di oltre l’80%, situazione che indica la quasi impossibilità a far fronte ad eventuali nuove ondate di negatività.

Si aggiungano queste situazioni: nuovo aumento di valore delle materie prime quotate in dollari ed il petrolio che ha toccato, di recente, i 70 dollari al barile; l'oro si è nuovamente rivalutato riacutizzando il suo ruolo di bene rifugio ai danni del sempre più debole dollaro, mentre l’inversione dei flussi di investimento finanziari derivanti dalle aree con surplus della bilancia dei pagamenti sta creando nuove preoccupazioni per un pronto recupero dell’economia USA.

In definitiva: penso che gli sforzi ci siano ma, a mio parere, verranno profusi nella loro massima espressione non tanto a breve ma solo dopo che sarà evidente e più chiara la portata degli effetti di questa depressione economica. E’ una mia sensazione quella che mi induce a pensare che le istituzioni non si sentano molto sicure sulla fine realistica di questa crisi, nonostante i segnali da più direzioni mirino a tranquillizzare mercato nazionale ed internazionale. Per questo, qualora fosse realmente tale la situazione generale, sarebbe plausibile che ogni risorsa destinata a permettere il recupero del sistema economico USA fosse risparmiata per entrare a far parte di un “pacchetto” imponente e necessario da sviluppare, progressivamente, da ora e fino al momento, più in là nel tempo, in cui la macchina istituzionale americana sarà in piene forze per ripristinare un sistema efficiente in un mercato nuovamente competitivo.

4 gennaio 2010